Codici identificativi polizia: il governo fa ostruzionismo

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Dopo la campagna di due anni fa, MicroMega denuncia la volontà dell’esecutivo di sabotare il disegno di legge per l’identificabilità delle forze dell’ordine. Il provvedimento è ora fermo in Commissione al Senato. Una norma di civiltà che è prevista in altri Paesi d’Europa: ecco dove e in quali forme.

Codici identificativi polizia: il governo fa ostruzionismo

di Giacomo Russo Spena

da MicroMega, 2 aprile 2015

Guadagnare tempo. Appellarsi a qualsiasi iter e cavillo legislativo pur di non far giungere il provvedimento in Aula. La tecnica del governo è palese: il disegno di legge per introdurre i numeri identificativi per le forze dell’ordine non deve passare. E già 30 giorni sono stati ottenuti. L’ordine giunge dall’alto. Va congelato in Commissione Affari Costituzionali, dove si trova già da settimane. Nessuna calendarizzazione in Senato. Si sollevano gli scudi. Eppure si tratta di una battaglia di civiltà che ci uniformerebbe al resto d’Europa. Non per l’esecutivo, il tema è “divisivo” e capace di rompere le nostrane larghe intese. Il ministro Angelino Alfano è pronto a battagliare per respingere quel che considera un attacco alla polizia, il premier Matteo Renzi fa lo gnorri pur di evitare nuove rogne. Ma andiamo per ordine. Negli ultimi mesi sono stati ben 3 i ddl presentati in Commissione Affari Costituzionali sulla questione: uno a firma di Peppe De Cristofaro (Sel), uno di Marco Scibona (M5S) e l’ultimo di Luigi Manconi (Pd). I testi erano pressoché identici, alla fine si è deciso di convergere su quello del senatore sellino De Cristofaro. Dopo un complesso iter, la Commissione ha concluso l’esame degli emendamenti per poter giungere in Aula. Qui il primo stop del governo che non ha calendarizzato il dibattito, tanto da far gridare allo scandalo l’opposizione: “Non vuole il provvedimento e sta facendo di tutto per perdere tempo”. Chi si oppone fortemente è Angelino Alfano, il quale – messo alle strette – giovedì scorso è stato costretto a recarsi in Commissione Affari Costituzionali per negoziare con M5S, Sel e parte del Pd. Il ministro dell’Interno ha prima attaccato il ddl parlando di “mancata uniformità e di proposta incompiuta” e poi ha chiesto di ritirarlo, dicendo di voler presentare un nuovo provvedimento governativo – da votare tutti insieme – sulla “sicurezza urbana” che avesse una norma sull’identificazione degli agenti in piazza. Proposta rispedita al mittente da Vito Crimi, relatore del ddl a firma De Cristofaro. “Una proposta inaccettabile sia nel metodo che nel merito – spiega lo stesso senatore di Sel – Nel metodo perché trovo imbarazzante chiedere alle opposizioni di votare un testo dell’esecutivo, salvandolo dall’impasse, ritirando il proprio ddl. E ovviamente nel merito: nel ddl sulla sicurezza urbana, di cui ancora non conosciamo il contenuto, temo ci saranno norme repressive e sul controllo dei manifestanti che non condividiamo”. In soldoni, per votare una norma sull’identificazione degli agenti, magari annacquata, il ministro chiedeva il sì su un intero pacchetto ancora sconosciuto ai più. Un accordo a scatola chiusa che ha visto anche i senatori Pd contrariati. Da qui la mediazione di aspettare in Commissione Affari Costituzionali il testo del governo, per votare successivamente in Aula i due disegni di legge, contestualmente, uno dopo l’altro. Il provvedimento del governo dovrebbe, condizionale è d’obbligo, giungere entro fine aprile. “Era l’unico modo purtroppo per far arrivare il nostro ddl in discussione a Palazzo Madama – spiega ancora De Cristoforo – Una volta che il provvedimento sarà giunto a votazione si stanerà il governo: o il ddl passa coi voti nostri, del M5S e del Pd ponendo fine al vulnus italiano in materia o l’esecutivo e il Pd si prenderanno la seria responsabilità di aver bocciato un provvedimento di civiltà”. Un provvedimento, tra l’altro, che ci intima l’Europa con una recente risoluzione e che ha il semplice scopo di introdurre delle modalità di individuazione che, ove richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono comportamenti conformi alle norme. Nessun nome e cognome sui caschi, ma un identificativo alfanumerico che – si legge nel testo – “ha un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio”. Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia […] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l’identificazione dell’operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l’identificazione dell’operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”. Il governo – grazie all’astuzia di Alfano – ha guadagnato almeno altri 30 giorni con tale mossa, ma il problema resta intatto. In Europa siamo un’anomalia, da tempo si chiede di legiferare in materia. La speranza è che prima o poi i nodi vengano al pettine. Il ddl è congelato, al momento. Fino a quando?

http://temi.repubblica.it/micromega-online/numeri-identificativi-polizia-italia-maglia-nera-in-europa-ma-il-governo-ostacola-il-ddl/

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