Trump e l’evidenza scientifica, due culture incompatibili

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di Simonetta Astigiano

Trump, l’antisistema.

Ci sono provvedimenti dell’amministrazione Trump a cui i nostri media non hanno dato alcuna rilevanza ma che potrebbero avere conseguenze disastrose per tutti noi. La posizione anti-ambientalista di Trump è nota, avendo più volte espresso scetticismo sui dati che individuano nell’attività umana la causa maggiore del riscaldamento globale. Tuttavia, alcuni provvedimenti recenti, passati del tutto inosservati in Italia, fanno pensare ad una vera e propria campagna contro le evidenze scientifiche, ancor più preoccupante dopo la nomina del vice presidente Pence che in più occasioni si è espresso contro la teoria evoluzionistica delle specie.

Il personale dell’EPA, l’Agenzia per la Protezione Ambientale e i dipartimenti dell’Interno, dell’Agricoltura e dei Servizi Umani e Salute, hanno ricevuto l’ordine di non rilasciare pubblicamente i loro dati, né aggiornare i siti web ufficiali. I dipendenti dovranno, inoltre, ottenere il permesso dei propri superiori prima di poter parlare con la stampa, o trasmettere istanze al Congresso, andando, in quest’ultimo caso, contro la legge che vieta di interferire con il diritto dei dipendenti federali a comunicare con i suoi membri. Ma c’è di più, i manager del Dipartimento dell’Energia, sono stati contattati dallo staff di Trump per identificare tutti coloro che negli ultimi cinque anni hanno partecipato a congressi internazionali sul clima. Difficile non pensare ad una vera e propria strategia intimidatoria, che va di pari passo con le promesse fatte all’industria automobilistica di allentare i parametri sulle emissioni inquinanti delle auto.

La risposta della comunità scientifica non si è fatta attendere e sta organizzando a Washington una grande “Marcia per la Scienza”, per ribadire il concetto, essenziale, che i dati scientifici, controllati e validati dalla comunità scientifica internazionale stessa, devono essere alla base di scelte politiche consapevoli e assunte per il bene di tutta la comunità, non solo di alcuni attori.

Questa vicenda di oltre oceano stimola alcune riflessioni. I ricercatori hanno, da sempre, un rapporto difficile con la collettività, in parte perché vengono visti come privilegiati che, chiusi nei loro laboratori, non si interessano dei problemi del mondo, in parte perché il linguaggio scientifico è complesso e si scontra, in maniera sempre maggiore, con la galoppante semplificazione del pensiero unico. Da ricercatrice, da anni impegnata nel sindacato ed in politica, conosco bene la difficoltà a coinvolgere i colleghi e le colleghe in qualunque iniziativa che non sia strettamente correlata alla propria ricerca, e questa difficoltà si riflette nel parlamento dove, a parte la Prof.ssa Cattaneo, Senatrice a vita, solo eccezionalmente siedono ricercatori. Questa lontananza dei ricercatori dalla società e dalla politica rende per noi difficile far comprendere al grande pubblico l’importanza di ragionare su dati validati dall’evidenza scientifica, e contrastare così la disinformazione che viaggia sul web alla velocità della luce, ma rende impossibile anche incidere sui processi politici che pretendono di governare e dirigere la ricerca senza conoscerne problematiche e necessità.

Le dichiarazioni e le scelte di Trump sono figlie di questa incultura che regna sovrana anche in Italia, ma non solo, e che produce prese di posizione assurde, come quella secondo cui i ricercatori devono essere precari per definizione, che la ricerca serve nella misura in cui produce brevetti, che la ricerca non serve e può essere tagliata a piacimento, che tutti i ricercatori sono sul libo paga delle multinazionali del farmaco, ecc….. In realtà la ricerca serve se è libera da condizionamenti politici e commerciali, quindi se riceve fondi pubblici adeguati, serve se riesce a comunicare adeguatamente con la collettività ed a influenzare le scelte politiche sulla base di dati concreti, serve ad aumentare il senso critico e la crescita culturale di un paese.

Il mio auspicio è che la Marcia per la Scienza riesca a rompere questo muro, a far scendere in piazza tanti ricercatori, ma anche tanti cittadini, innescando un percorso virtuoso in grado di aprire una via che possa rendere l’evidenza scientifica un valore aggiunto, da tenere presente quando si fanno alcune scelte legislative, e non qualcosa da usare a proprio piacimento.

 

30 gennaio 2017

 

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