Fuga dall’economia capitalistica

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Se “Questa economia uccide” – lo ha detto anche Bergoglio (leggi anche Il Cantico che non c’era) -, se l’economia politica capitalistica è criminale perché mutua i propri comportamenti dalla guerra di conquista, quale altra forma di economia è ipotizzabile? Se i paradigmi economici prevalenti e dominanti sono quelli della competizione per la massimizzazione dei rendimenti finanziari dei capitali investiti, quali altri criteri di funzionamento dovrebbero essere presi a riferimento per la produzione di beni e servizi che siano davvero utili alle persone? Per cinque giorni gli operatori dell’economia solidale italiana ne hanno discusso a Trieste (http://www.economiasolidale.net, ne ha parlato su Comune anche Andrea Saroldi, Liberiamoci dai confini dell’economia).

Qualche centinaio di produttori biologici, gasisti (Gruppi di acquisto solidale), cooperative sociali, artigiani e altri “promotori del cambiamento” hanno confrontato esperienze e prodotti, rilanciato reti e circuiti collaborativi, disegnato progetti di filiere produttive corte e di distretti territoriali, ipotizzato strumenti normativi e istituzionali di sostegno. Una proposta di legge è stata discussa anche con la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.

Tra i partecipanti agli incontri Euclides Mance, brasiliano, uno dei primi ricercatori che hanno messo a valore l’economia come possibile mezzo di sussistenza autonoma, resistenza e liberazione delle comunità locali, ha ricordato l’attività di Via Campesina, un movimento globale che associa duecento milioni di piccoli contadini.

Tra gli italiani Roberto Mancini, filosofo autore di Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche (Franco Angeli, 2014), ha affermato che il concetto stesso di economa va trasformato. A partire dall’attivazione di nuove pratiche:

“Le grandi svolte sono il risultato di mille svolte quotidiane”.

L’idea è che possano integrarsi dando vita ad una economia plurale (come sostiene anche la New Economic Foundation e il Weppertal Insitut). La grande famiglia dell’economia sociale, solidale e collaborativa che si ispira all’economia partecipativa e deliberativa di Michael Albert e Peter Ulrich ha radici profonde nell’economia locale gandhiana, nell’economia di comunità di Adriano Olivetti, nella bioeconomia di Georgescu-Roegan, nell’economia di comunione di Chiara Lubich, civile e umana di Stefano Zamagni e Luigino Bruni, del bene comune di Christian Felberg, rigenerativa di Marjone Kelly e precede quella ora di moda della sharing economy. Le idee non mancano e nemmeno le buone pratiche diffuse. Ciò che manca è una politica che le prenda sul serio.

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* Paolo Cacciari è autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni. Il suo nuovo libro, Vie di fuga (Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è leggibile qui nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro). Questo articolo è stato inviato anche a Left.

Viedifuga  http://comune-info.net/2015/07/economia-plurale/

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