A chi serve l’indipendenza della BCE?

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di Guido Viale

da Il manifesto, 7 marzo 2015

Karl Polanyi includeva il denaro, insieme al lavoro e alla terra (che noi oggi possiamo chiamare, in modo più comprensivo, ambiente) tra le “merci fittizie”: beni la cui trasformazione in merce è causa di dissoluzione di ogni legame sociale e, alla lunga, della convivenza stessa. In termini attuali, possiamo tradurre il concetto di merce fittizia in quello di “bene comune”. Il Novecento, nelle sue diverse manifestazioni, ha cercato di contenere il potere disgregante di queste merci fittizie – senza impedirne la mercificazione – sottoponendole a una tutela pubblica: l’emissione di moneta, riunendo sotto un’unica Banca centrale un’attività sviluppata per secoli da banche private; la tutela del lavoro, con una legislazione che alla fine avrebbe riconosciuto valore normativo anche alla contrattazione collettiva; l’ambiente, con leggi a difesa del suolo, delle acque, dell’aria che imponevano dei limiti al potere di farne ciò che si vuole. Sostanzialmente il Novecento aveva sancito che quelle merci fittizie sono beni pubblici, o meritevoli di una tutela pubblica.

Il pensiero unico “neoliberista”, che è affermazione del primato del privato sul pubblico, non ha risparmiato nessuno di quegli ambiti: nel campo del lavoro, con lo sfracello a cui assistiamo da tempo, culminato con il Jobs Act (per mettere ogni lavoratore in concorrenza con tutti gli altri, lasciandolo solo di fronte al capitale); in campo ambientale, affidando al mercato delle emissioni, agli accordi volontari, alla soft low (fatta da chi la dovrebbe rispettare) gli obiettivi contro i cambiamenti climatici e il degrado del territorio; in campo monetario, con il trasferimento di fatto del diritto di “battere moneta” dalle istituzioni pubbliche, come il Tesoro o la banca centrale, a una finanza privata ormai globale e sempre più potente.

In Italia quest’ultimo processo si è realizzato con il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia (1981), vero atto istitutivo del neoliberismo da cui sono discese tutte le altre privatizzazioni, a partire da quelle delle altre banche. Più o meno negli stessi anni l’indipendenza della banca centrale è stata sancita in molti altri paesi europei. Così, dalla confluenza di tante banche centrali indipendenti ha potuto nascere una mostruosità come la BCE: una banca centrale senza Stato. Con la conseguenza che oltre alla banca, abbiamo anche una moneta senza Stato. Così, pochi anni dopo la sua introduzione, l’euro, lungi dal giocare quel ruolo di coesione che gli era stato assegnato, si sta rivelando un fattore di disgregazione sia dell’Unione Europea che della integrità dei paesi membri. Il che conferma, e alla grande, l’analisi di Polanyi.

Le giustificazioni di quel “divorzio” sono note: si trattava sia di togliere ai governi – e ai partiti, alla “politica” – la possibilità di accrescere a loro discrezione spesa pubblica e welfare, sia di arginare le spinte salariali: entrambe accusate di essere causa di inflazione e stagnazione (stagflazione). Ma le conseguenze di quel divorzio le ha illustrate Francuccio Gesualdi: da allora lo Stato italiano ha pagato ai detentori privati del suo debito pubblico interessi per l’equivalente di 3.500 miliardi (una volta e mezza il valore attuale di quel debito, balzato intanto dal 60 al 130% del PIL. Se abbiamo tutti l’acqua alla gola per via di un debito pubblico mostruoso, sappiamo chi ringraziare: non si tratta, per lo più, di “piccoli risparmiatori”; bensì di banche (tutte privatizzate e, impegnate a speculare sui mercati finanziari invece di prestare denaro a chi manda avanti fabbriche e aziende), di assicurazioni e di fondi speculativi. Sono loro, ora, al timone delle politiche europee, perché, con l’indipendenza della banca centrale e con l’euro, gli Stati si sono privati di tre strumenti fondamentali di governo dell’economia: il tasso di interesse, che viene fissato a Londra da un pugno di “operatori” privati (provatamente imbroglioni); il cambio, che ormai è fisso e impedisce le svalutazioni competitive; la creazione di moneta, cioè la funzione di “prestatore di ultima istanza”. Ora sono le grandi istituzioni finanziarie ad avere il potere di creare tutta la moneta che vogliono, o un suo equivalente con i derivati (e ne hanno creata decisamente troppa: 10 o 15 volte il valore del prodotto annuo mondiale). Di fronte a loro gli Stati sono ormai tutti dei nani e nei loro confronti la BCE ha solo funzioni compensative: interviene, di volta in volta, con soluzioni posticce come il LTRO (1000 miliardi di prestiti alle banche all’1% di interesse) o il quantitavive easing (altri 1000 e rotti miliardi), solo là dove rischiano di crearsi scompensi troppo gravi. Ma il “faro” che regola le sue scelte, come si è visto dal 2008 in poi, sono gli interessi dell’alta finanza; cioè la salvezza delle banche rovinate dalle proprie speculazioni. A spese dei cittadini e dei lavoratori europei, con quei “compiti a casa” che Renzi, dopo Monti e Letta, sta diligentemente facendo.

Dunque, se l’euro, la “moneta senza Stato”, è stato un errore, a maggior ragione lo sono stati il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e l’indipendenza della BCE. Ma come dall’euro, una volta entrati, non si può più uscire (diranno pure qualcosa, anche a Grillo e Salvini, o al loro guru Bagnai, gli sforzi del nuovo governo greco per non farsi cacciare dall’euro, pur cercando in tutti i modi di salvare il nocciolo duro del programma di Syriza), così  abolire l’indipendenza della BCE non è più possibile. Che cosa potrebbe mai sostituirla, in mancanza di un Governo e di un Tesoro europei da cui dipendere? La sottomissione ai Governi dell’eurozona? Sarebbe la dissoluzione non solo dell’euro, ma anche dell’Unione europea. D’altronde le banche centrali di quei Governi erano già tutte indipendenti anche prima dell’euro. La sottomissione al Consiglio Europeo, cioè ai capi di Governo dell’Unione? Idem. Alla Commissione Europea? Certamente no; è un organo non elettivo come la BCE, esposto alle mille pressioni delle lobby. Al Parlamento Europeo? Sarebbe una innovazione importante; ma il Parlamento non è un organo di governo: non può definire giorno per giorno le politiche della banca. Potrebbe imporre alla BCE degli obiettivi di massima (promuovere l’occupazione e non solo il contenimento dell’inflazione, come ora; o farsi prestatore di ultima istanza) e soprattutto, tagliare un po’ di artigli all’alta finanza con tasse e adeguati divieti. Ma siamo ancora lontani da un Parlamento del genere. D’altronde alla BCE non mancano i mezzi per sottrarsi alle sue “indicazioni”.

Ma se l’indipendenza della BCE è una iattura, la soluzione del problema, come di quelli creati dall’euro, non può che trovarsi in avanti: nella formazione di un Governo Europeo, responsabile di fronte al Parlamento Europeo, con una maggioranza di parlamentari che rispondono a un elettorato informato, consapevole e organizzato. Tre cose che oggi mancano, e delle quali l’ultima è la premessa di tutte le altre. Ma delineare un modello ideale non basta; occorre avviare un processo reale. Il federalismo che vogliamo non è solo una federazione tra Stati, e neppure tra Regioni.  Il nostro è – oggi, e forse sempre – più un federalismo di lotta che di governo. E la democrazia la vuole anche in forma partecipata, che è sempre una democrazia di  prossimità. Per questo individua nei Comuni – o nelle articolazioni di quelli grandi e nelle unioni di quelli piccoli – la sede principale dove discutere, elaborare e realizzare le misure di una radicale conversione ecologica, che salvaguardi ambiente, occupazione e diritti: del lavoro, della cittadinanza, della cultura. Un federalismo anche in campo monetario, che alla ritirata dello Stato, che ha ceduto i suoi poteri agli interessi eslegi della finanza internazionale, sappia contrapporre non il ritorno al passato (alle “sovranità monetarie nazionali”), bensì una concezione del denaro – e, a seguire, dell’ambiente e del lavoro – come “bene comune”. Cioè un bene che è tale se sottoposto a quel controllo popolare che può esercitarsi solo, o in via prioritaria, in ambiti di prossimità. L’idea che sta prendendo piede, come arma di lotta, ma anche come prefigurazione di un assetto futuro, è la circolazione, accanto a quella ufficiale dell’euro, di tante monete locali non convertibili, basate su un rapporto di fiducia che non è quella astratta di cui parlano gli economisti, ma quella, concreta, nei benefici di una prassi condivisa: una prassi che permetta a un tessuto economico fortemente riterritorializzato di sottrarsi, almeno parzialmente, allo strapotere dell’alta finanza.

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