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osservazioni di Guido Viale
#1
osservazioni di Guido Viale:

I limiti maggiori che rilevo sono quelli di mettere al centro del programma il recupero della democrazia in Europa in modo troppo astratto, avulso dal contesto e, quindi, privo di mediazioni e di priorità politiche.


Manca innanzitutto una indicazione precisa di che cosa si intenda per democrazia; una indicazione che va rintracciata passim, lungo  il percorso in cui si articola il ragionamento. Si dice “governo del demos” (giusto. Io preferisco, perché è più chiaro, dire “autogoverno”). Altrove si indica la sua essenza in un Parlamento europeo sovrano “che rispetti il principio di autodeterminazione degli Stati e che condivida il potere con i parlamenti nazionali, con le assemblee regionali e con i consigli regionali”. Giusto anche questo, ma è chiaro che con i partiti che governano oggi, a tutti i livelli istituzionali dell’Europa, la democrazia come “governo del demos” sarebbe ben lungi dall’essere raggiunta. Che cosa manca? Manca il rapporto tra democrazia formale e democrazia sostanziale, tra rappresentanza e partecipazione, tra istituzioni e movimenti. E’ chiaro che la maglia viene tenuta larga per raccogliere intorno al progetto quante più forze possibili, senza impegnarle in progetti troppo radicali. Ma una ragione del perché le istituzioni attuali non sono democratiche va comunque indicata. Il manifesto la individua nel fatto che “un processo altamente politico, opaco e imposto dall’alto viene presentato come apolitico, tecnico, procedurale e neutrale” per “impedire agli europei di detenere il controllo democratico su denaro, finanza, condizioni lavorative e ambiente”. Di qui la sacrosanta rivendicazione della Trasparenza (T maiuscola) come precondizione della riconquista della democrazia. Io penso che questa analisi sia sì giusta, ma non vada alla radice delle cose che, secondo me, è l’affermazione, nella concretezza della vita quotidiana come nel funzionamento delle istituzioni e nell’organizzazione dei processi economici, di quello che viene chiamato “pensiero unico” (io non uso il termine “neoliberismo”, perché non mi piaccio tutti i “neo” che non sanno dare un nome vero alle cose; ma soprattutto perché ciò che viene indicato con quel termine non ha niente di liberista e meno che mai di liberale o di libertario). Il “pensiero unico” che ha eroso completamente le basi della democrazia a tutti i livelli è il principio di una competizione universale come principio informatore della società e come unica forma legittima di cooperazione (o se vuoi, di divisione del lavoro, o dei compiti, o dei ruoli). Non una competizione tra uguali (la cosiddetta “libera concorrenza”) ma quella in cui il più forte ha diritto di sfruttare, opprimere o mangiarsi il più debole; e in cui i diritti sono legati al denaro: si hanno tanti più diritti quanto più denaro si ha, e nessun diritto senza denaro. Di qui la coincidenza tra quello che viene chiamato neoliberismo e quella che è la sua realtà concreta, cioè la privatizzazione universale: dei servizi pubblici, dei beni comuni, della moneta, dell’ambiente, delle nostre vite. Si tratta di un principio radicalmente contrapposto a quello di una cooperazione fondata sulla solidarietà (che non esclude meccanismi di concorrenza o, meglio, di “emulazione”) e che ha fatto piazza pulita, nelle menti e nei cuori, prima ancora che nei rapporti di lavoro, in quelli economici e in quelli istituzionali, di ogni valore attribuito alla solidarietà, alla reciprocità, alla condivisione su basi di parità. Ma la solidarietà è ciò su cui si fondano i movimenti, di qualsiasi genere, che sono il motore del cambiamento e della storia. Per questo se non si mette in discussione la dittatura del principio di competitività viene meno anche la possibilità di affrontare il nodo del rapporto tra movimenti e istituzioni e tra partecipazione e rappresentanza: che è ciò che manca alle istituzioni elettive, a tutti i livelli - dal Parlamento europeo ai consigli municipali - per essere strumenti di un possibile “autogoverno”.
L’astrattezza che io rilevo nel manifesto DiEM25 deriva a mio avviso da ciò. C’è una netta separazione tra l’indicazione dell’obiettivo finale (una Costituente europea entro il 2025) e i compiti dell’oggi. In altri termini, manca la politica. Intanto il testo mi sembra troppo segnato dai riferimenti – non dichiarati – all’esperienza greca, soprattutto là dove si invoca “un Parlamento sovrano che rispetti l’autodeterminazione degli Stati”. Questo mancato rispetto vale per la Grecia, ma non ha nessun riscontro per esempio in Italia, dove è stata l’autodeterminazione dello Stato (del suo Governo, ma anche del suo Presidente della Repubblica) a invocare ripetutamente l’Europa per giustificare scelte prese in sostanziale autonomia (istituzionale, non certo dai condizionamenti del mondo dell’alta finanza).
Ma quello iato è soprattutto evidente in questo passaggio: “una volta stabilizzate le varie crisi europee, il nostro obiettivo a medio termine è la piena trasparenza del processo decisionale” per affrontare realmente “le crisi del debito, banche, investimenti inadeguati, l’aumento della povertà e la migrazione, istituire un’assemblea costituente”, ecc. E’ qui enunciata a chiare lettere una politica dei due tempi: prima si “stabilizzano” le crisi a “breve termine” (quali? E come?). Poi si procede “a medio termine” al perseguimento degli obiettivi di fondo, presentati peraltro in un elenco fatto un po’ a casaccio. Non si vede come quelle varie crisi possano essere “stabilizzate” senza procedere fin da subito, nella misura del possibile, a perseguire gli obiettivi di fondo; o per lo meno ad affrontarne cause, manifestazioni e conseguenze.
Di qui la parte finale del documento, in cui vengono elencati gli obiettivi di fondo – tutti condivisibili – ma al di fuori di qualsiasi ordine, che non può però essere fornito da una logica deduttiva, ma solo dalle urgenze che incombono sul presente. Bene quindi un’Europa Democratica, Trasparente, Unita, Realistica, Decentralizzata, Pluralista, Egualitaria, Colta, Sociale, Produttiva, Sostenibile, Ecologica, Creativa, Tecnologica, con una Visione Storica, Internazionalista, Pacifica, Aperta ed Emancipata (con un certo spreco di maiuscole). Ma con quali priorità? E quali sono i nessi che le connettono?
Nell’ultimo articolo che ho pubblicato sul manifesto ho cercato di indicare le mie priorità, che qui riproduco con alcuni chiarimenti ulteriori (in corsivo; nei miei articoli lo spazio concessomi è sempre tiranno):
Occorre più che mai definire e farsi carico di un’alternativa globale che abbia la sua chiave di volta in un diverso atteggiamento verso i profughi; perché è intorno a questo nodo che si avviluppano tutti gli altri problemi con cui l’Europa e i suoi popoli devono confrontarsi:
Innanzitutto quello della lotta al razzismo, all’autoritarismo, per la democrazia: una democrazia sostanziale e partecipata e non solo formale. E’ evidente che la lotta per la democrazia senza fare i conti con l’ondata di razzismo, nazionalismo e vera e propria fascistizzazione che cavalca il disorientamento della cittadinanza di fronte a un fenomeno che le autorità di governo dell’UE e degli Stati membri dichiarano e mostrano di non saper governare, non ha futuro. Ricondurre tutto alla lotta contro la tecnocrazia e la burocrazia di Bruxelles è non solo riduttivo, ma anche sviante. Certamente la responsabilità di fondo di questa situazione ricade sulle politiche di austerità dell’UE, ma senza mettere in campo una strategia, o per lo mano qualche idea, su come affrontare il problema dei profughi, non si hanno argomenti per affrontare la montata delle forze di destra.
Poi quello delle guerre in cui l’Europa si lascia trascinare passo dopo passo in forme sempre più inestricabili, moltiplicando la spesa a scopo distruttivo, la devastazione di interi paesi e la pressione di nuovi profughi ai suoi confini. Non c’è bisogno di aggiungere molto. Se si va in guerra, in una situazione che avrà sicuramente pesanti ripercussioni in termini di aumento del terrorismo jahadista in Europa, con conseguente rafforzamento dei controlli sociali e istituzionali, l’agibilità politica verrà messa ulteriormente a rischio.
Poi le politiche di austerity che, nonostante che Draghi continui a inondare le banche di quei miliardi che sta negando al welfare e all’occupazione, hanno ormai dimostrato quanti danni stiano infliggendo a tutta la popolazione europea, compresa quella degli Stati che contavano di poterne beneficiare. Questo è il nucleo del pensiero che accomuna oggi tutte le opposizioni reali alle politiche antidemocratiche dell’UE. Resta da dire che anche la crisi dei profughi ha le sue radici in una politica che se non è più in grado di garantire lavoro, reddito e servizi sociali ai propri cittadini, e soprattutto ai giovani, producendo diverse “generazioni perdute”, a maggior ragione non può permettersi di accogliere e integrare, ancorché malamente, un numero di profughi non superiore a quello dei migranti che prima dell’ultima crisi arrivavano in Europa ogni anno cercando e trovando lavoro.
 
Poi quella delle politiche ambientali e, in particolare della lotta ai mutamenti climatici: soltanto un grande piano di conversione ecologica dell’apparato produttivo, a partire da energia, mobilità, agricoltura e alimentazione, edilizia e riassetto dei territori, può garantire sia la difesa degli equilibri ambientali del pianeta che la restituzione di ruolo, lavoro, reddito e dignità ai tanti profughi alla ricerca di un futuro per sé e per il loro paese di origine (molti dei nuovi arrivati vi faranno ritorno se, e non appena se ne presenterà la possibilità), ma anche ai tanti cittadini europei, soprattutto giovani, oggi privati del loro futuro. Questo è il nesso fondamentale tra politiche economiche e salvaguardia dell’ambiente che in vari documenti, compreso questo, viene elencato come dato poco più che accidentale, mentre secondo me la conversione ecologica – che non è green economy, perché richiede processi di coinvolgimento radicale della popolazione nella sua promozione e gestione: cioè è inseparabile dalla democratizzazione non solo delle istituzioni, ma anche dell’organizzazione economica - è il perno intorno a cui deve ruotare qualsiasi proposta strategica.
Non ultimo, il riequilibrio demografico e culturale di un’Europa che ha assoluto bisogno dell’apporto di forze fresche: non solo per compensare il progressivo invecchiamento e la drastica riduzione della sua popolazione, ma anche per risollevarsi, attraverso un incontro autentico con culture e persone diverse, dalla sclerosi in cui l’ha sospinta la dittatura del pensiero unico, che non contempla alternative all’attuale miseria materiale e spirituale. L’arrivo di tanti profughi (meno, comunque, finora, di quelli che fino a pochi anni fa arrivavano in Europa come “migranti economici” e vi trovavano lavoro), viene presentato dalle forze razziste, a cui quelle dell’establishment al governo dell’Unione si sono accodate, come un’invasione. E verrà percepita sempre come tale se tutti gli sforzi saranno concentrati nel respingerli, o nell’isolarli, o nel tenerli inoperosi trattandoli come parassiti. Ma accolti con generosità, aiutati a trovare un ruolo e a difendere la propria dignità, ascoltati con attenzione, con la disponibilità a imparare dalla loro vicenda e dalla loro miseria almeno tanto quanto possiamo essere capaci di insegnare noi a loro, lo “tsunami” dei profughi può rivelarsi invece una corrente favorevole, in grado di trasportare l’Europa verso una nuova solidarietà tra i suoi membri e con i suoi vicini. Sulla dimensione demografica del problema mi sono già espresso: l’Europa ha bisogno di 100 milioni di nuovi abitanti entro i prossimi 35 anni ed ha posto, cioè potrebbe accoglierne, anche il doppio. Tenendo conto del fatto che se il resto del mondo non è condannato a scomparire, ci saranno anche massicci flussi di ritorno ai paesi di origine che possono rendere questo turnover, nell'arco di 35 anni, anche più intenso. Fondamentale è però l’aspetto culturale: non funzionano né i processi di assimilazione (imporre la cultura del paese ospite), né le soluzioni comunitarie (lasciare che ogni comunità etnica o nazionale si rinchiuda in un proprio ghetto). Ci vorrebbe un autentico processo di ibridazione, di meticciato tra le componenti più disponibili e innovative di ciascun apporto culturale. Il lato più importante di questa riconfigurazione culturale è comunque - e ancora in gran parte da definire - l’atteggiamento degli uomini verso le donne, vera posta in gioco della ventata di integralismo in corso sia sul fronte islamico che su quello “giudaico-cristiano” o “occidentale”.
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