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Organizzare l’atterraggio…
#1
Riporto qui un interessante intervento di  Francesco Festa e Toni Negri comparso su Comune-info e che Mario Sommella ha diffuso via mailing list.
Rispetto alla figura del coautore Toni Negri, mentre non mi ha mai convinto come politico, l'ho sempre molto apprezzato come intellettuale e filosofo.
Questo contributo mi sembra utile per orientarci in questi difficili tempi di fine del paradigma capitalista e per dare prospettiva al cambiamento in atto.

Sempre in riferimento ad una visione che guarda oltre il presente, segnalo il libro Post-capitalism di Paul Mason, che uscirà in Italia nel 2016 e di cui Internazionale del 25 settembre/1 ottobre 2015 • Numero 1121 riporta un ampio stralcio. Questo è il link alla versione in inglese. Cercherò di mettere a disposizione anche quella in italiano in quanto credo che questo testo di Mason meriti ampia diffusione.



Organizzare l’atterraggio…

Officine Zero, Roma: dove prima si svolgeva la manutenzione dei treni notte, oggi cresce un laboratorio urbano che segue le esperienze delle fabbriche recuperate e quelle degli spazi sociali autogestiti.

di Francesco Festa e Toni Negri, euronomade.info

In tempi di «crisi infinita» ci si interroga ancora sulla compatibilità fra capitalismo e democrazia . All’incirca
quarant’anni fa la destra capì che andava riequilibrato il rapporto fra governabilità e democrazia: doveva essere
superata la democrazia rappresentativa. Per governare società complesse andavano aumentate le risorse
materiali e l’autorità politica dei governi (oggi, il decisionismo alla Renzi o l’autoritarismo della Merkel), e
indebolito il controllo parlamentare e giudiziario. Ne seguì l’introduzione di misure per la ripresa di una rapida
accumulazione, dopo la parentesi imposta dalle lotte sul salario dell’operaio-massa. Era urgente la
riconfigurazione della lotta di classe a livello mondiale. La destra capì che nuove ricette economiche andavano
introdotte. L’implosione della forma-salario doveva essere usata per reprimere le lotte operaie ed eliminare via via
il conflitto sociale. Nel frattempo, una nuova soggettività doveva essere prodotta, quella dell’“individuo
imprenditore di se stesso” per poter corrispondere alla nuove modalità di accumulazione, cioè all’estrazione di
profitto dalla cooperazione sociale. La ricetta neoliberista venne poi ripetuta come un mantra, fino a divenire
senso comune. Una volta esplosa la crisi, nella forma d’indebitamento delle classi lavoratrici, questa è stata
narrata come il prodotto di condotte indisciplinate, non austere, e di stili di vita al di sopra delle proprie possibilità.
In realtà, la crisi attuale è piuttosto la rivelazione dell’incontenibile misura dello sfruttamento della cooperazione
sociale, e la cronicizzazione della difficoltà dell’”accumulazione bioeconomica”.
Sembra che la linea del progresso umano stia effettivamente percorrendo quel «tempo omogeneo e vuoto» che il
liberalismo prescrive. La “terza via” adottata dalla socialdemocrazia europea in risposta all’iniziativa liberale è
fallita. E dopo l’esercizio della violenza finanziaria contro la Grecia, sembra che non ci siano altre strade. Eppure
occorre ripetere che tertium non datur. In quella microfisica delle lotte, che resistono al destino che il
liberalismo esige, abbiamo fra le mani innumerevoli aperture rivoluzionarie. «Riconoscere il segno di un
arresto messianico», avrebbe detto Benjamin; o altrimenti, cogliere il succedersi di momenti, di eventi, ossia di
esperimenti e di progetti per «far saltare un’epoca determinata dal corso omogeneo della storia»: ecco cosa
impone con forza l’ottimismo della ragione. «Un po’ di possibile, sennò soffoco», chiedeva Deleuze. Credere
a ciò che può essere pensato e inventato, quand’anche appaia impossibile. Credere a ciò che spinge la
trasformazione sociale nella direzione definita dalle aspirazioni di una moltitudine consapevole. Infatti, esiste una
fetta di società che non si è abituata alla crisi, che non ha fatto il callo alla povertà e alla precarietà: essa osserva
una classe redditiera che non risente gli effetti della crisi, e con la crisi ci sguazza.
Di contro c’è la nostra parte, che rifiuta il mito dello stato e del mercato, non s’illude del mito della società
civile, e sta con i piedi ben piantati. Una parte che, col cronicizzarsi della crisi, va via via mettendo in
discussione i privilegi, l’idea stessa della proprietà privata, mentre difende le idee di bene pubblico e di bene
collettivo, quale passaggio alla costruzione del comune. Cos’è il vaso scoperchiato sui privilegi, la “casta”, le
spese pazze, per la “gente”, se non un latente desiderio di comune. La pervasività della corruzione e del
clientelismo nelle metropoli, l’incalzare della fiscalità per i reietti e l’azione violenta dello stato per recuperare
presunti crediti assumono in molte reti territoriali i contorni di una lotta per la democrazia diretta contro la
corruzione e il «comune nocivo». Riecheggia sullo sfondo l’idea zapatista: Para todos todo, nada para
nosotros (a proposito della crisi della democrazia tradizionale, Raúl Zibechi, sostiene che non possiamo
continuare a credere di poter cambiare il sistema creato da los de arriba – quelli che stanno in alto – con
strategie centrate su strumenti e forme del conflitto che sono stati modellati per garantire l’esercizio del loro
dominio, ndr).
Dopotutto le tribolazioni europee hanno dimostrato l’esistenza di un contrasto fra la cornice istituzionale vigente e
i bisogni della moltitudine. Le stesse istituzioni comunitarie sono riconosciute come modelli inutilizzabili; la
governance europea ne ha superato i limiti, ed ha reso innocue le scelte elettorali, i bisogni partecipativi e gli
stessi organi parlamentari. Ciò che teme la classe capitalista è la partecipazione . Quanto più essa è “diretta”,
tanto più i padroni sentono sul collo il fiato delle classi subalterne.
Il “luogo comune” europeo sembra sovrastato da un dominio sempre più coercitivo e violento. Quanto ai discorsi
pubblici delle classi dirigenti di tutta Europa, questi danno l’impressione di un ipocrita esercizio di persuasione
sulla ripresa economica; mentre in realtà l’ordine del discorso consiste nel tentativo di sedare possibili
sommovimenti sociali, di anestetizzare il conflitto. Un mantra ossessivamente ripetuto, come nel film La Haine:
«Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene». La famosa scena, però, prosegue: «Il
problema non è la caduta, ma l’atterraggio».
È giunta l’ora per i movimenti di organizzare l’atterraggio, dal terreno della protesta a quello dell’organizzazione.
Ciò significa domandarsi in che modo il desiderio attraversi le lotte e come i dispositivi di traduzione delle passioni
in lotte possano concatenare, nelle mutevoli dinamiche dei rapporti di classe, domande di partecipazione e di
intervento. Al netto degli afasici episodi elettorali, ciò che è invece palpabile è un ribollire di
partecipazione e di attenzione, che non si colloca più nella forma del «soggetto rappresentato». La crisi del
capitalismo è tanto più cronicizzata quanto crescente è la domanda di partecipazione.
Atterrare significa paradossalmente dare verticalità all’azione dei movimenti. Conosciamo molte proposte.
Vogliamo sottolineare qui che i processi di verticalizzazione non conoscono un unico campo di sperimentazione; e
che sarebbe un errore pensare che i modelli possano valere, mutatis mutandis, applicandosi a diverse geografie.
Occorre piuttosto che le verticalizzazioni riflettano le asimmetrie dei poteri e dei rapporti di classe nei territori.
Molteplici sono le esperienze nelle città europee in cui, dal basso, si costruiscono spazi di contropotere,
reti di solidarietà, gruppi e associazioni mutualistiche, coalizioni sociali che contrastano l’impoverimento,
la precarietà e la crisi. Sono esperienze di occupazione e di cooperazione su spazi abbandonati, parchi,
immobili; esperienze di assemblee di quartiere e di partecipazione diretta, che pongono all’ordine del
giorno il tema della decisione da parte dei cittadini. Vi sono poi lotte locali che assumono dimensioni europee
e diventano proposte di differenti modelli di sviluppo, che attaccano direttamente i dispositivi di governo, e che, in
nome di una ripresa agognata, vogliono appropriarsi il potere degli organi di governo periferici per mettere in
movimento la volontà delle popolazioni locali. Sono questi contesti che assumono figura di fabbrica di soggettività
antagonista alle politiche neoliberiste. In molti contesti si sente riecheggiare il Que se vayan todos argentino:
lo si sente in assemblee di quartiere, agorà cittadine, manifestazioni pubbliche, dove non solo si
segnalano i problemi ma si propongono soluzioni di governo e di amministrazione, nel tentativo di attuare
nuove forme di contratto sociale e di realizzare un paradigma di democrazia diretta. Questi spazi di dibattito e
d’iniziativa hanno credibilità poiché non provengono dalle classi politiche che hanno abbracciato il
neoliberismo e che sono state complici della crisi. Spesso sono “situazioni minime” ma che, rispetto ai loro
contesti territoriali, assumono grande importanza e costruiscono un senso comune “maggioritario”. Ciò
avviene – in forme di resistenza quanto in forma di coalizione – in varie città e quartieri metropolitani, sulla
questione della casa, della scuola e dell’università, dell’ecologia dei territori, della gestione dei beni collettivi,
ecc. (Gustavo Esteva, tra gli altri, parla di insurrezioni delle persone comuni ndr).
Ripetiamo il paradosso da cui siamo partiti: per atterrare, cioè per divenire maggioritari in maniera viepiù
egemonica, per operare ottenendo risultati concreti, i movimenti (soprattutto “minimi”) necessitano di collegarsi e
di portare il loro discorso, in verticale, contro il potere neoliberale. Integrare la verticalità al movimento significa
atterrare. Quanto abbiamo bisogno di una nuova opzione politica dei movimenti, di un espresso desiderio di
potere! Una volta atterrato, un aereo dovrà pure prepararsi a ripartire, ad andare in alto – e cosi faremo anche
noi. Questo movimento dal basso verso l’alto è quello che c’interessa, e sappiamo che per farlo abbiamo bisogno
di integrare l’esperienza dell’atterraggio – come stile del nostro lavoro.
Anche in Euronomade, a noi sembra che si presenti il compito di narrare le lotte, incluse quelle “minime”:
insomma di ricomporre modelli di narrazione di lotte presenti che prefigurino la potenza di quelle future.
.
DA LEGGERE
Tempi di rivoluzione Gustavo Esteva
Le rivoluzioni non sono momenti epici come quelli dell’assalto alla Bastiglia ma processi sorprendenti e non
lineari. Non le fanno i mitici leader che poi passano alla storia ma le persone comuni, cioè i ribelli, i sognatori, gli
irregolari. Come gli indigeni zapatisti del Chiapas. Dobbiamo imparare a guardare e ad ascoltare la gente
comune, che è sempre potenzialmente pronta a ribellarsi. Anzi, lo sta già facendo ma non per sostituire i
governanti con altri governanti migliori, non attraverso lo Stato. Quello è un cambiamento che sappiamo essere
illusorio e temporaneo. Il cambiamento vero è in basso, apre nuove strade e rompe i recinti culturali, costruisce
relazioni diverse e nuove realtà sociali. Per questo infastidisce tanto
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#2
L'intervento di Francesco Festa e di Toni Negri :

Se tutte le persone appartenenti a tutti i movimenti sociali , scendessero in piazza lo stesso giorno sarebbe una grande marea umana! Che atterraggio!!
La tesi dell'articolo è interessante e richiede riflessione .
I tentativi di creare il nuovo soggetto politico anti  neo-liberalismo non hanno dato per ora buoni risultati  per tantissime ragioni che non  serve rievocare quí.Ancora peggio proiettarlo maggioritario.
La strada  per arrivare ad un fronte possente e condizionante é effettivamente l'unione o quantomeno la coazione parallela di tutti i movimenti?
Avrebbe abbastanza peso per fare mutare le cose?
Sarebbe infine la vera realizzazione dell'autorappresentazione dei cittadini che cerchiamo di costruire?

Mi pare che possiamo rispondere con dei sí!

In questo caso non è più essenziale che tutti pensino le stesse cose,difendano tutte le stesse cose,accettino tutti lo stesso statuto o le stesse regole di funzionamento,utilizzino tutti gli stessi mezzi di partecipazione e di voto, tutti fattori che ci fanno pesantemente discutere all'infinito, e sovente riallontanare.

Questo  processo è già fatto ma è  ancora troppo debole ,mentre ha un tumultuoso potenziale.

Allora uniamo persone e movimenti in una rete mutalizzata : io partecipo alla tua manifestazione e tu partecipi  alla mia, noi partecipiamo alle manifestazioni di tutti. Cosí invece di essere in 20 davanti ad una prefettura saremo 200, invece di essere 500 in una piazza saremo in 5000. Alla fine non c'é governo locale o nazionale che potrà resistere alla pressione del popolo.  

Intanto ci daremo tempo e mezzi per mettere a fuoco  cosa fare e come farlo e chi lo farà per prendere il potere politico.

Piero
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