Non regaliamo la nostra vita alle multinazionali digitali

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In questi anni ho spedito molte volte a gruppi eco-solidali che organizzavano incontri on line, mail – post simili a questo.

 

“Apprezzo molto le vostre attività e, nel piccolo, cerco di sostenerle.

Ancor più per questo motivo e per contribuire a una proposta etica-libera-solidale, mi permetto di suggerirvi di non usare Zoom come strumento per le video conferenze. Il motivo è che Zoom non è una piattaforma libera  e utilizza i dati audio e video degli utenti a fini commerciali. Non si tratta solo di un eventuale spionaggio (verso attività che si svolgono alla luce del sole), ma di profilazione degli utenti attraverso la raccolta di dati sulle loro abitudini, al fine di costruire dei profili di massa (grazie a famosi “big data”) che permettano di disegnare pubblicità commerciali-politiche…..personalizzate. Di seguito suggerivo le applicazioni/piattaforme alternative che non acquisiscono i dati forniti dagli utenti.

Mania della privacy? Paranoia complottista? Diffidenza verso la scienza e la tecnologia?

Niente di tutto questo.

Per spiegarmi devo andare agli anni (il secolo scorso) dell’obiezione di coscienza e del servizio civile alternativo a quello militare, quando venni spinto a riflettere dai movimenti su commercio equo e solidale e Finanza Etica. Per essi, ad esempio, era inconcepibile fare una riunione di lavoro dentro un Mc Donald oppure organizzare un’iniziativa sponsorizzata dall’Esercito Italiano.

Eppure oggi molti gruppi, eredi di quei movimenti nonviolenti, rimangono (spero inconsapevolmente) invischiati nella rete delle multinazionali digitali.

Lo sviluppo delle tecnologie, così veloce, ha radicalmente cambiato i modi di vita e, soprattutto, di comunicazione di tutti noi cresciuti al tempo del ciclostile e dei volantinaggi davanti a scuole e fabbriche. L’avvento dei social ci ha convinti che è possibile comunicare agevolmente le nostre idee a migliaia di persone (i follower). Apparentemente!!!

Apparentemente perché l’algoritmo dei social ci mette in comunicazione solo con quelli che esso ritiene più interessanti con noi.

Molti prodotti telematici proprietari (prima di tutto i GAFAM Google, Apple, Facebook, Microsoft, Amazon, ma anche YouPorn, Zoom, etc) memorizzano i dati (documenti, conversazioni, immagini, video, abitudini) di chi li usa (senza protezioni, sì perché è possibile anche usarli e proteggersi almeno in parte)  e li vendono a società che li usano con algoritmi di Intelligenza Artificiale di predizione dei comportamenti, al fine di manipolare le scelte.

Ci stupiamo quando misuriamo il consenso in un appuntamento elettorale, ad esempio, e lo troviamo percentualmente così diverso da quello che sperimentiamo nella vita social.

Questo succede anche perché i meccanismi della comunicazione sono guidati da strategie che usano la conoscenza “intima” delle persone e gli forniscono informazioni, commenti, suggestioni personalizzate.

Grazie a tutto quello che facciamo in rete “nudi” e indifesi !

Dal sito di privasi.eticadigitale.org condivido queste considerazioni che mi sembrano molto interessanti in relazione alle  principali banalità in cui cadiamo di quando si parla di privacy

“1: Non ho nulla da nascondere

Se dovessimo trovare un sinonimo di questa frase, esso sarebbe “Posso mostrare tutto di me”. Eppure in questo mondo le persone chiudono la macchina, la porta di casa, tengono le distanze agli sportelli della banca, evitano che qualcuno sbirci il PIN della carta, si bisbigliano cose all’orecchio, non fanno l’amore in pubblico e hanno un codice di sblocco per il telefono. Qualcuno potrebbe pensare che molti di questi aspetti siano rilegati più alla sicurezza che all’intimità, ma se un telefono o un computer contengono chat intime, foto di documenti, prenotazioni varie o anche semplici diari, non è questa intimità? Possiamo capire molto delle persone anche con una rapida occhiata al loro telefono.

A volte invece si dice di “non avere nulla da nascondere” quasi per assicurare che non si è dei criminali; come se la sfera privata fosse cosa da delinquenti, e non invece parte della nostra natura. Nel privato si può infatti sbagliare senza essere giudicati, capire di più se stessi, conoscere il proprio corpo, ridere, piangere, sognare, danzare come idioti, cantare a squarciagola, suonare senza prendere una nota; fare qualsiasi cosa senza la costante idea di essere osservati. Questo renderà la cosa personale, propria e di chi abbiamo deciso di circondarci; la rende importante, perché non è di tutti.

2: Tanto hanno già i miei dati

Un abuso non giustifica un ulteriore abuso. “Tanto hanno già i miei dati” non implica che siano autorizzati a continuare ad averne, esattamente come una situazione di violenza non implica che non ci si debba opporre. L’identità delle persone cambia nel tempo, non rimane la stessa: cambiano le relazioni, il carattere, la visione del mondo, gli interessi, ma anche cose fisiche come il corpo, il domicilio o il numero di telefono. Quello che si conosce oggi, quindi, non è uguale a quello che sarà domani. E seppur non possiamo modificare il passato, nulla ci vieta di operare sul futuro.

3: In qualche modo li prendono comunque

Prima di tutto, a meno che non si sia ricercati da chissà quale ente governativo, questo è falso. E se così fosse, non sareste qui a leggere queste righe. Secondo, questa affermazione deriva da un problema che va avanti da decenni, ovvero la mancanza di istruzione digitale: non sono molte le persone che saprebbero descrivere come funziona un computer, la differenza tra un protocollo HTTP e HTTPS, o più banalmente la funzione di un cookie di cui tanto si sente parlare. Quello che la maggior parte delle persone sa è come pubblicare su Facebook, rispondere a un messaggio su Whatsapp, fare una ricerca su internet e, talvolta, mandare una mail o scaricare un’app. Ma utilizzare uno strumento non implica sapere come funziona. ..

Se poi si parla invece di sicurezza, “In qualche modo li prendono comunque” equivale a dire che non c’è bisogno di chiudere la porta di casa a chiave perché, tanto, se vogliono i ladri entrano lo stesso. Chiudere la porta diminuisce drasticamente la possibilità di intrusione, e nessuno affermerebbe che, dato che i grimaldelli esistono, non ne vale la pena. Ci deve essere una giusta misura. La struttura del mondo digitale può essere difficile da comprendere, ma bisogna fare questo sforzo mentale per capire che, essendo ormai estensione della persona, un’intrusione nella sfera digitale è in grado di causare tanti danni quanto quelli nella sfera fisica.

Questo percorso, attenzione, non vuole essere un manuale sulla paranoia, guidando all’installazione di una super blindata di ultima generazione con venti serrature e chiavistelli (che anzi, alimenterà ancora di più la paranoia, fino a una spirale ossessiva che causerà solo dolore e disagio nell’individuo), bensì sul voler far riappropriare la persona dei suoi spazi digitali, dandole la possibilità di scegliere cosa, quando, come, dove e con chi condividere parti di sé. In altre parole, un percorso sul diritto di essere padroni e padrone della propria individualità e dei propri spazi nel mondo digitale.”

In questi anni, analogamente alla rete del commercio equo nato negli anni novanta in Italia, gruppi di volenterosi hanno elaborato app, procedure, programmi open source (chi vuole può vedere cosa fa materialmente il prodotto) e disponibile per tutti in modo che è possibile proteggere la privacy propria e dei nostri amici-conoscenti.

 

eticadigitale.org e le alternative.net sono i siti in cui trovare suggerimenti.

Nei prossimi approfondimenti analizzeremo come alcuni prodotti sono organizzati per manipolare le nostre coscienze e come è possibile trovare alternative.

 

Antonio Bruno, pensionato che prova a essere digitale consapevole

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