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Cos'è la conversione ecologica, di Guido Viale.
#1
- Che cos’è la conversione ecologica?
(appunti per una discussione in seno alla coalizione sociale. Si dà per scontato il nesso tra combustibili fossili e cambiamenti climatici, la sua conoscenza e la consapevolezza della dimensione, della gravità e dell’urgenza del problema )

La conversione ecologica è un processo di transizione verso un nuovo assetto economico e sociale sganciato dalle fonti fossili di energia, irrinunciabile, che riguarda tutti i paesi del mondo. Prima o dopo verrà messa all’ordine del giorno ovunque, sotto la pressione di cambiamenti climatici sempre più devastanti. Ma prima la si intraprende, anche in forme parziali e in “ordine sparso”, meglio è: soprattutto, ma non solo, per i paesi, i territori e le comunità che imboccano per primi questa strada, perché più la si procrastina, maggiori saranno i costi economici e sociali per realizzarla. In questo campo non esistono vantaggi per i free riders. I costi evitati oggi si ripresenteranno moltiplicati domani.
La conversione ecologica è innanzitutto un programma di riconversione di tutto – o quasi – l’apparato produttivo: quindi di primario e diretto interesse per chi è impegnato direttamente nella produzione: in particolare, come vedremo, ma non solo, nel settore meccanico.
Ma la transizione non riguarda solo la produzione. Coinvolge necessariamente anche i consumi, gli stili di vita, l’organizzazione e il funzionamento dei mercati, la gestione del territorio, i rapporti con le istituzioni, la riconfigurazione delle relazioni personali, la partecipazione ai processi decisionali: cioè la democrazia. Tutti questi aspetti sono strettamente interconnessi.
Alle organizzazioni fondate sulla partecipazione (sindacati, iniziative civiche, comitati di lotta, associazioni professionali, politiche, culturali, ma anche sportive o dopolavoristiche, comunità religiose) spetta il compito di promuovere un generale orientamento alla sostenibilità che abbia il suo fulcro nella conversione ecologica e nella sua articolazione in programmi e progetti a livello sia locale che generale.
Alle istituzioni di governo del territorio (Comuni, associazioni di Comuni, strutture del decentramento urbano e poi, ovviamente, Regioni, Governo nazionale e governance europea) spetta il compito di promuovere e sostenere una domanda solvibile per le produzioni riconvertite alla sostenibilità, sia direttamente, con la spesa pubblica, sia indirettamente, con l’incentivazione, la penalizzazione e il governo della spesa privata.
Alle imprese produttive spetta il compito di riconvertirsi e attrezzarsi per mettersi in grado di soddisfare quella domanda con adeguati investimenti sia fisici che in risorse umane.
Alle attività di ricerca e sviluppo, ai centri di formazione, alle scuole e alle Università, alle strutture di progettazione spetta il compito di sostenere la conversione ecologica sia dal lato della domanda, contribuendo a una sua riqualificazione orientata alla sostenibilità e a una definizione sempre più precisa dei programmi e dei progetti in cui si deve sostanziare, a partire dalle caratteristiche specifiche di ogni territorio, sia dal lato dell’offerta, contribuendo alla riconversione delle corrispondenti attività produttive.
Il finanziamento dei piani o dei progetti di riconversione richiedono un impegno diretto della finanza pubblica, soprattutto a livello locale, incompatibile con il rispetto dei vincoli imposti dai patti di stabilità sia interno che estero; ma anche un coinvolgimento del sistema bancario a livello quanto più articolato possibile.
In tutti i casi la conversione ecologica comporta l’attivazione di processi e interventi a elevata intensità di lavoro sia altamente qualificato che a tutti i livelli di complessità e di specializzazione (ma richiedono anche investimenti non indifferenti).
I settori prioritari della riconversione sono quello energetico (fonti rinnovabili ed efficienza energetica); quello delle costruzioni (efficientamento e messa a norma degli edifici, salvaguardia degli assetti idrogeologici); quello agroalimentare (agricoltura di prossimità, biologica, multicolturale e multifunzionale); la gestione della mobilità (trasporto di passeggeri e merci multimodale, flessibile, fondato sulla condivisione dei veicoli); il riuso e il riciclo degli scarti della produzione e del consumo (le miniere del futuro); la gestione smart del territorio; l’informazione e la comunicazione (sia hardware: reti, terminali e spazi fisici, che software: media); la ricerca, l’istruzione, la cultura,. La conversione energetica, l’impiantistica in campo edilizio, la mobilità, l’ITC e la gestione delle risorse interessano direttamente il settore metalmeccanico.
I servizi pubblici, soprattutto quelli locali, ma non solo, sono il medium fondamentale per governare e promuovere una domanda sostenibile (e quindi per orientare in tal senso sia la spesa pubblica che quella privata) in campo energetico, in quello della mobilità, nella gestione dei rifiuti e del servizio idrico integrato, nella sanità, in campo alimentare (con la gestione delle mense pubbliche e dei mercati ortofrutticoli) e, quindi anche in campo agricolo, ecc. Per questo è assolutamente necessario che restino o ritornino in mano pubblica.
Affrontare la transizione verso la sostenibilità richiede un disegno generale condiviso (e quindi una grande opera di autoeducazione); uno o più piani generali di investimento finalizzati a creare lavoro aggiuntivo; una loro articolazione locale attraverso progetti puntuali che devono essere sviluppati con il consenso e la partecipazione diretta della cittadinanza attiva).
La conversione produttiva e la salvaguardia e la qualificazione dell’occupazione nelle aziende o nei territori da riconvertire non possono essere affidate alle “forze di mercato”: devono venir sviluppate e realizzate all’interno di precisi vincoli di cui devono farsi garanti le istituzioni del governo locale e le organizzazioni fondate sulla partecipazione. Il principale vincolo è la garanzia di poter conservare il proprio lavoro o di poter comunque contare su un reddito fino a che non se ne è trovato uno, sviluppando al massimo la possibilità di una libera scelta con l’istituzione di un reddito minimo garantito.
Le aziende in crisi e quelle in procinto di essere abbandonate dalla proprietà non possono essere affidate a un nuovo padrone. Se con la precedente gestione mancavano le condizioni per renderle profittevoli nel contesto operativo dato, queste mancheranno anche sotto un diverso assetto proprietario.
Occorre quindi mettere a punto ipotesi e modelli di nuove forme di governance delle aziende dove il management non imbocca autonomamente la strada della conversione ecologica. Modelli fondati sulla partecipazione, ma che non scarichino la responsabilità delle scelte solo sulle maestranze coinvolte. Per questo la governance di queste aziende deve vedere il concorso dei sindacati (e delle rsu), dell’associazionismo e degli Enti Locali del territorio di riferimento, delle Università e dei centri di ricerca.
Questa soluzione può essere e va sperimentata fin da ora nella messa a punto di progetti di riconversione delle principali aziende o di alcuni territori in crisi e costituire la base di una piattaforma rivendicativa per dei contratti d’area o di impresa.
Soluzioni del genere non fanno venir meno, ma anzi richiedono un di più di spirito imprenditoriale, coltivato e sviluppato non in forme autoritarie e monocratiche, ma dando il più ampio spazio possibile alla condivisione e alla corresponsabilizzazione. Le rsu, il terzo settore, l’associazionismo e il mondo giovanile sono pieni di persone in grado di assumere ruoli di responsabilità con spirito creativo e partecipativo. Si tratta di individuarle e di coltivarne le potenzialità. La coalizione sociale deve servire anche a questo.
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#2
Conversione ecologica versus socialismo ( Guido Viale )
Un progetto di trasformazione della società orientato alla sostenibilità ambientale deve prendere le distanze dalle idee e dalle forme dei conflitti sociali del secolo scorso (8.7.2014)
Perché l’Europa e il mondo cambino rotta occorre una revisione radicale dei meccanismi che regolano l’economia e la società: le mezze misure non servono se non si blocca e non si inverte il meccanismo infernale che ci ha portato a questo stato permanente di crisi. E tuttavia il cambiamento non sarà un evento unico e improvviso, ma il lento risultato di un conflitto destinato a durare nel tempo. Alex Langer chiamava questa inversione di rotta “conversione ecologica”, per sottolinearne sia la dimensione soggettiva (un mutamento profondo del nostro stile di vita e dei nostri consumi), sia quella oggettiva: una profonda revisione di quello che si produce, delle risorse utilizzate per produrlo, dei modi in cui lo si produce, dei destinatari di questa produzione e, soprattutto, del dove lo si produce. Il che mette in causa il problema di fondo: chi deve prendere le decisioni sull’intero ciclo produttivo? L’alta finanza e i governi di Stati e di economie ad essa completamente subordinati? I lavoratori di ogni singola impresa? Oppure le comunità dei territori in cui quelle imprese sono insediate? E mette del pari in discussione la concezione stessa della democrazia: è una cosa che riguarda solo le istituzioni dei governi locali, nazionali e transnazionali oppure ne deve entrare a far parte anche la gestione delle imprese e il governo delle comunità che vivono del lavoro che in esse si svolge? In altri termini, come deve configurarsi una politica industriale capace di fare i conti con le cause ultime della crisi economica e della crisi ambientale? Chi sono gli attori che devono definirla e metterla in pratica? E come tradurre in un programma di trasformazione sociale le tante forma di indignazione che gli sviluppi della crisi hanno suscitato?
La sostenibilità ambientale, l'orizzonte ecologico in cui devono inserirsi le decisioni di tutti coloro che intendono contrastare e combattere le scelte che ci hanno portato a vivere in questo stato di crisi permanente e a correre gli enormi rischi ambientali che sovrastano il pianeta ci fornisce anche alcune risposte. Occorre promuovere e sviluppare non uno, ma tutta una serie di conflitti radicali contro i responsabili dello stato di cose presente e questi conflitti devono alimentarsi e combinarsi con un livello sempre più alto di partecipazione alle decisioni da parte di chi ne è stato finora escluso. D’altra parte qualsiasi forma di partecipazione ai processi decisionali non è realizzabile se non in un quadro di conflittualità crescente con chi ha interesse a escludere la maggioranza della popolazione dalle scelte che ne determinano le condizioni di vita e di lavoro. Conflitto e partecipazione sono tra loro inscindibili e costituiscono l’orizzonte del mondo in cui ci troveremo sempre più spesso a operare. La direzione di questo cambiamento è chiara: in tutti i campi si tratta di passare da un mondo dominato dalla concentrazione dei poteri, dai grandi gruppi finanziari e dalle grandi imprese, dagli Stati che ne eseguono centralisticamente gli ordini, a un sistema di poteri, di impianti, di imprese, di attività, diffusi, differenziati, adattati alle caratteristiche di ogni territorio e di ogni comunità, ma non isolati tra loro, perché collegati da un sapere condiviso, reso possibile dalla estensione planetaria dell’istruzione e dalle potenzialità delle reti di telecomunicazione.
La conversione ecologica richiede che produzione e consumo o, meglio, generazione, rigenerazione e utilizzo dei beni e dei servizi si avvicinino tra loro il più possibile - anche, ma non solo, in senso fisico e geografico - attraverso accordi diretti tra chi lavora e chi utilizza i frutti di quel lavoro: è la cosiddetta ri-territorializzazione dell’economia, che non è autarchia, non è protezionismo, ma è co-progettazione del sistema di vita e del lavoro di una comunità. Una comunità di dimensioni variabili: in ogni singolo ambito si potrà promuovere tanta prossimità quanto le tecnologie e le opportunità offerte dal territorio consentono; molto forte nei campi energetico (fonti rinnovabili differenziate), alimentare (agricoltura a km 0), del recupero (riciclo integrale dei rifiuti), dell’edilizia e del riassetto del territorio; sicuramente più lasca in campo industriale e certamente di dimensioni planetarie nel campo dei saperi, dove a viaggiare e a venir diffusi non sono gli atomi ma i bit. Questa non è l’abolizione del mercato, ma il suo trasferimento, certamente parziale e soggetto a continue revisioni, nell’ambito di una negoziazione che tenga conto non solo dei costi esternalizzati (quelli non considerati oggi dalle imprese, che scaricano gran parte dei loro costi effettivi sull’ambiente e sulla società), ma anche e soprattutto di priorità e convenienze decise in forme partecipate.
Tutto ciò mette radicalmente in discussione le sperequazioni che da sempre caratterizzano molte delle formazioni sociali che si sono succedute nel tempo, tutte nell’alveo di un assetto patriarcale nei rapporti tra uomini e donne, ma soprattutto il capitalismo; sperequazioni che il passaggio dal sistema di produzione fordista - e dall’approccio keynesiano ai problemi economici - alla fase attuale di finanziarizzazione dell’economia ha enormemente dilatato. La conversione ecologica - un processo che rimette al centro gli interessi e i bisogni di miliardi di uomini compressi e disattesi da un pugno di “padroni del mondo” - è inscindibile da un cammino verso un abbattimento crescente di queste sperequazioni: giustizia ambientale (verso la Terra e il vivente) e giustizia sociale (tra gli umani) sono due facce dello stesso percorso.
Se tutto ciò è vero, un progetto politico di trasformazione della società orientato alla sostenibilità ambientale deve saper prendere le distanze dagli ideali che hanno dominato i conflitti sociali e la lotta di classe del secolo scorso almeno quanto le forme di dominio assunte dal capitalismo finanziario di questo secolo si differenziano da quelle che hanno caratterizzato il panorama produttivo e politico dell'era fordista e quanto la crisi ambientale mette fine all’illusione di una crescita illimitata della produzione e dei consumi. Per tentare un primo confronto tra l’orizzonte delineato dalla conversione ecologica – che non è un’idea molto distante da quella definita, in altri ambiti semantici, dai concetti di decrescita, o di economia stazionaria, o di buen vivir, o di giustizia sociale e ambientale – e l'orizzonte che ha dominato il conflitto di classe nel corso del secolo scorso, sotto le insegne del socialismo, del laburismo o del comunismo, alcune considerazioni sembrano d’obbligo.
Un processo fondato sulla combinazione di conflitto e partecipazione non ha, nell’orizzonte che ci è dato di prospettare, un punto di approdo definito, uno stato di compiuta rappacificazione con la Terra e tra gli umani. Il conflitto potrà – si auspica – essere condotto in condizioni più favorevoli a chi oggi ne è la vittima, e la partecipazione potrà offrire a tutti una maggiore ricchezza in termini di relazioni umane, di accesso al sapere, di affetti, di autonomia e di dignità della persona; ma si sono dissolti per sempre, credo, il sogno di un "paradiso socialista", la prospettiva di una società senza classi e senza conflitti di classe, la pretesa del socialismo "scientifico" di condurci fuori dalla "preistoria", cioè da qualsiasi forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo (e della natura) da parte dell'uomo; e ce ne sono tante, e anche di sempre nuove. Per questo dobbiamo riuscire ad attribuire anche e soprattutto al presente, alla vita e alle lotte qui e ora, tutto il valore che spetta loro in quanto forme di un diverso modo di vivere e di concepire la vita. La condizione in cui dobbiamo saper ricollocare le nostre esistenze è quella di una società in crisi permanente, che sarà sempre conflittuale e dove la partecipazione dovrà ogni volta essere ricostituita su nuove basi. In altre parole, nel confronto che aveva contrapposto Bernstein e Kautsky, la conversione ecologica sta con il primo: il movimento è tutto; e il fine è nel movimento stesso. O, se vogliamo, sta con Marx, per il quale il comunismo è il movimento reale che abolisce (ogni volta di nuovo, aggiungo io) lo stato di cose presente.
In secondo luogo, socialismo e comunismo, in tutte le loro versioni sono state comunque concezioni indissolubilmente fondate sul produttivismo, sul principio di affidare allo "sviluppo delle forze produttive" le basi materiali di una emancipazione dell'umanità; l’ecologia, invece, ricerca una conciliazione tra l’attività umana e l’ambiente che subordina la produzione al rispetto degli ecosistemi e della vita in generale: in tutte le sue forme e sia a livello locale che globale.
Poi il socialismo e il comunismo - nella loro applicazione storica, sicuramente distorta – sono incontrovertibilmente legati a una dimensione nazionale (“il socialismo in un solo paese”, anche se solo come stadio verso l’internazionalizzazione della transizione alla società senza classi) e individuano nel potere dello Stato la leva fondamentale della trasformazione sociale, pacifica o violenta che sia; mentre per l’ecologia è giocoforza procedere “a macchie di leopardo”, soprattutto a livello locale, anche se l'ecologia individua negli accordi internazionali, purtroppo quasi mai rispettati, una potente leva di trasformazione.
Inoltre il socialismo, nella sua evoluzione, è indissolubilmente legato al processo di concentrazione della produzione in grandi stabilimenti da cui è discesa la creazione di quel proletariato industriale – la “classe operaia” – eletto a protagonista del rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. L’ecologia, anche se volesse, non può più contare su un soggetto del genere; deve fare i conti con la dispersione e la moltiplicazione delle figure sociali e professionali del nostro tempo e cercare soprattutto nella ricomposizione delle comunità locali in rapporto con i loro territori e i loro beni comuni le forze con cui costruire una prospettiva di trasformazione sociale e ambientale. A promuovere la transizione non sarà quindi un soggetto monolitico, ma una rete di iniziative differenti e diffuse.
Il socialismo ha poi visto nella concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un numero ristretto di grandi corporation - che di fatto abolivano le regole del modello liberista di un mercato concorrenziale - una prefigurazione, ancorché parziale e distorta, di una pianificazione centralizzata dei processi economici. L’ecologia vede invece le radici del cambiamento in una progressiva diffusione e differenziazione di impianti, tecnologie e strutture di piccole dimensioni su cui maestranze e comunità locali possano esercitare forme di controllo diretto e partecipato, rapportandosi tra loro attraverso processi negoziali che non cancellano il mercato – cioè la contrattazione delle condizioni dello scambio – ma non lo sottomettono a quella competizione senza limiti che, attraverso i diversi livelli di subordinazione tra le imprese, finisce sempre per scaricarsi sulle condizioni di chi lavora e/o ne subisce l’impatto economico, sociale e ambientale.
Per questo il “socialismo scientifico” ha ritenuto che lo sviluppo delle forze produttive generasse, all’interno stesso del “modo di produzione” capitalistico, non solo le condizioni, ma anche le forme di una società diversa, come la farfalla è già presente nella larva che si sviluppa all’interno del bozzolo dentro cui dovrà aprirsi la strada per uscire all’aria aperta: un presupposto indimostrato ma diffuso, come evidenzia l’uso corrente di espressioni come “la fuoriuscita dal capitalismo”. In tempi più recenti, una concezione delle forme di condivisione prodotte dall’evoluzione della cooperazione sociale (il cosiddetto “comune”) che si sviluppano, anche in forme non programmate all’interno dei rapporti di produzione dominati dal capitale sembra riproporre, in una forma più aggiornata, una concezione analoga. L’ecologia ritiene invece che ogni nuovo rapporto sociale vada costruito secondo progetti messi a punto in modo consapevole e sottoposti continuamente alla prova dei fatti, misurandone ogni volta l’efficacia.
Il socialismo e il comunismo "realizzato" vedevano nella proprietà pubblica intestata allo Stato e ai suoi organi la condizione di una estensione universale dei diritti sociali e l'alternativa al dominio del capitale fondato sulla proprietà privata. Il nuovo secolo ha ormai verificato che la proprietà pubblica non costituisce di per sé una reale alternativa a quello sfruttamento del lavoro e della socialità intrinseco alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Entrambe, proprietà pubblica e proprietà privata sono forme di appropriazione di ciò che può e deve essere condiviso, e le cui condizioni di condivisione possono risiedere solo in un continuo rafforzamento, in forme conflittuali, dei processi di partecipazione alla sua gestione da parte delle comunità interessate: la sostanza stesa di ciò che si intende per "beni comuni".
Infine, socialismo, comunismo, socialismo “scientifico” e marxismo, nelle loro evoluzioni teoriche e nelle loro diverse applicazioni pratiche, si sono sviluppati all’interno di un orizzonte ancora dominato dalla cultura patriarcale. Le numerose e straordinarie figure femminili di militanti che hanno preso parte in varie forme a queste evoluzioni hanno sì contribuito ad aprire delle importanti brecce in quella cultura, ma le condizioni storiche del loro operare non le hanno messe in grado di cogliere fino in fondo la continuità storica, e i meccanismi di reciproca inclusione, tra patriarcato e sfruttamento. Soltanto la cultura della differenza di genere, sviluppatasi nell’ambito e a partire dai movimenti femministi degli anni ’60 e ’70, ha consentito di individuare nei nessi tra patriarcato e capitalismo le radici del loro reciproco rafforzamento. Oggi non c’è ancora un pensiero femminista condiviso a cui fare sicuro riferimento, come non c’è, e forse non ci sarà mai, una “dottrina” ecologica in cui si possano riconoscere tutti coloro che si considerano impegnati sullo stesso fronte e dalla stessa parte. Ma sicuramente il femminismo, come l’ecologia ha ormai imposto all’elaborazione politica una apertura verso la continua rimessa in discussione delle proprie premesse e del proprio agire che nemmeno le versioni meno dommatiche del socialismo e del comunismo avevano mai raggiunto in passato.
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#3
Caro Guido,

apprezzo molto il tuo sforzo.
Ma, ovviamente, qualcosa da ridire ce l'ho anche se penso e spero che non siano divergenze insormontabili.
A cominciare dal titolo. Perché conversione ecologica contro socialismo? Non potremmo parlare di socialismo verso conversione ecologica (e non viceversa ovviamente)?
Dico questo sempre ripartendo da Langer ed alla sua illuminante metafora tra antico e nuovo testamento.
La conversione ecologica parla un linguaggio se non addirittura con un alfabeto nuovo che attinge pienamente dalla tradizione e dalla cultura di sinistra aprendosi al mondo "pagano" che sta fuori da questa storia e cultura.
Ovviamente questo "salto" si può fare solo definendo bene i contenuti ed i valori fondanti della "conversione ecologica" altrimenti si rischia di ricadere nel generico "né di destra né di sinistra" che ha prodotto tanto il PD (saldando gli interessi concreti di classi politiche passate più che favorendo un'evoluzione di valori basandosi su una lettura profonda del presente) che il M5S (che continua a tenere un atteggiamento a dir poco ambiguo tanto sui processi democratici quanto sul comportamento da tenere verso il fenomeno immigratorio).
Conversione ecologica e arte della convivenza sono e saranno sempre più i due "nodi centrali" intorno a cui scomporre e ricomporre schieramenti precedenti.
Questo si potrà fare solo assumendo un profondo atteggiamento nonviolento. Lo so che nonviolenza non significa assenza di conflitto, ma cerca di ridurlo al minimo e non campa su questo. «La nonviolenza è un’altra cultura, è un’organizzazione della vita personale e collettiva che si basa sulla subordinazione del momento competitivo al momento della comunione, dello scambio, dell’intesa. […] la vera ricchezza umana si ha nello scambio reciproco, nel momento in cui l’avversario cessa di essere tale, perché ci siamo “convertiti” l’uno all’altro...» (Ernesto Balducci)
Io capisco la necessità di non tagliare drasticamente con un linguaggio ed una storia passata, si può anche chiamare "conflitto" con l'agricoltura industriale e la grande distribuzione fare un orto sinergico e vendere direttamente i propri prodotti a gruppi di acquisto solidale, non me la prendo a male, ma occorre aver chiaro che non è questo il linguaggio che arriva ai giovani di oggi. Il cambiamento come del resto spieghi nell'articolo non avviene e non avverrà più con uno scontro frontale tra blocchi, ma con pratiche diffuse a macchia di leopardo. Con contaminazioni positive.
Mentre noi discutiamo altri agiscono.
A commento del mio post "incriminato" da Laura, Cristiano Bottone, tra i fondatori di Transition Italia, ha scritto: "Ho letto... chi fosse interessato allo sviluppo di una bestia politica completamente anomala mi faccia sapere, ci stiamo lavorando... però non vi piacerà, e consiglio di rileggere bene quello che ha scritto Pierluigi più su". Quello che ha scritto Pierluigi Paoletti l'ho già postato, ma lo rimetto: "credo che sia solo una questione di tempo. Il problema sono le persone che ancora "lottano" per affermarsi in una "parte" (partito o movimento), una volta che le persone si evolvono, abbandonano il conflitto causato dal contrasto di interessi privati e iniziano a confrontarsi per il bene collettivo, cosa che già sta accadendo. Il M5S è stata la rottura col vecchio schema di potere e per questo, con tutti i suoi limiti, sta facendo da apripista, sta sperimentando nuove strade ovviamente da perfezionare. L'evoluzione successiva porterà alla nascita di qualcosa di più equilibrato e di una politica più sana e altruista...la buona notizia è che la strada ormai è già tracciata, la cattiva è che dipenderà da noi, o meglio dalla nostra evoluzione personale e collettiva, il tempo per attuarla.".

Ragionamento perfettamente in linea col pensiero femminista postato da Laura, che è esattamente l'opposto del comportamento tenuto nei confronti di Roberta e Antonella e che ha aperto la ferita, dura da rimarginare, al nostro interno.

Un abbraccio collettivo.

Pietro
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#4
Più volte, nei nostri incontri, Guido Viale ci ha ripetuto che "conversione ecologica" e "decrescita felice" sono in fondo la stessa cosa.
Ne sono convinto anch'io, così come sono convinto che la prima espressione "Conversione ecologica" ha sul vasto pubblico un effetto meno impattante della espressione "decrescita" (ancorché) "felice".
Papa Francesco nella sua enciclica "Laudato sì" richiama sia l'una che l'altra espressione come perfettamente sovrapponibili. 
"La terra, nostra casa comune, «protesta per il male che provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla». Serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell'ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di un'economia che persegue soltanto il profitto."
 «È arrivata l’ora – scrive il pontefice – di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti».


Dico questo perchè se Guido Viale è da considerare uno dei nostri e gli riconosciamo di avere idee chiare in proposito, non abbiamo come PleP mai approcciato (o voluto approcciare) Maurizio Pallante che della "decrescita felice" è il testimone più convinto e la sua creatura, il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è oggi una realtà abbastanza forte e diffusa nelle varie parti del Paese.
Perchè non farlo adesso? Ho un buon rapporto con lui. 
In questi giorni Pallante è in libreria col suo ultimo lavoro "Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell'uguaglianza"
Ho prima assistito alla presentazione del libro, con la presenza di Pallante, a Palermo e adesso lo sto leggendo. 
Vi ho trovato diversi punti che ritengo utili e importanti per la nostra discussione interna, alla ricerca della identità comune e condivisa di PleP.


Ve ne riporto una sintesi, tratta da una recensione dello stesso Pallante trovata sul web:


« È il momento di intraprendere un percorso politico nuovo, di aprire una nuova fase della storia in cui l’economia non sia più schiava della distopia della crescita infinita. Se si abbandona l’ideologia della crescita, che ha accomunato da sempre la destra e la sinistra, sarà ancora possibile articolare in maniera diversa e rilanciare la tensione all’uguaglianza. »
***

Di «destra» e «sinistra», per designare due schieramenti politici contrapposti, si parlò per la prima volta alla Convenzion nationale di Parigi del 1792. Da allora queste due parole indicano chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile (la destra), e chi pensa che abbiano un’origine sociale e possano essere attenuate (la sinistra).


 


Anche Norberto Bobbio nel suo libro del 1994, Destra e sinistra, arrivò alla conclusione che l’elemento di fondo della loro contrapposizione consiste nell’atteggiamento assunto nei confronti del concetto di eguaglianza degli essere umani.


 


Se si accetta questa conclusione, non si può non dedurne che le categorie di sinistra e di destra sono la manifestazione assunta storicamente, da poco più di due secoli, da due pulsioni contrapposte insite nell’animo umano. Tale consapevolezza induce però ad analizzare – in questo momento storico in cui la contrapposizione si è attenuata tanto da diventare impercettibile – le modalità in cui si è realizzata, a comprendere le ragioni per cui si è attenuata e a ipotizzare che, come ha avuto un inizio, essa è destinata ad avere una fine.


 


Negli stessi anni in cui il contrasto tra egualitari e inegualitari, per riprendere le definizioni di Bobbio, assumeva la connotazione storica tra sinistra e destra, la rivoluzione tecnologica mutò le caratteristiche della disuguaglianza tra gli esseri umani, fondandola non più su una presunta origine divina, ma sul materialissimo, per quanto non meno potente né meno simbolico, denaro. Contadini, prima, artigiani, poi, sono stati obbligati a procurarsi un reddito monetario come operai e l’estensione della proletarizzazione, indispensabile per lo sviluppo della produzione industriale, ha realizzato un contesto tale per cui il benessere si identifica con il potere d’acquisto e il denaro diventa la misura della ricchezza.


 


Nel mito del benessere e del possesso di cose, possibilmente da sostituire in tempi brevi con merci che superano in tecnologia quelle appena acquistate, il confronto politico tra destra e sinistra ha trovato un punto di contatto culturale fecondo che si è svolto sulla base della comune valutazione positiva della crescita della produzione delle merci (e del PIL), che entrambe hanno salutato come “progresso”, perché causa di una crescita economica senza precedenti (anche se, ovviamente, destra e sinistra si sono divise riguardo ai modi di distribuirne i benefici).


 


Questo comune sistema di valori è stato capace di rendere innocua la pulsione egualitaria espressa dalla sinistra, spostando il desiderio di eliminare le cause dell’ineguaglianza al desiderio di avere una quota maggiore del redito monetario crescente, generato da quel modello.


 


In Italia, per esempio, negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, la sinistra ha collaborato attivamente alla diffusione del modo di produzione industriale guidato dalla destra; si è impegnata molto a promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno, contribuendo all’acquisizione del consenso da parte delle popolazioni, convincendole che ne avrebbero tratto solo benefici economici e occupazionali, e non anche gravi danni ecologici e sanitari. «Meglio morire di fumo che di fame». (SI CONSIGLIA VIVAMENTE LA VISIONE DI QUESTO FILMATO PROMOZIONALE DELL’IRI, GIRATO NEL 1959): https://www.youtube.com/watch?v=7vHRO7tgxEE


 


Non è un gran progresso sulla strada dell’eguaglianza un aumento del reddito monetario che consenta di comprare generi alimentari pieni di diossina quando prima li si poteva autoprodurre sani e genuini; non è un gran progresso sulla strada dell’eguaglianza un aumento del reddito monetario che consenta di comprare acqua in bottiglie di plastica che prima non si doveva proprio comprare perché le sorgenti non erano state inquinate dagli scarichi delle produzioni industriali…


 


Per questo oggi destra e sinistra appaiono entrambe espressioni di una storia finita: quella di un mondo che puntava a una crescita senza limiti, della quale non ha mai considerato i costi.


 


L’economia mondiale è ormai entrata in una fase di instabilità destinata a durare e, soprattutto, si sta diffondendo la consapevolezza degli inaccettabili danni ambientali provocati dal modello di sviluppo perseguito fino a ora.


 


Dire addio a questa obsoleta rappresentazione di interessi contrapposti è il punto di partenza per ridefinire programmi politici e per riformulare l’azione economica e sociale di questo Paese, sulla base di uno sguardo del tutto nuovo.


 


Un progetto politico davvero finalizzato a ridurre le diseguaglianze tra gli esseri umani, non può nonpresupporre lo smantellamento delle industrie nocive e un recupero dell’agricoltura di sussistenza con la vendita delle eccedenze, con l’obiettivo di raggiungere la massima autosufficienza alimentare. Le maggiori conoscenze scientifiche e gli strumenti tecnici oggi disponibili, offrono a un progetto politico in tal senso finalizzato, il carattere di una proiezione verso un futuro ben più desiderabile di quello sempre più preoccupante prospettato all’umanità dall’attuale sistema economico e produttivo.


 


In questo libro si sostiene che se si abbandona l’ideologia della crescita è possibile ridare forza all’impegno per una maggiore equità tra gli esseri umani.


 


A tal fine occorre avviare una decrescita selettiva della produzione sviluppando innovazioni tecnologiche che accrescano l’efficienza nell’uso delle risorse e attenuino l’impatto ambientale dei processi produttivi, perseguire l’autosufficienza alimentare valorizzando l’agricoltura di sussistenza, superare l’antropocentrismo estendendo l’equità a tutti i viventi, ridurre la mercificazione e l’importanza del denaro, riscoprire i beni comuni e le forme di scambio basate sul dono e la reciprocità, superare il materialismo e valorizzare la spiritualità.


 


Dall’analisi dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco, e dal vivace dibattito che ne è seguito, sembrerebbe chequesta rivoluzione culturale sia iniziata.


 


«È arrivata l’ora – scrive il pontefice – di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». Il superamento della povertà dei popoli poveri, secondo il papa, non potrà avvenire imitando il modello economico dei popoli ricchi. Per la prima volta, la decrescita riceve un riconoscimento della massima autorevolezza morale e viene indicata come la condizione indispensabile per realizzare in questa fase della Storia la pulsione all’eguaglianza insita nell’animo umano, che costituisce l’elemento caratterizzante dell’insegnamento di Cristo.


 


Dopo due secoli e mezzo di esaltazione acritica della crescita da parte di tutte le correnti di pensiero, di destra, di sinistra e della stessa Chiesa cattolica, a fronte dell’irrisione riservata sino a ora alla decrescita da politici, imprenditori e intellettuali che pure si vantano della loro formazione cattolica (e che, per quanta buona volontà ci mettano, dal 2008 non riescono a far ripartire la crescita economica), questa affermazione di papa Francesco segna l’inizio di una svolta storica: «Come mai prima d’ora nella Storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio»


 


Ma la classe politica – da entrambe le parti – se n’è accorta?? A noi sembra non esserne ancora pienamente cosciente, o non avere la forza di trovare risposte adeguate ai bisogni del nostro tempo.


 


 « Appartengo a una generazione che ha voluto cambiare il mondo, ma che ha commesso il terribile errore di non volere cambiare prima se stessa. » (José Mujica)
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#5
Ho trovati sulla mailing list l'ennesimo intervento di Umberto Franchi con il quale risponde a Guido Viale e al suo pezzo sulla conversione ecologica.
Lo ritengo utile al dibattito e quindi lo riporto qui.
Ma perchè Umberto non scrive sul forum?
Ciao
Pino




LA REALTA' SOCIALE E LA CONVERSIONE ECOLOGICA AMBIENTALE



Intervento di Umberto Franchi.


Vorrei partire da una considerazione , che ritengo centrale di Guido Viale per dire il mio pensiero. Viale Scrive:
" Giustizia ambientale verso la terra e giustizia sociale sono due facce dello stesso percorso... il progetto di trasformazione politica della società orientato alla sosteniblità ambientale deve prendere le distanze dagli ideali che hanno alimentato la lotta di classe nel secolo scorso. Quindi si domanda, chi definisce e mette in pratica le politiche inddustriali ? Chi Prende le decisionisull'intero ciclo produttivo?" A parere di Viale le decisioni sull'intero ciclo produttivo le devono prendere le comunità dei territori dove sono collocate le imprese.


Ecco per rispondere a queste domande poste da Viale ritengo di dover fare le seguenti considerazioni.


Prima conmsiderazione sulla realtà… odierna:
I dati  sulle economie mondiali che vengono riportati dai mas-media dall crisi iniziata  nel 2007, evidenziano, l'enorme peso che ha assunto l'economia "virtuale" finanziaria rispetto all'economia reale. Si calcola che il valore dei titoli finanziari supera di ben otto volte il valore dell'economia (industria, agricoltura,servizi) globale .
Il primo effetto di questa rivoluzione è sicuramente la riscrittura dei rapporti di forza  fra le lobby industriali e le lobby finanziarie, con le maggiori influenze esrcitate dalle lobby finanziarie sui governi nazionali e trasnazionali con una convergenza di interessi tra le caste politiche che governano e quelle finanziarie , con la eliminazione di ogni vincolo alle dinamiche spontanee del mercato con la concentrazione monopolistica in grandi società… di intermediazione come JP Morgan Bank of America...

E' in questo contesto che anche l'impresa capitalistica da attività  produttiva ha sempre più priviligiato l'attività di finanziarizzazione. Come è avvenuto anche con la ex Fiat (FCA) al fine di aumentare il valore azionario.
Ora prima di parlare delle qualità  politiche industriali e della sua sostenibilità ambientale, vorrei fare osservare come oggi gli apparati produttivi vengono sottoposti in continuazione a forti deregolamentazioni dei diritti del lavoro conquistati negli anni 70,  con ristrutturazioni e dimagrimento costante degli apparati produttivi ,  dei livelli occupazionali ...  con processi di precarizzazione del lavoro  ed esternalizzazione in appalto e subappalto delle attività…... tutto ciò al fine di  abbattere i costi fissi e quelli del lavoro. Occorre anche rilevare che il calo dell'occupazione e la precarizzazione del lavoro, le politiche di austertà…,  l'indebolimento dei redditi e del sociale ,  la qualità degli investimenti industriali ed il calo dei medesimi, l'uso delle risorse , dei consumi,  non sono scelte  neutre ma di una politica di classe "alla rovescia fatta dai padroni" che apre  anche una spirale nel lavoro e nell'ambiente che sembra essere senza fine.


Seconda considerazione:
Queste politiche di classe  liberal liberiste, hanno una provenienza strisciante di lunga data:  da almeno la metà degli anni ottanta ed oggi hanno  conquistato una egemonia  politica e culturale incontrastata , con un capitalismo che ha   l'obbiettivo di distruggere i residui rapporti di forza tra capitale e lavoro  che in Italia , erano mutati a favore del lavoro,  soprattutto negli anni 70 . 
Da tempo  le forze sociali e quelle di una certa sinistra ,  non sono più   forze antagoniste e non sono più nemmeno riusciti attraverso la "concertazione"   a governare il compromesso tra capitale e lavoro ...
 Il sindacato ha   perfino abbandonato il ruolo fondamentale per cui è nato: quello della contrattazione dei salari, degli orari, delle condizioni di vita, delle professionalià…, delle tutele e sicurezze nei luoghi di lavoro, per diventare (salvo alcune eccezioni) un Ente di servizio,  che gestisce le ricadute negative sui lavoratori delle  scelte  padronali, in termini assistenziali . Mentre a livello politico, è stata fatta tramontare la civiltà del welfare con la distruzione dello stato sociale e dei diritti di chi lavora.
Credo che tutto ciò non sarebbe stato possibile se ci fosse stata una forte resistenza della classe operaia e delle sue organizzazioni sindacali e politiche. Purtroppo questa resistenza di fatto non c'è stata. I gruppi dirigenti soprattutto del sindacato hnno accettato il paradigma liberista con una classe lavorattice senza più riferimenti progettuali alternativi (anche in termini ideologici), mentre il capitale  dimostra di essere capace di agire proprio come soggetto collettivo  che vuole continuare a stravincere continuando a spostare risorse e ricchezza dal lavoro al capitale e trovando nei propri ranghi la politica di destra ma anche quella della sinistra moderata renziana e non renziana.



Terza considerazione : 
In questa realtà  oggi solo i datori di lavoro  governano i processi produttivi, stabilendo come si produce, cosa si produce, cone quale risorse con quale sostenibilità  ambientale ed i ruoli dei governi pubblici, sono funzionali alle loro scelte.

Ora non c'è dubbio che la realtà  sopra descritta  ha  spezzato   la resistenza operaia ed ha messo in profonda crisi la democrazia dove viviamo.  Non esiste più un sistema fatto di principi, valori, diritti, regole, procedure... che hanno fatto evolvere socialmente e civilmente la nostra società per molti anni dalla metà del secolo scorso. Tutti i pilastri dello stato democratico sono crollati, con uno stato che ha perso la sua sovranità ed è  in mano ad organismi trasnazionali privi di legittimazione democratica e con il crollo dei tradizionali meccanismi di rappresentanza . Quindi oggi la nostra  società  non può più definisrsi  democratica... e  di fatto ha già cancellato molti articoli della nostra costituzione a partire dall'art. 1  "La Repubblica fondata sul lavoro.
La società postdemocratica somiglia sempre più alla società predemocratica , con l'aggravante che la perdita di peso, l'indebolimento dei rapporti di forza delle classi subalterne ,  hanno anche provocato una perdita di compattezza e di identità culturale, con il trionfo dell'impolitica ed un atteggiamento di sfiducia generalizzato dei cittadini nei confronti del potere,delle caste, e con una grande melassa tra le masse popolari.


Quarta considerazione :
Guido Viale nel suo intervento sostiene che occorre promuovere tutta una serie di conflitti radicali contro i responsabili dello stato di cose esistenti, con la partecipazione alle decisioni di chi ne è stato escluso, ma la domanda che mi sorge spontanea è questa: chi elabora ed effettua le proposte di modifica dei processi, di riconversione produttiva? i Comitati nei territori dove sono collocate le fabbriche? Non c'è il rischio di creare un conflitto tra chi difende il lavoro nelle aziende e le popolazioni locali?
Sono molti i movimenti "postideologici" che conducano una azione di contestazione: ci sono quelli ambientalisti, quelli femministi, quelli pacifisti, quelli contro la globalizzazione, movimenti localizzati contrari alle infrastrutture che minacciano l'ambiente, che mettono in discussione l'ecosistema naturale  ecc... Sono movimenti  che  manifestano sfiducia verso i governanti , ma  non turbano gli equilibri del sistema  e (salvo i NO TAV) spesso non hanno nemmeno carica antagonistica.... e soprattutto non hanno nessuna pretesa di presa del potere o di controllo sulla macchina statale... Le battaglie dei movimenti pur importanti tendono ad ottenere riconoscimenti e risultati su precisi obbiettivi  limitati e definiti, finendo per sciogliersi una volta ottenuto, senza porsi il problema di andare a costruire "il desiderio dal basso" di modelli anticapitalistici e di   definire scenari politici e sociali di sistema globale alternativo.



 Credo che l'abbandono della prospettiva di "un grande progetto"  generale diverso  da quello capitalista , ha finito per ridimensionare anche i movimenti nei territori  e l'opposizione sociale ha quasi sempre finalità delimitate all'ottenimento di rivendicazioni mirate alle problematiche locali, senza mai mettere in discussione il sistema dominante.
Io Credo che anche se l'esito di una feroce ristrutturazionme capitalistica  ha restituito alle classi dominanti vasti livelli di egemonia, con la rimozione del conflitto sociale,  la classe continua ad esistere in quanto fa parte di una comunità che ha le stesse conseguenze economiche, sociali, culturali, che ha una identità di interessi contrastanti con quelli del capitale , che si trova sempre in condizione di dover vendere la propria forza lavoro cedendo il lavoro e a volte il proprio corpo per sopravvivere !
Per cui volenti o nolenti, occorre che siano i produttori, gli operai a contrattare le scelte produttive sostenibili con l'ambiente, certamente assieme anche ai movimenti presenti nel territorio, ma sempre  sostenuto dal conflitto necessario dentro la fabbrica, che resta il solo ad essere capace di fermare gli impianti con lo sciopero !
Per cui a mio parere diventa prioritario ricomporre la classe e ricostruire i rapporti di forza favorevoli nelle fabbriche prima ancora che i movimenti nei territori. Lo so è un'impresa difficile  quasi disperata... ma sarà ancora la classe operaia la protagonista del cambiamento ed anche del rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro !

Umberto Franchi
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