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SCENARIO PER IL CAMBIAMENTO
SINISTRA SENZA BUSSOLA

Bene Mario, a difetto di grandi progetti nostri discutiamo almeno cosa propongono altri!
Personalmente lo faccio sistematicamente per scelta personale, altrimenti il " discorso " si spegne.

Cosa dire di questo articolo?
Il PD dopo la " purga" Renzi ,post democristiano ha oramai una posizione centrista e non ha più granché da esprimere a sinistra. Incapace di imporsi in UE a fronte di Francia e Germania, ha ora perso pure la sua posizione di primo partito in Italia, derivando verso l'insignificanza del suo alter ego ,il PS francese passato in pochi anni dalla gloria alla polvere.
Chi incita quindi il PD a fare meglio, perde tempo ed energie, meglio spendibili.

Ora é il tempo dei cosidetti populismi di cui la France Insoumise é l'esempio di punta a sinistra.
Riporto qui un estratto della lunga narrazione che ci ha inviato oggi Marco Giustini della France Insoumise che mi pare strategico e che é stata la chiave di volta della sua espansione:
..". trasformare la cultura della base militante di France Insoumise, non solo mettendo nel ripostiglio le bandiere rosse, ma anche sostituendo l’abitudine di pensarsi come forza oppositrice e di resistenza, con un’immagine più positiva di forza del cambiamento – istituire un nuovo mondo invece che di destituire il vecchio mondo."

Ecco, la chiave di volta di Potere al Popolo , se ne ha naturalmente gli ingredienti, dovrebbe essere la stessa, rinunciando ad ideologie " sclerotizzate" ed ai loro simboli e portando avanti una vera grande proposta ,che diventi la cosa più visibile, ancora di più delle indispensabili lotte.
Il popolo attuale ha bisogno di credere ad un progetto per il quale valga la pena di impegnarsi, di coinvolgersi ,altrimenti si fa assalire solo dalle paure giustificate o artificiali. Se ho un tumore e nessuno mi propone cure credibili ,saró assalito solo dalla paura della sofferenza e della morte! E poi non si é mai visto un veicolo andare veloce con il freno sempre tirato, perché il motore tosse e poi si spegne.
É sterile che i militanti, ancora gratificati nella loro storia,pensino di coinvolgere chi ne é fuori con il loro revival. O allora che continuino ma che prendano coscienza che resteranno il popolo del 3% quando andrà benissimo. Se ne sono soddisfatti li riguarda.

Chi invece é cosciente sa che solo forze che superano elettoralmente il 20% possono incidere sulla politica nazionale ed europea. Per arrivarci é effettivamente indispensabile di rastrellare largo.
Cosa implica tutto ció , diventare come gli altri, ripartendo , come indicava Gramsci, dai loro valori per trasformarli a modo?
La France Insoumise lo stà facendo. Potremmo metterci una volta per tutte ad analizzare i suoi programmi e i suoi principi e farne una valutazione critica ed un bilancio di aderenza o meno.
Siamo capaci a farcelo noi? Con le difficoltà organizzative che ostacolano ogni giorno l'evoluzione di Potere al Popolo ho i miei dubbi.
Potere al Popolo é nato in fretta e come ha potuto, non é quindi una critica. Tuttavia é una buona base , comunque molto più a sinistra , sulla carta , di cosa sarebbe stato il Brancaccio.
Tuttavia Potere al Popolo ha dei forti limiti nei suoi margini di manovra " populista di sinistra" dovuti ai vincoli che le finalità delle sue stessi componenti impongono.
Il populismo é mobilità e fluttuazione e anche opportunismo ed adattamento rapido.
Partiti e movimenti invece hanno apportato in Potere al Popolo i loro presupposti statutari praticamente intangibili senza mettere fuori gioco dirigenze o militanti , dirigenze e militanti:
- I discorsi comunisti, simboli comunisti per RC ,PCI e Sinistra Anticapitalista.
- L'organizzazione assembleare intoccabile di questi partiti che frena l'accesso ai mezzi digitali di partecipazione.
- Un anticlericalismo feroce di Democrazia Atea che non puó che tenere lontani da Palp millioni di cattolici.
- La stessa NO TAV che tira una riga rossa sullo sviluppo del trasporto moderno su rotaia.
E via dicendo.

Eppure affermarsi Potere al Popolo é scegliere il populismo , é accettare di lasciare parola e scelte alla gente e portarle avanti, che questo avvenga per proposte e voti specifici o per captazione sociologica come ha fatto la France Insoumise.

Se ogni volta che una persona si esprime un pó fuori dal sacro reticolato , invece di essere controargomentata, viene confutata ,aggredita o respinta , non é più Potere al Popolo, ma mi ripeto Potere " nostro" per conto del Popolo e questo é defunto!!

Detto tutto ciò cosa vuol dire partire dai valori dell'avversario?
Intanto vuol dire avere il coraggio di parlarne apertamente e di analizzarli senza preconcetti.

Partiamo dall'immigrazione : non basta contrapporre al tutti fuori di destra ( che funziona alla grande) un tutti dentro di sinistra ( che non funziona per nulla) .
Vi é tutta un'analisi , che nessuno vuole quì portare avanti, che parte da realtà che hanno poco di umanitario o di buonistico :
- 1 l'Europa ha bisogno di 40-50 millioni di giovani nei prossimi trent' anni altrimenti invecchia e si estingue.
- 2 L'Africa aumenterà in 30 anni di almeno un milliardo di individui che non potrà sfamare, e una bella parte con le buone o le cattive vorrà ed andrà a vivere altrove.
- 3 I poveri crescono in Europa ogni giorno sopratutto perché il lavoro scarseggia ed é mal remunerato.
Come accogliere e finanziare l'integrazione rapida di 40- 50 millioni di immigrati risollevando allo stesso tempo i millioni di poveri europei( tra cui vi sono già molti immigrati?
Partendo dalla realtà analizziamo il da farsi da politici e da governanti e poi esponiamolo e sentiamo.
Se affrontare così il problema immigrazione é populismo di destra, mettiamoci coscienza ,cuore ed illusioni in pace ,che non andremo da nessuna parte.
Piero




Envoyé de mon iPad

Le 3 juil. 2018 à 09:13, Mario Sommella <mariosommella@gmail.com> a écrit :

Buongiorno, ovviamente quando posto articoli su questa lista, non sta significare che sia il mio pensiero, vuole essere un contributo all’apertura di discussioni. Un caro saluto, Mario

https://m.huffingtonpost.it/

Sinistra senza bussola
Ida Dominijanni

AOL
L'intervista di Nicola Zingaretti sul Corsera riapre con alcuni passaggi promettenti un dibattito nel Pd cominciato tanto male da far rimpiangere il lungo e disperante silenzio post-elettorale. Per Veltroni sta succedendo qualcosa che la sinistra non vuole vedere: forse lui ha gli occhiali giusti, ma non li tira fuori. Per Prodi ci vuole un pensiero nuovo: quanto ad articolarlo, ci pensi qualche altro. Calenda invece ce l'ha e siccome il medium è il messaggio lo affida al Foglio: il Pd va sciolto in un fronte repubblicano contro il populismo, basato – come il populismo – sul "diritto alla paura". Non va meglio, fin qui, dalle parti di LeU: si va dall'appello al coraggio di Grasso all'invito a ricominciare a parlare di capitalismo (ma intanto nessuno comincia) all'inseguimento "da sinistra" del sovranismo (senza stato-nazione niente diritti). Questa non è un'analisi della sconfitta, è il balbettio di una sinistra che ha perso non solo il suo popolo ma anche le coordinate dell'epoca e il linguaggio per abitarla.

Alessandro De Angelis ha giustamente fatto presente pochi giorni fa che si dovrebbe ripartire quantomeno dal monito gramsciano a cogliere il nucleo di verità contenuto nelle tesi dell'avversario, per strapparglielo declinandolo diversamente. Purtroppo però il succitato dibattito tende a confondere quel nucleo con un suo effetto – la paura – e con la ricetta che la destra propone per placarla - il sovranismo – , e senza neanche declinarli tanto diversamente. Ma il nucleo vero sta altrove, e pochi sono disposti a farci i conti anche se l'avversario lo mette sul tavolo senza tanti complimenti.

Prendiamo l'intervista a Alexander Dugin pubblicata di recente dall'Huffington Post. Che Dugin sia o meno "il Rasputin di Putin", come il titolo recitava, quello che va predicando è indicativo dello spirito del tempo che aleggia nella rete internazionale di nazional-populismi cui Salvini si iscrive esplicitamente con l'obiettivo di far crollare "il muro di Bruxelles". In buona sostanza, l'ideologo russo della "Quarta Teoria Politica" sostiene tre cose. La prima: il Novecento è finito e per uscirne davvero bisogna seppellire le sue tre principali ideologie e relative prassi storiche, comunismo, fascismo, liberalismo. All'uopo, il nostro contrappone alla sintesi "fra marxismo culturale di sinistra e dottrine economiche liberiste di destra" , a suo giudizio egemone nell'ultimo trentennio, la sintesi "fra teoria economico-sociale di sinistra e valori tradizionalisti di destra".

La seconda: dopo il crollo dell'Urss e la fine della guerra fredda, la Russia ha continuato a essere oggetto di indebite pressioni e ostracismi da parte dell'Occidente ed è ora che ritrovi la sua "degna collocazione" nel mondo, puntando su una "unione euroasiatica" fondata sulla sovranità dei popoli (non è chiaro se identificati su base nazionale, regionale o etnica). La terza: i populismi che proliferano negli Usa (Trump), in Europa (Alternative fuer Deutschland, Marine Le Pen e secondo Dugin anche Melanchon) e soprattutto nel "laboratorio d'avanguardia" italiano, sono già la realizzazione della QTP: né di destra né di sinistra, esprimono la reazione del popolo contro le élite liberali, una reazione che mescola richieste di giustizia sociale e valori conservatori e alla quale è vano contrapporre bandiere sia antifasciste (da sinistra) sia anticomuniste (da destra).

E' chiaro che a questo discorso si possono fare molte pulci (sulle sue radici ben piantate nell'evoluzione della Nuova Destra dagli anni 80 in poi, altro che né di destra né di sinistra; sulla riduzione caricaturale non del liberalismo, come sostiene Dugin, ma del neo-liberalismo, che è tutt'altra storia, a "sintesi del marxismo culturale e del liberismo economico"; sulla concezione arcaica e identitaria del popolo). Noi però non stiamo qui a fare le pulci al filosofo, bensì ma a valutare gli effetti dell'ideologo. Il quale condensa una vulgata che sta diventando di senso comune anche qui in Italia, e purtroppo non solo a destra.

L'idea, ad esempio, che il – necessario – rilancio dei diritti sociali sia compatibile con valori conservatori e pulsioni suprematiste e razziste (tradotto: che Salvini stia effettivamente difendendo le ragioni popolari, e che in nome di questo si possa chiudere un occhio sulla sua xenofobia securitaria e fascistoide) è tutt'altro che assente nell'elettorato che da sinistra vira a destra, nonché in alcuni intellettuali di ascendenza comunista. L'idea che dal dominio incontrastato del mercato nella globalizzazione non si esca senza un ripristino della sovranità nazionale (e che dunque prima gli italiani, e quanto ai migranti si vedrà) è un'idea che circola non solo a destra ma anche a sinistra, in risposta al mito di una sovranazionalità europea rivelatasi subalterna alla moneta e allo spread. E si potrebbe continuare.

Non c'è modo di ritrovare una bussola né alcuna discriminante di campo senza affrontare il cuore del problema. Che è un'interpretazione di quello che è avvenuto nel mondo, sul piano geopolitico, economico e ideologico, dall'89 in poi, alternativa alla versione che ne danno i vari Dugin, Bannon, Fusaro, Salvini e altri esemplari in circolazione. Il che significa, per la sinistra che fu di governo, riconoscere il famoso nucleo di verità delle tesi dell'avversario: ammettere cioè che la fede cieca in una supposta spontaneità progressista della globalizzazione, la dismissione di qualunque critica del capitalismo e l'interiorizzazione della razionalità neoliberale sono state, per la sinistra post-89, catastrofiche. Dove per globalizzazione non si intende solo l'unificazione dei mercati e la moltiplicazione delle disuguaglianze, ma anche un nuovo assetto multipolare del mondo in cui Russia, Cina e altre potenze presentano ora il conto all'Occidente in declino. E per neoliberalismo non si intende l'intreccio caricaturale di liberismo economico e politically correct che Dugin rimprovera, come tutti i media di destra, alla sinistra "radical chic", bensì una forma di razionalità che ha piegato alla logica del mercato e della concorrenza anche l'intero edificio democratico, dalle istituzioni, nazionali ed europee, al cittadino, divenuto uno strano soggetto bifronte che da un lato rivendica le "sue" libertà e i "suoi" diritti, dall'altro invoca politiche securitarie per tutelarli contro gli invasori, o i capri espiatori, esterni. Sì che è vano invocare l'ortodossia liberaldemocratica o i fronti repubblicani contro il populismo sorvolando sulle sfigurazioni della democrazia neoliberale e della sua base antropologica che al populismo hanno aperto la strada.

La febbre populista non è un antidoto al neoliberalismo, come i suoi ideologi e i suoi leader ci vogliono far credere: ne è la diretta conseguenza, che ne configura un'uscita da destra basata sul binomio diritti sociali (per pochi)-valori tradizionali (per tutti), sulla protesi neo-sovranista di stati in declino, su popoli costruiti su base nazionalista e razziale. Spetta alla sinistra delineare un'altra uscita, sulla base di un'altra interpretazione, autocritica, dell'egemonia neoliberale, e di un'altra terapia politica.

Le disuguaglianze non si combattono agitando i diritti dei "nostri" forgotten a spese degli altri dannati della terra, ma unendo le lotte degli sfruttati nella prospettiva internazionalista propria della tradizione marxista. Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie. Il declino dello stato-nazione non si corregge con maschere neo-sovraniste e neo-nazionaliste, ma con politiche e istituzioni dell'interdipendenza, europea e globale. Il popolo non si mobilita simulandone una compattezza basata in realtà sul rancore di tutti contro tutti, ma riconoscendone le fratture di classe, di genere e di razza e allineandole in postazioni antagoniste non all'establishment, ma a quello che un tempo avremmo chiamato sistema.

Difficile, se non impossibile, che il Pd, o ciò che ne rimarrà al netto di ulteriori esodi macroniani, riesca ad assumere un ordine del discorso di questo tipo, che pure non è assente dalla proposta delineata da Zingaretti. Ma la sinistra italiana è più larga del Pd e non è destinata a seguirne le sorti. E se ci riesce una ventisettenne del South Bronx non si vede perché non provarci anche qui.



Inviato da iPhone
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In merito all'articolo di Mediapart sui dissensi all'interno della France Insoumise.

Intanto chiariamo cosa rappresenta Mediapart in Francia . Questo giornale online é un pó il Fatto Quotidiano italiano ed il suo animatore ,Edwin Pleyel il Marco Travaglio locale. É il castigamatti nazionale che mette in avanti a destra ed a sinistra pecche,magagne,contraddizioni ....
Come noi non prendiamo mai Travaglio come esempio o riferimento , così non prenderemmo Pleyel se fossimo in Francia ( ndr: io lo sono) ,perché i ". fouillemerdes"di professione finiscono di stancare ovunque,diventando inquisitori e mai costruttori, pur portando avanti delle verità o quasi.

Sul fondo dell'articolo:

Ripetiamo pure per una ennesima volta che JM Melanchon é un leader di partito , una persona dominatrice, un nervoso carismatico accentratore che il ruolo di presidenziabile francese favorisce e anche giustifica, anche se lui professa di voler smontare la repubblica presidenziale se vince.Così leviamo tutte le ambiguità.

Resta il fatto che sotto la sua spinta si é costituito attorno a lui un bel movimento/ partito radicale ed innovante, partecipativo anche se non orizzontalmente , che ha già ottenuto ottimi risultati pratici ed elettorali.

Allora cosa stà ora rosicchiando questa bella storia , come ha dettagliato Mediapart?
Semplicemente e come sempre le elezioni.
Se cerchiamo di essere obiettivi senza voler prendere partito ne portare giudizi sul fondo cosa possiamo dire?
Da una parte la sovrastruttura degli Insoumis un pó autonominata, un pó elettiva, un pó tirata a sorte ha messo in avanti la preoccupazione di mettere in lista tra sessanta e settanta candidati potenzialmente molto efficaci senza indebolire le istanze locali e regionali tenute bene da Insoumis che dovrebbero rinunciarvi se eletti alle europee. Giusto? Sbagliato? Credibile ? Chi puó dirlo senza avere vissuto le varie giornate di esame e valutazione fatte dai trenta membri del comitato elettorale. É poi così opponibile a qualunque partito al mondo il tentativo di avere eletti efficienti fino a che l'avvento di una vera democrazia orizzontale spazzi via la delega e la gerarchizzazione?

Guarda caso, la prima vera " crisi" degli Insoumis nasce nel frangente dell'allestimento di una lista elettorale e viene alimentata dai candidati esclusi e dal loro entourage. La crisi non viene dai 1100 gruppi di azione e dai loro 12000 partecipanti , non viene dai 500.000 iscritti online al Movimento , ma da una ventina di autocandidati estromessi o messi in posizione poco favorevole nella lista.

C'é poco da fare . Fino a quando il sistema della delega e della professionalizzazione dei politici sarà attivo , queste crisi pre elettorali e le defezioni ed i cambiamenti di casacca post elettorali saranno il viatico ricorrente. É un sistema bollito, fuso e allora perché finiamo sempre di continuare a spendere le nostre migliori energie per alimentarlo?

Alla barba delle norme costituzionali di ogni paese ,che cimentano sistemi gerarchizzati, il passo intermediario e preparatorio alla democrazia orizzontale sarebbe quello di deprofessionalizzare i politici ,tramite compensi minimi e rotazioni parziali ogni 2,5 anni e la non rinnovabilitá dei mandati per la legislazione seguente. I politici devono " imparare" a partecipare e gestire " politicamente" nei territori,nei municipi, nei quartieri e non devono poter fare della politica una professione. Per le questioni molto complesse si potranno consultare degli specialisti che decidano nulla ma che illuminino i politici, cioé i cittadini decisori.Questo é anche il prezzo da pagare per fare sì che molti piú cittadini si impegnino in politica.

Piero


Envoyé de mon iPad

Le 13 juil. 2018 à 20:38, Daniella Ambrosino <daniella.ambrosino@gmail.com> a écrit :

Per chi legge il francese
(N. B. Mediapart è un quotidiano online indipendente molto apprezzatato e molto letto dal "popolo" gauchiste).

https://www.mediapart.fr/journal/france/130718/un-apres-la-presidentielle-des-insoumis-confient-leurs-doutes?utm_source=20180713&utm_medium=email&utm_campaign=QUOTIDIENNE&utm_content=&utm_term=&xts=&xtor=EREC-83-%5BQUOTIDIENNE%5D-20180713&xtloc=&url=&M_BT=1117501287816


Un an après la présidentielle, des «insoumis» confient leurs doutes
13 JUILLET 2018 PAR PAULINE GRAULLE
La constitution de la liste pour les prochaines élections européennes a avivé les tensions au sein du mouvement fondé par Jean-Luc Mélenchon. Des voix s’élèvent, chez les cadres comme dans la base militante, pour dénoncer le manque de démocratie interne ou la confiscation par « le national » du choix des orientations politiques.
Des proches de Jean-Luc Mélenchon qui s’opposent publiquement aux choix faits par leur leader : la députée de La France insoumise (FI) venue d’Ensemble!, Clémentine Autain, s’y était risquée, en février, dans l’hebdomadaire Politis. Jeudi 6 juillet, la flèche a été lancée d’encore plus près. Dans un billet de blog, François Cocq, cadre historique du Parti de gauche, proteste contre la nouvelle orientation stratégique que l’ancien candidat à la présidentielle est venu exposer, dans un discours fleuve (plus de deux heures) tenu à huis clos, vendredi 29 juin, en ouverture du congrès du parti qu’il a créé en 2009.

Sous le titre « Le grand bond en arrière », l’élu de Champigny-sur-Marne (94), candidat aux élections européennes de 2019 à une place non éligible (30e place), estime à regret que le leader de la FI aurait abandonné sa stratégie populiste pour se placer en classique rassembleur de la gauche. Et il termine par ce post-scriptum : « Je connais la maison. Je sais que les lignes que je viens d’écrire me livreront à la vindicte organisée. Je sais qu’on m’accusera entre autres d’aigreurs et que l’on mettra mon analyse sur le dos de ma place aux européennes. De fait ce n’est pas tant la place que la méthode qui m’a blessé. [...] Je reprends aujourd’hui ma liberté de parole. »

Quitte à risquer son exfiltration de la liste des européennes par le comité électoral ? « Franchement, si le comité juge que c’est contraire à l’intérêt du mouvement, j’accepte sans acrimonie, explique François Cocq à Mediapart. Mais je pense que c’est le moment pour la France insoumise de rendre publics nos débats. »

François Cocq n’est pas le seul à le penser. Alors que le 5 juillet, Jean-Luc Mélenchon célébrait « un an d’insoumission » à Marseille, la FI affronte, en ce début d’été, sa première crise interne. Plusieurs voix bien connues se sont élevées, ces derniers jours, pour dénoncer, à mi-mot ou plus franchement, les méthodes en vigueur au sein du mouvement. On a même vu deux candidats aux européennes (en position difficilement éligible), par ailleurs proches de Jean-Luc Mélenchon, Djordje Kuzmanovic et Philippe Juraver, « liker » un tweet du compte « NTM LA FI » (sic) qui réclamait plus de démocratie dans le mode de désignation des candidats aux européennes.

C'est la liste pour les européennes, rendue publique début juillet, qui a mis le feu aux poudres. Son ordonnancement a déconcerté. Corinne Morel-Darleux, pourtant pressentie pour y figurer en bonne place, Paul Vannier, ex-candidat aux législatives à Paris, Sophie Rauszer, co-responsable des questions européennes à la FI, ou Liêm Hoang Ngoc, l’un des économistes de la présidentielle : toutes ces personnalités, à l'instar de François Cocq, se sont retrouvées hors des places éligibles.

Le témoignage, dans Libération, de Lilian Guelfi, l’un des 18 militants insoumis tirés au sort pour participer au comité électoral, rapportant les méthodes discutables pratiquées par ledit comité, a fini de jeter un voile de suspicion sur la manière dont les candidats avaient été choisis.

« Sans doute a-t-il été influencé avant la publication du rapport par un candidat déçu », avance Manuel Bompard, animateur du comité électoral, tête de liste aux européennes, et numéro 2 du mouvement, pour expliquer les critiques du militant. « Je n'ai eu aucune remontée de mécontentements de la part des militants de la FI concernant la liste », affirme Bastien Lachaud, député insoumis de Seine-Saint-Denis.

Pourtant, sur les réseaux sociaux, les appels de militants à voter contre la liste aux européennes – les militants ont jusqu’au 20 juillet pour se prononcer – se sont multipliés. Claire Couly, universitaire et militante de la FI à Toulouse, a posté un message en ce sens sur Facebook. « Même si ce comité électoral composé de tirés au sort est une bonne idée, je m’interroge sur la rigueur de la méthodologie utilisée, estime-t-elle. Le principe même que l’animateur du comité électoral soit aussi candidat sur la liste [Manuel Bompard – ndlr], donc qu’il soit juge et partie, pose un problème. Pour moi, cette affaire de la liste aux européennes a un peu changé mon point de vue sur le mouvement. Je ne dis pas que c’est forcément mieux dans d’autres partis, mais ce n’est pas à la hauteur de ce que j’attendais. Il faudrait qu’on puisse ouvrir le débat sereinement en interne sur la manière dont on peut repenser une méthodologie encore plus carrée. »

Côté cadres, Corinne Morel-Darleux reste perplexe devant les justifications qui lui ont été fournies par les animateurs du comité électoral : « On m’a dit que j’avais été écartée parce que j’étais déjà conseillère régionale [au conseil régional d’Auvergne Rhône-Alpes – ndlr], mais je m'étais engagée à ne pas cumuler, et c’est une règle sortie de nulle part, qui n’a d’ailleurs pas été appliquée aux législatives. » Pour elle, la raison est à trouver dans des concurrences internes et dans son positionnement « qui a toujours été à la fois loyal mais aussi, quand il le fallait, critique, ce qui est mal toléré dans ce mouvement ».

Depuis la publication de la liste, Corinne Morel-Darleux a choisi de retirer sa candidature et décidé de se mettre en retrait des activités de la FI, même si elle reste membre du Parti de gauche où elle occupe des fonctions dans les instances dirigeantes : « Des élections sans être éligible, j'en ai fait beaucoup, mais j'avais alors la conviction d'être utile, et en phase avec le projet, justifie-t-elle. Cette fois, j'ai trop de doutes sur la manière dont ce mouvement avance. Trop d'erreurs politiques sont commises, le refus de la critique, même bienveillante, fait qu'il n'y a pas d'élaboration collective ; l'humain comme les choix politiques en pâtissent. »

Les « socialistes insoumis », sous-groupe de la FI créé par l’ancien socialiste Liêm Hoang Ngoc, ont, eux aussi, décidé de « suspendre leur participation » au mouvement. Olivier Spinelli, proche de l’économiste, explique cette prise de distance par une incompatibilité sur les choix politiques (voir ici), mais aussi par une lassitude vis-à-vis des méthodes internes : « Quand Liêm a donné son interview au Figaro [où il critique les choix de la FI sur la liste aux européennes – ndlr], j’ai reçu un texto d’un membre du comité où il était écrit : “Le crime ne paye pas.” On ne peut jamais rien critiquer dans ce mouvement sous peine d’être taxé de criminel ! La FI est un mouvement sans règles, sans courants, sans motions. Du coup, c’est la pure violence politique qui s’exprime. »

La base militante, entre loyauté et ressentiment

Critiques publiques, prises de distance, retraits de la boucle Telegram, une messagerie sur laquelle dialoguent les cadres insoumis… C’est une nouvelle ère qui s’ouvre pour la FI. Jusqu’ici, la conflictualité avait été habilement renvoyée à l’extérieur du mouvement, les attaques en règle de « l’oligarchie », des « parfumés » et autre « parti médiatique »permettant de souder les troupes contre un adversaire commun. Mais ces derniers temps, l’antagonisme s’est invité au cœur du réacteur.

« Disons que les européennes ne passent pas comme une lettre à la poste, et ça, oui, c’est nouveau », estime Corinne Morel-Darleux, qui affirme que « les cadres du mouvement ont bien perçu que ça tanguait, et ils seraient bien inspirés d'entendre ce que cela dit des attentes vis-à-vis de la FI, pour le bien du mouvement et son avenir : ils en portent la responsabilité. »

Interrogé par téléphone, puis par mail, le numéro 2 de la FI, Manuel Bompard, ne veut surtout pas entendre parler de « crise ». « La constitution des listes électorales, c’est source de conflit dans toutes les formations politiques », justifie-t-il, avant d’avancer une batterie de chiffres pour témoigner de la bonne santé du mouvement : « Depuis septembre 2017, 11 148 nouvelles personnes ont rejoint la plateforme de la France insoumise. La FI reste en dynamique un an après les élections présidentielles : depuis septembre dernier, 1 100 groupes d'actions se sont créés, 11 000 événements ont été recensés sur la plateforme, 12 500 personnes ont rejoint un groupe d’action et 300 réunions publiques ont été organisées. »

Il n’empêche : les tensions provoquées par les européennes ne sont pas aussi anecdotiques ou conjoncturelles que les dirigeants du mouvement veulent le laisser penser. Au-delà des prises de parole réalisées au sommet de la FI ces derniers jours, un malaise couve, depuis des mois, au sein même de la base – les militants les plus critiques étant aussi les plus aguerris, souvent anciens membres de partis politiques.

L’ampleur de ce malaise ? Difficile à évaluer : à la FI, qui revendique 500 000 membres, il n’y a pas d’adhésion comme dans un parti traditionnel. Impossible, donc, de savoir combien de militants ont arrêté de militer. Par ailleurs, la peur de nuire à la cause, mais aussi la loyauté des insoumis vis-à-vis de leur mouvement, ne poussent pas les militants à exprimer leurs griefs, tout comme la crainte de se voir mis sous pression, sur les réseaux sociaux notamment.

Reste ces dizaines de témoignages recueillis (en « on » ou en « off ») par Mediapart qui vont tous dans le même sens. « Je peux vous dire que même s’ils ne se plaignent pas haut et fort, il y a sur le terrain de moins en moins de militants heureux, voire de militants tout court », rapporte un responsable national de la FI qui a requis l’anonymat.

Pour certains, la désillusion a commencé au moment des législatives. C’est le cas de Siegfried Gautier. Attablé à la terrasse d’une brasserie au bord du canal de l’Ourcq, à Pantin (93), il prévient : « Je vous raconte tout ça, mais je ne veux surtout pas affaiblir mon camp. »

Un peu libertaire dans l’âme, impliqué dans le monde syndical – il est enseignant –, c’est en 2012 que le quadragénaire fait son épiphanie politique, conquis par les « talents d’orateur de Mélenchon ». En 2016, il s’implique dans La France insoumise qui vient de naître : « J’avais des réserves sur le côté ‘‘campiste’’ de Mélenchon et ses positions sur la Syrie, mais j’épousais complètement sa ligne. Sa stratégie populiste, son idée d’arrêter de se revendiquer de la gauche, c’est quand même ça qui nous a fait sortir du folklore de l’extrême gauche : ça a mobilisé des tas de gens dépolitisés. »

Militant très motivé, il crée, avec des camarades du Parti de gauche et des anciens militants du Parti communiste, un groupe d’appui (l’équivalent d’une section dans un parti) à Pantin. Tractage sur les marchés, collages, réunions... Tout va pour le mieux, si ce n’est ce « petit truc qui nous tracassait », dit le militant. Comme partout en France, des assemblées générales ont été mises en place pour désigner un binôme de candidats. Or, « on avait envoyé notre choix au comité électoral en janvier, et ensuite pas de réponse : le temps passait, même après le premier tour de la présidentielle, on n’a rien reçu », raconte-t-il.

Un jour, Manuel Bompard, directeur de la campagne présidentielle de Jean-Luc Mélenchon, débarque à Pantin accompagné d’un inconnu de la plupart des militants locaux. C’est Bastien Lachaud, qui a été désigné directeur de la campagne des législatives de la FI. « Manuel Bompard nous l’a proposé comme candidat dans la circonscription, rapporte Siegfried Gautier. Nous, les insoumis de la base, on a voulu voter. La FI nous avait vendu de la démocratie, de l’horizontalité, on nous avait dit qu’on ne serait pas que des colleurs d’affiche. On voulait ça, rien d’autre ! »

N’en déplaise aux insoumis pantinois, Bastien Lachaud est investi, sans vote, par la FI, dans cette circonscription regroupant les communes de Pantin et Aubervilliers. « Et puis on a été écartés de la campagne, ça a cassé la dynamique, notre groupe s’est dissous, c’était fini », témoigne Siegfried Gautier qui se dit toujours « insoumis » – et tant pis si la nouvelle association qu’il a créée, avec d’autres insoumis « historiques », pour soutenir le programme « L’avenir en commun », n’a pas été certifiée par le mouvement.

Habitante de la commune mitoyenne d’Aubervilliers, Carole Bekka, une ancienne du NPA, se souvient avec la même tristesse teintée de colère de cette époque. « Quand j’ai vu que notre demande de démocratie avait été foulée au pied, que tout était verrouillé par le national, j’ai décidé de quitter la FI – je ne suis pas schizophrène. Et je n’étais pas la seule : cette histoire a fait partir beaucoup de monde. La FI se gargarise d’être un mouvement innovant et horizontal. Mais le comportement de ceux qui la dirigent va complètement à l’inverse ! »

Interrogé par Mediapart sur cet épisode, Bastien Lachaud se défend d'avoir eu quelque traitement de faveur : « L'assemblée de circonscription n'ayant pas été capable de faire remonter de manière unanime une liste de binômes, c'est dans ce cadre que ma candidature a été proposée, et validée par le comité électoral. Aucune candidature insoumise dans aucune circonscription n'a fait l'objet d'un vote des militants car nous avons privilégié la discussion et le consensus. » Et d'ajouter que « [s]on élection démontre que suffisamment de militants étaient satisfaits de ce choix pour mener une campagne victorieuse ».

Aujourd’hui, Carole Bekka et Siegfried Gautier jettent pourtant un regard désabusé sur leur année d’engagement à Pantin et Aubervilliers. Si elle « ne [se] voi[t] pas voter pour quelqu’un d’autre que Mélenchon », Carole Bekka estime toutefois que « la FI ne peut pas changer de l’intérieur ». « Je peux comprendre que quand on structure un mouvement, il faut un homme fort pour que tout se structure pour que ça ne devienne pas n’importe quoi, ajoute Siegfried Gautier. Mais une telle différence entre la parole et les actes, ça interroge. »

« Une volonté de contrôle »

Et ça n’interroge pas qu’à Pantin ou à Aubervilliers. De plusieurs endroits de France, les témoignages remontent d’insoumis qui partagent cette même impression de dissonance entre le discours officiel et les pratiques internes. Étudiant en master 1 de science politique à l’université de Lille, Sullyvan Massy-Notebaert fait partie de ces jeunes chercheurs qui ont choisi de s’atteler à ce nouvel objet politique qu’est la FI : « J’ai rencontré plusieurs ‘‘insoumis’’ qui ont arrêté de militer au cours de l’année. À chaque fois, deux grands problèmes reviennent : la question financière – ils ne comprennent pas qui attribue l’argent et sur quels critères – et la démocratie interne », observe-t-il.


Sur cette question de la démocratie interne, Roland Richa, 65 ans, ancien communiste critique engagé dans la FI, à Nanterre (92), au cours de la présidentielle, se souvient de cette « mauvaise expérience » qu’il a eue l’été dernier. À cette époque, l’enthousiasme de la campagne est encore très prégnant. Le militant prend l’initiative de rejoindre FiFor, un forum en ligne destiné à mettre en réseau les insoumis indépendamment des outils proposés par l’organisation : « L'idée était toute simple : favoriser la communication transversale entre les référents des groupes d’action en passant par des logiciels libres et faciles d’utilisation », explique-t-il.

Un collectif d’une dizaine d’insoumis se met rapidement en place pour créer le réseau social. Ils envoient un mail aux quelque 3 000 référents des groupes d’action répertoriés (leur adresse est visible par les internautes) sur le site Internet de la FI pour les inviter à s’inscrire.

Illico, l’équipe nationale de la FI écrit à tous les référents pour exprimer ses regrets de n’avoir pas été consultée par les créateurs de Fifor, expliquer que cette initiative a été prise « hors de toute démarche collective », et demander aux insoumis de ne pas s’inscrire. « Le national n’a pas du tout aimé cette prise d’indépendance », estime Roland Richa, qui parle de « volonté de contrôle du national sur les militants ». On est loin, en tout cas, de l’exhortation de Jean-Luc Mélenchon : « N’attendez pas les consignes ! Agissez. »

Interrogé par Mediapart sur la polémique déclenchée par Fifor, Manuel Bompard met la réaction du national sur le compte de préoccupations réglementaires : « Cette plateforme a été créée sans aucun respect des règles légales de la CNIL puisque de nombreuses personnes se sont retrouvées dans cette liste sans en avoir fait la demande, et qu’elle contrevient à la charte des groupes d’action de la FI. »

Des arguments qui n’ont visiblement pas convaincu Roland Richa. Le retraité a quitté la FI il y a quatre mois. La goutte d’eau a été l’interview de Jean-Luc Mélenchon dans Le 1 Hebdo où il expliquait que « le but du mouvement de la France insoumise n’est pas d’être démocratique mais collectif ». « Je ne peux pas entendre ça… un troupeau de zèbres, c’est aussi un collectif ! », s’agace l’insoumis de Nanterre, qui estime que « les gens voulaient une nouvelle organisation de gauche, qui pratique la politique d’une nouvelle manière, et qu’il y a eu tromperie sur la marchandise ».

Pourtant la promesse de la FI était belle : faire de la politique « autrement » grâce à un mouvement citoyen, plus ouvert qu’un parti, débarrassé des baronnies et des guerres intestines, et qui serait le fer de lance de l’innovation démocratique. Il s’agissait d’utiliser le Web comme outil participatif, de recourir au tirage au sort plutôt qu’aux élections internes, sources de conflits, mais aussi d’éviter la constitution de courants pour ne pas tomber dans les travers des partis traditionnels, et d’abord du PS…

Las, « la structuration même du mouvement ne favorise pas la démocratie interne, explique Quentin Zarcone, étudiant en master de sociologie à l'université d’Amiens, qui a écrit une étude comparative sur les militants du mouvement à Amiens et à Metz. Dans un parti, il y a des échelons, avec des représentants légitimes parce qu’ils ont été élus. Quant aux consultations en ligne des militants, elles portent sur des sujets annexes, comme les trois campagnes à mener chaque année, mais jamais sur la ligne idéologique ou stratégique du mouvement ».

« Les militants n’ont pas de circuit structuré pour influencer le national. Ils ont l’impression qu’ils n’ont aucun poids réel », abonde Sullyvan Massy-Notebaert, qui rappelle combien l’épisode corse a été mal perçu chez les militants. Lors des élections territoriales de décembre 2017, la direction parisienne avait ainsi tout fait pour casser l’alliance nouée entre des communistes et des insoumis locaux (lire ici).

« En fait, c’est toujours le même problème, décrypte Quentin Zarcone. À la FI, il y a un hiatus entre le fait que les ordres viennent de Paris, et le discours officiel qui parle d’horizontalité. Contrairement à ce qu’on peut croire si l’on ne regarde que les insoumis très actifs sur les réseaux sociaux, la FI est diverse, et le débat existe. Mais comme il n’est pas institutionnalisé, il a du mal à émerger. »

« Éviter l’hémorragie militante »

La laïcité, l’éventualité d’une sortie de l’Union européenne, l’expression « parti médiatique »… Autant de thèmes qui ont été évoqués dans nos interviews par les militants, mais que le « national » semble ne pas vouloir aborder collectivement. De peur, peut-être, d’ouvrir la boîte de Pandore des divisions internes dans le mouvement.

Au chapitre des débats compliqués, il y a notamment la délicate question de la stratégie. Sylvain Bourdier, investi comme candidat FI aux législatives dans la 2e circonscription de l’Allier, fait partie de ces insoumis gênés par la ligne « autonomiste » imposée jusqu’ici par les cadres du mouvement. Ce responsable d’une agence de réinsertion regrette que « les anti », comme il les appelle – anti-socialistes, anti-communistes –, « aient pris le pouvoir » dans la formation : « Jean-Luc Mélenchon, je l’ai toujours suivi, il a été visionnaire sur beaucoup de choses : il a été le premier sur les réseaux sociaux, il a parfois bousculé la gauche à bon escient, par exemple sur l’écologie, et son style rugueux ne me dérange pas. Mais là, il se trompe : il faut qu’il rassemble sinon, on se heurte à un plafond de verre. »

Sylvain Bourdier évoque aussi « la lassitude de plus en plus forte des militants qui en ont marre de ne pas pouvoir utiliser le mot ‘‘gauche’’ ». Si, à en croire François Cocq, leur vœu pourrait se voir exaucé plus vite que prévu, la ligne de fracture entre unitaires et autonomistes reste saillante à l’intérieur du mouvement.

Exemple sur les terres de François Ruffin, élu député sous l’étiquette « Picardie Debout ! ». À Amiens (Somme), la demi-douzaine de groupes d’action qui maillent le territoire se divise, grosso modo, entre autonomistes « mélenchonistes » et unitaires « ruffinistes ».

Loïc, partisan de Ruffin, reproche à Jean-Luc Mélenchon la stratégie choisie pendant les législatives. « C’était une belle connerie de mettre des candidats insoumis en face des communistes, surtout que je les ai vus, les communistes, coller les affiches de Mélenchon pendant la présidentielle ! » Le résultat, ajoute celui qui fut le secrétaire départemental du Parti de gauche pendant trois ans, « c’est qu’on se retrouve avec 17 députés et aucun pouvoir à l’Assemblée nationale alors que Jean-Luc Mélenchon nous avait fait rêver avec la cohabitation. S’il avait fait le bon choix stratégique, avec ses presque 20 % à la présidentielle, on aurait eu au moins 80 députés ».

À l’autre bout de la ville, Cédric Maisse, ancien communiste et animateur du groupe d’action voisin, n'est globalement d’accord sur rien avec Loïc – si ce n’est que tous deux constatent « un coup de mou » dans l’investissement militant depuis quelques mois. Celui qui a tenté sa chance aux législatives sur la circonscription voisine de celle de François Ruffin est totalement opposé au « bidouillage électoral » avec le PCF local, ancien allié du PS : « Ce qu’il faut, c’est de la clarté. C’est ça qui fait le succès de Mélenchon car la politique est pleine de compromis pourris », observe Cédric Maisse, sous le regard approbateur de Pablo, son camarade « primo-militant », réfugié politique d’Argentine, qui apprécie tout, sans réserve, de la FI.

Cédric Maisse, lui, ose néanmoins une petite critique : « Le côté mouvement, sans intermédiaires, ça me gêne un peu quand même. O.K., le problème dans les partis, c’est l’emprise des élus, mais là, on manque de contacts et de débat avec le national. Si Mélenchon se trompe : qui lui dira ? »

Figure de La France insoumise à Saint-Ouen (93), Bally Bagayoko ne désespère pas de se faire entendre. Il y a une dizaine de jours, alors que la polémique sur la liste des européennes commençait à enfler, il a envoyé des messages à Charlotte Girard et Manuel Bompard, les deux têtes de liste aux européennes, pour leur faire part de son inquiétude. « Faute d’espaces de discussion en interne, le conflit s’est déplacé dans la presse, ce n’est pas une bonne chose car du coup, on ne parle pas de toutes les choses positives que l’on fait », estime celui qui a co-rédigé la partie « Sport » du programme de la FI pour la présidentielle.

Il milite désormais pour créer des espaces de discussions à l’intérieur du mouvement. « Il en va de notre crédibilité, de notre durabilité, et de la nécessité d’éviter une hémorragie militante, explique-t-il. Il faut que nous nous respections entre insoumis, que toute personne qui exprime des divergences ne se sente mal à l’aise, et que les désaccords soient discutés tranquillement. Il ne faudrait pas que les “petites toux” que l’on voit émerger à chaque séquence électorale se transforment en un tsunami insurrectionnel. »
Bally Bagayoko dit avoir été écouté avec attention et bienveillance par Charlotte Girard et Manuel Bompard. Peut-être comme une réponse à ces demandes d’ouvrir davantage le mouvement à la discussion, ce dernier a annoncé à Mediapart qu'une nouvelle structure dénommée « Forum politique » pourrait bientôt voir le jour : « Des acteurs syndicaux ou associatifs comme des chercheurs, des philosophes, des artistes, ou des écrivains, débattraient des concepts stratégiques de La France insoumise avec l’ensemble de ces personnes pour préciser sa réflexion en s’enrichissant des réflexions qui existent dans la société. » Pour les détails, rendez-vous à la rentrée.
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LA BANALIZZAZIONE DELL'ECOLOGIA?

Alla fine ECOLOGIA...... è diventata una moda generalizzata e che ,come per tutte le mode, è gratificante cavalcare? Ma non finirá cosí di passare verso una drammatica obsolescenza come capita a tutte le
mode?
Oggi possiamo aderire all ECOSOCIALISMO ,all'ECOFEMMINISMO ,all'ECOCAPITALISMO, all'ECOCATTOLICISMO di Laudate Si ...
In sostanza tutte le realtà economiche, sociali, politiche e religiose hanno piano piano preso a loro conto l'ecologismo relativizzando cosí la forza e l'impatto dei movimenti e dei partiti puramente ecologisti che sono cosí stati riassorbiti e sono oramai spariti o sparuti. E con la loro diluizione è sparita anche la forza dell'allarme ecologico . Certo, perché se tutti si professano ecologisti è poi difficile creare contrasto ,rivolta e lotta frontale contro le cause della degradazione ecologica . In sostanza l'ecologia è stata banalizzata , c'é ma non incide, c'é abbastanza per tenere calmi gli animi ma non abbastanza per permettere la presa di decisioni forti ed inquietanti per il solo sistema che regimenta il mondo : il consumismo ,mammella del capitalismo . Gli azionisti del consumismo non sono solo i ricchi , ma tutti noi quotidianamente.

All'ecologia sta capitando quello ché é capitato alla sinistra : prima rivoluzionaria , poi socialista, poi social democratica ed ora diluita, simbolica , innocua per il capitalismo il suo acerrimo nemico di sempre . Anche qui tra Keynes , De Gaulle , Kennedy, Clinton ,Obama in tanti si sono messi a diluire la sinistra ,solfeggiandone qualche spartito minore e non pericoloso.

Alla fine per finirla con il capitalismo e per realizzare l'ecologia resta una sola strada che parte dalle persone e non più dagli " ismi" ideologicamente organizzati ma inefficienti e contrastabili : smetterla di straconsumare.

Piero
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IL PERCORSO DEI SAPIENS

Stó guardando in tv SFERA e il percorso dei Sapiens che partiti dall'Africa Orientale sono saliti in Europa via Gibilterra , il Bosforo e l'Armenia, poi sono andati verso l'India e giú fino in Australia, mentre a Est sono saliti in Cina ,in Russia e attraverso il distretto di Bering sono scesi in America e giù fino al sud del continente americano.
Sono stati i primi grandi migranti, liberi di andare ovunque in un mondo libero che non apparteneva a nessuno ma accoglieva tutti.
Poi " civilizzandosi" hanno via via creato la proprietà privata , gli stati per proteggerla , quegli stati ai quali oggi chiedono di respingere i nuovi Sapiens che partono dagli stessi luoghi africani ma che i loro antenati ora respingono fermamente.
Un mondo di benessere, di democrazie ,di libertà costituzionalizzate sulla carta ma che continua a barricarsi e a respingere negando sempre di piú la libertá degli altri uomini meno fortunati.
Come i Sapiens antichi hanno migrato spinti dai cambiamenti climatici, i nuovi Sapiens fanno la stessa cosa per gli stessi motivi, ma stavolta gli ospitanti non sono piú dei pacifici Neaderthalensis, ma dei feroci salviniani , orbanisti , lepeniani ...
Ma come 45.000 anni orsono i Sapiens hanno vinto, anche i nuovi Sapiens finiranno di vincere e si istalleranno dove vorranno, come i loro antenati, perché l'uomo é libero e la terra é la sua casa.

Piero


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.Vincenzo hai scritto :
"Lo stesso dicasi, per il mondo del lavoro, del sindacato, anch'esso basato sul modello rappresentativo: sono stati sistematicamente traditi gli interessi dei lavoratori per fare quelli della controparte con gli effetti devastanti che abbiamo sotto gli occhi!!".

Non è solo il modello rappresentativo che pone problema per l'avvanzamento della causa ecologica , è anche e sopratutto il modello produttivistico che tutti,cittadini,sindacati e partiti non riescono a vedere o credere ridimensionato o ripensato.

Quasi tutti i discorsi sul ponte Morandi, oltre allo stupore, alla collera ed al dolore per i morti , i feriti e gli sfollati, hanno rimpianto lo stop ai traffici di persone e merci diventato mostruoso nell'area genovese . Tutte le proposte sono di ripristinare il ponte rapidissimamente oppure trovare altre soluzioni per permettere a trasposti ed attivitá di non perdere piede. Quasi nessuna pone il problema in avanti: come ridurre il traffico.
Nei due casi ( solo i genovesi sanno e debbono comunque decidere) non si avvanzerá di un iota nella causa ecologica.
Ora almeno noi , rompicoglioni di punta che abbiamo poco da perdere elettoralmente e rappresentativamente dovremmo essere i promotori di idee produttive radicalmente diverse , utili e percorribili, non da medioevo ma da anno tremila, se pur ci sarà un millennio tremila per il vivente, andando di questo passo verso il riscaldamento climatico.
In materia il pessimismo é la sola grande medicina profilattica,la base per scrollarsi di dosso tutte le paure per l'impiego ed il reddito in versione capitalistica che ci tarpa idee e coraggio di portarle avanti.
Laura ha posto la domanda se in Potere al Popolo i problemi ecologici contano, chiedendo di aprire un ennesimo dibattito sul forum ( quale?). Se un primo apprezzamento si vuole dare segnalo che sul capitolo " Ambiente e sviluppo sociale ed economico" del forum di Palp sono state inserite nove interessanti discussioni che non hanno sollevato assolutamente nessun dibattito. Capita cosí da tempo ,in materia, anche sul forum di PLP.
Dubbio, diffidenza, perplessitá, rassegnazione,opportunismo ? Un pó di tutto ed intanto i soli che guadagnano punti sono i negazionisti del riscaldamento climatico sostenuti dalle fake news irrigate tramite Facebook & company, che finiscono di fare cambiare idea anche a chi cominciava , davanti ai tanti segnali climatici ( riscaldamento, stagionale, alluvioni, cicloni, siccitá,migrazioni di massa) ad essere inquieto.

Piero

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.ECOSOCIALISMO

Partendo da un postulato secondo il quale : " un'ecologia che ignori o disprezzi il marxismo e la sua critica del feticismo della merce é condannata a non essere altro che un correttivo degli eccessi del produttivismo capitalista" ,l'ecosocialismo,apparso negli anni 1970 ,si vuole una sintesi della critica sociale portata dal socialismo e della preoccupazione di sostenibilitá e di preservazione degli ecosistemi que costituisce l'ecologia politica.

Socialismo ed ecologia : una relazione tumultuosa .

Di primo abordo socialismo ed écologia possono apparire come distanti,vedi in contraddizione.
Molti pensatori del pensiero ecologista non si sono privati di mettere in luce l'assenza di considerazione dei socialisti "reali" per le problematiche ambientali. Tra le due guerre,l'estrazione del carbone fu il motore principale della crescita industriale in URSS ,ed era la precedenza assoluta per i dirigenti sovietici.Negli anni cinquanta questi ultimi si erano fissati l'obiettivo di superare gli Stati Uniti e l'industrializzazione ad oltranza era il credo del regime in materia di politica economica. Così alla vigilia della caduta del muro di Berlino ,gli Stati del blocco sovietico non facevano assolutamente figura di allievi modello in materia ambientale.Per esempio in quegli anni la RDA emetteva 22 tonnellate di CO2 per anno e per abitante quando il Canada,uno dei paesi dell'OCDE più inquinanti ,ne produceva 16,2 tonnellate per anno e per abitante.

L'ecosocialismo non saprá rimettere in causa l'evidenza: il produttivismo alla sovietica ,al riguardo delle distruzioni ecologiche ,non aveva niente da invidiare al sistema capitalista.
Tuttavia questa netta critica ecologista dei regimi di tipo sovietico deve essere rifiutata quando essa pretende di scovare una incompatibilitá tra la teoria marxista e l'ecologia politica.
Secondo un'idea diffusa ,Marx avrebbe prestato poca attenzione al problema ambientale ,lui come tanti altri teorici marxisti dopo di lui.
Questa affermazione non resiste all'analisi.
Come lo ha osservato John Bellamy Foster ,l'uno dei principali rappresentanti dell'ecosocialismo negli USA ,si trovano in effetti nel tomo 1 del Capitale dei passaggi che testimoniano di una coscienza acuta dei danni ambientali generati dal capitalismo. Marx vi denuncia la rottura tra gli uomini e la Terra ,afferma che il produttivismo dell'agricoltura in grande scala non puó che aggravare questa " rottura metabolica" , e mette in guardia contro l'impoverimento dei suoli e l'inquinamento urbano,frusta l'esaurimento della terra e constata que " le condizioni esistenti impongono una regolazione razionale della relazione metabolica tra gli esseri umani e la terra ,ció che punta oltre la societá capitalista verso il socialismo ed il comunismo". Anche i continuatori immediati del pensiero di Marx prolungano le sue riflessioni. Karl Kautsky ,figura maggiore della social-democrazia tedesca ,evoca cosí i danni dell'utilizzazione dei pesticidi fin dal 1899.
Rosa Luxembourg ,nella sua corrispondenza, evoca il problema dell'estinzione degli uccelli provocata dalla distruzione del loro habitat.
Anche in Unione Sovietica nei primi anni del 1920 Vladimir Vernadsky introduí il concetto di biosfera,sviluppato in seguito da Alexandre Oparine. In Gran Bretagna l'intellettuale marxista Christopher Caudwell tentó in " Heredity and Developpement, di elaborare un pensiero ecologico coerente. che influenza ancora oggi i lavori di biologisti di grande reputazione.
Nonostante queste avvanzate , é giocoforza costatare comunque che la preoccupazione ecologica ha conosciuto una prolungata eclipse in seno al pensiero marxista e la questione appare in maniera marginale nelle opere dei principali teorici socialisti del xx° secolo.

Miseria e "impasses" del capitalismo verde.

Nei lavori di André Gorz si possono trovare i fondamenti teorici dell'ecosocialismo tale e quale é oggi concepito.Discepolo ,in partenza, dell'esistenzialismo sartriano ,Gorz si avvicina poi a Ivan Illich ,che lo porta a riflettere sulla questione ambientale . Partendo dalla constatazione secondo laquale : " É impossibile evitare una catastrofe climatica senza rompere radicalmente con i metodi e la logica economica che sono condotti da centocinquant'anni. " Gorz propone allora una innovante teoria politica fondata sull'alleanza tra la preoccupazione ecologica e l'anticapitalismo.. La rottura con una certa " logica economica" é in effetti ció che differenzia l'ecosocialismo dall'ambientalismo corrente. Quest'ultimo si sforza di promuovere un " capitalismo verde" ,una ecologia politica che si astiene dal rimettere in causa il sistema economico contemporaneo.
La maggior parte delle istituzioni internazionali e la grande maggioranza delle politiche ambientali messe in moto riposano sui meccanismi del mercato.Ora l'aumento del commercio internazionale é all'origine di una crescita importante delle emissioni di gas a effetto di serra.
Per altro canto " la liberalizzazione del commercio dei servizi e dei beni ambientali,accelera la loro privatizzazione e li sottomette alla logica del valore mercantile a detrimento di una gestione locale,perenne e democratica di questi beni comuni".

L'ecosocialismo come superamento del produttivismo capitalista.

. Per i seguaci dell'ecosocialismo é necessario cercare l'origine della crisi ecologica nel funzionamento stesso del capitalismo.
E' all'azione umana che il riscaldamento climatico del pianeta o la disparizione di speci viventi sono imputate .É andare un pó spediti alla bisogna! : se Homo Sapiens é apparso su Terra circa duecentomila anni orsono, la comunitá scientifica é concorde nel datare l'inizio del riscaldamento climatico durante la seconda metá del XIX° secolo, ossia nel solco della rivoluzione industriale e dell'avvento del capitalismo.Non é quindi l'azione umana in sè che é in causa , ma ben il sistema economico. Se l'ecosocialismo fa del capitalismo il cuore del problema ,é che esso fa questa constatazione tanto semplice che implacabile: le conseguenze dell'azione umana sul pianeta facendosi sentire sul lungotermine , la salvaguardia del nostro ecosistema non é pensabile senza una presa in conto del lungotermine.
Fondato sulla ricerca della redditivitá immediata , ossessionato dal calcolo di perdite e profitti ,il capitalismo é invece incapace di preoccuparsi di scadenze lontane.
Guidato dal solo imperativo della redditivitá ,il produttivismo proprio al sistema capitalista non tiene in alcun conto i danni che puó generare: " esso non puó fare faccia alla crisi ecologica , perché il suo essere essenziale , il suo imperativo categorico, crescere o morire, é precisamente la ragione stessa di questa crisi".
James O'Connor,fondatore della rivista Capitalismo,Natura,Socialismo e teorico ecosocialista , identifica cosí la contraddizione fondamentale tra capitalismo e sostenibilitá degli ecosistemi . Il sistema capitalista , secondo l'analisi di O' Connor ,riposa su tre " condizioni di produzione" : il lavoro umano, le risorse naturali ( petrolio, gas, legno, acqua..) e il patrimonio costruito ( cittá e infrastrutture urbane) . La degradazione e la riduzione progressiva di queste risorse generate dal capitalismo stesso, causano un aumento dei costi di produzione. Detto in altri termini :" tramite la sua stessa dinamica espansionista ,il capitale mette in pericolo o distrugge le sue proprie condizioni , a cominciare dall'ambiente naturale".
Se la responsabilitá del produttivismo capitalista nella degradazione degli ecosistemi non fa alcun dubbio per chi si reclama dell'ecosocialismo , degli autori come Razmig Keucheyan fanno un passo in piú: non solo il capitalismo é all'origine della crisi ecologica che noi conosciamo ,ma i danni provocati non sono risentiti nella stessa maniera da tutti. E fa un esempio chiarificante.
Quando nel 2005 l'uragano Katrina flagella New Orleans si é vista una netta sovraesposizione
di Neri tra le vittime in confronti ai Bianchi. Il fatto si spiega in realtá facilmente : i quartieri neri sono situati nelle zone inondabili. Le conseguenze del cambiamento climatico hanno dunque una dimensione di classe: sono gli esclusi ed i piú poveri che sono molto maggioritariamente danneggiati.

La soluzione ecosocialista.

Identificato il problema ,l'ecosocialismo si propone ,alleando la preoccupazione del progresso sociale e quella della preservazione degli ecosistemi, di " subordinare il valore di scambio al valore d'uso, organizzando la produzione in funzione dei bisogni sociali e delle esigenze della protezione dell'ambiente" .
In questa ottica ,lo strumento principale di una politica ecosocialista é la pianificazione ,che deve permettere di restituire il potere di decisione " alla societá che sola puo prendere in conto l'interesse generale" .
Non é questione quí di una pianificazione autoritaria e dirigista alla sovietica , ma di un piano che fisserebbe i grandi principi che devono prevalere in materia di politica economica. Cosí intesa ,la pianificazione non entra in contraddizione con l'autogestione democratica delle aziende a livello locale: " La decisione di trasformare ,per esempio, una fabbrica di auto in una unitá di produzione di autobus o di tramway spetterebbe all'insieme della societá, l'organizzazione ed il funzionamento interni alla fabbrica sarebbero gestiti democraticamente dai lavoratori stessi.".

Questa pianificazione deve accompagnarsi di uno sviluppo importante dei meccanismi di
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democrazia diretta .
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Ogni presa di decisione sará cosí preceduta da un lungo dibattito ,infine tranciato in modo collettivo al livello locale ,regionale o nazionale:" Una tale democrazia ,comune e partecipativa .é il solo mezzo non per evitare di fare degli errori,ma di correggerli tramite la collettivitá sociale stessa".

Agli Stati Uniti il Green Party é il partito che si é avvicinato di piú al progetto ecosocialista.
Fondato nel 1984 ,presenta regolarmente dei candidati alle elezioni presidenziali, fino a ottenere nel 2000, con la candidatura di Ralph Nader piú di tre millioni di voti.
Nel suo testo di orientazione , il partito insiste sulla necessitá di legare transizione ecologica ,giustizia sociale e democrazia locale.
Il programma Green New Deal unisce le istanze tradizionali del movimento operaio americano alle riflessioni piú recenti sulla necessitá di un cambiamento di modello tale da poter salvaguardare gli ecosistemi: nazionalizzazione di una parte delle banche strategiche , creazione di banche pubbliche, istaurazione di un diritto all'elettricitá e ai trasporti gratuiti , un investimento massiccio nelle energie rinnovabili.

In Europa ,la corrente ecosocialista é portata da lunga data dalla sinistra radicale scandinava ,riunita dal 2004 in seno all'Alleanza della sinistra verde nordica. Il partito di sinistra svedese , erede del partito comunista di Svezia , ed il Movimento dei verdi della sinistra islandese sono i più emblematici rappresentanti di questa corrente.

in Francia La France Insoumise emanata dal Parti de Gauche é una delle rare organizzazioni a rivendicarsi dell'ecosocialismo. La sua piattaforma programmatica prevede la nazionalizzazione dei settori strategici ( acqua, elettricitá,trasporti pubblici, gestione dei rifiuti) e il loro piazzamento sotto il " controllo dei cittadini".
Nel recente programma elettorale della France Insoumise , per le elezioni presidenziali del 2017 ,la transizione ecologica fa figura di sfida centrale" costituzionalizzazione della " regola verde" ( non prendere alla natura di più di quello che essa puó ricostituire) ,creazione di un polo pubblico dell'energia,piano di rinnovamento ecologico degli edifici pubblici e di abitazione ....

In Brasile il Movimento dei Contadini senza Terra si batte per la difesa dell'agricoltura contadina contro quella industrializzata e per l'accesso alle risorse naturali opponendosi da tanti anni alle multinazionali come Monsanto, che continuano a spandere pesticidi che minacciano gli ecosistemi locali.

Crescita o decrescita:

I promotori dell'ecosocialismo giudicano inutile e pericoloso il rifiuto sistematico della crescita ( versione Serge Latouche) . Le attivitá distruttive ed inquinanti devono drasticamente essere ridimensionate mentre quelle il cui scopo é di soddisfare i bisogni sociali devono crescere: " Dei settori intieri dell'industria e dell'agricoltura devono essere soppressi, ridotti o ristrutturati e d'altri devono essere sviluppati, il tutto fornendo il pieno impiego per tutti".
Innovante alleanza tra il marxismo e l'ecologia politica ,l'ecosocialismo si vuole un'alternativa radicale al modello produttivista attuale.Rigettando il falso dilemma tra l'asfissia progressiva dovuta al riscaldamento globale e la regressione sociale que non mancherebbe di provocare una decrescita generalizzata , esso afferma che " un altro mondo é ancora possibile" .

( dal sito Ballast analisi a cura di Pierre -Louis Poyau, sintesi e traduzione di Piero Muó fatta il 30 ottobre 2018 su suggerimento della Co-Presidente di Primalepersone, Simonetta Astigiano, affranta dai disastri provocati nella notte tra il 29 ed il 30 ottobre dalla mareggiata che ha sferzato le coste liguri e che la dicono lunga sulle conseguenze future del riscaldamento climatico).
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Occorrerebbe chiarire a quale famiglia politica europea si intende riferirsi. Un soggetto politico solo italiano non avrebbe senso. Personalmente io sono a favore della famiglia dei Verdi  europea, distinti è distanti da socialisti e sicialdemocratici. Ritengo che il nuovo soggetto politico italiano non possa prescindere né fare a meno dei Verdi italiani. Se solo Angelo Bonelli riuscisse a capirlo ...
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MELANCHON E LE MIGRAZIONI

Caro Sauro ,
intanto rimpiango veramente che SA sia uscita da Potere al Popolo, perché il suo oggetto sociale e la sua organizzazione non sono molto differenti da quelle dello Statuto 1 assunto da Potere al Popolo. Forse avete deciso un pò troppo presto e comunque non conosco le ragioni vere e puntuali che vi hanno portato a prendere questa decisione. Mi piace assai la vostra visione eco-socialista che anche se un pò protesa verso un eco-ecocomunismo è la sola voce italiana su questa importante via al ridimensionamento del capitalismo che fuori Italia stá crescendo e sulla cui La France Insoumise si è incamminata con successo anche elettorale.
Venendo alla questione della France Insoumise e le migrazioni ,mi pare necessario analizzare in profondità la situazione socio politica in Francia ( dove abito dal 1975) per quadrare meglio la posizione di Melanchon e del grosso delle sue truppe.
Una delle forze della France Insoumise è di possedere le risorse umane e l'attitudine ad utilizzare costantemente l'analisi sociologica e socio-politica per prendere le sue posizioni in ogni campo , e questo vale anche per le migrazioni.
L'articolo di Liberation che hai citato conclude che :l'attitudine di Melanchon e di FI é:
"Pas suffisant pour les responsables politiques signataires du manifeste Pour l’accueil des migrants. Ils estiment que Mélenchon reste trop en «retrait», qu’il «évite le combat», «minimise le sujet pour ne pas perdre les classes populaires qui s’opposent à la venue des migrants». Comprendre : une stratégie politique pour élargir sa base"
Traduco " (L'attitudine di Melanchon e della Fi in merito alle migrazioni) non è sufficiente per i signatari del Manifesto ( dei 150) #Per l'accoglienza dei migranti#. Essi stimano che Melanchon resta troppo " in riserva" ,che egli evita il combattimento, che minimizza il soggetto per non perdere le classi popolari che s'oppongono alla venuta dei migranti. Capire : una strategia politica per allargare la sua base ( elettorale) ".
Allora è sano guardarci in faccia realisticamente nella strategia di un uomo/ partito ( logico binomio in una repubblica presidenziale) che è arrivato terzo alle elezioni presidenziali sfiorando il secondo posto che lo avrebbe confrontato a Macron in uno sensazionale secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017 e che è all'attacco per fare meglio in futuro a cominciare dalle europee ( nessuno comunque può garantire un suo successo ).
L'argomento "invasione dei migranti" è il primo argomento di battaglia tra Marine le Pen e Macron , quindi Melanchon preferisce non entrare in questo argomento purtroppo trattato puramente ideologicamente dai due principali contendenti e farlo pure in una scomoda terza posizione elettoralistica che ritiene elettoralisticamente comunque assai delicata . Preferisce trattandosi di elezioni europee ,il prossimo frangente, di concentrarsi su un argomento principale e pertinente " EU ed euro. Mi pare quindi abbastanza coerente per un politico abbastanza vicino oramai ad una possibile " governance " che piaccia o no implica realismo a chiunque vi si avvicini ( vedi l'amico Tsipras) .
In una strategia sempre realistica, Melanchon sa che La le Pen imperversa in veritá sopratutto dove vi sono molti disoccupati che non credono più di uscirne votando a sinistra ( idem per gli operai disoccupati che hanno fatto vincere Trump).
Melanchon conosce le statistiche della regolarizzazione degli stranieri in Francia :
- 205.707 nel 2002
-207.569 nel 2005
-200.807 nel 2010
-228.087 nel 2015
In quindici anni le migrazioni validate non sono esplose in Francia al punto da giustificare la marea montante dei voti alla Le Pen degli ultimi dieci anni : é speculazione politica pura e dura ,quella che stá emulando Salvini da cinque anni con grande successo.
In questo senso la regolazione delle migrazioni ha funzionato in modo lineare sotto Sarkozy e sotto Hollande .
La rabbia, la paura ,il rigetto sono la creazione di chi ha deciso di gettare ogni pudore per arrivare al potere lavorando la gente alle trippe non nel cervello.
Melanchon non vuole entrare in questo gioco anche perché il competitor di prima linea contro la Le Pen é Macron , nemico acerrimo di un criticissimo Melanchon ,che non farà nulla che possa sostenerlo.
E' un gioco pericoloso e spietato , ma è la guerra del potere ,spietata e dove ogni colpo basso é oramai utilizzato ( vedi Trump con fiumi di fake e i russi in supporto e poi Bolsonaro che ha vinto ottenendo che Lula resti in prigione almeno fino alle elezioni).
Il problema della Francia , e Melanchon lo sa perfettamente ,è che l'ostracismo degli stranieri è un lama di fondo culturale messa validamente in sordina dal gollismo all'uscita nel 62 dalla terribile guerra d'Algeria, come si è messo in sordina il fascismo in europa alla fine di una guerra orribile e di un ventennio di dittature.La lunga crescita economica delle trenta gloriose, ed i bisogni di manodopera straniera hanno favorito questa " pace sociale".
Da una trentina d'anni anche in Francia le delocalizzazioni hanno stoppato il bisogno copioso della manodopera industriale e la disoccupazione si è istallata stabilmente sopra al 10%. Il terreno è diventato favorevole a chi in politica non li vuole e conosciamo il seguito.Tutti i partiti hanno spinto un pò il cursore a destra in materia per non perdere troppo piede.
Tuttavia un'analisi del rapporto emigranti abitanti e voti per la Le Pen fatto sulle città più distanti in classifica rivela che non é il numeri di stranieri incrociati al quotidiano che incide ma al limite il tasso di disoccupazione al nord del paese o una mentalitá xenofoba pura e dura al sud.
Esempi :

La Le Pen perdente malgrado il tasso enorme di stranieri:
-LA COURNEUVE 41.737 abitanti , stranieri 44,1% ,tasso di disoccupazione 10,7% ,voti alla Le Pen 18% ( secondo turno presidenziali 2017)
-AUBERVILLIERS abitanti 83.782 ,stranieri 42,8% ,tasso di disoccupazione 8,4% ,voti alla Le Pen 18,6%.
-SAINT DENIS abitanti 111.103 ,stranieri 38,4% ,tasso di disoccupazione 10,7 , voti alla Le Pen 16%.

La Le Pen vincente, con pochi stranieri ma alta disoccupazione:
-HENIN BEAUMONT ( circoscrizione elettorale della Le Pen)
abitanti 26.493 , stranieri 3,6% , disoccupazione 15,5%
voti alla Le Pen 61,6%.
-LES PENNES MIRABEAU Abitanti 21387, stranieri 3,6% ,tasso di disoccupazione 12,1% ,voti alla Le Pen 56,3%
-ISTRES abitanti 43.086 , stranieri 7,3% ,tasso di disoccupazione 10,9% , voti alla Le Pen 51%
-FREJUS abitanti 52.953, stranieri 11,9%, tasso di disoccupazione 12,4 %, voti alla Le PEN 50,7%
-DRAGUIGNAN abitanti 40.278, stranieri 8,3% ,disoccupazione 11,9% , voti alla Le Pen 50,5%.
- MANDELIEU LA NAPOULE abitanti 22.696 , stranieri 8,3% ,disoccupazione 10,3% ,voti alla LePen 50%
- BEZIERS abitanti 76225 , stranieri 13,5 % ,tasdo di disoccupazione 14,5% , voti alla Le Pen 47%
- SAINT RAPHAEL abitanti 34.567 , stranieri 8,1% , tasso di disoccupazione 12,4% , viti alla Le Pen 46%.
-BOULOGNE SUR MER abitanti 164.309, stranieri 3,7% ,tasso di disoccupazione 13,5% , voti alla Le Pen 45%.


LA LEPEN molto votata nonostante un tasso di stranieri basso e una disoccupazione nella media nazionale o bassa:
-CAGNES SUR MER abitanti 49.322 , stranieri 10% , disoccupazione 10,3% , voti alla Le Pen 48%
- TOULON abitanti 167.479 , stranieri 8,3% ,tasso di disoccupazione 10,3% , voti alla Le Pen 44%
- NICE abitanti 342.522, stranieri 18% ( ma confinati in due grandi quartieri periferici) ,tasso di disoccupazione 10,3% , voti alla LE PEN 39,9 %.
Dibattiamone perché le apparenze non sono forzatamente la realtà socio politica .
Abrazo compañero
Piero Muò





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