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Costituzione - è tempo di attaccare
#1
Mi sono chiesta più volte quanto ancora potremo reggere, come consapevoli amanti della giustizia sociale intendo. Se un tempo pensavo alla nostra Costituzione come barriera abbastanza invalicabile, negli ultimi anni abbiamo più volte dovuto difendere la nostra Carta ma, nonostante le vittorie refendarie, è sotto i nostri occhi come la sostanza sia stata sempre più svilita e, addirittura, pezzi importanti sono stati intaccati. Tanto che oggi non penso più ad essa con sollievo ma con sconforto e tristezza. E oggi assistiamo addirittura ad attacchi concentrici subdoli che mirano alle fondamenta, alla prima parte.

Quello che oggi appare operetta da quattro soldi ci porta a disquisire sull'interpretazione di articoli della Costituzione che ci fanno perdere la visione d'insieme. Forse è ora che cominciamo a mettere a fuoco la posta in gioco Costituzione alla mano, invece di giocare a fare i costituzionalisti. Basta difenderla e basta anche con slogan che se non sostanziati esplicitatamente a poco servono. Se vogliamo difenderla bisogna cominciare ad attaccare coinvolgendo quante e quanti l'hanno difesa nelle urne. E per far questo non bastano gli slogan. C'è bisogno d'impegno e campagne mirate.

Oggi mi sono decisa e mi sono imposta il tempo necessario a scrivere perché in questa farsa collettiva sono capitate due coincidenze per me significative. Un commento di due righe ad un mio post, di una persona che nemmeno avevo fra i contatti e l'indicazione di un testo segnalato da Piero Pistolesi "Troppi diritti", di A. Barbano (direttore del Mattino di Napoli). Il puzzle mi si è completato all'istante nel momento in cui due elementi, in contesti diversi, contemporaneamente confermavano la mia percezione. Sono certa, a tutt* è capitato di notare come si tenda ad un uso improprio dei termini, distorcendone il significato. Sappiamo bene come gli inglesismi tendano a far perdere di vista il concetto... per esempio. Bene, fatevi un giro in rete partendo dal testo e capirete senza che io vi annoi ulteriormente. Spero sia sufficiente a convicervi che quanto propongo è decisamente necessario e non si può procrastinare.
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#2
E' chiaro che ormai c'è una tendenza, consolidata, a semplificare ogni questione con un "pro o un contro", "con me o contro di me" ma anche a ritenerci tutti in grado di leggere la Costituzione (o una legge) e comprenderla. In realtà gli studenti italiani sono fanalino di coda tra gli europei nella capacità di comprendere un testo, anche se magari conoscono l'inglese meglio di tanti della mia generazione. Facebook poi è un luogo terribile, in cui tutti diventano esperti di qualunque cosa, basta aver letto un articolo su internet, naturalmente senza controllare la fonte  e magari senza essere andati oltre le prime tre righe, che si pontifica. Beh, non so se si riuscirà a porre rimedio a questa incultura dilagante, del resto ho una figlia adolescente che non legge libri ma "legge" tantissimo il cellulare, e non so davvero cosa potremmo fare, ma so che dovremmo provarci.
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#3
forse non mi sono spiegata: si sta proprio creando un clima per cui è normale interpretare la Costituzione a seconda delle convenienze; nel contempo si alimentano tematiche che come unico obiettivo hanno quello di minare la Carta. Non sono attacchi diretti, si è portati per mano a ragionare in astratto e ad introiettare, di fatto, il concetto che quanto riportato nella Costituzione va cambiato.

https://www.corriere.it/cultura/18_marzo_31/libro-alessandro-barbano-direttore-mattino-mondadori-saggio-68683338-34f0-11e8-8de8-ad207e8187ca.shtml

"«La malattia dei diritti spiega il declino italiano». L’indagine di Alessandro Barbano, direttore del «Mattino» di Napoli, parte da qui. Il suo libro, Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà (Mondadori), è un’analisi lucida di una condizione di degrado culturale e politico in cui ha perso valore il merito, in favore di molti diritti senza doveri. "
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#4
questo panebianco sul corriere

La Costituzione
e le difficili riforme italiane
È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà?

Angelo Panebianco – Corriere della sera – 20 luglio 2017


Sta suscitando interesse la proposta di una flat tax (o tassa piatta), di una aliquota del 25 per cento uguale per tutti da applicare alle principali imposte (ma con esenzioni per le fasce di reddito più basse), elaborata dall’economista Nicola Rossi e dai suoi collaboratori nell’ambito delle attività dell’Istituto Bruno Leoni di Milano. La sua adozione, semplificando drasticamente il più complicato e irrazionale sistema fiscale d’Europa, darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita. Naturalmente, la frustata sarebbe anche ideologica o culturale. Adottare la flat tax secondo le indicazioni del Bruno Leoni significherebbe prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Per i fautori della flat tax la sua adozione renderebbe i cittadini italiani molto più liberi. È normale che la proposta incontri forti opposizioni. Romano Prodi, che non la condivide affatto, ha pur tuttavia osservato che essa potrebbe diventare il principale argomento del conflitto fra i partiti nelle prossime elezioni (Il Messaggero, 9 luglio). Sul Sole 24 Ore (16 luglio) Enrico De Mita, un avversario ideologico della flat tax, la ritiene incostituzionale.
Forse De Mita non ha considerato a sufficienza il fatto che la proposta del Bruno Leoni sia stata costruita in modo da tenere conto dei vincoli costituzionali sulla progressività delle imposte. Però è vero che i «principi costituzionali» contenuti nella prima parte della Costituzione del ‘48 non si concilino facilmente con la filosofia che ispira la flat tax. Per la verità, c’è il sospetto che i suddetti principi siano inconciliabili con tante cose. Se si discute di leggi elettorali ecco che salta su qualcuno (e forse ha ragione) che afferma che l’unico sistema elettorale coerente con la Costituzione sia quello proporzionale. Se si discute di università c’è sempre qualcuno pronto a sostenere (anche lui forse ha ragione) che il numero chiuso sia incostituzionale. E, ancora, la difesa dei «diritti acquisiti» di dirigenti e funzionari, brandita dalle magistrature, costituzionale e amministrative, contro i tentativi di riforma della pubblica amministrazione, fa sempre leva sulla Costituzione. Forse persino il Job Act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso «controllo di costituzionalità».
I più maliziosi hanno già capito dove va a parare questo discorso. Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi. Dagli anni Ottanta dello scorso secolo (si cominciò allora con la Commissione Bozzi) fino al referendum costituzionale del dicembre scorso, i tanti tentativi — tutti falliti — di riformare la Costituzione hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato. Il ritornello sempre ripetuto era che solo la seconda parte richiedesse profonde modifiche. La prima, invece, era impeccabile, perfetta, non bisognosa di interventi. È stata una convenzione della Repubblica, riverita da tutti, quella secondo cui ogni cosa era negoziabile, e poteva essere oggetto di dispute, tranne la prima parte della Costituzione, lo scrigno che conteneva i gioielli più preziosi, i principi costituzionali per l’appunto. È stata questa la vera ragione per cui le riforme tentate (e fallite) avevano sempre qualcosa di incompiuto, di mal costruito, di posticcio. Non riconoscendo l’intima coerenza che esiste fra la prima parte e la seconda parte della Costituzione, i riformatori finivano per confezionare un abito da Arlecchino: volevano superare l’assemblearismo e rafforzare il ruolo del governo lasciando invariato un testo (la prima parte) molto più coerente con il suddetto assemblearismo che con le progettate riforme. Cambiare la seconda parte lasciando invariata la prima era come tentare di innestare la testa di un cavallo sul corpo di un cane.
I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione. Perché allora non cominciamo a discutere della prima? È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato fra i cosiddetti «interessi legittimi», fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio? Le enunciazioni contenute nella prima parte della Costituzione furono il frutto di compromessi fra alcune forze (democristiani, socialisti e comunisti) che, all’epoca, non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualunque uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo occidentale dopo la vittoria democristiana sui socialcomunisti nelle elezioni del 18 aprile 1948 ma avrebbe potuto diventare — senza bisogno di revisioni — la carta fondamentale di una «democrazia popolare» se i socialcomunisti avessero vinto. Magari, chissà?, sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare in modo meno acritico i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.
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#5
In un primo tempo ero rimasta perplessa perché non era chiaro il legame tra il testo di Barbano e il tuo allarme, sembrava quasi che proponessi il testo di Barbano come esempio di giusta reazione. Mi sembra di capire che di fronte a discorsi come quello di Panebianco o quello - molto più ambiguo - di Barbano, secondo cui i diritti si sono resi autonomi dai doveri, ecc. la gente ne abusa ecc., è ora di contrattaccare e si è già perso troppo tempo.
Sono d'accordo con te.
Insomma bisogna fare campagne mirate di interpretazione autentica della Costituzione - facendosi aiutare invece di giocare a fare i costituzionalisti su FB.
Direi che Panebianco, però, nel proporre di modificarla senza mezzi termini, ne ha dato un'interpretazione molto aderente; il più pericoloso secondo me è Barbano, che cerca di piegarne il senso con l'idea che ogni diritto deve avere come contropartita un dovere.
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#6
Non volevo influenzare e cercavo un confronto. Scioccamente pensavo avreste googlato "barbano" e il titolo del libro, quanto meno, e riportato le vostre impressioni.
Di esempi ce ne sono altri. Senza andare troppo indietro, pensate alle riforme di renzi e a come sono state fatte passare. Alle argomentazioni proposte.
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