“Tu non vuoi fa’ l’americano, ma devi per forza”

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di Exekias alias Leonardo Zampi

Agatha Christie diceva che 3 indizi fanno una prova, in un giallo.

Non è dato sapere quanti indizi la scrittrice ritenesse necessari nelle analisi socio-politico-economiche di un Paese, ma nulla impedisce di immaginare che fossero 3 anche in questo caso.

In realtà, se fosse un genere letterario o televisivo, più che di un giallo si tratterebbe di uno thriller, anche un po’ splatter, e potrebbe intitolarsi “La lenta agonia del welfare”; in alternativa, si potrebbe anche dargli una sfumatura tragicomica e chiamarlo “Tu non vuoi fa’ l’americano, ma devi per forza”.

Quando si parla di welfare, le prime cose che vengono in mente sono la sanità, l’istruzione e le pensioni; e sono esattamente questi i famosi “3 indizi” che lasciano intuire quale potrebbe essere il futuro del Paese.

E’ uscito ieri (8 giugno 2016) il rapporto del Censis sulla spesa sanitaria nell’anno 2015 [http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121065 ]. Il dato più significativo è che dal 2012 al 2016 sono aumentati di 2 milioni (arrivando a un totale di 11) i cittadini “che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. Al cambiamento «meno sanità pubblica, più sanità privata» si aggiunge il fenomeno della sanità negata: «niente sanità senza soldi». Riguarda, in particolare, 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials”. Questo perché nella sanità pubblica continuano ad aumentare i ticket, ma non la qualità del servizio: “«Sono 10,2 milioni gli italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato, e di questi il 72,6% a causa delle liste d’attesa che nel servizio sanitario pubblico si allungano», ha detto Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute”.

La soluzione? Le polizze private, of course. “Il 57,1% degli italiani pensa che chi può permettersi una polizza sanitaria o lavora in un settore in cui è disponibile la sanità integrativa dovrebbe stipularla e aderire”.

Sempre meno pubblico e sempre più privato, insomma, e non solo nella sanità. Prendiamo le pensioni (il nostro “secondo indizio”).

Secondo la COVIP [http://www.covip.it/ ], nel 2015 le adesioni a fondi integrativi sono aumentate del 13,4% (+860 mila). Anche in questo caso, per molti -soprattutto i più giovani, la cui prospettiva è quella dipinta poco tempo fa da Boeri [http://www.lastampa.it/2016/04/19/economia/boeri-la-generazione-rischia-di-andare-in-pensione-a-anni-jMLgvDfe1iooNPhkYqZd8J/pagina.html ], cioè di andare in pensione a 75 anni- il ricorso a fondi privati viene sempre più spesso dipinto come un quasi obbligo. Con tutti i rischi del caso [http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/06/previdenza-integrativa-come-difendersi-dagli-inganni-dei-fondi-pensione/968787/ ].

Il terzo indizio riguarda l’istruzione, e in particolare l’università. A fare scalpore, qualche mese fa, furono i dati contenuti nel rapporto della Fondazione Res [http://www.resricerche.it/index.php?option=com_content&view=article&id=156&Itemid=68 ]. In 10 anni le immatricolazioni sono diminuite di 63 mila unità, e il tasso di passaggio dalla scuola all’università è sceso di 24 punti percentuali [http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/01/14/news/la_grande_fuga_dall_universita_-130049854/ ].

Del resto, anche in questo caso il copione è sempre lo stesso: più tasse (vd. riforma dell’ISEE) ma meno qualità, per via dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario cominciati in epoca gelminiana e proseguiti, chi più chi meno, anche dai governi successivi.

Il risultato è che oggi l’Italia ha (anzi: continua ad avere) una tra le più basse percentuali di laureati dell’area OCSE (anzi, in questo fanno meglio di noi perfino Grecia e Portogallo, nazioni che solitamente ci “salvano” dall’imbarazzo di essere fanalino di coda in ogni classifica europea): 23,9%, contro una media OCSE che è del 42,1%.

E va sottolineato come, in questo fenomeno, la classe dirigente italiana l’abbia giocato non solo con politiche scellerate, ma anche con reiterati messaggi: quello del Ministro Poletti (“Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni”) è solo l’ultimo esempio di esternazioni che hanno contribuito a rafforzare nel Paese l’idea che laurearsi non serva a niente (nonostante le statistiche indichino chiaramente che il tasso di disoccupazione tra i laureati è inferiore a quello tra i non laureati [http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/05/altro-che-laurea-il-dramma-italiano-sono-i-diplomati-disoccupati/29858/ ]).

La politica si è insomma preoccupata a lungo di quanto fosse costoso istruire la popolazione; ora, però, potrebbe cominciare a rendersi conto che mantenerla ignorante costa molto di più. Soprattutto in termini sociali.

Se non altro perché, come ha detto il Prof. De Masi de La Sapienza, “la laurea non serve soltanto per avere più opportunità di lavoro, ma per vivere” (…). La nostra è una società che per essere vissuta appieno necessita di cultura e quindi della laurea”. Il dato (ormai tristemente celebre) sull’analfabetismo funzionale nel nostro Paese sembra dargli ragione [http://www.wired.it/play/cultura/2014/04/11/nuovi-analfabeti-usano-facebook-ma-non-sanno-interpretare-la-realta/ ]

E chissà se anche in questo ambito si arriverà un giorno a una situazione come quella statunitense, in cui -a meno di non avere alle spalle una famiglia benestante- per laurearsi occorre chiedere un prestito [http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-11-24/negli-usa-si-gonfia-bolla-prestiti-universitari-ogni-laureato-ha-debito-medio-28mila-dollari-210629.shtml?uuid=AB13IcHC&refresh_ce=1 ]e passare parte della propria vita lavorativa a ripagaro: nel 2013 il debito medio di uno studente era 28.000$.

SURFIN’ USA

Questo schema vale non solo per gli ambiti citati (pensioni, sanità, università). In uno dei suoi più esaustivi articoli, il da poco scomparso prof. Alain Goussot spiegò [http://comune-info.net/2015/05/the-good-school/ ] che le radici ideologiche della cosiddetta “Buona scuola” renziana vanno rintracciate nelle Charter School del liberista Arne Duncan, sottosegretario all’istruzione del governo Obama: istituti ispirati al principio dell’auto-imprenditorialità, finanziati in parte dal denaro pubblico ma soprattutto da donazioni private e sponsor, con dirigenti scolastici che paiono molto simili a manager aziendali.

Il quadro che si va delineando sembra insomma chiaro. Sembra passato un secolo da quando Michael Moore girò Sick’O [https://it.wikipedia.org/wiki/Sicko ], il documentario sulla sanità negli USA, messa impietosamente a paragone con quella europea. E invece son passati solo 10 anni. Durante i quali sembra proprio che siano gli europei a voler imitare gli States, più che il contrario. La ricetta è sempre la stessa: meno Stato più mercato, meno welfare pubblico-più servizi in mano ai privati. Insomma: nella malaugurata eventualità che il TTIP venga approvato, esso si inserirebbe in un solco che comincia ad essere ben tracciato e visibile.

 

 

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