Unita’ della sinistra, Heidegger, dita e lune

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di Gian Luigi Ago

Mi son preso la briga di confrontare le dichiarazioni fatte in occasione del lancio dei vari “progetti” di unità della sinistra, soffermandomi solo su quelle relative agli ultimi vent’anni..
Le parole usate sono la fotocopia una dell’altra e delle stesse che vengono proposte oggi con i nuovi “progetti” in tal senso. Si badi bene, tutte cose giuste: unità che superi le piccole differenze e guardi agli obiettivi comuni, focus su temi importanti quali lavoro, ambiente, dissesto idrogeologico e cementificazioni, ecc, (questi oggi un po’ meno…per contingenze di alleanze elttorali), ecc. Anche le citazioni valoriali sono impeccabili: richiamo alla Costituzione, alla Resistenza, alle esperienze delle lotte operaie, ai diritti, ecc.

di Gian Luigi Ago

Mi son preso la briga di confrontare le dichiarazioni fatte in occasione del lancio dei vari “progetti” di unità della sinistra, soffermandomi solo su quelle relative agli ultimi vent’anni..
Le parole usate sono la fotocopia una dell’altra e delle stesse che vengono proposte oggi con i nuovi “progetti” in tal senso.

Si badi bene, tutte cose giuste: unità che superi le piccole differenze e guardi agli obiettivi comuni, focus su temi importanti quali lavoro, ambiente, dissesto idrogeologico e cementificazioni, ecc, (questi oggi un po’ meno…per contingenze di alleanze elttorali), ecc.
Anche le citazioni valoriali sono impeccabili: richiamo alla Costituzione, alla Resistenza, alle esperienze delle lotte operaie, ai diritti, ecc.

Tutto ineccepibile. Cosa c’è allora che non è andato bene e che ancora porterà a un inevitabile fallimento? Cosa c’è che relegherà ancora una volta la sinistra a una forza di eterna opposizione più o meno grande a seconda del periodo storico ma comunque mai in grado di farsi forza di governo?
Se non si capisce questo, si ripeterà il passato in eterno come in un ineludibile “giorno della marmotta”.

Eppure oggi l’unità sembra allargarsi e si ha anche il coraggio (o l’incoscienza) di imbarcare elementi che sono “diversamente di sinistra” e penso all’area civatiana, cofferatiana, minoranza, ex o meno, del PD. Ammesso e non concesso che anche questo sia un valore aggiunto – e non, com’è in realtà, un errore che contribuirà a rendere esiziali questi progetti, in quanto costeranno un prezzo da pagare alla coerenza e a intenzioni di ribaltamento del sistema e non di semplice aggiustamento riformistico – il problema vero consiste nella natura del progetto, in una incapacità di analisi della nuova situazione politico-sociale nel migliore dei casi, nel tentativo di far passare il solito progetto che garantisce sopravvivenza e mantenimento/acquisizione di rendite di posizione, nel peggiore.

Ecco perché ogni volta che si ascoltano queste proposte sembrano bellissime (a parte quel retrogusto di deja vu nei più anziani) e poi ci si trova dopo un po’ di tempo a domandarsi: “Ma come mai allora non ha funzionato?” dando inevitabilmente la stura ad accuse reciproche e nuove fratture fino a nuova “ricerca dell’unità” (di solito sempre vicino a fasi elettorali).
Ricerca di unità questa volta però “risolutiva”…. (come si era detto delle altre) e confortati dal solito oratore che ci dice che questa volta è diverso perché si farà tesoro degli errori del passato.

Dove sta l’errore? Vi svelo cosa bisognerebbe fare secondo me: per una volta bisognerebbe rovesciare l’esempio classico del dito e la luna e soffermarsi a guardare il dito perché è lì che si annida l’errore.

Fuor di metafora, il problema vero è che oggi non c’è bisogno di un’unità della sinistra anche perché è sempre intesa nel senso di unità di partiti, di leader, di sigle. E per di più sempre le stesse e sempre con gli stessi candidati di apparato, Oggi non serve avere un “ceto politico” a cui fare riferimento perché “il sociale” è frammentato e non può trovare più rappresentanza in chi viene ad offrircela come un venditore di aspirapolvere.
Oggi la ricomposizione sociale deve nascere dal suo interno, perché l’unità della sinistra tende a ricomporre solo le sigle e i partiti.

“Certo – diranno loro – lo facciamo per poi aprire e dare rappresentanza alle masse”.
Purtroppo non funziona più così. Oggi serve una forma di auto-rappresentanza che nasca “da dove ha luogo il pericolo” (tanto per scomodare Heidegger..). E’ solo da lì che può nascere un fronte popolare di alternativa che si faccia anche “organizzazione politica” prescindendo dal far riferimento alla vecchia dicotomia tra “politico” (che è poi “partitico”) e sociale.

Non serve quindi una coalizione di forze politiche ma di forze sociali (come hanno ben capito Rodotà e Landini).
Per inciso: avete più sentito parlare di questi due da chi oggi parla di unità della sinistra…?

Non è prioritario (o meglio: non lo è ancora) un radicamento istituzionale che è poi quello a cui punta invece la “sinistra unita” per mandare nelle istituzioni i soliti noti.
E’ ovvio che loro credono ancora importante la funzione del partito come oggi inteso, della dirigenza, della guida politica, tutto inteso ancora in una visione otto/novecentesca.
Sarebbe per loro inconcepibile farsi “individui” e non più quadri politici e dare il loro contributo mischiati nella massa.
L’organizzazione politica serve certamente ma non calata dall’alto della classe politica. Deve nascere dalla base sociale. Non serve nemmeno cambiare le strutture partitiche, metter loro un vestito nuovo, aprirsi al sociale
Bisogna ripartire dalla base.
Solo un’organizzazione che si formi in un percorso di auto-ricomposizione sociale oggi ha un senso.
E’ il percorso che fa la vera “organizzazione politica” altrimenti è solo una simulazione, un adattarsi a quello che al momento conviene.
E’ il percorso che costituisce, nel suo compiersi, la meta. innovativi, orizzontali. trasparenti. Il che non significa mancanza di organizzazione politica, ma diversa organizzazione politica.
Solo così quegli obiettivi, che valorialmente sono indubbiamente di “sinistra”, finiranno di essere mera enunciazione elettorale, magari fatta in buonafede ma che poi li rende lune irraggiungibili per via del “dito” di cui sopra.

E allora è inevitabile che questi tentativi falliranno ancora, proprio perché è solo dal sociale che “si fa” politica che può nascere un movimento capace un giorno di farsi forza di governo.
Per tornare al vecchio buon Heidegger che di ontologia e fenomenologia qualcosina ne capiva, basterebbe prender nota che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura”

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