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IN PREPARAZIONE DEL PROSSIMO INCONTRO DI PRIMALEPERSONE
#1
Riporto anche qui quanto pubblicato in mailing list. Spero possa essere utile contributo in vista nel nostro prossimo incontro in presenza.


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Ho letto con interesse il documento segnalato da Pietro. Per praticità lo riporto a seguire.

L'analisi che svolge è spesso condivisibile anche se ho notato diverse imprecisioni sul piano della stessa sintassi.

Purtroppo il documento non apporta praticamente alcun contributo sul piano della proposta pratica: sull'esigenza della ricomposizione sociale e, aggiungo io, soprattutto politica, siamo d'accordo ma sul modo concreto di perseguirla non si dice molto. L'intera questione dell'uso politico degli strumenti informatici, per esempio, è liquidata in una riga mentre l'uso mediatico della rete non viene mai citato.

Altro elemento non condivisibile degli aspetti propositivi del testo è questo puntare ancora sull'elemento "leadership", per quanto "rinnovata" e "democraticamente espressa", che è un avvalorare una visione paternalistica della società e della politica dove solo alcuni elementi sarebbero in grado di fare da guida e da interfaccia.
Altro grande limite che registro è il richiamo ad una prospettiva federativa che per quanto mai nominata, scaturisce dalla "centralità" che si attribuisce ai territori come luoghi di partenza per la ricostruzione. Sappiamo invece che questa prospettiva da adito a strutturazioni gerarchiche e un modello di rappresentanza proprio dei partiti. In altri termini, manca il concetto da Assemblea permanete che, a mio avviso, è la maggiore delle nostre acquisizioni teoriche e pratiche.
A fortiori, anche nella visione politica generale, e non solo nel contesto della strutturazione dell'auspicata nuova forza politica, rimane valido lo schema rappresentato/rappresentante con il classico capovolgimento, tipico del contesto italiano, di aspiranti rappresentanti in cerca di qualcuno da rappresentare!

Trovo in larga misura condivisibili le valutazioni sul M5S così come quelle sui partitini della così detta sinistra radicale ed ancor più quelle, giustamente impietose, sul personale politico che ne è dominus da almeno vent'anni.

Circa il M5S, il documento non evidenzia a sufficienza come l'ideologia dei suoi ispiratori (sulla cui reale identità rimane la più totale opacità) e capi, sia una sorta di 'ambientalismo in salsa liberale', un 'ambientalismo di mercato' che ricorda alcuni dei primi ed ingenui movimenti ecologisti europei. La conversione ecologica, quella vera, non rientra nel programma del M5S perché essa è anche rivoluzione economica e quindi sociale, un campo quest'ultimo sul quale il movimento di Grillo è totalmente silente. In generale, le scelte politiche del M5S sono fatte con in mano il bilancino elettoralistico, essendo poi il momento elettorale quello su cui Grillo & Co. concentrano tutta la loro attenzione.

Molto chiara ed informata la ricostruzione della "vicenda Altra Europa", cioè quella da cui siamo nati, e mi spiace che, a corretto completamento di questa ricostruzione, PrimalePersone non venga nominata come la componete che dentro A.E. ha rivendicato la democrazia interna del processo ed il rispetto delle proposte di trasformazione radicale della Politica contenute nell'appello iniziale e che tanti entusiasmi aveva sollevato. Che ciò sia dovuto alla nostra irrilevanza mediatica o all'insufficiente chiarezza del nostro messaggio, non so dire ma sarebbe interessante da appurare.


In sintesi e semplificando, direi che la prospettiva che tratteggia qui il Gruppo Cinque Terre e quella interpretata in Spagna da Podemos, una sorta di via di mezzo tra democrazia diretta e rappresentativa; una cosa che potremmo definire 'democrazia partecipata', con ampio ricorso alla leadership, ai media tradizionali ed aperta ai compromessi dettati dall'esigenza di coalizzarsi con altri per governare.

Sinceramente, per quanto il percorso che abbiamo intrapreso come PrimalePersone sia decisamente diverso, molto coerente e formalmente ineccepibile, non so dire, in questo preciso momento storico, quale dei due sia quello più realistico e realizzabile. Se mi guardo intorno non posso non riscontrare una fortissima 'domanda di delega', frutto di un'assuefazione ad essa volutamente indotta dal ceto politico, che ha fatto di tutto per allontanare le persone dalla politica. La scarsissima partecipazione alla vita pubblica, causata principalmente dal rigetto che la concreta, lercia pratica politica ha determinato, implica un lavoro piuttosto lungo, che noi abbiamo intrapreso con umiltà e senza scorciatoie ma che comporta anche tempi indefinitamente lunghi.

Ciò che non so dire è se questi tempi siano compatibili con la rapidissima chiusura degli spazi democratici a cui stiamo assistendo, in particolare attraverso lo stravolgimento costituzionale e la nuova legge elettorale, o se invece sia consigliabile puntare a scorciatoie alla Podemos, per intenderci e, solo dopo aver neutralizzato la deriva autoritaria, costruire, con la grande potenza che solo il controllo delle istituzioni consente, una democrazia autentica.

Solo l'attenta osservazione degli sviluppi del quadro politico nazionale ed europeo e l'agire attivamente in esso potrà darci indicazioni su quale delle vie sia più opportuno sostenere.

Un caro saluto.


                              Vincenzo



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Gruppo Cinque Terre

documento annuale - giugno 2015

Non è facile riordinare ragionamenti in un contesto così intricato come quello di oggi nel mondo e in Italia indicando una prospettiva che non tenda al pessimismo. Per l’Italia in particolare le prospettive sembrano grigie ma solo dall’analisi brutale della situazione può emergere qualche spiraglio di idee e di proposte per i prossimi anni.

Il documento annuale del Gruppo Cinque Terre tenta una operazione verità e suggerisce scelte difficili ma secondo noi inevitabili.

 

Il pianeta gira dal verso sbagliato

Si aggravano le tensioni nel contesto internazionale dal punto di vista sociale, economico, ambientale. Mentre i soliti poteri forti condizionano sempre più la nostra vita e fanno scempio delle risorse del pianeta.

1  Se si guarda all’ultimo anno non si può dire che si intraveda nel mondo una inversione di tendenza rispetto a tre elementi di inaccettabile squilibrio:

L’arricchimento di gruppi molto ristretti non si ferma e produce grandi sacche di povertà anche in aree dei paesi cosiddetti sviluppati. E’ il prodotto dell’estremismo finanziario che trova la sua voce nella irresponsabile cultura del neoliberismo e nella labile moralità delle élite politiche che lo sostengono o vi convivono senza un aperto dissenso.

 La tutela del pianeta come insieme di risorse fisiche e naturali e di esseri viventi è sconvolta  progressivamente dalle  forme di sfruttamento che si esercitano indifferenti alle loro conseguenze irreversibili.

L’integralismo, specie quello religioso diventa arma di sterminio, in aperto contrasto con l’idea della convivenza come soluzione dei conflitti. Si manifesta anche il ritorno a forme diffuse di schiavismo. Le eccezioni  in controtendenza sono poche.

Le élite finanziarie e politiche e la cultura dominante che esprimono si impongono attraverso la distorsione dell’informazione, dei dati storici, con anche una aperta censura e l’uso di economisti prezzolati o insignificanti, con la difesa  di sistemi elettorali e legislativi che impediscono l’emergere di nuove forze e nuove culture politiche. Invece di cercare soluzioni efficaci si coltiva la politica della paura e della insicurezza, strumenti per  mantenere  influenza e controllo su una parte consistente della pubblica opinione.  L’esercizio della democrazia sul pianeta, che con la fine dell’era dei due blocchi contrapposti si immaginava dovesse avere un meraviglioso futuro, si sta invece contraendo. Malgrado maggiore mobilità nel mondo, malgrado l’esplosione dell’era di internet, malgrado la maggiore velocità nel comunicare, sembra che il mondo si involva nella spirale di povertà, intolleranza razziale, terrorismo, disgregazione territoriale, inquinamento inarrestabile del territorio, land grabbing e privatizzazione delle risorse, invece di evolversi in un più equilibrato sistema mondiale complessivo, nella maggiore tolleranza e maggiore giustizia sociale, e in un modello di tutela ambientale più responsabile. In una cinquantina di aeree del mondo focolai di guerra prevalgono come forma di risoluzione dei conflitti. Si manifestano anche sintomi nuovi di tendenziale annullamento degli  stati nazionali ottocenteschi  e degli assetti territoriali emersi con le due guerre mondiali. Ci sono nazioni in avanzata disgregazione specie nell’area medio orientale e africana. Vedi i casi di Somalia, Libia, Siria, Yemen e le crisi irrisolte come l’ Afghanistan o l’Irak, ma anche l’Ucraina alle porte dell’Europa.

Emergono nuove entità non statali con un ruolo crescente: enti finanziari, gruppi etnici armati, comunità transnazionali, che competono con gli stati nazionali nella gestione economica, nel controllo dell’informazione, nella produzione di cultura, nella legislazione civile, penale e commerciale, a volte sul terreno dell’uso della forza come nel caso dell’Isis. Una religione può conquistare con le armi uno stato, una multinazionale può legalmente imporre le leggi che le  interessano, il sistema bancario si impadronisce e poi gestisce la moneta ed il debito di interi stati a proprio piacimento.

In Europa si affievoliscono per crisi interna le premesse sociali e comunitarie dell’Unione Europea che tende invece a cancellare le regole democratiche degli stati nazionali senza proporre neanche lontanamente una alternativa di democrazia europea. Avanza la deregolamentazione nella gestione e composizione dei conflitti fra interessi pubblici e collettivi rispetto a quelli egoistici di gruppi ristretti. L’accumulazione di potere finanziario è tale da modificare la qualità stessa di questi ambiti che si sono ristrutturati secondo logiche, regole ed equilibri propri del tutto autonomi e non condizionabili dai poteri degli stati nazionali e delle comunità (sistema bancario, circuito massonico, accentramento tecnologico, controllo diretto o indiretto di media e altri settori degli stati nazionali ).

 

Un Nuovo  Medioevo Italiano

Con il renzismo continua la particolare anomalia  italiana, con l’involuzione e il degrado di istituzioni,  democrazia, informazione, economia, rapporti sociali. Dietro la facciata dei rottamatori in realtà si scorgono sempre gli stessi attori a cui si lascia totale mano libera.

2  Renzi  ha il mandato di fare quello che non riusciva più a fare Berlusconi. Nel campo del lavoro, della scuola, delle regole elettorali, delle modifiche costituzionali, della deregolamentazione in campo ambientale. Austerità a senso unico e graduali privatizzazioni, proposte e sostenute dalle burocrazie europee, non sono contestate. Non c’è solo l’abilità della persona e di chi lo sostiene dietro la scena e che gli ha dato per il momento copertura totale. Abbiamo già indicato come molto del progetto renziano sia in fondo una rivisitazione più moderna ( la rottamazione dell’esistente ) delle vecchie idee del programma piduista di Lucio Gelli. Si stanno compiendo i passaggi preliminari per l’occupazione totale e l’accentramento di tutti gli spazi istituzionali, fino al superamento nei fatti della suddivisone in tre ambiti dei poteri della Repubblica . Già da tempo sosteniamo che la Corte Costituzionale è il prossimo nemico da disarmare, perché ancora dotata di una qualche autonomia. Ancora qualche anno così e se non lo si arresta,  il percorso diventerà difficilmente reversibile,  poi vedremo il bello. Non è una  nuova DC come spesso si afferma con leggerezza, ma un cambiamento di regime che non ha eguali negli altri paesi principali dell’Europa... un ritorno ad un nuovo medioevo dove sotto il monarca opererebbero solo vassalli. Non esiste una normale dialettica politica e culturale perché le nuove regole la impediscono o la rendono inefficace. L’ informazione spesso  non solo manipola ma racconta fiabe, mescolando una sottile censura a falsi veri e propri che vengono assimilati come verosimili da una parte limitata ma decisiva dell’elettorato, mentre una tendenziale maggioranza percepisce l’ assenza di alternative convincenti e si infila nel vicolo cieco dell’astensionismo elettorale che è la vera quinta colonna della immutabilità dell’esistente. Si forma così un regime di tipo nuovo costruito su gruppi sociali minoritari nella società, ma compattati dal controllo dei flussi economici, dell’informazione, delle regole elettorali; e soprattutto avvantaggiati dall’assenza di avversari altrettanto uniti e coesi. Questa è la vera anomalia specifica del nostro paese. La corruzione endemica, in aggiunta alla criminalità organizzata, ormai attori  economicamente rilevanti, diventano  parti costitutive e non casuali della compattezza della minoranza al potere. L’assalto e l’inquinamento delle liste elettorali è solo la punta dell’iceberg.  Il disegno renzista adatta con abilità la tendenza globale europea della austerità  a senso unico alla specificità culturale e storica italiana diventando per certi versi un nuovo singolare punto di riferimento. Il risultato delle elezioni regionali e comunali parziali non frena al momento il percorso anche se segna una battuta d’arresto del ”partito unico della nazione” e rilancia la strategia del bipolarismo simulato fra un centrodestra unito quando serve ed un centrosinistra senza sinistra come soluzione elettorale capace di annichilire il ruolo di disturbo del M5Stelle che al momento sembra essere l’unico oppositore di rilievo.

 

La palude o il cambiamento

Sono possibili nuovi  protagonisti  sociali  capaci anche di ruoli  istituzionali ? Cosa si potrebbe o dovrebbe fare ?  Non ci sono molte scelte possibili.

3 In Europa la partita si gioca nel campo dei rapporti di forza istituzionali ed economici. Emblematico il caso della Grecia, oggetto di un violentissimo scontro in buona parte condotto dietro le quinte. L’obiettivo è la crisi ed il ritorno al voto in un paese spaventato. Là si gioca la conquista della maggioranza, il controllo dell’apparato statale e l’inversione delle logiche economiche e finanziarie prevalenti in Europa. Se questo è il punto di partenza possibile, in Italia come in Grecia o Spagna, resta il problema di come inventare e costruire una alternativa che sia in grado almeno di competere e offrire una visione diversa e credibile, fornire ai popoli  la possibilità di una diversa ma concreta scelta alternativa. Costruire un progetto alternativo che nei programmi, nelle forme di organizzazione sociale, politica ed infine elettorale, nella leadership allargata ed efficace indispensabile, solleciti  la speranza e l’appoggio di ampi e diversificati settori della società.

In Italia ne la somma contingente di partitini o movimentini , ne la aggregazione temporanea di piccoli apparati sopravvissuti da epoche precedenti che si incontrano qualche mese prima di ogni scadenza elettorale hanno nulla a che fare con la costruzione di un movimento di liberazione nazionale che sembra essere oggi la denominazione formale più adeguata per quanto servirebbe. Il rifiuto netto e spietato di questi apparati da parte degli elettori è emerso definitivamente nel voto di maggio.

I referendum sull’acqua sono stati una emblematica e parziale rappresentazione di possibile conquista della maggioranza, vittoria istituzionale ma anche conversione  di logiche economiche, fra l’altro con una forte connotazione ecologista. Ma come tali sono  stati un momento difficilmente ripetibile che, come si è visto, è cosa diversa da un progetto di stabile cambiamento. E’ impensabile lavorare ai fianchi o cogestire queste istituzioni come sono o affiancarsi in forma subalterna  ai vincenti del momento nel sistema dei partiti sperando di avere, nell’ipotesi migliore e più onesta,  qualche contropartita politica o sociale; ne  ha alcun peso fare opera di testimonianza parlamentare.

 

Non ha più significato dichiarare la necessità di una nuova sinistra rifondata, ne il mantenimento di una rappresentanza della specifica cultura dell’ambientalismo tradizionale, neppure l’agitazione di una protesta di tipo civico e anticasta. Serve l’unione in un'unica forma di iniziativa politica di queste tre tematiche sociali che è stata, forse per scelta neppure del tutto consapevole, la fortunata formula alla base del movimento di Grillo nella fase nascente, il cui successo sul piano elettorale ma anche di innovazione è stato senza precedenti  in Europa nel dopoguerra. Mancava però di  una adeguata soluzione del nodo della gestione democratica del gruppo, della formazione della leadership e della non facile soluzione delle possibili forme di alleanza sociale ed elettorale dopo il successo del 2013. Perché se  il M5Stelle sbaglia nell’esaltare il proprio isolamento va detto con onestà che oggi non esiste un possibile alleato autorevole. Il vecchio sistema dei partiti  ha ben chiaro che finché tiene questo scenario resta comunque imbattibile.

I problemi irrisolti, insieme alla poderosa offensiva dei partiti e dei gruppi sociali messi in discussione ha provocato un chiaro arresto del movimento di Grillo che è privo di una visione strategica, ed insieme di una leadership in grado di reggere allo scontro. La maldestra gestione del voto europeo del 2014, una vera catena di ingenuità, incompetenza e valutazioni politiche sbagliate è stata il segnale della fragilità più che della imposizione autoritaria che viene attribuita al vertice del movimento. La raccolta di firme per la ventilata uscita dall’euro non ha convinto e nella sua ambiguità  è lentamente scivolata nell’indifferenza.

Fra gli aspetti positivi si è invece in qualche modo risolto il nodo della partecipazione nelle tv. Resta in piedi come proposta di rilievo quella di un reddito minimo per tutti ( “ nessuno deve restare indietro” ) e l’impegno attento sulle tematiche ambientali e su quelle della corruzione. Questi sono oggi i punti di forza del movimento come unico reale oppositore di rilievo.  

Esaurita la spinta innovativa iniziale è difficile oggi prevedere se il M5S terrà, se si ridimensionerà ad un gruppo di media dimensione sul piano elettorale, se manterrà la sua connotazione radicale o degraderà nel trasformismo degli altri ( sarà verificabile solo fra qualche tempo, non oggi ) , se avrà una rapida disgregazione o sarà capace di autoriformarsi ed avere un risultato stabile nel tempo. Almeno fino ad oggi non si vedono i presupposti per una seconda fase di crescita. Anche se il tema è tabù sembra evidente che si sta esaurendo l’epoca del duo Grillo-Casaleggio e del ruolo dello “staff” . Sembra limitata l’efficacia di un direttorio improvvisato e per la verità da nessuno scelto. Resta il fatto che si tratta dell’unica reale opposizione, diffusa e combattiva, presente oggi sulla piazza. Fra molti elettori per il momento, ma non per molto ancora, probabilmente prevarrà per necessità la regola del “turarsi il naso e ridare il proprio voto” perché non c’è altra scelta. Anche perché lasciano perplesse le scelte di parecchi dei dissidenti, espulsi o allontanatisi, il cui comportamento successivo sembra quasi dare ragione a Grillo , che pure, almeno nel metodo, ragione non ne ha nessuna.

 

4  Nel campo degli oppositori andrebbe annoverata anche la cosiddetta sinistra radicale. Difficile valutare in che cosa oggi consisterebbe la denominazione di “ radicale” visto che si tratta nei suoi apparati di vertice perlopiù della schiera dei sopravvissuti di tutte le sconfitte, gli errori , gli opportunismi ed i trasformismi che hanno portato quest’area prima ad essere fagocitata nella comoda nicchia dell’ulivismo, poi , una volta fatta a pezzi e disgregata, a ridursi alla tutela di apparati ed eletti. Poche centinaia di persone negli ultimi anni che stanno riducendosi a poche decine e che in tutte le forme e le occasioni possibili fanno muro e si frappongono  a qualunque tentativo di tentare un nuovo corso che provocherebbe  la loro definitiva rottamazione. Per loro i risultati elettorali di maggio sono disastrosi. Gli osservatori più critici in quest’area di cui non ci sentiamo ne parte ne complici, con toni molto più pesanti dei nostri concordano ormai con quanto già da qualche anno sosteniamo: il principale contributo che possono dare gli attuali  partiti-ombra della sinistra è quello di sciogliersi e disperdersi facendo tabula rasa dell’esistente, liberando migliaia di militanti da un aleatorio senso di appartenenza e di paralisi ideologica e aprendo dal basso, dai territori, dalle regioni, una lunga e disinibita riflessione sulla propria vicenda ventennale e sulle ragioni di un così sorprendente fallimento, dando spazio a nuovi protagonisti e lasciando a lato quelli vecchi. L’appello che andrebbe rivolto a queste forze residuali  ( da SEL a Rifondazione, dai Verdi all’ IdV, ma anche alle varie liste e reti civiche nazionali e locali, ad alcuni comitati locali e nazionali che hanno assunto un ambiguo ruolo di partitini non dichiarati ) è quello di costatare la propria inefficacia nella forma in cui sopravvivono. Di più il loro ruolo negativo e di freno nei confronti dell’ipotesi di una vera aggregazione i cui referenti sociali oggi sono dispersi fra astensionismo, incerto grillismo o in  attesa di  una  improbabile conversione di un PD che esiste solo nelle loro illusioni.

La vicenda breve e circoscritta della Lista Tsipras, nata ancora una volta a ridosso di una scadenza elettorale, rimandando ad un dopo elezioni imprecisato il senso del  ruolo al suo interno dei vecchi partiti invece di chiederne per tempo  l’immediato scioglimento, è tristemente chiara.  La lista, malgrado interessanti aspetti dichiarati di novità, da subito si è rinchiusa invece nel sarcofago della ennesima rifondazione della sinistra, ultima conferma di percorsi che non portano a nulla. A metà aprile, neppure ad un anno dal voto europeo, l’esperienza si è di fatto svuotata attraverso una formale divisione in due ed un sostanziale ridimensionamento che ha reso entrambe le parti irrilevanti. Tant’è che la vicenda è passata praticamente inosservata se non per qualche interessata polemica quando anche Barbara Spinelli, una delle figure, insieme a Guido Viale, che portano contributi e riflessioni interessanti, ha preso le distanze, dichiarando fallita l’esperienza della lista, nata in realtà con un unico obiettivo chiaro: la presenza alle elezioni europee. Non per nulla sono proprio parecchie centinaia di militanti “di base” ad essere stati abilmente messi all’angolo dai piccoli grandi manovratori che si sono pure dotati di un loro Prodi a tutela della loro sopravvivenza. L’esito era prevedibile e si spera sempre che sia l’ultima volta.

 

5   Il problema di fondo è però che la sinistra chiamata “radicale” anche negli anni migliori in realtà non ha mai superato elettoralmente il  10% e non si è mai presentata comunque unita nel territorio. Si è così assimilata la cultura del minoritarismo organico, il rituale dei programmi scritti sulla carta qualche mese prima della scadenza elettorale in calendario. L’obiettivo dei cartelli elettorali è sempre stato quello di superare il quorum del momento, eleggere qualcuno, con il consueto “ liberi tutti” subito dopo.  Senza un progetto vero su nulla, ne sui propri settori sociali di riferimento, ne sul rapporto con le forze esistenti in campo. Banalizzando il ruolo acquisito dal movimento di Grillo visto solo come uno sgradito competitore, con le più diverse opinioni sui sistemi elettorali, non comprendendo il significato profondo del cosiddetto patto del nazareno e del revisionismo costituzionale che lo sottende , ne la trasformazione ormai definitiva del PD in elemento di continuità del ventennio berlusconiano sopravvalutandone le contraddizioni interne.  Assenti nella capacità di innovazione possibile su gran parte dei terreni di conflitto sociale ( vale come esempio il TAV in Valsusa ), di fatto distratti sul tema della conversione ecologica che, con poche eccezioni, viene  identificata con una versione del sistema industriale un po’ meno inquinante.

L’ultima novità in campo in quest’area, ce ne sono almeno due o tre all’anno, è la cosiddetta “coalizione sociale” di Landini. Nessuno sa esattamente cosa potrà essere, forse neanche lui,  ma tutti si sono già posizionati per farsene rappresentanti in qualche modo. Si dichiara che cosa, al momento, non è: non è un modo per scalare la CGIL, non ha l’obiettivo di partecipare alle elezioni, non vuole essere un partito, non si basa sul recupero dei dissidenti del PD ( che tanto dissentono comodamente dentro il partito garantendogli così un pezzetto di elettorato critico ), non ha come referenti i partitini esistenti. Positivamente vorrebbe rappresentare quella parte dei lavoratori che non hanno tutele dandogli un megafono che al momento non avrebbero. Che non è poco e insieme non è sufficiente. Un Landini candidato a fare il Vendola della prossima fase farebbe torto alla sua intelligenza ma resta il fatto che , al di là degli incontri con Libera, Arci e poi vari altri, il progetto resta ambiguo e indefinito e magari fra qualche mese, se non compaiono scadenze elettorali all’orizzonte,  ce ne saremo dimenticati . Anche Civati ovviamente si appresta a lanciare il “suo” impossibile partitino. Perché tutto in queste aree ruota ancora solo attorno alle elezioni, alla sopravvivenza dei vecchi gruppi e vecchi leader sconfitti. L’idea di forme di autoorganizzazione sul territorio, di centri di aggregazione sociale e culturale, di strumenti di azione volontaria e strutturata in una società parcellizzata e precarizzata, non entrano davvero nella discussione e dove presenti in forma frammentata pur se  diffusa, sono del tutto separati e privi di un dibattito sulla necessità dell’aggregazione popolare che è pochissimo praticata. Perfino il successo spagnolo di Barcellona e Madrid, che non va sopravvalutato ma studiato sì, di fatto è spesso citato ma forse non capito.

 

Questioni di metodo per una ricomposizione sociale

6   Per concludere non possiamo che suggerire una strada strettissima per uscire dalla palude, consapevoli che non si tratta di proposte facili ne di breve periodo. Esistono ancora nel paese le competenze, l’onestà e l’aspirazione ad un diverso sistema sociale più equo e attento al territorio, insieme ad una diffusissima condizione di disagio e precarietà che però oggi in molti si salda con l’astensione da tutto. Per qualche tempo si è sperato che, seppure caoticamente come era inevitabile, il movimento attorno a Grillo potesse avviare un rapido processo di scomposizione sociale e di riaggregazione vincente ( i cittadini che trovano le forme per riorganizzare una alleanza ed una rappresentanza sociale prima che elettorale, aggredire le logiche di casta, corruzione, mafie ma anche indifferenza e clientelismo ). Presupponeva la costruzione di una rete organizzata dal basso, l’espressione di nodi e di leadership locali democraticamente espresse e collegate ai movimenti sociali, in Italia eccessivamente frammentati ed autoreferenziali, quindi la progressiva espressione di una leadership anche nazionale, magari periodicamente ridefinita. Tutto attraverso (anche ma non solo) un uso esteso e aperto degli strumenti permessi dalla rete dove, preceduta dal necessario confronto, si potesse periodicamente avere anche una diretta espressione di scelte allargata ad una larga base territoriale di sostenitori. Insieme alla costruzione sul territorio delle sedi anche fisiche di aggregazione sociale ( noi le avevamo chiamate ecohub, riflettendo anche sulle esperienze storiche delle case del popolo e delle sedi di mutuo soccorso e su più recenti esperienze in altri paesi europei). Nulla di tutto questo è avvenuto. I gruppi grillini, per quanto numerosi, si sono rinchiusi nel recinto e già all’apice del successo del M5Stelle nel 2013 si è intravisto che c’era una gestione incerta, emersa con l’appuntamento europeo del 2014.

Che cosa impedisce un progetto di riaggregazione sociale ? Il dato di fondo è la mancanza di un progetto, realistico, condiviso, plurale, basato su una vera partecipazione dal basso ma anche su una leadership ampia, riconosciuta e rinnovabile. Il M5Stelle è oggi di gran lunga la componente più consistente di questo progetto ma non ha risolto il modo di costruire dal basso ma anche con efficacia la propria strategia di riaggregazione sociale. Servono anche altri protagonisti capaci di  annichilire e sciogliere le vecchie appartenenze che impediscono nuove aggregazioni, che si aggiungano significativamente anche sul piano elettorale e contemporaneamente partecipino ad aggregazioni unitarie alla base sul territorio.

Sul piano elettorale si tratta di raccogliere alla fine l’adesione di almeno 10 milioni di persone facendole convergere in un unico movimento di liberazione nazionale. Superando quindi partiti e partitini più o meno dichiarati che non hanno più alcuna ragione sociale di esistere. La convergenza con il movimento di Grillo, che da solo difficilmente raggiungerà le dimensioni e lo spessore necessario, risulterà ovvia e decisiva.

Sul programma esistono già pezzi sparsi e non comunicanti di elaborazioni originali su temi cardine come la gestione del territorio, la tutela dei beni comuni, la difesa dell’assetto costituzionale, una giustizia emergenziale contro criminalità organizzata e corruzione. C’è maggiore difficoltà su altri temi come l’economia (il significato della moneta, il ruolo delle banche) e ancora sulle regole dell’informazione dove la riflessione è inadeguata ( al massimo si rivendica un po’ di spazio in più per la propria parte invece di chiedere l’allontanamento dei partiti dai media). Le proposte sulla politica estera e di difesa diventeranno questioni scottanti e problematiche visto il dilagare della tendenza alla guerra diffusa e la nascita di movimenti integralisti sanguinari. Il freno alle privatizzazioni, il ridimensionamento della burocrazia di stato e la riorganizzazione necessaria della sanità, che dissipano enormi risorse pubbliche ma non per il pubblico, richiedono una analisi approfondita oggi appena presente.

C’è una perdita generalizzata della capacità di studio, conoscenza, approfondimento, impegno metodico. Ci vorrebbero strumenti di livello, vere e proprie fondazioni culturali centrate sull’obiettivo del progetto di cambiamento.  Il confronto oggi è superficiale , sostituito dai cinguettii su twitter e dalle battute su facebook, insignificanti strumenti di confronto che spesso alimentano solo superficiali divisioni. Molti in questi anni hanno ritenuto poco realiste proposte di grande aggregazione preferendo semplificazioni e un apparente pragmatismo che li ha portati all’attuale palude. Abbiamo ben chiara la complessità e difficoltà di quanto proponiamo. Non si tratta di scrivere un programma che è questione banale ma identificare il percorso concreto di un progetto che riapra la speranza per la sua capacità di innovazione, che non può ignorare quanto davvero c’è intorno ma capire come superarlo. E’ possibile, questo è quello che possiamo fare.

 

                              Gruppo Cinque Terre - 1 giugno 2015
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