Il dominio elevato a «scienza». Paolo Cacciari su «Trasformare l’economia» di Roberto Mancini

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Saggi. «Trasformare l’economia» di Roberto Mancini. La possibile alternativa alla produzione di merci a partire dai contributi di filosofi e ricercatori sociali che non hanno creduto nel capitalismo come fine della storia
di Paolo Cacciari

C’è un que­sito a cui solo i filo­sofi pos­sono rispon­dere: che cos’è l’economia? Il suo campo nor­ma­tivo si è così tanto allar­gato nella sto­ria dell’uomo (intesa come domi­nio patriar­cale su tutti gli altri esseri viventi) da appa­rire uni­ver­sale, atem­po­rale, asso­luto. L’antica «scienza dell’amministrazione dome­stica» (Seno­fonte) si è allar­gata dal clan all’intera società orga­niz­zata e si occupa ora non solo della cura del patri­mo­nio pri­vato fami­liare, ma pre­scrive norme di gestione per l’utilizzo delle intere risorse mate­riali e imma­te­riali a dispo­si­zione dell’umanità. Tutto, insomma, è eco­no­mia. Così è ine­vi­ta­bile che l’economia pre­tenda di essere inco­ro­nata come la regina delle scienze sociali.

Que­sta ege­mo­nia disci­pli­nare, cul­tu­rale e poli­tica si è andata affer­mando nel tempo e, come noto, trova nel secolo dei Lumi (Fra­nçois Que­snay, Adam Smith e molti altri) i suoi teo­rici. L’economia si smarca dalla teo­lo­gia, dalla filo­so­fia e per­sino dalle scienze natu­rali con­qui­stando uno sta­tuto auto­nomo, ogget­tivo, free etics esat­ta­mente come la fisica di New­ton e di Car­te­sio: il denaro viene attratto dal pro­fitto – ci inse­gnano — come la mela dalla forza di gra­vità. Nel frat­tempo, però, la fisica si è evo­luta con le teo­rie sulla rela­ti­vità e dei quanti. L’economia no. Nem­meno di fronte alle più cocenti prove di fal­li­mento si smet­tono di ripe­tere le solite idio­zie: l’allargamento dei com­merci porta alla pace uni­ver­sale, l’innovazione tec­no­lo­gica risolve ogni pro­blema di scar­sità, la marea sol­leva tutte le bar­che nel porto e così via. La domanda giu­sta è allora per­ché l’economia con­ti­nua ad avere ancora così tanta cre­di­bi­lità da essere l’unica lin­gua par­lata in società? Che cosa ci tiene intrap­po­lati in una con­di­zione di schia­vitù eco­no­mica volon­ta­ria, quando potremmo lavo­rare tre ore al giorno e sfa­mare 12 miliardi di per­sone? È pos­si­bile tro­vare forme, moda­lità, pra­ti­che di pro­du­zione e di uti­liz­za­zione dei beni e dei ser­vizi che siano dav­vero utili al ben vivere di tutti e non solo ad una minu­scola oligarchia?

Roberto Man­cini, pro­fes­sore di filo­so­fia teo­re­tica, di cul­tura cri­stiana, impe­gnato nel movi­mento dell’economia sociale e soli­dale, ha pro­vato a darci qual­che rispo­sta con un pode­roso stu­dio sto­rico ana­li­tico e pro­po­si­tivo: Tra­sfor­mare l’economia. Fonti cul­tu­rali, modelli alter­na­tivi, pro­spet­tive poli­ti­che (Franco Angeli, pp 330, euro 39). L’economia poli­tica capi­ta­li­stica è cri­mi­nale.

Mutua i pro­pri com­por­ta­menti dalla guerra di con­qui­sta. «La com­pe­ti­zione implica per defi­ni­zione la nega­zione dell’altro». Come dice Ber­go­glio: «Que­sta eco­no­mia uccide». Al fondo il capi­ta­li­smo pre­mia una visione antro­po­lo­gia che ci hanno lasciato Machia­velli e Hob­bes. Gli uomini sareb­bero indi­vi­dui mal­vagi, avidi, inaf­fi­da­bili. Privi di coscienza morale e di capa­cità di amare. «Il capi­ta­li­smo è un’idea sba­gliata, fon­data su sen­ti­menti oscuri e aspi­ra­zioni distorte». Cam­biare l’economia implica allora una tra­sfor­ma­zione che la tra­scenda. Serve quan­to­meno una diversa fina­liz­za­zione degli scopi della coo­pe­ra­zione sociale indi­riz­zan­doli al bene comune. Serve una diver­si­fi­ca­zione dei pro­cessi tenendo conto delle carat­te­ri­sti­che degli input che hanno valore in sé: ser­vizi eco-sistemici, lavoro umano. Serve ridi­men­sio­nare il ruolo degli stru­menti ope­ra­tivi dell’economia, ad ini­ziare dal denaro. Serve ricon­fi­gu­rare le moda­lità ope­ra­tive con cui si con­fron­tano gli attori sociali: pro­dut­tori e con­su­ma­tori, pro­prie­tari ed depri­vati, abi­tanti e pro­fu­ghi, donne e nuove gene­ra­zioni… È il con­cetto stesso di eco­noma che va tra­sfor­mato. A par­tire dall’attivazione di nuove pra­ti­che.
Dopo aver trat­tato delle più impor­tanti tra­di­zioni di pen­siero e delle fonti spi­ri­tuali che hanno influen­zato il nostro modo di ope­rare, la parte cen­trale dello stu­dio di Man­cini è dedi­cata ad una uti­lis­sima descri­zione di varie fat­ti­spe­cie di eco­no­mie altre. La sua idea è che pos­sano e deb­bano inte­grarsi dando vita al una eco­no­mia plu­rale (come sostiene anche la New Eco­no­mic Foun­da­tion e il Wep­per­tal Insi­tut). Nella grande fami­glia dell’economia sociale e soli­dale sono inse­rite le espe­rienze dell’economia popo­lare di sus­si­stenza, dell’economa di resi­stenza e di libe­ra­zione (Eucli­des Mance), dell’economia locale gan­d­hiana, di comu­nità (Adriano Oli­vetti), di comu­nione (Chiara Lubich), civile e umana (Zama­gni e Bruni), del bene comune (Chri­stian Fel­berg), par­te­ci­pa­tiva e deli­be­ra­tiva (Michael Albert, Peter Ulrich), col­la­bo­ra­tiva. Nella fami­glia della bio­e­co­no­mia (Georgescu-Roegan, Mar­tì­nez Alier) c’è l’economa cir­co­lare e quella rige­ne­ra­tiva (Mar­jone Kelly).

Nella fami­glia molto di moda e molto ambi­gua della sha­ring eco­nomy, c’è l’economia del noi, della con­di­vi­sione. Infine ci sono le non-economie della decre­scita (Latou­che) e la com­mo­no­mics, l’economia dei com­mons (Raul Zibe­chi). Nel 1973 Her­man Daly, Ken­neth Boul­ding e altri ave­vano scritto un Mani­fe­sto per una eco­no­mia umana. Recen­te­mente è stato pub­bli­cato il Mani­fe­sto con­vi­via­li­sta ispi­rato da Alain Caillé. Le idee non man­cano e nem­meno le buone pra­ti­che dif­fuse nella galas­sia dei movi­menti nei tanti Sud del pia­neta così come nel deca­dente Nord. «Le grandi svolte sono il risul­tato di mille svolte quo­ti­diane». Ciò che è assente è una poli­tica capace di pren­derle sul serio. In defi­ni­tiva: «Per tra­sfor­mare l’economa è neces­sa­rio, oltre che cam­biare poli­tica, cam­biare la poli­tica in maniera che diventi uno stru­mento coe­rente con l’etica della dignità e del bene comune e con i pro­cessi di demo­cra­ti­ciz­za­zione che essa esige».

Il Manifesto 22.07.2015

 

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