Le città in comune e le forme della politica

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“Decidendo insieme le forme, i modi, le regole per costruire aggregazioni credibili, partecipate, democratiche, attrattive” si legge nel testo che ha convocato questo seminario.
Questo programma ci piace molto e pensiamo che partire da qui sia davvero necessario per evitare che partenze entusiasmanti poi vadano a schiantarsi sugli ostacoli interni, quando vengono al pettine i nodi di chi e come assume le decisioni.
Spesso in passato, un po’ per motivi di urgenza oggettiva un po’per errore di prospettiva, si è pensato che mettere mano alle regole, prima di partire, fosse una perdita di tempo.
Se guardiamo indietro a come sono state negli ultimi anni le nostre aggregzioni di politica alternativa, vediamo che un direttivo formato per cooptazione a partire da un gruppo di promotori convocava assemblee che prima o poi, oltre a incontrare i soliti ben noti inconvenienti del metodo assembleare, naufragavano in aspri contrasti sulle regole da adottare e sulla validità delle decisioni prese.
Ci si è affidati troppo all’improvvisazione delle regole da parte di persone che chiedevano agli altri fiducia nella propria buona volontà e disinteresse personale.
Nonostante l’indubbia buona volontà e disinteresse personale di tanti, non è stato un buon sistema, e ha contribuito alla disgregazione dell’insieme.
Un’aggregazione politica non può reggersi esclusivamente sulla fiducia nei promotori e nelle promotrici, ma su regole e garanzie che assicurino alcune condizioni di base, indipendentemente dalla buona volontà e lungimiranza delle persone coinvolte.
I direttivi del passato hanno a volte cercato di democratizzarsi aprendosi a rappresentanti eletti, ma quando ormai era tardi e si erano aperte troppe crepe e fratture.
Occuparsi, fin da subito, delle regole di democrazia e partecipazione interna, è quindi ai nostri occhi indispensabile.

Il 4 dicembre è stata una grande riaffermazione di sovranità popolare e crediamo che questo principio sia una buona guida anche per noi adesso.
Il punto infatti è assicurare, nelle aggregazioni cui vogliamo dare vita, l’esercizio costante della sovranità popolare al loro interno, ossia della base: il popolo delle e degli aderenti.

Costante significa non una volta ogni quattro-cinque anni, ma permanente, in modo da evitare scollature tra base e vertici, tra centro e periferie. Una circolazione costante delle idee e una verifica costante di come vengono messe in pratica e con quali effetti.

Infatti quello che può al limite andar bene per le istituzioni politiche di uno Stato non va bene per un organizzazione politica come quella a cui vorremmo dar vita. Quelle possono anche basarsi su una rappresentanza rinnovata periodicamente, dato che la maggior parte dei cittadini non ha tempo né voglia per occuparsi di politica tutti i giorni; ma all’interno di un’organizzazione politica che vuole essere in presa diretta sui vari territori, coesa, efficace, è necessario un collegamento più rapido e diretto tra livello locale e livello nazionale, serve garantire la massima partecipazione e capacità di incidenza per il singolo o la singola attivista, se si vuole che siano motivati. Occorre davvero dare spazio – non solo a parole – all’intelligenza collettiva.

I procedimenti di decisione ai vari livelli quindi devono essere orizzontali: tra noi dobbiamo formare una rete e non un albero, per intenderci.
Quando parliamo di livelli, ci riferiamo al fatto che ci saranno nuclei locali, ma sono anche indispensabili coordinamenti regionali e nazionali.
Come si fa allora a garantire che questi livelli non siano sovrapposti e sovraordinati l’uno all’altro, come viene fatto nei tradizionali organismi ad albero, dove ciascun livello invia alcuni rappresentanti al livello superiore?

L’importante è garantire che chi è iscritto a livello locale ha il diritto di partecipare direttamente anche alle discussioni e alle fondamentali decisioni regionali e nazionali, che verranno sempre prese dalla totalità degli aderenti, non da un piccolo numero di loro rappresentanti. Viceversa ogni gruppo locale è indipendente nel proprio territorio, ma sempre nel quadro di una comunità definita da un programma di azione e uno statuto condiviso collettivamente a livello nazionale.

Per riuscirci è indispensabile fare affidamento su una piattaforma di decisione telematica in cui tutti i singoli possano partecipare, oltre a piattaforme di discussione per mettere a punto le idee, e di strumenti per scrivere collettivamente i testi.
Questo vuol dire che abbiamo in mente una democrazia telematica e virtuale, “da tastiera”?

Neanche per idea. Tutto parte da gruppi locali dove le persone si incontrano e agiscono in carne ed ossa, è da lì che ci si iscrive alla piattaforma informatica. Periodiche assemblee cittadine, regionali e nazionali sono benvenute, lì il confronto di idee necessariamente si fa fisico, ci si parla e ci si convince a vicenda guardandosi in faccia. Si fanno le dirette streaming.
Tuttavia noi pensiamo che anche durante le assemblee fisiche, le decisioni finali vadano verificate secondo il metodo “una persona, un’idea, un voto”, e che vadano prese quindi universalmente on line, che siano sottratte alle sollecitazioni della presidenza di turno, che possa partecipare anche chi non si è potuto muovere. A livello di piccolo gruppo locale, di una decina di persone, il ricorso a una piattaforma informatica può risultare sproporzionato e superfluo – ci si conosce tutti e ci si tiene costantemente in contatto a voce – ma più aumentano i numeri, più è indispensabile.
Per assicurare procedimenti orizzontali, un’assemblea informatica permanente, in cui presentare e votare proposte secondo un regolamento preciso, è tanto più necessaria, quanto più aumenta il numero dei partecipanti all’organizzazione. E quindi va prevista e messa in piedi fin dall’inizio. Noi di Prima le persone possiamo metter a disposizione, anche a titolo sperimentale, la nostra piattaforma e la nostra esperienza di pratica sistematica di questi strumenti durante due anni di attività.

Il fatto di assicurare una forte democrazia interna, in cui la sovranità è esercitata costantemente dalla base, non vuol dire però che non potremo avvalerci di incarichi ad hoc, e di organismi esecutivi e di coordinamento, responsabili di questo o quel settore ecc, ma vorrà dire assicurare che
a) gli incarichi siano elettivi e non cooptativi
b) siano a termine ben definito e a rotazione;
c) siano collegiali;
d) siano trasparenti e rendano conto del loro operato agli aderenti;
e) resti aperta la possibilità di volontariato per cooperare e di autocandidature.

Certamente mettere in piedi un’organizzazione su questi principi richiede un investimento di energie e di tempo, ma significa costruire una base di relazioni solida e trasparente, aperta al massimo alla condivisione, e questo sulla durata ha un valore incalcolabile.

Noi pensiamo che organizzarci su questa base sia, tra l’altro, il modo migliore di realizzare il bel programma di Barcelona en comù, saldare quanto rimane della sinistra classica con i critici, i nuovi, i singoli senza partito, i più giovani; infatti chi proviene da organizzazioni classiche spesso è abituato alle organizzazioni verticali e prova fastidio per le richieste di orizzontalità, ma chi proviene dal mondo degli attivisti critici, dei movimenti, dei comitati di base, non sopporta e non è disposto ad accettare metodi verticisti.

Lì troviamo delle linee guida che condividiamo decisamente: nessuna organizzazione si scioglie ma nessuna è rappresentata pro quota in modo federativo, contano i singoli attivisti che partecipano a titolo individuale mantenendo, se vogliono, la doppia tessera.

PrimalePersone per l’Assemblea permanente

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