L’eredità avvelenata del dopo-Muro alimenta la vocazione bellica degli Stati Uniti

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L’attuale “crisi ucraina” è in realtà una “crisi USA-NATO vs. Russia” che si trascina dalla Caduta del Muro di Berlino. In realtà da molto prima, da quando dal 1945 Washington ha imposto il suo pesante condizionamento sull’Europa, soggiogandola ai propri voleri: da allora l’Europa non ha avuto una propria politica estera autonoma, questa viene decisa a Washington, prima con il ricatto della minaccia del Comunismo, poi – dissolta l’URSS – imponendo il giogo di una NATO che, anziché venire sciolta come avrebbe dovuto dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, è stata trasformata in alleanza aggressiva con l’acquiescenza dei paesi europei, nel frattempo costituti in Unione Europea, sorta in intrinseca subalternità alla NATO, ed anzi esca per portarvi all’interno i paesi dell’Est ex-comunisti.

 

La vocazione militarista degli Stati Uniti

Io però vorrei cogliere l’occasione per rifarmi ancora più indietro, perché sono convinto che le spinte belliciste risalgano a circa tre secoli fa e da lì si siano progressivamente imposte nel mondo. Sia chiaro, il secolo XIX è stato quello dell’imperialismo, delle conquiste coloniali, quindi guerre ed eccidi brutali (nei quali l’Italia si è distinta in modo esecrabile!). Poi nel secondo dopoguerra vi è stato il processo di decolonizzazione, anche se non ha certo brillato per riparare le devastazioni del colonialismo. Ma c’è un paese che, pur non avendo partecipato direttamente all’orgia coloniale, ha introiettato in modo permanente nel proprio codice formativo l’imperialismo e la guerra come metodo nelle relazioni internazionali: gli Stati Uniti si sono costituiti attraverso un processo di conquista coloniale – la conquista del West e il genocidio dei popoli indigeni – e hanno impresso in modo indelebile l’interventismo militare imperialista nel loro codice genetico. La politica estera degli Stati Uniti è sempre stata improntata al militarismo: gli USA sarebbero stati in guerra 229 anni su 245 della loro costituzione (http://informare.over-blog.it/2015/02/gli-stati-uniti-sono-stati-in-guerra-222-anni-su-239-che-esistono-come-stato.html). Ricordo solo che, dopo l’enunciazione nel 1823 della Dottrina Monroe, l’uscita militare in grande stile avvenne nel 1898 nella guerra ispano cubana iniziata nel 1895 – e non è certo un caso che sia conosciuta erroneamente come “guerra ispano-americana”! Certo, avvenne anche nella Filippine, ma il pretesto fu l’esplosione del Maine nella baia dell’Avana – scippando l’ormai certa vittoria di Cuba sulla Spagna ed occupandola militarmente per due anni.

La storia dal XX secolo è più nota.

 

Il secondo dopoguerra e la Caduta del Muro

Dopo la fine della IIa guerra mondiale gli Stati Uniti hanno fomentato a fini imperialisti quasi tutti i conflitti che ci sono stati, o generandoli e partecipando direttamente, o alimentandoli in maniera indiretta, opponendosi comunque sempre a qualsiasi governo genuinamente democratico popolare. Non è il caso di soffermarsi sui tranelli, i pretesti inventati, i falsi incidenti che Washington ha usato per legittimare i propri interventi militari: tutti ricordano l’incidente nel Golfo del Tonchino per iniziare la guerra al Vietnam, o le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per la feroce e cruenta invasione dell’Iraq.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti hanno fatto della NATO, trasformandola in alleanza aggressiva, lo strumento – la “fedeltà atlantica” – con il quale hanno condizionato (quando non attuato direttamente) la politica estera di tutti i paesi aderenti all’alleanza. Così hanno impedito una politica di pace e cooperazione con la Russia edificando il nuovo nemico da combattere.

Come ha giustamente ricordato Luciana Castellina sul Manifesto dell’11 febbraio, l’idea di una unione dei paesi europei è nata (per lo meno anche) a Washington, con l’evidente disegno di un controllo complessivo sull’Europa una volta scomparso il collante anticomunista, sostituito appunto dalla fedeltà atlantica.

I Paesi dell’Est, da satelliti sovietici, sono diventati satelliti di Washington, preferendo la NATO alla Unione Europea: così la sola lusinga di adesione alla UE ha spalancato la porta all’ingresso nella NATO: … prendi due e paghi uno! Vincolati a filo doppio. Ma il vero vincolo, forte, è quello atlantico, che sopperisce ampiamente alle profonde differenze fra i paesi europei, ed alle conseguenti spinte centrifughe: che vediamo ampiamente all’interno della UE.

Così la “Unione” Europea è un gigante economico che non ha una politica estera autonoma, come del resto non l’hanno i singoli paesi, nemmeno i maggiori: la politica estera dell’Europa viene decisa a Washington non a Bruxelles.

È così stato garantito il consenso senza eccezioni all’allargamento della NATO a Est.

L’assenza di una politica estera europea è vera soprattutto per le politiche e le scelte militari, l’organizzazione degli eserciti (i modelli di difesa che hanno soppiantato ovunque gli eserciti di leva), l’aumento delle spese per armamenti aggressivi, la partecipazione a missioni militari “fuori area” decise da Washington per i propri disegni imperialisti e imposte attraverso la NATO, e così via. Qualsiasi possibilità di scelte politiche distensive e di cooperazione pacifica è stata sbarrata in partenza. Mi sembra importante osservare che questo non ha impedito ambizioni e scelte militari di (sub)imperialismi di paesi europei – in primo luogo la Francia, ma in coda anche l’Italia – che però non sono riusciti a incrinare quelli statunitensi attraverso la NATO: del resto avvenne già durante la Guerra Fredda con l’uscita della Francia gollista dalla NATO, che servì alla Francia per sviluppare la sua Force de Frappe, ma non ha mai messo realmente in discussione il comando NATO.

Senza questo quadro di riferimento, a mio modesto parere, non si comprende a fondo perché l’attuale crisi ucraina venga alimentata da Washington, anche contro gli interessi di paesi come la Germania, forzando pure quelli della stessa Ucraina che infatti sta cercando di depotenziare gli incessanti allarmi di Washington sull’imminente invasione russa. È evidente a tutti che le minacciate sanzioni economiche contro la Russia se essa invadesse l’Ucraina danneggerebbero gravemente gli sterri paesi europei: la subalternità si traduce in autolesionismo.

 

Venti di guerra: la prossima rapina delle risorse necessaria alla transizione green … dei ricchi! Black per gli sfruttati!

La competizione per le risorse essenziali è sempre stata un movente in tutte le guerre della storia, e non è affatto assente nella crisi ucraina, tanto più in questo momento in cui il contrasto alla crisi climatica richiede il superamento dell’economia dei combustibili fossili. Non possono mancare di stupire le ambiguità della Germania rispetto alla crisi ucraina, perfino all’interno della nuova compagine governativa, ma a ben vedere non sono poi così strane. Annota Giorgio Ferrari (“Tassono-pazzia: Unione Europea e ambientalisti in tilt”, https://www.labottegadelbarbieri.org/127121-2/): «l’attenzione del governo tedesco si è concentrata sull’Ukraina con l’intenzione di farne un Hub energetico in grado di esportare in Europa (ma soprattutto in Germania) elettricità, gas e idrogeno facilmente trasportabile con la stessa rete di gasdotti oggi impiegata per il gas naturale.»[1]

Ma questo problema si esaspererà nel futuro per le necessarie scelte radicali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili: basta pensare (credo che pochi ne siano al corrente) che «Gli impianti solari fotovoltaici, i parchi eolici e i veicoli elettrici impiegano più minerali rispetto a quelli alimentati con combustibili fossili. Una auto elettrica richiede sei volte l’apporto di minerali di un’auto convenzionale e un impianto eolico a terra richiede nove volte più risorse minerarie di un impianto a gas. Dal 2010 la quantità media di minerali necessari per unità di generazione di energia è aumentata del 50% grazie all’aumento delle energie rinnovabili.» (IEA – 2021)

La richiesta di minerali strategici aumenterà vertiginosamente nel futuro: nomi strani ai più, terre rare, neodimio, disprosio, ittrio, europio, terbio, e via dicendo; gli Stati Uniti considerano 35 minerali strategici critici per la sicurezza nazionale. Ma … si da il caso che le riserve di questi minerali sono concentrate in Russia e in Cina! Gli Stati Uniti importano il 91% delle terre rare dalla Cina.

Ma la lotta per tutte le risorse esauribili e non rinnovabili è destinata ad esasperarsi. Il continente africano ne è particolarmente ricco. Molto importanti sono i giacimenti di coltan, nella Repubblica Democratica del Congo, minerale necessario alla produzione di prodotti elettrici, come gli smartphones. In Africa sono molti i depositi di oro, ferro, bauxite, rame, carbone, titanio, uranio e altri minerali non ancora sfruttati. Ma sono ben note le condizioni di brutale sfruttamento anche della mano d’opera infantile, nonché le drammatiche ricadute ambientali di queste lavorazioni. Insomma l’accelerazione green delle economie dei paesi ricchi potrebbe basarsi su un aggravamento black (se non red blood) delle condizioni dei paesi poveri sfruttati, senza che essi ricevano neanche le briciole dei vantaggi.

[1]. Il riferimento è: https://www.swp-berlin.org/publikation/connecting-ukraine-to-europes-electricity-grid. «… l’Ukraina detiene l’1% delle riserve mondiali di gas e, in prospettiva, [grandi potenzialità di] esportazione di elettricità (l’Ukraina ha una sovrapproduzione di energia elettrica tale da consentirgli già oggi di esportarla in Polonia attraverso una linea elettrica dedicata a 750 Kv) e di idrogeno verde stante l’enorme capacità di stoccaggio di CO2 esistente in Ukraina e il notevole potenziale eolico e fotovoltaico sviluppabile sulle coste del Mar Nero.» Nel contempo la Germania ha sviluppato accordi preliminari con Africa Solar Industry Association e African Hydrogen Partnership per produrre idrogeno verde attraverso energia solare e poi importarlo via nave nei porti tedeschi.

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