LE AMMALIANTI SIRENE DELLA SANITà’ PRIVATA

0

(Ovvero l’incapacità dell’attuale sistema di produzione di garantire i diritti Costituzionali e l’indifferenza di una società ricca ma sostanzialmente non informata, distratta e incapace di analisi critica perché priva di una propria organizzazione territoriale)

Il rapporto di lavoro salariato non è un rapporto “naturale. “La natura”, scrive ironicamente Marx, “non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa”. E aggiunge:questo rapporto non è un rapporto risultante dall’evoluzione naturale e neppure un rapporto sociale comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato di uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale” G. Mazzetti

Il concetto di << crisi del capitalismo >> è espressione nata alla fine dell’ottocento fra gli economisti di cultura marxista ed è sembrato trovare conferma con la prima guerra mondiale e la succesiva crisi americana degli anni ’29. Dopo la seconda guerra mondiale, l’adeguamento del sistema di produzione capitalista alle istituzioni post-liberali o democratiche sembrò smentire quella originale intuizione. Oggi il disagio, la brutale violenza che la crisi del modo di produzione capitalista riversa sulle istituzione sociali democratiche europee riporta in auge quella perspicacie osservazione.

“Dalla << grande depressione >> di fine ottocento è iniziato, nel sistema capitalistico – scriveva nel 1980, il docente di storia economica prof. Lucio Villari, nella prefazione di una raccolta di suoi saggi sulle crisi del Capitale – un processo di razionalizzazione che è sempre in corso. Che questa nuova, totalizzante razionalità sia penetrata nella società ed abbia attraversato, indenne, le guerre, il fascismo, le recessioni economiche, è, tutto sommato, un successo del capitalismo in sé, del suo modo di produzione. Ma, ecco il problema, l’organizzazione politica, le istituzioni, l’amministrazione pubblica fino a che punto sono state rese subalterne a questo processo? Fin dove l’economia è diventata un destino ineluttabile? La critica al capitalismo, da Marx a Weber a Rathenau alla scuola di Francoforte ha sempre affrontato questo interrogativo rifiutando quella tendenza alla separazione conflittuale tra Economia e Società che, oggettivamente, l’estensione del capitalismo provocava. Una separazione che trova una conferma storica nella non necessaria corrispondenza tra la razionalizzazione e lo sviluppo economico, e la stabilità delle difese sociali, dei valori collettivi, degli interessi pubblici.

Di qui è nata quella che si potrebbe chiamare la << crisi sociale >> del capitalismo che quasi sempre è stata confusa con la crisi economica (anche se in certi momenti le due crisis convergono), di fronte alla quale il capitalismo è però culturalmente disarmato. Neanche Keynes è infatti riuscito a trovare – pur nella ferma rivendicazione dei << valori autentici >> della borghesia e nella accettazione teorico politica del << disquilibrio >>, come nella ricerca di un nuovo rapporto tra economia pubblica, intervento statale ed economia privata – la via del superamento della crisi sociale del capitalismo, che diviene poi crisi delle istituzioni e dei sistemi politici, incertezza di << governo >>.” In “L’ECONOMIA DELLA CRISI”  Einaudi 1980

 Si domanda il docente di politica dello sviluppo economico prof. Giovanni Mazzetti, nel suo “E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato”: “ Ma una volta che la gran massa degli individui è stata trasformata in lavoratori salariati, una volta, cioè, che l’evoluzione di rapporti capitalistici ha da lungo tempo raggiunto il momento della fioritura, si deve per forza continuare a considerare lo spazio nel quale il lavoro salariato può manifestrasi come espressione esclusiva del potere sociale del capitale? O si può invece avanzare l’ipotesi che, fermo restando il bisogno del capitale di creare lavoro per alimentare il processo di accumulazione, la domanda di una parte crescente della forza lavoro sia potuta – o in alcune circostanze addirittura sia dovuta – provenire da una qualche altra soggettività? Un soggetto che ha perseguito e può perseguire scopi diversi da quello della continua crescita del valore, come ad esempio quello della piena occupazione e della soddisfazione dei bisogni primari? Insomma per quale ragione la pianta del capitalismo, dopo la sua straordinaria fioritura, avrebbe potuto essere esente da un suo possibile appassimento? … Possono gli indivisui, imparando a praticare altre forme di proprietà, diventare più umani di quanto lo siano diventati attraverso lo sviluppo della proprietà privata e creare allo stesso tempo una ricchezza alternativa, la cui produzione viene ostacolata da quel rapporto?

 L’economista marxista prof. Riccardo Bellofiore sembra non condividere il concetto di crisi del capitalismo: “ Sono persuaso che del capitalismo esistano molte varianti, e che dentro il capitalismo sia (stato) talora possibile con il conflitto conquistare modi più civili di consumo e convivenza (aumenti di salario, riduzione dell’orario di lavoro, beni e servizi forniti in natura dallo Stato), e che questo non sempre e non necessariamente confligga con la formula capitalistica di produzione e di società.” (“Con Keynes e oltre Keynes” in la Rivista del manifesto, n.30, luglio-agosto 2002).

 Contestando la posizione di Bellofiore fa osservare, circa un mese fa, G. mazzetti, sempre  in “E’ se il lavoro fosse senza futuro?”:  “Ma Marx procede sulla base di convinzioni profondamente diverse, sottolineando che se l’intervento pubblico è sistematicamente finalizzato a soddisfare grandi bisogni sociali e a creare le infrastrutture di base, modifica la base della produzione. Così come la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro comporta l’imporsi “dell’economia della classe lavoratrice” contro quella del capitale. Si tratta cioè di cambiamenti che contraddicono la forma capitalista di produzione e di società. Anche un bambino viene concepito “dentro” ad una madre. Ma questa sua collocazione confligge con gli svolgimenti successivi del suo essere che segue il parto, e se non sa corrispondere a questi è destinato a soccombere. Il lavoro salariato, nato nel “grembo” “del capitale”, può cioè diventare soggetto produttivo solo se impara a fare quello che il capitale non sa fare.”

 Una discussione importante che coinvolge ovviamente gli aspetti del Welfare di quel rapporto salariato (sotto la forma di salario accessorio e salario differito esteso all’intera società negli ultimi 50 anni). Discussione che invito a riempire di vissuto sociale, per la messa a fuoco e comprensione della più grave crisi del modo di produzione capitalista dalla sua affermazione, 150-200 anni fa.

Discussione che tutti ci riguarda se cerchiamo una via di uscita dall’arretramento sociale su cui ci stiamo incamminando e che, in parte, stiamo già vivendo. Ancor più ci riguarada per l’evidente progressiva sostituzione, nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne di oggi, dei valori costituzionali. Valori che la cultura democratica nata dall’affermarsi come identità distinta del lavoro salariato nel suo rapporto, con il capitale, aveva partorito e l’organizzazione del lavoro salariato di cultura social-comunista, cattolica e liberale avveva, appunto, trascritto nella Carta costituzionale. A quei valori il capitale non sa dare contenuto e si limita alla riproposizione della sua ideologia neoliberale individualista e asociale.

Oggi i signori della finanza (i famosi mercati) con in testa JP Morgan, con il ricatto del debito pubblico su governi senza spina dorsale o direttamente da loro sostenuti, vogliono far prevalere l’idea che i mali della Repubblica italiana deriverebbero dalla Costituzione per i troppi spazi democratici che concede (dopo il Job acts si può dire concedeva) al lavoro salariato di contestare il potere.

Secondo lor signori, la crisi non sarebbe risolvibile per gli impedimenti posti alla finanziarizzazione dell’economia dalle Costituzioni democratiche europe, nate dalla lotta al nazifascismo. E non, al contrario, per una cattiva politica figlia di una democrazia dimezzata conseguente alla non applicazione dei dettati costituzionali anche per lo svuotamento dei partiti (ridotti ad apparati burocratici per la carriera del ceto politico) quale strumento di partecipazione democratica popolare alla politica della nazione. 

Soprattutto, per lor signori, la Repubblica non deve essere fondata sul Lavoro ma sul Capitale. Chi non ricorda le proposte di Tremonti di modifica dell’art.41 della Costituzione in cui si proponeva di lasciare il solo primo comma “L’iniziativa economica privata è libera” eliminando la seconda parte “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana…”. Ecco anche nel governo Berlusconi si proponeva, come nel governo Renzi, di modificare solo la seconda parte della Costituzione “lasciando inalterata la prima parte dei valori fondativi” ma ognuno può qui facilmente capire che la seconda parte spiega proprio con quale percorso quei valori vadano raggiunti.

Tuttavia lo scontro non è finito e ad ottobre se ne riparla. I lungimiranti Padri Costituenti hanno, a suo tempo, previsto il possibile attacco alla Costituzione e conseguentemente previsto nella Carta costituzionale il referendum per concedere la parola al popolo affinché si esprima sui valori fondanti della nostra società.

 Dopo le recenti elezioni amministrative scrive Costantino Troise segretario nazionale Anaao (cioè medici ospedalieri): “Il voto di domenica ha confermato ed amplificato il trend manifestatosi il 5 giugno … non c’è bisogno dell’indovino per sapere come hanno votato oltre tre milioni di dipendenti pubblici, stretti tra leggi punitive ed un pregiudizio ideologico duroi a morire, in attesa di un rinnovo contrattuale da 7 anni, ai quali è stata promessa, solo dopo una sentenza della Corte Costituzionale (che la modifica della Costituzione darà in mano al governo, nota mia), una paghetta. …Chissà come avranno votato i 650.000 dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, il cui lavoro tiene in piedi quello che resta della sanità pubblica … con livelli retributivi inchiodati al 2006. … ed i milioni di cittadini, che la deriva del Ssn, stretto fra definanziamento e tagli, rende abitanti di un universo della sanità negata che tende a dilatarsi per chi ha difficoltà economiche. … a pagare, si sa, anche il prezzo della diminuzione del perimetro della tutela pubblica nei servizi sanitari e sociali, sono i più deboli, gli anziani ed i millenias (nati tra gli anni ottanta e l’11 settembre, nota mia), che però prendono una rivincita alle urne.”

 Intanto Il presidente della regione Veneto Luca Zaia, sceso dalla barricate e arrotolata la tendina da campo che aveva piazzato davanti a Monte Citorio (come diceva lui prima delle elezioni regionali) da il colpo di grazia alla Sanità pubblica abolendo, con l’Azienda Zero, le Ulss venete. Ricordate la campagna elettorale per le regionali di un anno fa? Ecco le proposte di tutte le correnti politiche che si candidavano alla guida della Regione:

Proposta PD,    Moretti – Ruzzante                                                         risparmio di 63 milioni

Taglio di 14 Ulss, ne restano 7, una per provincia, più le due Aziende di Verona e Padova e lo I.O.V.

Proposta Lega,   Mantoan (segretario regionale sanità)                           risparmio di 100 milioni

Taglio di 9 Ulss, ne restano 12, una a Rovigo, una a Belluno e due nelle altre province, e una Ulss zero in regione più le due Aziende universitarie Pd e Vr e lo IOV

Proposta Forza ItaliaPadrin (presidente V Commissione, sanità)          risparmio di 300 milioni                                                   

Taglio di 7 Ulss, ne restano 14, due per provincia più le aziende i Pd, Vr e lo I.O.V.

Così la formula meno Ulss = più risparmio si rivela inconsistete poiché gli stessi partititi calcolano che meno Ulss si tagliano più soldi si risparmiano.

 Così finite le elezioni vinte al primo turno da Luca Zaia, a mani basse per totale mancanza anche di un progetto alternativo in sanità, il Presidente nell’agosto scorso, scriveva nella relazione di presentazione del progetto di legge 23, intitolato:

 “ISTITUZIONE DELLA SANITA’ REGIONALE VENETA DENOMINATO ‘AZIENDA PER IL GOVERNO DELLA SANITA’ DELLA REGIONE DEL VENETO’ – AZIENDA ZERO” DISPOSIZIONI PER LA INDIVIDUAZIONE DEI NUOVI AMBITI TERRITORIALI DELLE AZIENDE ULSS”.

 “La proposta di legge, assolutamente innovativa e fortemente voluta … è destinata a segnare un nuovo corso per la sanità della nostra Regione e a realizzare fin da subito uno dei punti cruciali e più ambiziosi del mio programma elettorale.

Mai come negli ultimi anni si è imposta la necessità di un ripensamento complessivo del sistema di management della sanità regionale dinanzi alla crescente esigenza della piena sostenibilità del nostro sistema Socio-sanitario … L’equilibrio economico e finanziario della gestione socio-sanitaria regionale è stato uno degli obiettivi che mi sono impegnato a raggiungere e a consolidare nel corso della passata legislatura, ma l’attuale situazione di riduzione delle risorse da parte del Governo centrale impone oggi di compiere un ulteriore passo ancora più coraggioso, lungo la strada intrapresa con successo negli scorsi cinque anni. E’ ormai indispensabile portare a compimento la transizione che abbiamo iniziato verso un sistema assolutamente moderno, competitivo e al passo con le più avanzate realtà europee, attraverso una nuova organizzazione dell’intero Sistema sanitario La decisione di creare un nuovo ente denominato “Azienda-Zero”, per il governo della sanità della nostra Regione, risponde esattamente a queste finalità: unificare e centralizzare in capo ad un solo soggetto le funzioni di programmazione, di attuazione sanitaria e socio-sanitaria, nonché di coordinamento e governance  del SSR, riconducendo a esso le attività di gestione tecnico-amministrativa su scala regionale. … oltre alla creazione dell’Azienda Zero si accompagna una considerevole riduzione del numero delle Aziende ULSS, che passeranno dalle attuali 21 a 7, ciascuna delle quali riferita.

 Probabilmente, al presidente Zaia da Giussano con spada sguainata, quella “attuale situazione di riduzione delle risorse da parte del governo centrale” non sembrava sufficienete, per gli interessi dei ceti sociali che rappresenta, così a febbraio scorso nell’intesa Stato-Regioni concede un accordo dove si prevede che il taglio alla finanza pubblica nella prossima finanziaria gravi quasi completamente sulla sanità (3,5 miliardi per il 2017 e 5 miliardi per il 2018 e 2019).

Così “L’11 febbraio 2016 rischia di passare alla storia come la data in cui Stato e Regioni hanno assestato il colpo di grazia al Ssn” commenta sul Sole 24 ore Nino Cartabellotta presidente della fondazione Gimbe.

 E’ l’Azienda Zero, qui nel Veneto, lo strumento per gestire da posizione centralizzata il passaggio alle mutue integrative e alle assicurazioni sanitarie!!! E i riformisti?

Sono passati 38 anni dalla Riforma sanitaria 833/78 con le sue  656 Ulss in Italia, perché quel modello di organizzazione della sanità prevedeva una forte integrazione del sanitario con il sociale grazie all’integrazione ospedale-territorio. I frutti della buona pianta si sono visti in questi anni (come si sono visti quelli peggiori, nel rapporto qualità-costi, dei sistemi privati). Il primo attacco allo 833 venne dalla controriforma di Giuliano Amato, legge 502/92 che dimezzava le Ulss: da allora le Ulss nel Veneto furono 21. Amato apriva alle assicurazioni private negando, in nome dell’efficienza, la richiesta di partecipazione alla gestione della sanità da parte del lavoro salariato che la legge prevedeva nella Ulss, pensate come cellule base del sistema.

 Ricordava il prof. Giorgio Ruffolo nel 1975 in “Riforme e Controriforme”, che la Riforma: “ Richiede il superamento del modello burocratico proprio degli attuali istituti e la più ampia democratizzazione del servizio. In particolare, l’Unità sanitaria locale, cellula base del servizio, cui è affidata la gestione unitaria dell’assistenza sanitaria in una zona determinata con particolare riguardo alle attività di prevenzione e di tutela dell’ambiente, non dovrà essere un semplice dipartimento amministrativo comunale: a poco servirebbe, infatti, la trasformazione dell’attuale sistema, se ci si limitasse a operazioni di semplice decentramento amministrativo. Il contenuto profondamente innovatore della riforma consiste nella partecipazione diretta dei cittadini alla gestione del servizio. L’Unità sanitaria locale dovrà dunque essere una vera comunità di cittadini il cui << governo >> di tecnici e di esperti risponda, ad un assemblea rappresentativa, della gestione di un piano sanitario concordato con la Regione e discusso preventivamente nella stessa assemblea.” – e concludeva il breve saggio – “ Se è vero che le democrazie non possono permettersi il lusso di non funzionare, il disordine sanitario è uno dei seri pericoli che minacciano la democrazia italiana.”

 E la Politica di allora? In un discorso pubblico a Roma il 15 gennaio 1977 il comunista Enrico Berlinguer:

 “ L’austerità non è oggi un mero strumento di poltica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici . Ma non è così per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà e significa giustizia, cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata. … Ma l’austerità, a seconda dei contenuti, che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa e espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.”

 Quei politici, alla guida di un vero partito presente nella società e nel mondo del lavoro, pur non sedendo sui banchi del Governo, due anni dopo, riuscirono ad ottenere per il lavoro salariato la più grande conquista sociale del ‘900: la Riforma sanitaria 833 che sanciva la sanità uguale per tutti come diritto costituzionale di cittadinanza.

 Dove continuiamo a sbagliare?!

Maurizio Nazari                                        22 giugno 2016

L'indirizzo email non verrà pubblicato.