Roma 07/08 maggio 2016 Plan B Italia

Aldo Rotolo

Premesso che nell'UE ci sono un bel po' di cose sbagliate:

- trattato di Maastricht

-      "      "  Dublino

-       "      "  Lisbona

- Eurogendarmeria

- procedure di decisione Ademocratiche

-Parlamento che non conta un accidente

...e molte altre...

Però in EU non si fanno trattati contro la povertà o sui rifugiati, che sono i nostri fratelli sfruttati e vittime di guerre e regimi sostenuti se non direttamente creati da NOI OCCIDENTE!

 

Per non parlare dei MURI: da Berlino '89 in poi sono cresciuti in altezza e numero come in Palestina,Spagna/Marocco,Maxico/USA e in UE.

 

E' assolutamente necessario, INDISPENSABILE che anche noi in Italia "ci diamo una mossa", perchè se l'Italia, non solo con la pur "volenterosa" ALTRAEUROPA CON TSIPRAS, volenterosa sì ma fatalmente insufficiente anche a suo tempo...avesse promosso un MOVIMENTO GRANDE E UNITARIO di APPOGGIO al tentativo greco...forse sarebbe andata diversamente, magari riuscendo anche a coinvolgere altri Paesi, e una linea più vicina a quella di J.Varoufakis avrebbe avuto spazio politico e forse avrebbe anche potuto vincere e con essa il popolo Grecoe l'Europa tutta!

In opposizione a quella moderata e rinunciataria che anima il governo Tsipras che si è così trovato, nell'isolamento sostanziale, costretto a cedere al ricatto della troika e dei poteri forti che le stanno dietro, appunto per non aver programmato una linea diversa - pure, almeno, indicata chiaramente dall'OXI.

 

Passiamo a qualche "modesta proposta" anche operativa:

 

- colleghiamoci anche usando i social

- vediamo stavolta di EVITARE la coltivazione degli orticelli dei organizzazione

- lottiamo anche a livello parlamentare EU per far scrivere e approvare un documento ufficiale per RIPUDIARE LA GUERRA - cfr. art 11 Cost. it.

- un programma di investimenti nella società per un nuovo modo di produrre cose e servizi utili a noi tutti popoli EU e non solo a lorsignori

- LA DEMOCRAZIA NON E' SOLO UN METODO MIGLIORE DI MOLTI ALTRI, MA DEVE ESSERE IL NOSTRO FINE!

- bisogna che le burocrazie sindacali si tolgano "dalle balle" , o meglio che ce le togliamo, per lasciare il passo ad un sindacato europeo unitario e di classe. 

- contro l'internazionale dei padroni e banche & C. ci vuole una nuova internazionale per il socialismo. (socialismo o barbarie non è mai più una profezia terribile, ma un presente contro cui dobbiamo lottare uniti,e siamo obbligati a vincere!)

- così anche le organizzazioni politiche sia quelle +/- storiche che quelle di "nuovo tipo" devono cominciare a lavorare insieme nella direzione di una federazione continentale della maggioranza contro i privilegi della minoranza - infima non solo per numero, per un futuro di alternativa, se no non c'è futuro per il pianeta!

 

Se il movimento in Francia, che ora è all'avanguardia - come già lo fu in anni lontani, ma importantissimi non solo per chi li ha vissuti, avesse un momento di "stanca" allora forse toccherà a noi quì, e allora sarà il nostro turno di dare una mano ... ricordiamoci del MAGGIO...

 

Last but not least, sono del tutto d'accordo con quanto dice la compagna A.M.Rivera, sul rapporto equilibrato che è necessario avere con gli animali e con tutto il resto del pianeta di cui occorre ricordare sempre che siamo ospiti tra milioni di altri. E vorrei ricordare anche quanto scoperto da uno scienziato di grande valore anche politico, W. Reich, ai suoi tempi, sul potere dell'amore con la sua teoria orgonica.

 

BUON LAVORO A TUTTI NOI, CHE' NE AVREMO PROPRIO BISOGNO, PERCHE' CI ASPETTA UN LAVORO EPOCALE!

 

Andrea Fioretti

Quale Piano B per l’Italia?

Di Andrea Fioretti per l’assemblea del 7 maggio


Innanzitutto occorre ricostruire il senso del dibattito per capire in che prospettiva muoversi per un “Piano B” anche in Italia. Altrimenti questo rischia di diventare uno slogan politicista generico buono per diverse interpretazioni, magari anche confliggenti tra loro.

In che contesto nasce quindi questa proposta e con quale obiettivo? Il dibattito sul “Piano B in Europa” nasce dopo il fallimento delle trattative tra il governo Tsipras e la cosiddetta Troika (UE-BCE e FMI) che ha messo sotto ricatto i greci minacciandoli di non concedere liquidità alle loro banche se non avessero applicato l’ennesimo “memorandum” fatto di controriforme sociali, privatizzazioni e distruzione del welfare. Nonostante la volontà popolare contraria, espressasi in un referendum che aveva suscitato molte speranze, il governo di Syriza ha ceduto al ricatto e ha firmato il terzo memorandum della recente storia della Grecia con la motivazione che “non c’è alternativa” alle regole imposte dall’eurogruppo.

Ecco che a quel punto, prima in seno alla sinistra greca poi un po’ in tutta la sinistra alternativa europea, si è aperta la riflessione su quale alternativa sia possibile fuori dai rigidi vincoli imposti dai Trattati europei: il “Piano A” della riforma delle istituzioni europee o il “Piano B” della rottura con tutto quello che consegue?

E’ da questo dibattito che è nata la proposta della conferenza di Madrid del febbraio scorso che ha avuto il grande merito, non di esaurire il dibattito, ma di rilanciarlo su un terreno più largo di quello dei convegni tra economisti e politici, ossia lo ha intersecato con le lotte e i movimenti europei (in particolare mediterranei) che si oppongono alle misure di austerità e al ricatto del debito che le istituzioni finanziarie europee elaborano ed i governi nazionali impongono a popoli e classi lavoratrici a seconda delle condizioni specifiche di ciascun paese.

Anche a partire dall’esperienza greca, bisogna prendere atto allora che il Piano A, la riforma in senso anti-liberista delle istituzioni europee, è fallito ed è inattuabile perchè le istituzioni europee o sono liberiste o non sono. I vincoli di Maastricht, Lisbona ecc... lo sanciscono nero su bianco e nella lettera dell'Ottobre scorso, indirizzata alla sinistra italiana, anche Oskar Lafontaine faceva notare che “voler cambiare i trattati [attendendo] la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico”.
Ma come radicare oggi a livello nazionale uno spazio politico e sociale che, in una connessione internazionale di lotte, si ponga in una prospettiva alternativa al modello europeo della UE e della BCE? Non si può che partire dalla domanda se sia possibile oppure no, restando all'interno dei vincoli dell'eurozona, applicare politiche alternative di redistribuzione verso il basso, rilanciare investimenti pubblici e pubblicizzazione dei settorie strategici sotto controllo popolare, sostenere i salari, contrastare precarietà, disoccupazione e disuguaglianze sociali, difendere l’ambiente dalla distruzione della valorizzazione capitalistica del territorio, aprire a politiche di integrazione e solidarietà coi popoli che migrano, chiudere con le politiche di guerra che questi esodi generano.
Il modello a cui fa riferimento la UE e che i suoi Trattati impongono è unicamente quello della competitività internazionale dell’Eurozona basata sulle capacità di traino dell’economia tedesca e delle sue esportazioni. E' un fatto che se il “treno” è quello, alla compressione dei salari e del welfare operati dalla “locomotiva” redesca segua gioco-forza quella ancora più selvaggia degli altri “vagoni”, in primis dei Paesi dell'Europa del Sud, con il risultato che in questo periodo di crisi l’economia dominante tedesca (dati Eurostat) è riuscita grossomodo a tutelare i suoi livelli di produzione industriale mentre l’Italia ha perso una quota del 25%, la Spagna del 30% e la Grecia addirittura del 35%. Inoltre l'indebitamento delle banche viene sempre scaricato sulle spalle degli Stati, costretti a nuovi tagli e privatizzazioni oltreché al rispetto dei “vincoli europei”. Così come è chiaro ormai che la logica monetarista dell’eurozona è finalizzata a costruire una “gabbia” che imponga la compressione dei salari e favorisca le esportazioni tedesche. In qualche dichiarazione stampa lo stesso Renzi ha cercato far vedere che si possono allentare questi vincoli e ricontrattare un po' le “rate” del debito al fine di giocarsela come vittoria di fronte a un elettorato italiano. Alla fine però, col placet di Confindustria, ha applicato le misure di austerity richieste. In questo quadro il cappio dei vincoli europei al collo di popoli e classi lavoratrici può essere in qualche caso allentato, ma non tolto.

D’altronde il continuo, crescente, gigantesco spostamento coatto di ricchezza verso il capitale dal lavoro e dal non lavoro, in tutte le loro forme, necessita di consenso sociale alle politiche di austerity e di fiducia nelle istituzioni italiane ed europee. Il qualunquismo e l'antipolitica sono solo una faccia dell'atomizzazione e della dissoluzione dei legami sociali prodotti da quasi 40 anni di “post-democrazia” (per dirla alla Crouch). L'altra è rappresentata dalla capacità di Renzi di utilizzare sapientemente un populismo “bonapartista” che si alimenta della passività di massa, della sfiducia e della guerra tra poveri e generazioni nei diversi settori del complesso corpo sociale salariato attuale. L'obiettivo è rendere quest'ultimo “informe” e docile alle esigenze del capitalismo. Quindi non ci sarà alcuna alternativa se non verranno superate le diseguaglianze sociali e umane, e per favorire questo processo storico in ogni epoca è necessario individuare il luogo dove ciò possa avvenire.
A questa domanda, infatti, finora nessun processo della sinistra alternativa ha saputo o voluto rispondere. Questo piano sopra esposto non può infatti essere risolto dalla discussione autistica e ossessiva su contenitori, scatole e soggetti politico-elettorali. Non è questa l’unità “utile” a sinistra. Le elezioni sono un passaggio fondamentale, non eludibile, in cui cercare di far irrompere le istanze di classe più avanzate in un progetto per l’alternativa di sistema e non di mera “alternanza” di governo.
Al contrario le “costituenti di sinistra” e i processi tentati finora si sono infranti, e si infrangeranno sempre, sui limiti di una visione meramente elettoralista che rovescia il problema dei rapporti di forza tra le classi subordinandolo alla presenza “isituzionale” e non viceversa. In questa logica non si allontanano dalle “terre di mezzo” a livello europeo, nel rapporto ambiguo col PSE, e a livello nazionale, restando nell’orizzonte governista di un nuovo centrosinistra. Basta discussioni su vuoti contenitori politici e sulla autolegittimazione dei suoi gruppi dirigenti. Non è questo il “vuoto” che c’è nel nostro paese. Se guardiamo ai processi di ribellione ai diktat della Troika in Spagna, Portogallo, Grecia e Francia di questi anni quello che manca nel nostro paese è l’attivazione politica dei soggetti sociali colpiti dalla crisi.

E allora per colmare questo vuoto, più che sperare nel colpo di fortuna alle prossime elezioni, dobbiamo ripartire dal conflitto. E per farlo dobbiamo capirea che anche noi abbiamo qui ed ora il nostro “memorandum” imposto dalla BCE che, usando anche con noi il ricatto del debito, ci chiede le “controriforme” se vogliamo continuare a ricevere liquidità e “fiducia” dagli strozzini del capitalismo internazionale.

Per stabilire una connessione sentimentale con gli altri popoli europei che combattono contro le politiche di austerità e di guerra della UE, dobbiamo organizzare la lotta contro l’agenda politica imposta dal “memorandum” rappresentato dalla lettera di Draghi e Trichet indirizzata nell’agosto 2011 all’allora governo Berlusconi e rivolta anche ai futuri governi. Questa sottolinea infatti apertamente che “il Consiglio direttivo (della BCE, ndr) ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali”. Le misure ritenute “essenziali” nella lettera sono molte e hanno dettato una linea precisa alle misure dei governi da allora a oggi. Riguardano il sostegno alla competitività delle imprese, la piena liberalizzazione dei servizi pubblici con “privatizzazioni su larga scala”, la cancellazione del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa” per legare i salari alla produttività, il sostegno all’accordo del 28 giugno tra Confindustria e sindacati contro la democrazia sindacale, la cancellazione dell’art.18 e delle tutele contrattuali, la privatizzazione degli ammortizzatori sociali, la spending review, l’innalzamento dell’età pensionabile, la mobilità e la riduzione degli stipendi nel pubblico impiego, la cancellazione delle Province, il pareggio di bilancio in Costituzione (il Fiscal Compact), l’aziendalizzazione e l’introduzione dei criteri di produttività privati nei “sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione”...tutto con la richiesta esplicita che tali misure antipopolari e filopadronali “siano prese il prima possibile per decreto legge”! 

Si capisce bene, quindi, da quale filosofia economica sono ispirate tutte le misure di questi anni come la Legge Fornero, il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la “Buona” Scuola e ora il DDL Madia. Gli esecutivi, dal 2011 a oggi stanno ponendo, di fatto, le basi costituenti di una nuova fase, da molti chiamata ormai della “terza repubblica”, in cui molti dei punti eversivi della P2 dettano la linea programmatica per i governi futuri e di cui il PD è uno dei puntelli strutturali e non accidentali. Non è un caso che i più entusiasti sostenitori delle manovre di Renzi sono oggi i rappresentanti di Confindustria, Marchionne e Farinetti. Così come non è un caso che la minoranza attuale del PD sia totalmente ininfluente (se non collaterale) a questo processo di sovversivismo dall’alto delle classi dirigenti. Il suo orizzonte di un “centrosinistra non renziano” (che è nelle prospettive anche di Sinistra Italiana) ha dimostrati di non rappresentare che una variante social-liberista con un po’ di flexsecurity, ma non certo un’alternativa, a questo modello di austerity e di gestione della crisi capitalistica. Se l’attuale crisi capitalistica è una crisi organica, allora l’uscita a sinistra dalla crisi è l’uscita dal capitalismo stesso. E se la UE è liberista o non è, allora dobbiamo prendere atto che un modello alternativo al neo-liberismo o è anticapitalista o non è.

Per radicare nel nostro paese un processo di lotta e di organizzazione del conflitto in questa direzione bisogna individuare quindi a quali soggetti sociali facciamo riferimento, in primis, nel proporre un’alternativa a tutta la società.

Se leggiamo i dati dell’ISTAT sulle vecchie e nuove povertà, quelli dell’osservatorio della CGIL sulle crisi aziendali, licenziamenti e cassintegrazioni e persino quelli delle politiche assistenzialiste della Caritas scopriamo che nel nostro paese la crisi ha 5 facce. Una faccia giovane perchè i più privati di un futuro e di qualsiasi ammortizzatore sociale; una faccia ovviamente precaria perchè tra lavori intermittenti, tutele crescenti e ora il lavoro gratuito questa è la condizione dominante; una faccia di donna perchè a parità di condizioni nella classe sono le prime ad essere licenziate in caso di crisi aziendali e a parità di mansioni percepiscono il 30% in meno del salario; una faccia operaia perchè il nostro paese ha perso in 7 anni, come detto, il 25% della sua capacità produttiva, con aziende chiuse o delocalizzate e perchè la condizione operaia si è estesa fuori dalla fabbrica in molti settori con lavori sottopagati e ricattabili in settori come la logistica, la grande distribuzione, i call center dove la Costituzione, e tra un po’ la contrattazione collettiva, non entrano più; una faccia di migrante perchè quelli che non vengono respinti o lasciati morire nel Mediterraneo servono per lavorare al nero o sottopagati (o magari tutte e due le cose insieme col sistema dei voucher) e utlizzati per tenere alta la tensione della guerra tra poveri col razzismo e la xenofobia...

Non sarà facile ma da questo occorre ripartire anche perchè la frammentazione produttiva e sociale fa sì che solo una ristretta minoranza di attivisti oggi cerchi faticosamente una visione d’insieme dei problemi, mentre per la grande maggioranza l’atomizzazione ha agito in profondità creando, come dice efficacemente Marco Bersani, “senso di isolamento al punto da renderle disponibili alla mobilitazione solo di fronte ad un attacco diretto ed esplicito alle proprie condizioni di vita”.
È per questo che la minoranza attiva non può bearsi di “avere ragione” e inveire contro la passività del “popolo bue”. Bisogna riprendere il tema della autoconvocazione dei soggetti sociali colpiti dalla crisi, rilanciando i temi e le forme di organizzazione della democrazia diretta, non solo quella referendaria, ma quella della partecipazione attiva e decisionale sulle scelte della società, sul cosa produrre e per chi, sull’utilizzo delle risorse pubbliche e ambientali, sulla riduzione di orario a parità di salario per redistribuire il lavoro che c’è e liberare tempo di vita, sul rifiuto del debito illeggitimo.

Infine un passaggio sul tema della guerra e del coinvolgimento della UE nelle aggressioni della NATO. La natura meramente bellicista dell’alleanza atlantica non può essere sottaciuta. Le fandonie sulle “missioni di pace” sono state ormai seppellite sotto le macerie di migliaia di abitazioni civili nella ex-Jugoslavia, in Libia ed in Afghanistan rase al suolo con le bombe a grappolo e con l’uranio impoverito.

Non si va quindi verso la pace, ma al contrario la crisi alimenta la competizione e la militarizzazione delle relazioni internazionali. In questi anni, infatti, il ruolo di questa alleanza militare si è enormemente accresciuto e ha condotto la guerra in tre continenti. Quando è caduto il Muro di Berlino nel 1989, la NATO era un'alleanza di 16 membri con nessun partner. Oggi, con la sua espansione a est in funzione antirussa e in Asia per il contenimento della Cina, tra membri della NATO e partner si raggiunge il numero di almeno 70 nazioni, rappresentando di fatto la maggiore minaccia mondiale alla convivenza pacifica tra i popoli.

In questi mesi si è svolta una delle più grandi esercitazioni NATO della Storia, la “Trident Juncture 2015”, che dal 28 settembre al 6 novembre in Italia, Spagna e Portogallo con unità terrestri, aeree, navali e forze speciali dei paesi alleati e partner, ha coinvolto quasi 40 mila uomini più le industrie militari di 15 paesi per valutare di quali altre armi ha bisogno l'Alleanza.

L’Italia, inoltre, facendo parte della NATO, è obbligata a destinare alla spesa militare cifre enormi. In media 52 milioni di euro al giorno (secondo i dati della NATO stessa), cifra che secondo i nuovi impegni assunti dal governo Renzi potrebbe essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.
E anche dal punto di vista degli impegni militari gli organismi sovranazionali di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte ci vincolano senza possibilità di appello ad un ruolo imperialista e guerrafondaio. L'art. 42 del Trattato sull'Unione Europea stabilisce, infatti, che “la politica dell'Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”. E sono membri della NATO 22 dei 28 paesi della UE (Italia in primis). Ma tale art. 42 sottolinea anche che la NATO “resta il fondamento della difesa collettiva della Ue” e che “un ruolo più forte dell'Unione in materia di sicurezza e di difesa contribuirà alla vitalità di un'Alleanza atlantica rinnovata” cosa che coinvolge quindi anche gli altri paesi non membri.

Ecco perchè la rottura con le politiche di austerity e di guerra non possono che andare di pari passo. Ed ecco perché, nel concreto, la lotta per un’alternativa al sistema capitalistico in crisi non può che passare per la rottura della gabbia dei vincoli che sono stati imposti ai popoli e alle classi lavoratrici europee e non solo. La rottura dei trattati euromonetaristi e quelli euroatlantici (TTIP compreso) sono ormai una pre-condizione per dare credibilità e respiro a qualsiasi strategia per rilanciare un’iniziativa di classe oggi e un modello alternativo al capitalismo in crisi domani.

Annamaria Rivera

Da qualche anno a questa parte, a ogni esordio di una nuova aggregazione politica di sinistra in Italia, mi s’impone l’obbligo di far appello affinché al centro della riflessione e dell’azione politiche sia posta la questione delle migrazioni e degli esodi forzati e, con essa, la battaglia contro ciò che convenzionalmente chiamiamo Europa-fortezza, nonché contro il razzismo e l’islamofobia crescenti. Una battaglia che, a mio parere, a sua volta non è separabile, da quella contro il sessismo e lo specismo, come poi cercherò di argomentare. Che su questo versante la sinistra politica sia arretrata, quantunque si definisca radicale, è mostrato dal fatto, constatabile soprattutto negli anni più recenti, che le sue assemblee siano perlopiù omogeneamente bianche, la nostra compresa. In altri paesi europei tale omogeneità sarebbe considerata un’anomalia o, peggio, un tratto tipico dell’estrema destra. Sebbene ciò tenda a passare inosservato – o irrilevante, quando viene fatto osservare – in realtà noi contribuiamo, sia pur in modo inconsapevole o involontario, al sistema di apartheid che, con qualche eccezione, vige nel nostro paese. Eppure v’è un nesso evidente tra l’aspirazione a un “piano b” per l’Europa e la necessità di contrastare le sue politiche proibizioniste e migranticide (per dirlo con un neologismo) nonché di avversare il razzismo, l’islamofobia, la tendenza a denegare a migranti e rifugiati i diritti più basilari, dal diritto alla vita e alla fuga fino al diritto d’asilo. A tal proposito, basta dire che in Italia in non pochi casi lo si rifiuta perfino a chi si è sottratto a una dittatura feroce qual è quella eritrea o all’orrore di Daech. Quella che è detta “crisi dei rifugiati” è, in realtà, una profonda crisi dell’Europa. Tale da far temere che le spinte centrifughe, i meschini egoismi nazionali, le pulsioni nazionaliste, la crescita progressiva delle formazioni di estrema destra, la tendenza delle élite politiche nazionali a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato non solo conducano alla scomposizione dell’unità europea, ma possano concorrere ad aprire scenari ancor più inquietanti. E’ quasi banale ricordare che la fase attuale di esodi forzati (tali anche nel caso dei migranti detti economici) è effetto secondario del neocolonialismo occidentale e del suo interventismo armato, quindi dell’opera di destabilizzazione di vaste aree, dall’Africa al Medio Oriente, nonché della predazione economica e della devastazione anche ambientale compiute dal capitalismo globale. Di fronte alla “crisi dei rifugiati”, le misure adottate dall’Unione europea e da singoli Stati appaiono tanto ciniche, irrispettose dei diritti umani più basilari, indifferenti verso la sorte dei rifugiati quanto incoerenti, contraddittorie, spesso controproducenti. Altrettanto insensata è la corsa a barricarsi dietro le frontiere nazionali, erigendo muri e barriere di filo spinato, perfino schierando gli eserciti onde limitare la libertà di movimento delle persone (lo hanno fatto la Slovenia e la Bulgaria). La recente trovata austriaca della barriera anti-profughi al Brennero, sebbene poi revocata, sta a mostrare fino a qual punto in Europa dilaghino le pulsioni sovraniste, se non nazionaliste nel senso più deteriore. La stessa Unione europea pratica una sorta di sovra-nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere. E questo, a sua volta, non solo è causa primaria di una strage di migranti e rifugiati di proporzioni mostruose, ma ha anche contribuito indirettamente a incoraggiare i nazionalismi, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Esemplare è l’accordo tra l’Ue e la Turchia, siglato il 18 marzo scorso in palese violazione di convenzioni internazionali, carte e trattati, anche europei: perfino del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Il coté paradossale di questo ignobile baratto è che la Grecia di Tsipras, da taluni eletta a nuovo faro del socialismo, si sia prestata essa stessa a violare il diritto internazionale, praticando espulsioni collettive e altre gravi infrazioni, nonché riconoscendo la Turchia come paese terzo sicuro. Deplorato da tutte le organizzazioni umanitarie e dallo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, questo accordo ha dato avvio alla deportazione di massa dei “migranti irregolari” (in realtà potenziali rifugiati), bambini compresi, che dal 20 marzo sono approdati nelle isole greche partendo dalla Turchia. Cioè da un paese terzo tutt’altro che sicuro, dominato da un regime a dir poco autoritario e repressivo, che primeggia per violazioni del diritto internazionale e della stessa Convenzione europea dei diritti umani, non garantisce alcuna protezione ai richiedenti-asilo e ai rifugiati. Basta dire che, secondo Amnesty International, da metà gennaio fino a marzo Ankara ha rimpatriato in Siria una media di cento siriani al giorno, donne e bambini compresi, vale a dire alcune migliaia di rifugiati. E’ dunque alto il rischio che i profughi barattati con Ankara siano prima o poi ri-deportati nelle stesse zone di guerra da cui erano fuggiti. L’insensatezza di questo accordo è del tutto palese: non servirà affatto, come si pretende, a scoraggiare gli esodi verso l’Europa e a smantellare “il business dei trafficanti”, bensì a costringere le moltitudini in fuga a intraprendere rotte e viaggi sempre più rischiosi. Già oggi e da molti anni l’Europa si configura come l’area più migranticida dell’intero pianeta: nel 2015 il tentativo di raggiungerla è costato la vita al 72,11% del totale delle vittime di esodi e migrazioni su scala planetaria. Forse bisognerebbe cominciare a chiamare questa ecatombe genocidio. Il nostro continente è tale non solo per ovvie ragioni geografiche, per i moltiplicarsi, tutt’intorno, di scenari di conflitti armati, guerre civili, terrorismo, carestie, devastazione ambientale, quindi per l’incremento delle persone in fuga, ma soprattutto perché sono le politiche proibizioniste europee, quindi l’assenza di corridoi umanitari e di percorsi migratori legali, a rendere i viaggi sempre più pericolosi. Ciò detto, lasciatemi spendere due parole su un tema ancor meno considerato dalla sinistra “radicale” italiana: quello della continuità e dell’intreccio fra i processi di dominazione, discriminazione e reificazione (o mercificazione) che chiamiamo sessismo, razzismo e specismo. Come ci hanno insegnato Horkheimer e Adorno –la cui interpretazione del marxismo è uno strumento prezioso per analizzare anche la società attuale –, il disconoscimento dell’animale e la sua riduzione a cosa o a merce, propri della cultura occidentale, sono il paradigma dell’esclusione dell’Altro/a. In buona parte degli ambienti di sinistra si ritiene (anche se non sempre si ha il coraggio di dirlo) che occuparsi della questione animale sia un lusso da privilegiati, indifferenti alla questione di classe. Quando, invece, basterebbe riflettere su quali siano i livelli di sfruttamento e di alienazione (anche mentale) cui sono sottoposti gli operai, in buona parte immigrati, che lavorano negli allevamenti e nei mattatoi industriali. Questi, che potremmo definire le fabbriche fordiste per il montaggio e lo smontaggio dei corpi animali, sono, tra l’altro, un insostenibile sperpero di risorse idriche, di energia fossile, di cibo vegetale. Ricordo che per la produzione intensiva di carne si consuma più della metà dei cereali e della soia prodotti nel mondo, sottratta così a vaste fasce di popolazioni sottoalimentate o ridotte alla fame. A vantaggio delle multinazionali, che dalla coltivazione dei cereali, dalla loro selezione, ibridazione, modificazione genetica traggono profitti di dimensioni mostruose. Per non dire dell’aumento esponenziale della produzione di fertilizzanti, erbicidi, pesticidi, sempre a vantaggio delle multinazionali; della distruzione delle foreste, della desertificazione di aree sempre più vaste. Ammettere che gli animali non umani non sono materie prime o merci, bensì soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, significa anche porsi nella direzione di un progetto economico, sociale e culturale che abbia come cardini la sobrietà, la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l’uguaglianza economica e sociale, in definitiva il superamento dell’ordine capitalistico.

Dino Greco

Intervento all’assemblea di sabato 8 maggio (Dino Greco)

Per mettere sui piedi ciò che cammina sulla testa e promuovere una discussione seria sul “cosa fare” al fine di combattere efficacemente l’iperliberismo europeo e le politiche di austerity, occorre che ci intendiamo su cosa è l’Europa, questa Europa.

Non come vorremmo che fosse in base ad un ideal-tipo. Ma cos’è la concreta costruzione europea, vale a dire la formazione economico-sociale capitalistica nella sua forma attuale.

Partiamo dal cuore del problema.

Per rispondere all’acutizzarsi della sua crisi, cioè della sempre meno contrastabile caduta del saggio di profitto, il capitale e il suo personale politico hanno prodotto una complessiva ristrutturazione del sistema che coinvolge:

la struttura economica (cioè un modello di accumulazione per espropriazione, un capitalismo usurario ormai impegnato a sopravvivere mediante la distruzione delle forze produttive);

l’architettura monetaristica, nel combinato trattati-moneta unica, che di quell’impianto costituisce la spina dorsale e l’apparato strumentale;

la sovrastruttura politica e giuridica, attraverso l’esproprio della sovranità nazionale in favore del board finanziario continentale, il cambiamento della forma di governo, in qualche caso dei modelli elettorali, attraverso la concentrazione del potere negli esecutivi e la riduzione dei parlamenti ad una funzione ornamentale: siamo cioè di fronte al sostanziale, definitivo ripudio della democrazia politica da parte del capitalismo;

i rapporti sociali, con la distruzione del welfare, l’annichilimento delle organizzazioni di classe, la repressione di tutte le manifestazioni di conflitto e di dissenso;

l’ideologia, che spacciando per legge naturale l’ordine di cose esistente tiene insieme tutto l’impasto e persuade che “non c’è alternativa”.

Ecco perché (bisogna metterselo in testa) tutte le tesi variamente camuffate sulla riformabilità dell’Ue descrivono le illusioni, i limiti e, al dunque, la desolante inadeguatezza di un pensiero che ci consegna alla sconfitta.

Sono le illusioni, ad esempio, che hanno travolto Tsipras, la convinzione di potere contrattare con la Troika la fine dell’austerity e l’abbuono del debito.

Per semplificare: la credenza di potere concordare con gli strozzini la fine dell’usura in ragione del manifesto fallimento delle ricette liberiste, trascurando però l’essenziale e cioè che la missione dell’Ue, dell’oligarchia finanziaria europea, non è negoziabile e che all’interno dei vincoli imposti dai trattati il gioco è truccato e la resa inevitabile.

In seguito a quel fallimento, in questi mesi si è cominciato a parlare, sia pure confusamente, di un piano b).

E’ un bene che si faccia strada la convinzione che quello imboccato in Grecia è un vicolo cieco e si cerchino nuove strade.

Tuttavia, credo che la questione del piano b) sia malposta.

Se pensiamo ad un piano b) vuol dire che lo si ritiene un’ipotesi subordinata rispetto ad una principale; ma abbiamo già detto che la riformabilità dell’Ue, vale a dire il rovesciamento consensuale, per comune resipiscenza, dei rapporti sociali di cui è l’incarnazione, non è possibile.

Dobbiamo allora convincerci che c’è una sola vera soggettività politica alternativa da costruire: un piano a) da contrapporre al modello esistente.

Altrimenti è come vivere in attesa che l’Ue imploda per autocombustione, che siano i nostri avversari, le classi dominanti a redigerne il certificato di morte e a tracciare, da destra, la traiettoria d’uscita. Ma così confessiamo solo la nostra subalternità.

Né si può rinviare il problema a quando fra tutti i popoli dell’Europa dei 25 sia maturata la volontà di togliersi il cappio dal collo, perché intanto l’austerity continua a produrre i suoi danni, nelle condizioni materiali come nella testa delle persone.

Bene allora tessere legami sovranazionali, costruire fra i popoli e fra i lavoratori obiettivi di lotta comuni, coordinare momenti di mobilitazione continentale, riscoprire la tensione internazionalista che è un patrimonio e una conquista irrinunciabile della migliore storia del movimento operaio.

Ma bisogna sapere che ogni lotta o si incarna nella dimensione nazionale o non è e si risolve nella pura propaganda, mentre oggi si pone a noi, con assoluta urgenza, la necessità di praticare l’obiettivo e di lavorare, in ogni paese, per rotture unilaterali.

Battersi per la riconquista della sovranità nazionale espropriata deve diventare un obiettivo della sinistra, non una parola d’ordine da abbandonare alla destra e al nazionalismo razzista.

Dobbiamo perciò venire in chiaro anche su un altro punto di analisi che continua ad essere fonte di divisione a sinistra.

Da decenni (non da ieri) il capitale, nella sua massima espressione ha perfettamente compreso che il proprio terreno politico ed economico di elezione, la condizione della propria sopravvivenza ed egemonia è la dimensione mondo.

Friedrich von Hayek e in seguito gli epigoni di Milton Friedman, la scuola di Chicago presa a paradigma da Margareth Tatcher e Ronald Reagan, hanno tracciato limpidamente le coordinate di quella rotta.

Per dirla con le parole di David Rockefeller (il fondatore della Trilateral), “la sovranità sovranazionale di un’elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Da ultimo, è stata la banca J.P. Morgan, in un ormai notissimo documento del 28 maggio 2013, a spiegare l’ubi consistam della modernità capitalista:

I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.

E più precisamente ancora:

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quella esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

Non era possibile dire più chiaramente di così.

In perfetta coerenza con questa limpida indicazione strategica, nel nostro paese, il governo in carica sta procedendo alla definitiva demolizione della Costituzione del ’48, di cui il trattato istitutivo dell’Unione rappresenta dal punto di vista sociale, giuridico, politico, culturale l’esatto opposto.

La liquidazione della Costituzione italiana, della sovranità popolare in essa inscritta, dei suoi principi, delle sue indicazioni prescrittive è essenziale per la realizzazione compiuta della “lex mercatoria”, per la costituzionalizzazione del mercato.

Ora, Dobbiamo liberarci dalla paura che dietro l’istanza di una radicale e definitiva critica a questa nuova forma del dominio del capitale si affermi la cancrena del nazionalismo xenofobo, isolazionista e guerrafondaio, perché proprio in questa Europa esso trova il proprio brodo di coltura.

E’ in questo quadro miserabile che vengono innalzati ovunque i muri, che si alimenta la crociata razzista, che si concepisce l’ignobile deportazione di massa dei migranti che vive nel patto fra Europa e Turchia; o che la competizione fra lavoratori di diversi paesi si accentua proprio in forza dei trattati che autorizzano il dumping di manodopera.

In questo quadro si colloca la vexata quaestio dell’euro che tanto divide (e nei fatti paralizza) la sinistra antagonistica, in Italia e in Europa.

Ora, dire che l’euro – la moneta – sia la causa di tutte le disgrazie e che tolto di mezzo quel peccato originale si sia risolto tutto è un’evidente sciocchezza: capitalismo e politiche liberiste possono tranquillamente esistere con o senza euro.

Ma bisogna anche e finalmente capire che trattati e moneta rappresentano un compatto indivisibile, che l’euro è, per così dire, l’”instrumentum regni”, il catenaccio che lega le sbarre della gabbia di ferro, che impone le politiche di austerity, che legittima il dominio del capitale sul lavoro, che sospinge verso l’estrazione di plusvalore assoluto da un lavoro ridotto in condizioni schiavili, che annienta il welfare e privatizza tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, che istituzionalizza il dominio degli stati forti su quelli deboli, dei creditori sui debitori. E nel cui guscio si assiste, da dieci anni, al miracolo dei ricchi salvati dai poveri.

L’avere convinto che la moneta è un elemento neutrale dell’assetto capitalistico europeo è il capolavoro, il più clamoroso successo ideologico dei poteri dominanti.

Uscire dall’euro non significa dunque escogitare soluzioni taumaturgiche, ma togliere di mano al nuovo potere autocratico, privo di qualsiasi legittimazione democratica, la clava chiodata, schiudere la possibilità – e la fiducia nella possibilità – di cambiare le cose, di aprire uno spazio d’azione.

Questo nodo non può essere eluso, deve essere sciolto. E rapidamente.

Il prossimo 26 giugno la prima grande occasione si presenterà ai compagni e alle compagne spagnoli impegnati nella consultazione elettorale più importante dopo la caduta del franchismo. Se essi, forti di una ricostruita unità a sinistra, ce la faranno, come è nelle speranze di tutti noi, la questione del rapporto con l’Ue si riproporrà, esattamente nei termini in cui si è presentata a Syriza. Ma questa volta non può – non deve! – finire come in Grecia.

 

 

 

Guido Viale

Parlerò di profughi, in questo facilitato dal fatto che Anna Maria Rivera, con cui concordo pienamente, ha già detto diverse delle cose che avrei detto io, per cui non le ripeterò. Parlerò della valenza che ha oggi la questione dei profughi per l'Europa e per tutti noi; ma prima, anche perché sono membro di un'associazione che si chiama Prima le persone, voglio dire con forza che c'è una questione prepolitica che riguarda i profughi e che attiene alla dignità umana; che negando ai profughi la dignità che spetta agli esseri umani la neghiamo anche a noi stessi, o, come ha scritto il premio nobel Elfriede Jellinek, trattando i profughi come feccia diventiamo feccia noi stessi. Questo è un principio inderogabile per qualsiasi altra considerazione: un discrimine tra chi la pensa come noi e chi no. Da molti degli interventi che mi hanno preceduto appare evidente che oggi la questione dei profughi è al centro del conflitto politico e sociale in Europa e le conclusioni che verranno tratte da questo incontro dovranno prenderne atto. È al centro del conflitto per tre ragioni:

Primo: la contrapposizione tra chi vuole respingerli e chi vuole accoglierli attraversa tutta l'Europa e divide partiti, forze politiche, ma anche le classi sociali, lungo confini che non son quelli tradizionali. Siamo alla vigilia di una ricomposizione degli schieramenti politici e sociali radicale, che apre degli spazi immensi all'iniziativa di chi saprà cogliere il senso di questa spaccatura. Facendo leva su una politica incondizionata di respingimento, le destre estreme e anche fasciste avanzano in tutta Europa. In alcuni paesi sono già al governo. In altri ci andranno tra breve. Nella maggioranza dei casi condizionano le politiche dei governi centristi o di centro sinistra, che ne adottano le misure anche più estreme nel tentativo - vano - di non farsi portare via una parte consistente dell'elettorato. L'accordo con la Turchia, le barriere al Brennero, Ventimglia, Idumeni, Calais ne sono una prova. Ma ricordiamoci che fare dell'Europa una fortezza verso l'esterno, si riesca o no a realizzarla, finisce inevitabilmente per trasformarla in una caserma e in una prigione verso l'interno: cioè nei nostri confronti. Le recenti misure adottate in Francia in tema di lavoro, che riflettono quelle già attuate in Italia, ma soprattutto le svolte costituzionali promosse in Francia e in Italia sono funzionali a questa trasformazione. Di fronte a questa offensiva il fronte dell'accoglienza è oggi sicuramente minoritario sulla scena politica. Per questo dobbiamo impegnarci a promuovere una politica di resistenza, cercando soprattutto di individuare le gambe su cui questa politica può camminare. Quelle gambe ci sono: sono le decine di migliaia di volontari, di organizzazioni, e soprattutto di giovani - quelli che mancano quasi sempre nelle nostre riunioni - impegnate in attività di assistenza a chi sta cercando di raggiungere il suolo europeo o vi è già arrivato senza trovare niente di ciò che andava cercando. Sono un'avanguardia, attiva e numerosa, ma in gran parte senza voce, di uno schieramento potenzialmente immenso, soprattutto se saremo in grado di mettere pubblicamente in chiaro qual è la posta di questa contrapposizione. Promuovere una convergenza delle lotte significa innanzitutto far capire a tutti che se si esce sconfitti su questo terreno, si perde irrevocabilmente che su tutti gli altri.

Secondo: la questione dei profughi sta dissolvendo l'Unione europea. Se le politiche di austerità, anche nelle forme estreme assunte con l'attacco alla Grecia, avevano tenuto unito e in molti casi rafforzato il fronte dei governi europei, l'atteggiamento verso i profughi li divide in modo irrevocabile: ciascuno cerca di scaricare sui vicini il peso di un flusso che ritiene insostenibile. Ma quali siano i terminali europei di questo scaricabarile è chiaro: Grecia e Italia; gli unici paesi membri che con i loro 18mila chilometri di costa non hanno la possibilità di elevare muri e barriere fisiche (e amministrative) contro chi cerca rifugio in Europa. Coloro che vedono nel recupero di una sovranità a livello nazionale la strada di una emancipazione dai vincoli imposti dalla governance europea non tengono probabilmente conto di questo dato. La lotta per l'accoglienza è un conflitto di livello europeo, per un'Europa diversa, da progettare e costruire insieme a quei milioni di profughi che cercano e cercheranno una via di salvezza in Europa, a quei milioni di migranti che sono già qui da tempo, e a tutte quelle comunità dell'Africa e del Medioriente che quei profughi hanno lasciato e a cui molti di loro vorrebbero far ritorno. È una lotta che si vince o si perde insieme. Condotta a livello nazionale è già persa in partenza.

Terzo: coloro che cercano una via di scampo in Europa stanno rivendicando il più elementare dei diritti umani: il diritto di vivere. Gli Stati che cercano in ogni modo di respingerli stanno negandoglielo. Questo è e sarà sempre più il principale conflitto con cui ci dovremo confrontare nei prossimi decenni (chi di noi ci sarà). Oggi cercano di negarlo con la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere perché lo impongono convenzioni internazionali sempre più disattese, e migranti economici, da respingere, perché non hanno diritto a una protezione internazionale, non sono in pericolo, provengono da Stati "sicuri". Niente di più falso. Provengono tutti da paesi attraversati da guerre e dittature, per lo più generate da crisi ambientali provocate dallo sfruttamento sfrenato delle loro risorse da parte delle multinazionali occidentali o cinesi, o da cambiamenti climatici già pesantemente in corso, o dove l'ambiente è stato completamente devastato dalla guerra. Sono tutti profughi ambientali: una figura non prevista dalle convenzioni internazionali, ma destinata a dominare il nostro futuro. L'Europa ha le risorse per accoglierli e per dar loro un futuro, sia tra di noi che nei loro paesi di provenienza, quando e se torneranno a essere vivibili. A condizione di cambiare completamente politica, abbandonando per sempre l'austerità, la subalternità alla finanza, la schiavitù del debito al suo interno e la complicità con gli attori delle guerre in corso, quando non addirittura il suo impegno diretto in esse, ai suoi confini. Finendo una volta per sempre i vendere loro armi direttamente attraverso le più infami triangolazioni. L'Europa ha bisogno di questi nuovi arrivati perché sta andando incontro a una crisi demografica devastante; ma soprattutto perché ha urgente bisogno di abbandonare una cultura della competitività universale che rende ciascuno di noi nemico di tutti gli altri. Solo un vero incontro con le culture e con le sofferenze di chi cerca la propria salvezza da noi può aiutarci a intraprendere questa svolta.

 

Imma Barbarossa

FAE-IFE.pngRiflessione non neutra né neutrale sul piano B per un'altra Europa.

Non crediamo sia possibile immaginare un'altra Europa senza l'apporto del femminismo.

Quando parliamo di femminismo non intendiamo riferirci “solo” alle giuste lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno agito ed agiscono per vedere riconosciuto il diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo e sulla propria vita.

Intendiamo per femminismo un movimento capace di rimettere in discussione le strutture portanti dei sistemi dominanti e quindi di immaginare un modello differente di società e di relazioni sociali. Un femminismo capace cioè di indicare un “nuovo modo di stare al mondo, di pensare alla vita quotidiana, di vivere il proprio corpo e il proprio desiderio” e di introdurre “nelle questioni sociali e politiche una dimensione dimenticata o rimossa : la necessità di abolire la dominazione del genere maschile su quello femminile, perché questa dominazione è il modello su cui si fondano tutte le altre forme di alienazione “ (cfr. Nicole Edith Thevenin “Quel feminisme au coeur de la revolution?”).

Utilizzando questa chiave di lettura si riesce a cogliere ancor meglio come le politiche di austerità che vengono imposte agli Stati non rispondono solo ad una finalità economica ma sono sostenute da una precisa dimensione sociale ed ideologica, cioè quella di ripristinare, in modo autoritario, un ordine antico fondato su una gerarchia di poteri a cui vertice ci stiano il padre, il padrone, il padreterno.

Non rimuovere la dominazione di genere significa per esempio comprendere che la crisi rende i sistemi di potere sono oggi ancora più aggressivi : l’identità collettiva viene ricercata in simboli ad alto tasso emotivo (la fede, il sangue ,l’etnia) mentre riaffiorano fondamentalismi di varia natura a partire da quello religioso, si risvegliano tentazioni autoritarie e si accelera il processo di definitiva decomposizione dei diritti sociali.

E muore inesorabilmente la democrazia, di cui i poteri dominanti possono “tranquillamente” fare a meno come ci insegna la storia, anche quella recente.

Come femministe abbiamo imparato a criticare tutti i fondamentalismi : quello del mercato, della

mercificazione del corpo, delle religioni monoteiste fondate sul rapporto prioritario Dio/Maschio.

Se tutto ciò è vero oggi non si può desiderare nulla di meno di un processo capace di “rivoluzionare” il presente agendo le necessarie rotture di senso, di pratiche, di orizzonti. Non solo nel 'recinto' europeo, sempre più stretto e soffocante perché gravido di muri e di frontiere, ma in una dimensione internazionale.

C’è bisogno di lotta e di azione certo.

Ma il nostro essere femministe ci fa dire che ciò non basterebbe se non fossimo in grado di immaginare un altro modo di produrre e di riprodurre , un altro modello di relazioni sociali , un altro modo di intendere il potere per trasformare le forme sociali e psichiche della nostra esistenza. Insieme alla capacità di re- interrogarci sulle modalità di soggettivazione di un desiderio e di una passione, sulle modalità di riproduzione (anche individuali) della struttura ideologica di dominio,sulla qualità delle relazioni fra donne e uomini.

E se, al contempo, non scoprissimo la dinamica energetica del conflitto e di un “Eros alato” , per citare la Kollontaj, cioè di un amore consapevole verso sé stesse/i ed il mondo, come ci siamo dette nel seminario sull'”amore al tempo del colera” che abbiamo tenuto a Lodi qualche settimana fa.

Per tutto questo noi riteniamo che “un piano B per l'Europa” non possa che essere femminista.

Nel senso però che abbiamo cercato di esplicitare e non come semplice aggiunta o integrazione.

Ci pare che la medesima constatazione sia stata fatta durante il forum di Madrid.

Oggi «è il momento in cui le femministe dovrebbero pensare in grande» , come auspica Nancy Fraser.

Riconoscendo che il femminismo contiene in sé elementi trasformativi, contestatori e emancipatori capaci di sovvertire l'ordine sociale mediante l'agire collettivo.

IFE Italia

Miguel Urban

L'Europa ha bisogno di un piano B

Miguel Urban, Deputato di Podemos, Parlamento europeo

I miti sono serviti storicamente per spiegare concetti complessi o per costruire realtà edulcorate. L'Unione europea è piena di miti dalla sua fondazione. Uno ci dice che sessanta anni fa l'Europa aveva un piano: unirsi per non ripetere gli errori del passato: esclusione, xenofobia, guerra. A questo piano si aggiunsero gradualmente nuovi stati membri (sei, nove, dodici, quindici, e così via, fino ai ventotto attuali), così come nuove competenze; vennero aperte le frontiere interne per beni, servizi, persone e capitali. Tutto il progetto fu costruito su solidi principi di democrazia, solidarietà e difesa dei diritti umani da parte dei cosiddetti "padri fondatori" (perché di "madri fondatori" non ce n'era una, come se il progetto europeo fosse nato da una costola).

Monnet, Schuman, Churchill o Adenauer di solito sono i più citati. Alcuni, senza ombra di dubbio, hanno sempre preferito Altiero Spinelli, militante antifascista imprigionato da Benito Mussolini durante la Seconda Guerra Mondiale, che scommise su un movimento federalista europeo che servisse da antidoto alla distruzione e all'orrore generato dalle guerre imperialiste.

Ma un po' per volta quei miti fondanti cadono: basta guardare come, ogni giorno, in Europa i confini si macchino di sangue e germoglino le recinzioni. E' che l'Unione europea sta rispondendo alla più grande crisi dei rifugiati della sua storia (e forse è la sfida più grande degli ultimi decenni) con la costruzione di muri, l'installazione di centri di internamento di massa e restringendo diritti e libertà di nativi e migranti. Muri costruiti non solo con il filo spinato, ma sulla paura dell'altro, dell'ignoto, e che allargano la distanza tra “noi” e “loro”. Muri dietro i quali si rafforzano i ritorni alle identità e ai nazionalismi escludenti. Muri che resuscitano di nuovo vecchi fantasmi che oggi attraversano l'Europa. Gli stessi fantasmi contro cui presumibilmente si levò quel sogno europeo decine di anni fa.

Oggi la UE accoglie i paradisi fiscali, sponsorizza golpe finanziari contro i propri Stati membri e negozia a porte chiuse accordi di libero scambio, come il Tisa o il TTIP, alle spalle e contro gli interessi dei propri cittadini. Di fronte alle sfide del cambiamento climatico, la crescente scarsità di risorse e la concorrenza di altre potenze emergenti, l'UE riduce i diritti del lavoro e delle politiche sociali per competere al ribasso nel mercato globale, mentre si intensifica la sua aggressiva politica estera commerciale. E per il bene della sicurezza e della lotta contro il terrorismo, gli stessi diritti e le libertà, che questo terrore cerca di distruggere, vengono tagliati.

Quando avremmo bisogno di più Europa, stiamo trovando più confini, interni ed esterni. Quando sarebbe più urgente tradurre in politiche concrete i valori della pace, della prosperità e della democrazia di cui parlano i nostri miti fondatori, vediamo crescere in tutto il continente guerre, tagli e xenofobia. Sappiamo già il risultato che si ottiene unendo impoverimento, capitalismo selvaggio, intolleranza e nazionalismo. La UE si presenta come figlia di quel vaccino contro quegli stessi fantasmi del passato. Figlia di un piano che è iniziato come un sogno, ma che, quando ci si allontana dalle discussioni di corridoio e dalle dichiarazioni veementi in parlamento, si rivela un incubo crescente. Quando l'austerità diventa l'unica opzione politica ed economica di un'istituzione lontana dagli interessi dei cittadini, questa UE, di fatto, diventa un problema per la maggioranza sociale; costruire un'Europa diversa emerge come l'unica soluzione alla deriva che viviamo.

Ad oggi l'UE ha un progetto che poco o nulla assomiglia nella pratica a quei sogni fondanti. Un progetto che genera mostri e ravviva vecchi fantasmi. Sappiamo già come quella storia si è conclusa. Pertanto un cambiamento di rotta non solo è possibile o desiderabile, ma è urgente e necessario. L'Europa non può continuare a vivere di miti, è necessaria una rottura democratica. L'Europa ha bisogno di un piano B. Questo fine settimana a Roma abbiamo posto le prime pietre per fondare un internazionalismo solidario e militante, che trasformi l'Europa dei mercanti e della guerra nell'Europa della democrazia e dei diritti.

Traduzione libertaria a cura di Simone Lorenzoni - Primalepersone

Nuit Debout

Quello che sta avvenendo in Francia, nel silenzio dei media, è qualcosa che al governo demagogico di Renzi si adatta ben poco: l'invito al non voto per il referendum sulle trivelle è l'ennesimo esempio che ci ha mostrato come Renzi, in verità, alla democrazia non ci è abituato. Il Job's Act e la sua politica antisociale avevano già reso chiaro questo scenario.

Se vogliamo parlare in termini di terrorismo il Job's Act non è stato poi così diverso da un attentato e non è stato diverso dalle innumerevoli manovre di austerità che l'Unione Europea continua a perpetrare al fine di promuovere la crescita economica rivelandosi poi, al contrario, fonte di disparità e di concentrazione sempre più ristretta delle ricchezze nelle mani di pochi.

La Francia, con la Legge Lavoro del ministro El Khomri e del governo Hollande-Valls, un invito alla precarietà, al licenziamento abusivo e un affronto nei confronti del Codice del Lavoro francese, non è stata risparmiata dal potere oligarchico della UE e dal tentativo spudorato di amplificazione dei privilegi del patronato da parte di un Partito Socialista che, di socialista, ha ben poco.

La legge Macron, con l'estensione del tempo lavorativo domenicale, aveva già innescato la scintilla, ma chiedere ai giovani flessibilità e precarietà a vita costituisce una proposta indicibile, perversa, tutt'altro che dignitosa.

Grazie all'iniziativa dei sindacati che hanno chiamato allo sciopero generale nella giornata del 9 marzo scorso, 300.000 manifestanti sono scesi in strada, seguiti da blocchi stradali, soppressione di voli, sciopero dei trasporti ferroviari. Altre giornate si sono susseguite: il 17, il 24, il 31 marzo, il 5 , il 9 e il 28 aprile. E non sono state solo le mobilitazioni e gli appelli dei sindacati a proliferare, ma anche le assemblee generali studentesche, le occupazioni, cortei di giovani contro il progetto El Khomri.

Noi studenti di Poitiers, per due giorni, abbiamo occupato la Facoltà di Lettere affinché la comunità studentesca potesse convergere verso un comune spazio di organizzazione: abbiamo parlato, discusso, organizzato, stimolato una cultura militante con la proiezione di film politicamente impegnati e costruito angoli di dibattito.

Per una legge che indebolisce i salariati oggi e i giovani domani la convergenza è sorta come una necessità spontanea.

La stessa necessità che il 31 marzo ha riunito un gruppo di giovani, in Piazza della Repubblica, a Parigi, con l'intento di organizzare

una serata dal titolo “Fargli paura”. Non è stata fine a se stessa, questo è certo, perché è così che il movimento Nuit Debout è nato.

L'iniziativa di pochi che hanno colto l'occasione per porre sulla scena una collera generale contro il governo, senza avere la benché minima consapevolezza che tutto ciò si sarebbe trasformato in un evento di enorme portata.

Devo dire che un tale movimento non me lo sarei mai aspettato, perché l'unione è forse l'obiettivo più complesso da realizzare, perché la convergenza è il luogo nel quale gli interessi personali non hanno il diritto di esistere e la vita di lotta è una vita in comunità.

La comunione nella diversità è già di per sé un atto rivoluzionario. Non vivo a Parigi, ma ho seguito il movimento attraverso la stampa

ufficiale e la stampa alternativa e vivo l'esperienza della Nuit Debout a Poitiers, luogo nel quale attualmente abito e studio, partecipando alle sue attività come militante e membro della commissione femminista e della commissione artistica.

Una grande occupazione delle piazze si è diffusa a macchia d'olio.

Lo scambio di parola, di idee, di proposte è importante di questi tempi ed è proprio l'occupazione di luoghi pubblici che concede la possibilità a coloro che sono meno politicamente impegnati di prendere parte a questo grande tentativo di cambiamento sociale radicale.

La Nuit Debout è l'occasione per la convergenza delle lotte, per comprendere il significato dell'autogestione, della solidarietà, del collettivismo.

Gli spazi adibiti nei luoghi occupati non sono unicamente spazi di discussione, ma spazi di vita e crescita contro-culturale e umanitaria.

Sono adibite biblioteche ambulanti e solidali, cinema gratuiti all'aria aperta, mense popolari a prezzo libero, animazione e musica per ricrearsi, la realizzazione di un giornale di stampa non-tradizionale, una radio ed una tv che diano voce al movimento e che rivolga la sua attenzione a tutte le problematiche sociali attualmente esistenti.

La formazione di commissioni organizzative non impedisce, in ogni caso, la presa di decisione che è affidata esclusivamente all'Assemblea generale, al cospetto di tutti, affinché ogni scelta possa essere la più democratica possibile.

Reagire ed esigere il ritiro totale della Loi Travail è il primo passo, ma si parla già di altro.

Di blocco economico, autogestione, risoluzione della problematica dei migranti, abolizione dello stato d'urgenza.

Ci si schiera contro la violenza arbitraria che la polizia, al servizio dello Stato, mette in atto contro i manifestanti.

Gas lacrimogeni, flashball, manganelli: queste sono le armi che colpiscono il movimento e la cui brutalità è giustificata dallo stato d'urgenza vigente contro il terrorismo (o forse è meglio dire contro i diritti umani).

La repressione è il mezzo anti-democratico per eccellenza di un governo che ha paura della democrazia, che ha paura di un popolo

che si schiera contro una politica antisociale al servizio del profitto personale.

I recenti avvenimenti dello scandalo dei Panama Papers ci hanno dimostrato come in Islanda sia proprio il popolo ad aver vinto contro il primo ministro Johannsson, costretto alle dimissioni.

Un'altra vittoria è vedere come il movimento Nuit Debout a Parigi abbia sostenuto l'occupazione di un liceo inoccupato dando una dimora ai

rifugiati o come a Poitiers abbia sostenuto una famiglia rumena alla quale il comune aveva tolto la casa, organizzando collette di abiti e cibo.

Si parla inoltre di allestire tende in piazza per i senzatetto, di distribuire la merce non vendibile dei supermercati ai più poveri.

A Parigi precari ed intermittenti dello spettacolo hanno occupato per giorni il teatro dell'Odéon e gli spazi della Comédie Française con l'aiuto e il sostegno di Nuit Debout.

Questa è una lotta comune, una lotta che riunisce tutte le genti.

Una lotta che è anticapitalista, antifascista, ecologista, femminista.

Come commissione femminista poitevina di Nuit Debout, ad esempio, abbiamo portato avanti delle azioni contro le molestie di strada, così come contro il noto collettivo studentesco locale e secolare dei Bitards, di ordine gerarchico e dichiaratamente sessista, sovvenzionato in linea diretta dal comune di Poitiers.

Per quanto riguarda la struttura del gruppo è importante dire che, così come a Parigi, è stato deciso di svolgere dei raduni misti e non misti a giorni alterni, affinché si possa discutere liberamente tra donne di questioni non necessariamente accessibili agli uomini, senza tuttavia negare loro l'accesso al dibattito femminista.

Una scelta simile è stata adoperata per le prese di parola durante le assemblee generali che a Parigi prevedono un rapporto equo tra il numero di donne e uomini che desiderano apportare i loro interventi. Ma non è solo il femminismo che funge come colonna portante del movimento.

Una commissione LGBT contro le discriminazioni sessuali è stata allestita, una commissione per l'agricoltura biologica, per il diritto all'alloggio e tante altre.

Il movimento cerca dunque di toccare tutti, abbraccia tutti coloro che hanno qualcosa da dire contro il sistema, che subiscono disuguaglianze e violenze sociali.

Ognuno contribuisce al dibattito nella sua diversità individuale e senza alcuna logica di competitività al contrario stimolata dal nostro sistema neoliberista.

Nuit Debout è per tutti, è la convergenza delle lotte: è una lotta per gli zadisti di Notre-Dame-des-Landes che si schierano contro la costruzione dell'aeroporto e per la difesa del territorio e durante le cui mobilitazioni un giovane di 21 anni, Rémi Fraisse, ha perso la vita in seguito al lancio di una granata da parte della polizia.

È una lotta per i No Tav, una lotta contro il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (anche detto TTIP) a favore dell'agricoltura locale e contro il capitalismo delle grandi multinazionali, per la salvaguardia del pianeta e contro il nucleare, per l'abbattimento delle frontiere, l'accoglienza dei migranti e contro l'austerità, per una una ridefinizione del concetto di lavoro e contro il suo sfruttamento, una lotta per la democrazia, per la requisizione e la socializzazione delle banche, per una società libertaria e contro il fascismo.

Quest'ultima penso sia la caratteristica che ha condotto il movimento a negare l'accesso alle Nuit Debout a negazionisti, rappresentati di

estrema destra (come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen), islamofobi o neo-fascisti, com'è accaduto a Parigi con il caso del filosofo Alain Finkielkraut.

Non si tratta di negazione della libertà di parola, ma dell'impossibilità di conciliazione con un'ideologia che negherebbe il movimento stesso, che si muoverebbe sul versante opposto, che rappresenterebbe per noi un potere morale da demolire e agirebbe con un intento divisorio.

Un esponente di estrema destra del Front National di Poitiers ha dichiarato di volere la fine del movimento Nuit Debout, esigendo lo sgombero delle piazze contro una gioventù da lui definita “violenta ed intransigente”.

Non dimentichiamo però, che in molteplici manifestazioni, poliziotti in borghese hanno assunto il ruolo di “casseurs”, di “manifestanti violenti” con il solo fine di dividere il movimento e favorirne la sua repressione.

A Rennes un ragazzo ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma lanciato dalle CRS.

L'applicazione di una simile strategia, che potremmo anche definirla “del terrore”, è un vero attentato contro l'unità del movimento.

Un'unità che riscontra le sue difficoltà anche nelle divisioni che intercorrono tra alcuni sindacati, ma che tuttavia cerca e continua a cercare un punto di convergenza.

Un accordo del 2014 che prevedeva l'aggravamento delle condizioni di lavoro per i ferrovieri a favore di una maggiore produttività ha fatto scendere in piazza una nuova fascia di lavoratori.

E sebbene molti sindacati non vogliano riconoscere il legame con la legge lavoro, Nuit Debout non ha negato l'appoggio ai ferrovieri impegnati in questa rivendicazione.

Non possiamo perdere la nostra unità, che costituisce il motore del movimento, spingendolo verso una prospettiva non soltanto nazionale, ma internazionale.

Il movimento si dichiara apolitico e senza etichetta.

Partecipare alle Nuit Debout sapendo di militare all'interno di un'organizzazione alle volte non è facile, perché i giovani hanno perso fiducia nella politica che fino ad oggi li ha sfruttati e li ha traditi, ma questo non nega di parteciparvi e di esprimersi, non in qualità di un partito, ma in qualità di individualità, di essere umano.

Inoltre voglio ricordare che nel silenzio più totale dei media dall'altra parte del mondo, nel Mayotte, dove la povertà supera la soglia dell'80%, vi è stato uno sciopero generale che si è prolungato per più di 10 giorni contro una legge lavoro coloniale (che prevede un aumento delle tasse per i più poveri) e a favore dell'applicazione del Codice del Lavoro francese; ma sappiamo bene che il colonialismo non è mai uguaglianza tra le genti, se non sfruttamento economico di popoli ai quali non viene concessa né la libertà, né la dignità.

Penso che Nuit Debout sia qui per questo: per dire no ai nostri governi, per la creazione di una società eco-sostenibile, egualitaria, che rispetti la differenza e sia solidale, per le energie rinnovabili, per impedire l'accumulo di ricchezze a favore dei grandi capitalisti, per definire un lavoro che sia equo, giusto, socialmente utile e non alienante.

Penso sia la stessa lotta degli indignati spagnoli per la democrazia partecipativa o del movimento Occupy Wall Street contro il capitalismo finanziario negli Stati Uniti.

È una lotta che unisce tutte le lotte e ci tengo a dire che lo sciopero generale è un'arma estremamente potente in nostro possesso, che il blocco dell'economia ha un potere estremante determinante per la rivendicazione e per la costruzione di un'alternativa.

Credo che il ritiro della Loi Travail (così come di tutte le leggi che stanno inasprendo il mondo del lavoro) sia attualmente l'obiettivo che ora

necessita più attenzioni, quello che ci permette di vedere giovani e salariati lottare insieme.

E quando l'obiettivo sarà raggiunto spero che questa vittoria possa essere la scintilla che scatena la mobilitazione di una grande voce anticapitalista anche in Italia e in Europa.

La Spagna, il Belgio, il Portogallo, i Paesi Bassi e la Germania hanno seguito l'iniziativa francese delle Nuit Debout e mi auguro che questa voce possa diffondersi anche in Italia; che l'Italia abbia le sue Nuit Debout, i suoi luoghi di incontro, le sue assemblee popolari e i suoi nuovi esempi di democrazia partecipativa.

Philippe Poutou

Francia, un movimento che non ha ancora detto l’ultima parola

diPhilippe Poutou(intervento svolto alla Assemblea per un Piano B di Roma 8 maggio)

Queste ultime settimane in Francia sono caratterizzate da un movimento sociale mai visto in questi anni dominati da un clima di grande rassegnazione. Con l’arrivo di Hollande e del PS al potere nel 2012, con i suoi immediati attacchi antisociali, questo clima si era rafforzato. Sono la destra ed i reazionari che assumono un ruolo, per esempio con la “Manif pour tous” contro il matrimonio per tutti, oppure un padronato onnipresente ed offensivo che si fa valere.

Certo, durante questo periodo, ci sono state lotte lunghe e determinate contro i cosiddetti progetti “inutili”, nefasti, distruttori dell’ambiente naturale, con le mobilitazioni contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o contro la diga di Sivens. Giovani, precari, persone non organizzate ma anche degli ambienti militanti sindacali hanno messo in campo azioni di resistenza contro le decisioni anti-democratiche, mostrando che era possibile opporsi alle scelte capitaliste.

Ci sono state anche, in differenti settori, lotte di lavoratori del commercio per il salario o contro il lavoro di domenica, nel settore della salute anche qui per le condizioni di lavoro, contro le carenze di personale, e nelle catene alberghiere lotte di addette alle pulizie fortemente precarie.

Di lotte ce ne sono state e ce ne sono ma sono sparse, non coordinate. Ciò che non permette di cambiare il rapporto di forza. Insomma, dal movimento contro la riforma delle pensioni nel 2010 non c’era stata mobilitazione a scala territoriale. La disfatta allora era costata cara al movimento sociale, aveva contribuito a demoralizzare i militanti.

A questa situazione sociale difficile si aggiunge la brutalità della crisi che colpisce milioni di persone. La disoccupazione, la precarietà, la povertà si generalizzano. Le persone subiscono le abitazioni inadeguate, la difficoltà di curarsi. Devono subire anche l’intensificazione del lavoro, quelle e quelli che hanno la fortuna di avere un impiego, le malattie professionali esplodono. Violenza sociale quotidiana è anche lo smantellamento dei servizi pubblici, con meno ospedali, scuole…

Di conseguenza i legami sociali più saldi, le solidarietà si rompono, gli oppressi sono divisi da pregiudizi razzisti ma anche sessisti, omofobi, che si rinforzano. C’è una perdita della coscienza di classe, perdita del sentimento di appartenere al campo degli sfruttati e degli oppressi. C’è, dunque, una perdita di riferimento, allora la collera sbaglia spesso a individuare l’avversario, l’immigrato o il disoccupato diventano a torto il responsabile della crisi. Tutto ciò largamente incoraggiato dai politici reazionari della destra, dell’estrema destra. Un’estrema destra, come in parecchi paesi di Europa, che diventa una forza elettorale molto influente negli ambienti popolari.

È in questo contesto che ci sono stati gli attentati nel 2015 (gennaio e novembre) e che il governo ha deciso di istituire lo stato di emergenza, presunta risposta al terrorismo. Un risposta securitaria, con più poliziotti, più esercito nelle strade, davanti agli edifici pubblici. Ma questa risposta si è poi rivelata per ciò che era. La conseguenza è che, in nome della sicurezza di tutti, le manifestazioni contro la COP21 sono state vietate, alcune manifestazioni di sostegno ai migranti sono state represse. Alcuni militanti ecologisti sono stati sottoposti all’obbligo di residenza, dei militanti collocati in custodia cautelare. Le libertà di manifestare, di contestare la politica del governo sono state ridotte. Una volontà chiara di imbavagliare il movimento sociale, nel momento in cui la collera cominciare ad esprimersi di nuovo.

Perché le settimane precedenti sono state contrassegnate dalla collera dei lavoratori di Air France che denunciavano un nuovo piano di tagli occupazionali, un’azione conclusa con la fuga dei dirigenti, cacciati, le camicie stracciate … cosa che aveva colpito profondamente il padronato e le élite. Per molti giorni avevamo avuto una campagna di denigrazione dei lavoratori violenti, da parte di ministri, di padroni che davano del teppista ai salariati. Ironia della storia, Valls ha denunciato la “violenza” dei lavoratori da Riad in occasione di un accordo commerciale col regime saudita ultrareazionario.

Il contesto di repressione del movimento sociale è stato lo stesso del processo dei lavoratori di Goodyear che avevano sequestrato per alcune ore la loro direzione durante la lotta nel 2013 contro la chiusura della loro fabbrica (1.300 licenziamenti). La direzione di Goodyear aveva ritirato la denuncia ma il potere ha voluto il processo, che ha condannato 8 militanti sindacalisti a 6 mesi di prigione! I militanti indubbiamente hanno fatto appello, ma questo serve a dire qual è l’ambiente. Gli esempi di militanti sindacali o del movimento sociale nel suo insieme condotti in tribunale o convocati dalla polizia si moltiplicano.

In queste condizioni, il movimento contro laloi travailche viviamo da 2 mesi, è una gran buona notizia, è anche quasi una sorpresa. Quasi solamente, perché in realtà la collera è là da molto tempo. Si è parlato delle lotte a Notre Dame des Landes, degli scioperi relativamente numerosi nelle imprese. Si può parlare anche del sostegno ai migranti, delle mobilitazioni a Calais, dove controcorrente si è espressa la solidarietà ai migranti, per l’accoglienza di emergenza ma anche contro il razzismo, per la libertà di circolazione e l’apertura delle frontiere. Il 23 gennaio c’è stata una manifestazione riuscita, dinamica, dove c’era la fierezza della solidarietà internazionale e della lotta antirazzista.

Il movimento è, dunque, esploso in queste ultime settimane. È partito da un nuovo attacco del governo contro i diritti dei lavoratori, un attacco diretto contro il codice del lavoro. Una legge che facilita ancora di più i licenziamenti, che dà libertà supplementari al padronato, che rimette in causa diritti concernenti la salute sul lavoro… Una legge che sarebbe potuta passare come le leggi precedenti, per quanto antisociale. Ebbene, no. Dapprima c’è una petizione messa on line in febbraio, che denuncia il progetto di legge, ne esige il ritiro, sono più di un milione di persone che la firmano, ciò va a sensibilizzare l’opinione pubblica, la contestazione si esprime largamente.

Le confederazioni sindacali restano prive di iniziativa. Il loro primo comunicato intersindacale è incredibilmente al di sotto della necessità, non è questione di mobilitazione, solamente di discussione col governo. Ah, questo sacro dialogo sociale al quale solo le burocrazie sindacali sembrano credere. I responsabili sindacali si scuotono, rapidamente propongono un’azione… tra più di un mese!

È infine la gioventù precaria o studentesca che prende l’iniziativa di lanciare la mobilitazione. Ciò parte dalle reti sociali, “noi valiamo” èripreso dai sindacati degli studenti e dai liceali, dai sindacati dei lavoratori, è fissata la data del 9 marzo che è un successo, dà uno slancio considerevole. La mobilitazione si costruisce velocemente grazie alle date conosciute in anticipo. Le confederazioni sindacali si uniscono a queste azioni, più o meno apertamente secondo le date.

Le manifestazioni sono entusiaste, dinamiche, ciò suona come un risveglio. Finalmente si è là, nella strada, tutte e tutti insieme, mescolati, giovani, meno giovani, sindacalizzati,zadistes(attivisti che si oppongono ad una ZAD, zona di rinnovo urbano n.d.t.), precari, lavoratori, interinali, militanti della sinistra politica, molta gente in un clima quasi di festa. Per la prima volta da molto tempo, la contestazione sociale contro l’austerità, contro il padronato, per i diritti di tutte e di tutti, si fa sentire e riprende il cammino. Per la prima volta, è un confronto diretto con il governo di “sinistra”.

Al ritmo delle manifestazioni, non necessariamente molto massicce ma sufficientemente dinamiche per costruire una vera mobilitazione. L’opinione pubblica, del resto, è al 75% dalla parte dei manifestanti e contro la loi travail. Accade qualche cosa di enorme. La mobilitazione senza dubbio è tanto più una risposta all’insieme delle politiche di indietreggiamento sociale quanto più le subiamo da anni. La loi travail e la difesa del codice del lavoro sono certamente nel mirino, ma c’è molto più, il rigetto di questo governo detestato, di un padronato arrogante ed offensivo, il rigetto di un società diseguale, ingiusta e violenta.

Questo movimento è una risposta ad una società soffocante. È perciò che accanto alle manifestazioni appare un fenomeno nuovo, le Nuits Debout. Place de la République a Parigi sarà occupata le sere, le notti, le giornate da migliaia di persone, militanti o no, che organizzano delle assemblee generali per dibattere della legge, della collera delle persone, dello sfruttamento capitalista, della società, della democrazia… Una piazza dove si ritrovano diverse battaglie, quella contro la crisi climatica e per la difesa dell’ambiente naturale, quella della solidarietà con i migranti e contro i razzismi, quella contro i licenziamenti, per la difesa dei servizi pubblici, per la ripartizione delle ricchezze. Tutto ciò con una chiara coscienza della convergenza necessaria delle lotte. Questa piazza diventa un incrocio di lotte, di resistenze, di persone che aspirano ad un’altra cosa. La Nuit Debout parigina ne genera altre in numerose altre città dove centinaia, decine di migliaia di persone ugualmente si ritrovano nello stesso clima con gli stessi obiettivi.

Questo bisogno profondo di agire, di prendere queste cose nelle mani ha permesso che il movimento si rafforzasse rapidamente, malgrado i freni importanti che l’inerzia delle direzioni sindacali e la debolezza delle organizzazioni della sinistra radicale ed anticapitalista in particolare costituiscono. Le manifestazioni e le Nuits Debout hanno assunto un ruolo nei due ultimi mesi, hanno rimesso in campo l’idea della lotta. Ma adesso siamo in una situazione delicata. La mobilitazione fa fatica a ritrovare lo slancio dopo la “pausa” delle vacanze scolastiche, durata quasi 3 settimane. Per la prima volta dall’inizio, non abbiamo appuntamenti in calendario. C’è il rischio importante che il movimento si esaurisca. I dubbi ritornano. Tuttavia, la volontà, la determinazione e le possibilità ci sono sempre.

Manca l’avvio di un movimento di sciopero che si diffonderebbe, manca un settore per scatenare questa nuova tappa del movimento. Sappiamo tutti che la nostra forza risiede nel blocco dell’economia, nella generalizzazione del movimento. Cerchiamo il modo di superare questo passaggio. Ci sono, certo, nel contempo i ferrovieri in lotta contro una riforma che li riguarda, che potrebbero intraprendere uno sciopero ad oltranza che le direzioni sindacali non auspicano veramente. Ci sono i camionisti, che si mettono in sciopero il 16 maggio. In ogni caso, qualunque cosa sia, non è questione di mollare, dei collettivi militanti interprofessionali convergenti si sono costituiti e le prospettive d’azione sono sempre là.

Il movimento è di fronte ad una repressione brutale. È la risposta di un governo dapprima sorpreso dall’ampiezza della contestazione e che ora sembra volersi dare tutti i mezzi per fermare una mobilitazione che è durata fin troppo, giusto nel momento in cui il progetto di legge è in discussione al parlamento.

Le violenze poliziesche sono notevoli, toccano l’insieme dei manifestanti anche se prendono di mira particolarmente la gioventù, liceali e studenti, particolarmente quelle e quelli che rispondono alle aggressioni delle forze dell’ordine, che vogliono schiacciare fisicamente. I poliziotti in divisa o in borghese, usano i lagrimogeni, colpiscono, tirano a vista proiettili di gomma, che feriscono gravemente decine, addirittura centinaia di manifestanti. La polizia è onnipresente nella maggior parte delle manifestazioni, super-armata, super-attrezzata mentre il movimento era completamente pacifico, senza nessuno “scantonamento”. E’ proprio la volontà repressiva del governo che provoca le tensioni e le baruffe. Essa mira a far degenerare la mobilitazione, ad indebolirla con l’intimidazione.

In questi ultimi giorni, c’è una grossa campagna del governo, ripresa dalla destra e dall’estrema destra contro i “teppisti” ed i rompitori “, per l’interdizione delle manifestazioni e delle Nuits Debout. L’offensiva è tale che i sindacati di polizia manifesteranno il 18 maggio contro le violenze “anti-flics!” Questa campagna è logicamente orchestrata dai media, al servizio del potere. Fortunatamente sulle reti sociali circolano dei video, un lavoro importante di alcuni media denuncia il falso e mostra la realtà delle violenze.

La questione della repressione diventa cruciale per il futuro del movimento, diventa necessario discutere di come proteggere le manifestazioni, di quali risposte dare per difendere i diritti di manifestare e di contestare la politica del potere.

I militanti del NPA partecipano attivamente al movimento, allo stesso tempo stesso svolgono militanza quotidiana per costruire il movimento e per difendere le nostre idee anti-capitaliste, la prospettiva della convergenza delle lotte e dello sciopero generale, l’importanza di prendere i propri interessi nelle mani. Il movimento non ha detto la sua ultima parola.

 

Sintesi conclusiva

Riflessioni e proposte dell'assemblea dell’8 maggio a Roma per un Plan B contro l'austerità e la guerra.

L’attuale fase neoliberista del capitalismo europeo e mondiale ha prodotto la più grave crisi economica e sociale del dopoguerra.
I suoi tratti caratteristici sono: la compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, la distruzione dello stato sociale e dei servizi pubblici, il saccheggio e la devastazione dell’ambiente, responsabile anche di quel cambiamento del clima che sta già causando disastri, siccità e morti, l’annientamento o la mercificazione dei viventi, la privatizzazione dei beni comuni e di tutto ciò che può produrre profitto.

Per gestire queste politiche, tese a trasferire immense risorse dalle popolazionial capitale finanziario e multinazionale, vengono attaccate e stravoltele stesse costituzioni nate nel Dopoguerra in Europa.

Si vanno costruendo istituzioni europee e internazionali, a-democratiche e private, che espropriano dalle decisioni reali i parlamenti e i governi democraticamente eletti, quando questi non siano fedeli esecutori dei loro progetti.

Il neoliberismo ha accresciuto la povertà e la miseria in ogni parte del mondo, ha provocato guerre e incrementato migrazioni ed esodi forzati, che coinvolgono decine di milioni di esseri umani, ha aumentato lediseguaglianze di cui i più deboli sono le principali vittime.
Le donne che subiscono una differenza salariale del 30% a parità di mansioni e costrette ad un lavoro domestico e di cura sempre più pesante per la distruzione dei servizi sociali, i giovani sempre più precari o disoccupati, gli anziani con pensioni da fame e spesso derubati dei risparmi di una vita da banche sempre più “libere”.
L’infame persecuzione che l’Ue e i paesi membri stanno infliggendo alle popolazioni migranti rischia di trasformarsi in una condanna senza appello, in un segno di irreversibile decadenza sociale politica e morale dell’Europa.

Lungi dal risolvere la crisi economica e sociale, queste politiche la perpetuano e la aggravano, producendo reazioni opposte.
Da una parte, si profila la reazione conservatrice che punta alla chiusura delle frontiere, a politiche autoritarie e sicuritarie, sorretta da pulsioni nazionaliste impregnate di razzismo e xenofobia che, nel corso della storia contemporanea, hanno prodotto dittature, guerre, stermini.
Trasformare l’Europa in una fortezza chiusa all’esterno, significa trasformarla in una caserma e in una prigione all’interno.
Ma in tutta Europa stanno prendendo nuova forza anche movimenti e forze politico-sociali, che cercano di costruire un’alternativa di società, basata su principi e regole che non siano quelli del profitto e dello sfruttamento selvaggio degli esseri viventi e dell’ambiente.

La Grecia, la Spagna, la Francia e altri paesi europei conoscono oggi lo sviluppo di movimenti sociali e forze politiche che pongono al centro la solidarietà, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la gestione razionale ed equa dei rapporti con l’ambiente e tra gli esseri viventi.

L’esperienza della Grecia ha mostrato quanto sia rovinosa l'illusione di poter trattare con la Troika, per strappare migliori condizioni, rinunciandoalla dimensione del conflitto, nell’illusione di poter governare l'uscita dalla drammatica crisi economica all'interno delle attuali politiche economiche e di queste istituzioni europee.
In questo senso occorre prendere atto della irriformabilità della UE e delle istituzioni finanziarie antidemocratiche e non elette (come la BCE) che ne dettano le linee.
E’ dunque necessaria un’alternativa complessiva, europea e internazionale a queste politiche e istituzioni, un’alternativa che deve essere capace di articolarsi in ogni paese.
E’ necessario ricostruire rapporti di forza favorevoli alla classe lavoratrice, coinvolgendola nella costruzione di un progetto radicalmente diverso di società, è necessario elaborare una politica che si proponga di rovesciare l’architettura monetarista forgiata dall’oligarchia capitalistica dominante.

Un piano B che imponga una fase costituente europea capace di ridisegnare totalmente in senso democratico l’assetto istituzionale ed economico.

E’ quanto è stato proposto dall’incontro internazionale di Madrid.
L’avvio di un progetto di connessione tra movimenti, forze sociali e politiche, che sappia elaborare proposte generali e articolate, attorno ai cardini della giustizia sociale, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori sui posti di lavoro, delle relazioni solidali, della conversione ecologica, del femminismo, del rispetto dei viventi; coordinare le azioni di mobilitazione e accumulare forze per il rovesciamento dell’attuale disordine europeo.

Abbiamo partecipato alla grande manifestazione contro il TTIP: è una lotta che possiamo vincere, cominciando ad invertire la tendenza alla privatizzazione di tutta la vita.

Dobbiamo cogliere l’occasione della mobilitazione per i referendum istituzionali e sociali per reagire alla modifica autoritaria delle costituzioni e all’imbarbarimento delle condizioni di lavoro e dello stato sociale.

L’assemblea per il Plan B di Roma dell’8 maggio assume questo compito, partecipa e promuove la scadenza di mobilitazione Global-Debout del 15 maggio.
Per il 28 maggio organizzerà, con tutte le soggettività disponibili incontri e iniziative diffuse nelle città e territori, coordinati nazionalmente e a livello europeo.
Per articolare il Piano B in Italia a ottobre organizzeremo un convegno internazionale di più giorni.

Sotiris Martalis

 

«Ecco perché in Grecia si lotta contro il governo Tsipras»

 

L’intervento di Sotiris Martalis (sindacato ADEDY e direzione Unità Popolare) all’assemblea di Roma del Plan B.

Le “imprese” di Tsipras e le lotte del movimento operaio

Da venerdì scorso fino ad oggi in Grecia è in corso uno sciopero generale, con concentrazioni quotidiane in tutte le principali città contro le misure imposte dal terzo memorandum, misure che il governo vuole votare questa sera. Un voto che si svolgerà in un parlamento chiuso ai manifestanti di piazza Syntagma.

Le nuove misure prevedono 5,4 miliardi di tagli concordati da governo e creditori. Tali misure probabilmente includeranno un meccanismo di taglio automatico di più di 3,6 miliardi di euro richiesto dal FMI.
Per attuare queste misure il governo vuole votare due leggi, una sui tagli alle pensioni e la seconda sull’aumento delle tasse e l’introduzione di nuove imposte.

Il dato nuovo è che queste misure sono prese da un governo che almeno nominalmente è di sinistra. Questo governo taglia per la tredicesima volta le pensioni di povertà. È significativo il caso del taglio dell’assegno chiamato EKAS, che viene erogato ai pensionati con le pensioni più basse e che permette loro di vivere. Si tratta di circa 190.000 persone che vedranno la loro pensione ridotta di 193 euro al mese. La pensione minima scenderà a 345 euro. Coloro che andranno in pensione dopo la promulgazione della legge vedranno le loro pensioni ridotte di circa il 30%, mentre coloro che sono già in pensione saranno soggetti alle stesse riduzioni dal luglio 2018.

L’altra legge che riguarda le tasse aumenta del 24% l’IVA su tutti i generi di largo consumo: cibo, vestiti, scarpe ed altri, e prevede aumenti su carburante, tassa di circolazione, sigarette, bevande alcoliche, ecc. Allo stesso tempo taglia il diritto al reddito esentasse per chi ha un reddito annuo di 8.000 euro. Perciò verrà tassato chiunque guadagni più di 650 euro al mese.

Se vogliamo una risposta al perché vengono prese queste misure, possiamo trovarla in uno studio pubblicato giovedì scorso dal quotidiano tedesco Handelsblatt su chi sta intascando i crediti dovuti dai greci. Questo studio è stato condotto dalla Scuola Europea di Management e Tecnologia di Berlino, un’università privata che fa capo a Siemens, Deutsche Bank, Daimler, Bosch, BMW, Allianz e ad altre venti grandi aziende tedesche. In sintesi, lo studio mostra che il 95% dei prestiti di 220 miliardi di euro dei primi cinque anni dei memoranda è andato al salvataggio delle banche europee, e solo il 5% al bilancio greco. La stessa struttura hanno i prestiti del terzo memorandum per il 2015-2018.

Credo sia chiaro che, al di là delle proteste dei ministri di SYRIZA che dicono di non volere le misure, al di là delle lacrime per la privatizzazione di porti, aeroporti, treni, ecc, essi stanno continuando le stesse politiche dei precedenti governi, mantenendo al centro delle loro azioni l’argomento del TINA (There Is No Alternative).

Non so se il governo riuscirà a votare queste nuove misure nonostante la pressione delle proteste, ma anche se si riuscirà sarà molto difficile attuarle, e credo che la crisi politica in Grecia continuerà.

Oltre alle misure economiche, il governo SYRIZA -ANEL vanta altre imprese. È il governo che ha invitato Frontex e la NATO a sigillare il confine marittimo orientale con la Turchia. Ciò ha costretto i rifugiati a scegliere strade ancora più difficili e pericolose, con il risultato che numerosissime persone sono morte annegate, molte delle quali erano bambini.

Prima di procedere vorrei sottolineare che il movimento operaio non ha cessato di opporsi e di resistere a queste politiche. Appena due mesi dopo le elezioni di settembre c’è stato il primo sciopero generale, seguito da altri due. Da dicembre a marzo i contadini sono scesi nelle strade e hanno occupato le autostrade per protestare contro le misure. Da dicembre ad oggi sono in sciopero ad oltranza gli avvocati e gli ingegneri, e ci sono molti altri scioperi, ad esempio quello dei portuali.

Ma, prima di tutto, ciò che ci dobbiamo chiedere oggi è come e perché la speranza creata da SYRIZA si è spenta.
Prima di rispondere a questa domanda dovremmo tenere presente quanto segue:
SYRIZA è stata l’espressione politica delle grandi lotte del movimento greco dal 2010 fino a metà del 2013. Essa ha spostato lo scenario politico a sinistra, ha sollevato speranze e aspettative tra di noi, e paura tra la classe dominante e i suoi esponenti politici.
Questo stato d’animo ha determinato non solo i risultati delle elezioni, ma anche il risultato del referendum di luglio 2015. In questo referendum, con tutti i partiti della classe dominante che appoggiavano il SÌ alle misure, il KKE che chiedeva di votare scheda bianca; con la chiesa, tutti i media e il GSEE[i] che sostenevano anch’essi il SÌ; con le banche chiuse e un vero e proprio terrorismo psicologico sui disastri a venire in caso di vittoria del NO, questo ha vinto. Il NO alle misure e all’accordo con i creditori ha raggiunto il 62,5%, e ha mostrato il nostro stato d’animo.

Vi ricordo inoltre le proteste in tutta Europa a sostegno di SYRIZA in quei giorni. SYRIZA avrebbe dovuto andare al confronto con la leadership dell’UE e attuare il suo programma. Ma non lo ha fatto, e quindi torniamo ancora una volta alla nostra domanda sul come e perché la speranza creata da SYRIZA si è spenta.

Credo che, tenendo in mente le caratteristiche di formazioni come SYRIZA, possiamo concentrarsi su tre questioni.
La prima è che la leadership e la maggioranza di SYRIZA, dall’estate del 2014 e oltre, hanno iniziato a spostarsi dalle posizioni decise in origine, a quello che essi stessi hanno chiamato “un adattamento realistico”. In realtà avevano un progetto politico sbagliato. Il Piano A ha avuto difficoltà; la leadership ha dimenticato le posizioni decise, come quella del «nessun sacrificio per l’euro», e ha proclamato che avrebbe fermato l’austerità all’interno dell’Eurozona, e che avrebbe costretto la Troika ad accettare un compromesso onorevole.
Nonostante l’esperienza di Cipro e nonostante l’opposizione portata avanti dalla Piattaforma di Sinistra di SYRIZA, il partito ha continuato con questo piano sbagliato, e quando ha affrontato il ricatto da parte del quartetto del Brussels Group, ha ceduto e accettato tutto.

Il secondo punto è che, per imporre questa linea, la leadership di SYRIZA ha proceduto con la maggioranza dei parlamentari a sostituire completamente gli organi del partito. Così nell’estate del 2015, quando 109 dei 201 membri del Comitato centrale hanno richiesto ufficialmente una riunione del Comitato, e che non venisse firmato il terzo protocollo, Tsipras e la sua squadra sono andati avanti senza interpellare il partito.

Il terzo punto è la decisione della direzione di ampliare l’area di SYRIZA cercando di alleanze politiche con partiti che dovrebbero rappresentare piccoli commercianti, agricoltori, ecc. Perciò ha cercato alleanze con pezzi di socialdemocrazia. Questo era chiaro già nella prima composizione del governo SYRIZA, in cui Tsipras ha dato tutti i ministeri più importanti ad ex socialdemocratici.

Dovremmo notare tuttavia che la presenza costante di un’opposizione di sinistra all’interno di SYRIZA, la “Piattaforma di Sinistra”, ha permesso non solo la resistenza strutturata alla trasformazione del partito, ma anche creazione di Unità Popolare. Quest’ultima, con il 2,85% alle elezioni, per poco (soglia del 3%) non è riuscita ad entrare in parlamento.
Unità Popolare andrà al congresso di fondazione a fine giugno. Le procedure svoltesi fino ad ora (fase precongressuale di dicembre) hanno coinvolto più di 5.500 militanti della sinistra. Questi dati parlano di una forza strutturata e organizzata con la quale siamo in grado di continuare la battaglia.
Nell’ultimo periodo Unità Popolare ha organizzato più di 130 eventi pubblici contro le misure del governo. Ha inoltre una significativa presenza nei sindacati.

Sulla base dell’esperienza di SYRIZA, Unità Popolare ha tratto le seguenti conclusioni, che sono chiaramente espresse nelle sue posizioni:
- La lotta per rompere l’austerità può essere fatta solo uscendo dall’euro e attraverso il conflitto con le leadership europee.
- Molto importante è anche la questione delle alleanze. Queste devono basarsi sugli interessi della classe lavoratrice e non sul criterio della creazione di un’economia nazionale competitiva per il bene del Paese.
- Altro elemento decisivo è come si intende il ruolo del governo della sinistra. Cioè se lo intendiamo come un governo che attuerà un programma di transizione verso il socialismo. Un programma quindi che libererà le forze del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori nella lotta per portare avanti questo processo.

Credo che iniziative come quella di oggi offrano l’opportunità di scambiare esperienze e coordinare le nostre lotte a livello europeo per rovesciare le politiche di austerità.

(Traduzione dal greco di Giovanna Tinè)

 

Yago Alvarez Barba

INTERVENTO YAGO ALVAREZ BARBA 08 MAGGIO 2016 – PIANO B - ROMA

Buongiorno a tutti e grazie per averci invitato.

Analizzando l’attuale Europa dal punto di vista della lotta contro il debito, vediamo un’Europa costruita come un progetto neoliberale, che non solo non é stato capace di risolvere il problema del debito, ma lo ha anche usato per giustificare politiche di austerity.

Il debito é stato usato come strumento di dominazione sui popoli per decadi, quello che sembrava un problema dei Paesi del Sud del mondo, adesso ci tiene con l’acqua alla gola, ci asfissia.  Ha asfissiato i Greci, schiacciati dalle misure di austerity, e lo sta facendo con voi Italiani e con noi Spagnoli.

Quest’Europa ha bisogno di un movimento unito contro la tirannia del debito. Un movimento che nasca dal basso e che in maniera solidaria possa articolare una risposta congiunta ogni qualvolta le antidemocratiche istituzioni europee tenteranno di schiacciare un popolo,come é successo in Grecia.

La PACD (Piattaforma per l’Audit Cittadino del Debito, http://auditoriaciudadana.net/ ) é un movimento nato nelle piazze, le piazze degli Indignati del 15 Maggio 2011. Un gruppo di persone alcune delle quali giá si occupavano del debito del Sud del mondo, e che purtroppo si son rese conto che il debito é diventato un problema anche per l’Europa del Sud.

Lavoriamo soprattutto sú due concetti chiave: 1) IL DEBITO ILLEGITTIMO, inteso come quel debito che gli stati hanno creato alle spalle dei cittadini,  senza chiedere la loro opinione rispetto alle spese pubbliche, e solo per favorire le élites; 2) AUDIT DEL DEBITO ORGANIZZATI DAI CITTADINI, intesi come uno strumento di rafforzamento della cittadinanza, che ci aiutino a capire come é stato creato questo debito, soprattutto per poter decidere insieme “che fare” con questo debito, che pagare o non pagare.

Come PACD organizziamo giornate di lavoro, dibattiti, tavole rotonde, corsi di formazione affinché i cittadini possano capire e essere piú coscienti sú questo tema. Abbiamo fatto un’indagine sui “processi salva banche”, sui processi di privatizzazione del sistema sanitario e sul debito militare.

Nel lavoro fatto in questi anni ci siamo resi conto che il tema del debito municipale é piú facile da capire ed assimilare per la gente, rispetto al concetto del debito esterno. Perché coinvolge i cittadini piú da vicino, perché entra nelle loro realtá e perché tutti noi sappiamo “chi ruba o non ruba” nei nostri quartieri, cittá o dove si sprecano i soldi.

L’anno scorso, a maggio, ci sono state varie elezioni municipali in Spagna e molti liberi cittadini si sono presentati in liste civiche o similari, e tantissimi sono riusciti a inserire la tematica dell’audit cittadino dentro i programmi elettorali.

Attualmente  ci sono circa 30/40 gruppi che in vari comuni hanno iniziato un audit cittadino del debito, e abbiamo anche creato una piattaforma in software libero per gestire le consulte e domande dei cittadini interessati nel processo. (http://ocmunicipal.net/que-es-un-ocm/ ).

In questo momento cittá comeMadrid, Cadice, Saragozza  per esempio stanno iniziando a realizzare processi di audit con la partecipazione dei cittadini. E queste stesse persone, sensibilizzate, esigono al governo centrale un audit cittadino del debito statale.

Come PACD cerchiamo di appoggiare questi processi, guidandoli, dando consulenze e soprattutto facilitando l’interscambio di informazioni ed esperienze fra i vari gruppi.

Abbiam bisogno che anche in Italia inizino a muoversi gruppi di questo tipo, che possano seguire la nostra esperienza spagnola e crearne una nuova in base alla realtá italiana. É importante che questi gruppi si creino dal basso, con e per la gente, che parlino del debito in maniera trasversale, in collaborazione agli altri movimenti sociali e politici. 

In questo modo la cittadinanza inizierá a sensibilizzarsi sú questo tema e potrá esigere ai partiti che si posizionino contro il debito, un debito dei mercati finanziari, e di questa Unione Europea tanto antidemocratica.

Affinché quello che é successo in Grecia non torni a ripetersi, e per costruire una nuova Europa, é fondamentale riconoscere il diritto dei popoli a decidere sul loro futuro. Recuperare la sovranitá popolare significa riappropiarsi del diritto di DECIDERE, decidere per esempio come e  quando pagare il debito. Recuperando cosí la nostra sovranitá economica, per costruire insieme le basi di un’Europa democratica nella quale si rispettino i diritti economici, sociali, e culturali di tutti i popoli.

Un’Europa che dica NO al pago del debito, un’ Europa al servizio delle persone e non dei mercati.

Per questo abbiamo bisogno di un piano B per l’Europa.

NON DOBBIAMO, NON PAGHIAMO!!!