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legalità e sinistra
#1
Ritengo utile estrapolare da un contesto in cui alcuni hanno risposto in maniera strumentale e dare la possibilità di proseguire il confronto a quanti lo volessero.

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Il problema della legalità a sinistra
Non facciamo finta di niente: a sinistra c’e’ un problema di rapporto con la legalita’. E lo dico da sinistra (a scanso di equivoci).

Prevale, infatti, l’idea che – se si fa una cosa buona e giusta – le regole possono non essere applicate.
Questo puo’ essere vero in caso di emergenza; difficilmente puo’ passare, pero’, in un consesso democratico dove le leggi sono votate.
La retorica legittimista, che sento troppo spesso, punta a mettere sullo stesso piano situazioni diversissime, per renderle accettabili (se non condivisibili) : ma e’ un trucco ideologico che fa piu’ male che bene all’analisi dei problemi ed alla ricerca delle soluzioni.
La resistenza dei partigiani all’occupazione nazifascista, non e’ la stessa cosa degli scontri di piazza per l’emergenza abitativa (per quanto grave ed urgente possa essere il problema) ; l’occupazione delle terre da parte di contadini allo stremo, non e’ la stessa cosa dell’occupazione del Teatro Valle. Non vado per iperboli: queste obiezioni, proprio queste, mi sono state fatte. 
E , spesso, la violazione delle regole comporta il sacrificio di altre realta’ svantaggiate: chi occupa una casa popolare, toglie la possibilita’ ad un’altra famiglia -che aspetta in graduatoria- di abitarla. E tutto si riduce ad un rapporto di forza: che e’ quello che non si vuole, o che non si dovrebbe volere.
Il punto e’ che o si e’ dentro le regole democratiche, o si e’ fuori. La possibilita’ di derogarle e’ davvero sottile.
Voglio fare tre esempi di deroghe per me ingiustificate. Sono tre reazioni, soprattutto emotive, che (secondo me) mostrano il difficile rapporto di parte della sinistra con la legalita’.
1) Gli scontri di piazza. Su questo saro’ breve, perche’ ho gia’ scritto molto. Noto solo che non arriva mai una presa di posizione chiara di isolamento e condanna nei confronti dei manifestanti violenti; e questo anche quando e’ lampante che gli scontri sono ricercati e voluti.
2) Il caso Angelo Mai. Per chi non lo sapesse, l’ Angelo Mai e’ un bello spazio culturale a Caracalla, dato in affidamento dal comune a degli ex occupanti. In primavera e’ stato posto sotto sequestro. La reazione di solidarieta’ e’ stata immediata; e cio’ nonostante il sequestro fosse stato deciso dopo le indagini ed il vaglio di due magistrati, e sulla base di prove importanti, a causa di indagini per reati gravi (fra cui associazione a delinquere a scopo di estorsione) a carico di alcuni membri del comitato di gestione.
Ma il punto non e’ questo. Quando sono state rese pubbliche le intercettazioni che costituiscono parte dell’impianto probatorio, non c’e’ stata alcuna presa di posizione contro le persone coinvolte. Anzi: una di loro ha recentemente parlato pubblicamente in una assemblea politica, facendo gli onori di casa (si teneva la Mai), applaudita da una folla di compagni. Eppure le frasi da lei pronunciate sono gravissime: eccole per la vostra lettura:
http://www. ilfattoquotidiano.it/2014/05/07/angelo-mai-e-occupazioni-a-roma-intercettazioni-amare/976111/
Inoltre, quando il Tribunale del Riesame ha disposto il dissequestro di parte della struttura (la sala teatro), mantenendo fermo il sequestro del resto, si e’ cercato di presentare la cosa come un trionfo della giustizia contro un provvedimento persecutorio: onesta’ intellettuale pari a zero.
3) il caso del Teatro Valle. C’e’ grande fermento per lo sfratto del Valle, occupazione romana che desta la simpatia di molti, o per lo meno dei pochi molto visibili. Il Valle, teatro settecentesco con marmi e stucchi, e’ stato occupato tre anni fa, sulla base di una presunta intenzione del Comune di venderlo a privati o trasformarlo in ristorante.  Questa notizia, per quello che so, era falsa fin dall’inizio: il Valle stava passando sotto la gestione del Teatro di Roma, che aveva persino abbozzato una programmazione della stagione teatrale. Comunque l’occupazione, che doveva durare tre giorni, si e’ protratta fino ad oggi, con gravi danni sia per l’erario che per gli altri teatri. Per l’erario perche’, oltre ai danni di una gestione malaccorta della struttura storica per ora inquantificati, non sono mai state pagate ne’ le imposte ne’ le utenze, per un carico di centinaia di migliaia di euro; per gli altri teatri perche’ il Valle, non pagando Siae, imposte, contributi, agibilita’, assicurazioni, utenze etc. offre un biglietto ad 8 euro anziche’, come i Teatri in regola, a 25 e quindi fa una concorrenza spietata, ma sleale.
Nel grande scalpore sullo sfratto del Valle, nessuno nota che sta chiudendo, per mancanza di fondi, il Piccolo Eliseo.
Comunque, quello che Marino ha proposto, e’ un bando ad evidenza pubblica che permettera’ di valutare le proposte di gestione. L’associazione teatro Valle puo’, ovviamente, partecipare; e, se la sua proposta sara’ ritenuta valida, vincere come tutti. Non si capisce dunque il perche’ di tanto scalpore.
Vorrei pero’ far notare due cose. Nel tentativo fallito di Trasformare l’associazione in Fondazione (cosa per cui non c’erano i requisiti, ma va!) il Valle si e’ rivolto al Notaio Gennaro Mariconda.
Chi e’ Gennaro Mariconda? Ecco qui:
http://  archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/22/STESSO_NOTAIO_GERONZI_mo_0_090522087.shtml
Perche’, fra tutti i notai che ci sono a Roma, proprio a lui?
Ed e’ possibile che nessuno, ma proprio nessuno, abbia mosso un’obiezione?
Quanto ai premi presuntivamente riconosciuti,  ho trovato interessante leggere questo:
http://    educazionesentimentaledellefemmine.wordpress.com/2014/04/07/il-teatro-valle-che-si-da-i-premi-da-solo/
Taglio: la legalita’ non e’ un concetto di destra o sinistra: e’ la stella polare degli onesti. E’ ora di gridarlo forte,  perche’ rischiamo di  appiattirci su un qualunquismo etico degno del peggior Berlusconi.
- See more at: http://www.esseblog.it/2014/07/il-problema-della-legalita-a-sinistra/#sthash.IWJhbaBs.MpscCHDi.dpuf
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#2
Riporto la mia risposta, sempre da esseblog, all'articolo di Benedetta.

Cara Benedetta, è da un pezzo che ti devo questo commento, quindi eccolo.

Vediamo quindi punto per punto.

Sinistra e rapporto con la legalità.

Bisogna qui distinguere fra i due concetti di legalità e giustizia. La sinistra ha da sempre la giustizia fra i suoi pilastri (“Giustizia” significa in primis giustizia sociale, perché senza quella ogni altra forma di giustizia significa fare parti uguali fra disuguali), e adotta la legalità nella misura in cui la legge è giusta. Quando non lo è, e quando non è possibile cambiarla, si persegue la giustizia e non la legge. Si sciopera anche se è illegale, si manifesta anche se è proibito, eccetera.

Applicare le regole.

Il termine non mi piace, lo trovo fuorviante. Cosa significa “regole”? “Leggi”? “Principi di giustizia”? Non ti sembri pedante, le parole sono importanti. “Quando chi ha ha il superfluo, chi non ha il necessario se lo prende”. Questa, ad esempio, a me pare una regola sacrosanta. “Dato che, noi deboli, le vostre leggi avete fatte e servi noi, quelle leggi non le obbediremo, dato che servire non vogliamo più” (Brecht)

“Il bene dei molti prevale sul bene del singolo” (T-Pau)

Caso di emergenza / consesso democratico dove le leggi sono votate.

Votate da chi? Da un parlamento di nominati eletti con una legge incostituzionale?

Che tenta di aggirare i risultati dei referendum? Che foraggia le scuole private aggirando la costituzione? Che promuove “la guerra come risoluzione delle controverse internazionali”?

Senza dilungarsi in diecimila esempi, il punto è che la legalità in Italia è spesso e volentieri non solo ingiusta, ma addirittura illegale. È, purtroppo, una categoria resa inutilizzabile dalla violenza di cui è stata oggetto.

Il problema è che da un quarto di secolo una parte consistente della “sinistra” ha abiurato la categoria di giustizia sociale (e quindi di giustizia non mistificata), ricadendo su categorie accessorie: sviluppo, meritocrazia, legalità (appunto).

Ma queste categorie, se non sono ancelle della categoria della giustizia, sono fallaci. Marx distingueva fra “idee”, che nascono dall’analisi della realtà concreta, e “ideologie”, che son frutto di speculazione indipendente, quando non avulsa, dalla realtà stessa. La Giustizia è un’idea, la Legalità un’ideologia. Non necessariamente sbagliata, ma nemmeno necessariamente giusta.

La violazione delle regole comporta il sacrificio di altre realtà. Tutto si riduce ad un rapporto di forza.

Ecco dove il concetto di “regola” dimostra la sua ambiguità. Ovvero dimostra che, se coincide con la giustizia, lo fa per la regola dell’orologio rotto. :-)

Tu contrapponi la famiglia occupante con la famiglia in graduatoria, e dici che la prima prevarica la seconda con la forza.

Anzitutto domandiamoci: la graduatoria è giusta? Anche ammettendo che lo sia (il che è opinabile) sappiamo bene che le graduatorie per le case popolari sono state in passato, e nulla mi autorizza a credere non lo siano ora, sacche clientelari, e comunque soggette a regole aggirabili(1). Quindi abbiamo da una parte la “forza” di un piede di porco, dall’altra la forza di un sistema clientelare democristiano-mafioso, spalleggiato da leggi non necessariamente giuste e da forze dell’ordine idem.

Chi è quello “forte”, adesso?

Arrivati allo “scontro fisico”, chi è spalleggiato dalla celere? Chi rischia il carcere se usa le maniere forti?

E parliamo di case popolari, che è uno dei casi. Non parliamo di spazi pubblici lasciati al degrado nell’attesa, spesso e volentieri, dell’occasione di svendere a privati “amici” alienando il pubblico in favore del privato…

Gli scontri di piazza

Benedetta, gli scontri di piazza non sono, salvo eccezioni, frutto di “pochi violenti” da cui ci si debba “distaccare”. Questo è lo “storytelling” (la narrazione tossica) dei media.

La regola è che la tensione sociale sfocia in scontri quando non vi è per chi manifesta altra via di far sentire la propria voce, vuoi perché si trova senza una sponda istituzionale, vuoi perché viene repressa a priori dall’uso strumentale e politico della legge.

Nel 1968, gli studenti a Valle Giulia si erano belli che rotti il cazzo di pigliare manganellate e andar bevuti facendo resistenza passiva “à la Martin Luther King”, e cominciarono a reagire alla violenza legale della celere… tirando uova!

In altre parole: non è la ribellione che genera violenza, è la repressione.

“Repressione” può voler dire manganellate, ma può anche voler dire, nel fascismo 2.0 del terzo millennio, oscuramento mediatico. Nel 1924 ti facevano sparire seppellendoti appena fuori Roma, nel 2014 ti fanno sparire dai media, e tanto basta. Quando manifesto per un bisogno, ma non ho chi nelle istituzioni raccolga e porti avanti il mio bisogno, e non ho manco riscontro nei media perché non ho un comico che mi faccia da portavoce, che mi resta?

Nel 2011 (sulla data precisa potrei sbagliare), io e la mia compagna Lucia partecipammo a una manifestazione che sfociò in scontri vicino al Senato. Lì, acquisimmo un altro pezzo del puzzle perché la manifestazione era organizzata molto bene, a cordoni coordinati, e fra questi cordoni, ordinati e pacifici, passavano indisturbati ragazzi con i caschi e le bottiglie (vuote!!!) nelle borse(2). Gli altri, non mostravano timore di intervenire contro questi “violenti”, non intervenivano perché consideravano la scelta dello scontro legittima quanto la loro. Ci spiegò un ragazzo con l’aria da “bravo pischello” che lui “non andava perché non aveva il casco, sennò stava là a tirar bottiglie”. Quegli stessi ragazzi dei cordoni si rifiutavano poi da Santoro, e con ragione, di “prender le distanze” da alcunché.

E taccio su Genova, sui no-TAV ecc. ecc. ecc.

Le intercettazioni sull’Angelo Mai

Le ho finalmente lette. E mi sono fatto una risata. Amara.

Se appena appena si contestualizza il dialogo, una cosa appare lampante.

Questi non sono criminali, sono dei cazzari.

Ho vissuto, per mia fortuna troppo giovane per far guai, in un periodo in cui a Roma la violenza era all’ordine del giorno, in cui si rischiava la pelle a girare certe zone vestito nel modo “sbagliato”, in cui ogni santissima volta che uscivi di casa venivi fermato, identificato e perquisito, ho avuto amici col “pezzo” (la pistola) ben nascosto a casa, altri finiti all’ospedale in terapia intensiva.

Questo tipo di gergo “coatto” era moneta corrente: “a quello je segamo le gambe”, “l’aspettamo sotto casa cor pezzo”, “fascio, ‘ndo te pijo te lascio” (per terra steso, si intende), eccetera.

Una cosa era chiara come il sole: a chiacchere fra pochi si pensavano sfracelli e rivoluzioni, ma se si voleva fare una cosa seria, per davvero, MAI e poi MAI si parlava al telefono! Non si diceva nemmeno a troppa gente a voce, ché “semo annati sotto [scuola] a piglià’ [fascista] ma quello aveva fatto sega, j’è arivato quarcosa all’orecchio”…

Quindi, dalle intercettazioni Pina e Maurizio appaiono come due cazzari. Come tali, innocui.

Contestualizziamo poi la cosa. Si parla di gestione di un’occupazione di case, in cui alcuni elementi non fanno la loro parte nel contribuire alla cassa comune, E questi elementi, pare, adottano anche tecniche discutibili: “stasera Souad ha aggredito Soumya. E Soumya è stata bravissima a non reagire, perché quella sta cercando rogna per poterla denunciare”, e in questo contesto una denuncia è manna dal cielo per chi vuole sgombrare con la forza e cerca solo la scusa (3).

La situazione è quantomeno spinosa. Che fare? A essere veramente criminali, lasci il soggetto “per terra”, ma non lo dici, lo fai. Comunque si tratta di gestire una comunità difficile (chi è stato a una riunione di condominio mi capisce) senza la possibilità di ricorrere a un’autorità superiore.

Qui si parla di “raudi” (devo essere un terrorista terribile, per quanti raudi ho tirato), di finte incursioni di fasci e svastiche sui muri (manco “Animal House”) e di altri sfracelli terribili, alcuni dei quali sembrano piani di Willy il Coyote, altri pippe mentali di brigatisti “wannabe”.

Il tutto condito da dichiarazioni al PM (riscontrate? Si è trovato il famoso “quaderno”?) che sono altra cosa dalle intercettazioni.

Fossi dentro la storia, seguirei il principio: “chi lo dice non lo fa e chi lo fa non lo dice”. E rubricherei tutto alla voce “cazzaro coatto”.

Quanto precede è, ovviamente, un’interpretazione faziosa. Come lo è quella della magistratura. Per non parlar dei media. :-)

Il punto vero, però, è che qui si sta facendo politica, e quindi il problema richiede un approccio politico.

Un approccio politico impone che se si vuole contestare un qualsiasi episodio discutibile lo si deve fare all’interno del soggetto politico interessato. In altre parole, il problema va sollevato non dico nel collettivo di gestione delle case occupate “de cuius”, ma ad esempio all’interno del coordinamento dei movimenti per la casa di Roma. NON da fuori, perché da fuori son buoni tutti.

Da fuori, quello che si può fare è dichiarare vicinanza o prendere le distanze dal soggetto politico nel suo insieme. Se il soggetto politico non prende le distanze dai singoli coinvolti, è un problema suo interno. Almeno finché la cosa non sia così pesante da pregiudicare l’approccio di base, e non è questo il caso.

Ad esempio, mutatis mutandis, L’Altra Europa (ché di questo parliamo) può mettere in discussione SEL per il suo approccio politico, ma non per il comportamento dei vari Migliore ecc. Quello, sono affari interni a SEL. Se voglio, mi iscrivo a SEL e faccio una battaglia durissima sulla selezione del personale politico, ma da fuori accetto o rifiuto SEL come compagna di lotta. PUNTO.

Quindi, nel momento in cui accetto i movimenti per la casa come compagni di lotta, posso sollevare il problema en passant, ma nel momento in cui il soggetto politico di cui faccio parte accetta l’altro come compagno di lotta o addirittura come parte di sé, il discorso è CHIUSO.

L’Altra Europa e i movimenti per la casa sono compagni di lotta politica perché sono più le cose che li uniscono che le cose che li dividono. E questo è quanto.

(Ho parlato dei movimenti per la casa e non dell’Angelo Mai, Va bene così.)

Il Teatro Valle

Passiamo al Valle, dove francamente il rischio di scadere nel ridicolo è forte.

Si comincia mettendo in dubbio l’intenzione originale del Comue di vendita. Dato che si parla di “intenzione”, non di una delibera scritta, e si cita come fonte contraria “per quanto ne so”, siamo nel regno della fuffa. E dato che tutte, “per quanto ne so io” :-), le altre fonti confermano la vendita e, pur cosciente del rischio di cadere nella fallacia “ad populum”, sono propenso a dar credito alle altre fonti. Né l’ipotetico passaggio sotto la gestione del Teatro di Roma, ammesso e non concesso, cambia alcunché, ché penso i lavoratori del Valle non si sarebbero presi la briga di occupare fosse stata l’altra un’opzione preferibile. Comunque, dicevo, siamo nel regno della fuffa.

Il Valle occupato non paga la SIAE? FA BENE! Come musicista fra il dilettante e il semi-pro sono di parte, ma la SIAE è una mafia ributtante, considerata la peggiore fra le sue equivalenti in Europa, e la personificazione dello sfruttamento attraverso il copyright che impedisce la libera circolazione della conoscenza. Non protegge gli autori, protegge le multinazionali dell’editoria letteraria, musicale ecc.

“Gravi danni per l’Erario”? Ma stiamo scherzando? È un’occupazione di un bene per mantenerlo pubblico! “Pubblico” comprende sia l’Erario che il Valle, non so se è chiaro il concetto. Dubito molto che il Valle sia un ammanco rilevante nel bilancio dell’Erario, sono abbastanza certo che invece, come esperimento di spazio pubblico autogestito che propone cultura di qualità, sia ben rilevante nel bilancio culturale della città.

“Concorrenza sleale”. Premesso che la “concorrenza” NON È un valore di sinistra, non è neanche logica se confrontiamo pubblico e privato. Il principio della “concrrenza sleale” è quello al fondo dell’ideologia delle privatizzazioni, per cui la RAI farebbe “concorrenza sleale” a Berlusconi, la Sanità pubblica a quella privata e la scuola pubblica a quelle private. Di che cazzo stiamo parlando?

8€ è un prezzo politico. Ma prezzo politico è (o dovrebbe essere) anche il ticket rispetto al costo del servizio medico associato, o la tassa scolastica rispetto alla retta di una scuola privata. Ma la peggior destra parla di “concorrenza sleale” a proposito di sanità e istruzione pubblica, secondo l’ideologia da pattumiera della Storia che idolatra il mercato e la sua “mano invisibile” come rimedio d’ogni male.

E forse i lavoratori del Piccolo Eliseo dovrebbero prendere in considerazione l’idea di occupare anche loro.

Quanto al bando di Marino, parlando di teatro la citazione di Totò ci sta tutta, “mi facci il piacere”! A parte ogni dubbio su come in Italia son gestiti i bandi pubblici, perché fare un bando pubblico? Non c’è un vuoto di gestione, non c’è un bene abbandonato. È evidente che il bando è solo una foglia di fico per attaccare l’esperienza di autogestione del Valle, scomoda per il sistema clientelare di gestione delle sovvenzioni pubbliche alla cultura, per la logica del profitto basata sulla proprietà privata della conoscenza, e per l’ideologia liberale del “buon capitalista che crea lavoro” in generale. “Dato che non può riuscirvi mai, un salario buono, di pagarcelo, d’ora in poi le fabbriche noi le guideremo, dato che a noi bastano, mentre, con voi, no.” (B.)

Passiamo alle uniche due fonti citate.

Il Notaio Mariconda. Brilla un’assenza nell’argomentazione: “‘sti cazzi”. Perché l’associazione è chiaramente strumentale: si evoca (via Corsera) Geronzi per delegittimare il Valle. Allora, delle due l’una: o si dimostra un legame concreto fra l’uno e l’altro via il notaio, ovvero si dimostra un dolo nel ricorso a quel particolare notaio, oppure tutta l’operazione è pura “radio serva”. “Perché, fra tutti i notai che ci sono a Roma, proprio a lui?” Forse perché è specializzato proprio in statuti di fondazioni e cose del genere? Il Rasoio di Occam, in questi casi, è uno strumento prezioso.

Quanto ai “premi presuntivamente riconosciuti”, io mi vergognerei a citare quel blog come fonte. A parte il sospetto di disagio psicologico dell’autore, parlando del Valle cita (toh che coincidenza) il Corriere della Sera che, a firma di Pierluigi Battista (uno dei peggiori servi bugiardi che il giornalismo italiano abbia prodotto), parla del Valle come “bene sottratto alla comunità” contrapposto a bene comune. Normalmente rifuggo dall’”ad personam”, ma Battista è come Falqui: basta la parola, e fa cacare. E l’argomento è lo stesso usato fra il XVIII e il XIX secolo in Inghilterra per espropriare i commons.

(Riconosco di stare andando giù ben duro, ma il sarcasmo è come gli schiaffi: Montessori sì ma quando ce vo’ ce vo’.)

Ometto il discorso politico già fatto a proposito dell’Angelo Mai. Ditto.

E taglio anch’io.

“La legalita’ non e’ un concetto di destra o sinistra”. Vero. Quello che lo connota è il contesto in cui si usa il concetto in relazione al concetto (quello sì di sinistra) di giustizia sociale. Stupisce però che si usi un concetto neutro in una critica “da sinistra (a scanso di equivoci)”. C’è un’evidente contraddizione, o sbaglio?

Dire poi che “la legalità e’ la stella polare degli onesti” è una semplice tautologia: “seguire le regole è la stella polare di chi segue le regole”. Ma se ci si pone a sinistra, la prima cosa da fare è mettere in discussione le regole sociali. E questa sì è una regola epistemologica non derogabile se ci si vuole definire di sinistra.

E Berlusconi non è eticamente relativista, è fortemente ligio all’etica del capitalismo più becero, che trova eticamente giusto che il più “bravo” vinca e primeggi con qualunque mezzo necessario, legale o no. “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”. La sua etica è differente dalla nostra, ma non è meno rigida e stringente.

Perché l’etica è una sovrastruttura, ma noi di sinistra partiamo sempre dall’analisi della realtà concreta. Chiamasi “struttura”.

NOTE:

1) Quando ho mandato i figli al nido pubblico, si son trovati in classe figli di immigrati e di proletari, ma anche figli di dipendenti di ambasciate con reddito dichiarato all’estero, e di gente che puzzava di evasore a un miglio, che li accompagnavano con auto del costo di appartamenti. Ma “in regola”.

2) I cortei che noi conoscevamo, salvo eccezioni delle due l’una: o un massiccio servizio d’ordine spegneva sul nascere ogni bollente spirito, oppure il corteo stesso nascondeva, si apriva per “lanciare” e poi si richiudeva a proteggere le squadre che facevano il “lavoro sporco”. Ma erano in piedi non solo il muro, ma pure Berlinguer…

3) Ricordo i collettivi durante le occupazioni al liceo: “Compagni, se volete farvi una canna andate fuori scuola, che se vi beccano ci sgomberano subito”. E parliamo del 1976, la “modica quantità” era legale.

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