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Ci mancava anche Rodota'
#1
http://www.huffingtonpost.it/2015/02/01/rodota-cosa-rossa-diamoci-una-mossa-a-sinistra_n_6588570.html
La cosa potrebbe sembrare utile alla causa, ma una semplice riflessione sulle poche cose lette si capisce che è cosa molto diversa da quella che pensiamo NOI. Intanto NOI partiamo dal basso, LUI cerca un Leader, SEL, la CGL, la FIOM. Alla fine penso che stia lavorando per HUMAN FACTOR. Oltre alle nostre beghe abbiamo anche le beghe degli altri che a livello mediatico sono più forti. Ognuno di noi deve dare il massimo affinché le nostre proposte, che ritengo le più valide ( Podemos insegna) risultino alla fine vincenti. Forza, diamoci da fare ognuno con i suoi amici e conoscenti, dobbiamo crescere, essere in molti, il nuovo siamo NOI.
Cosimo Antonio Gervasi
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#2
Per come la vedo io, la situazione dovrebbe essere questa: Il PD con l'avvento alla segreteria di Renzi ha accelerato la sua lenta deriva verso destra, rendendola evidente a quanti ancora non se ne erano accorti. L'evidente spazio che a sinistra si è formato ha messo l'acquolina in bocca a Vendola e ai bistrattati del PD (Civati,Cuperlo,Fassina, Cofferati) che insieme potrebbero costruire un nuovo partito del 10% e dialogare col PD ad armi pari. Alla dirigenza de L'Altra Europa e ad alcuni dirigenti dei cespugli della sinistra storica non dispiacerebbe,dopo la serie di sconfitte elettorali, ritrovarsi dentro migliorando di molto la rendita di posizione striminzita che hanno attualmente. Tutto questo a svantaggio di una DEMOCRAZIA INTERNA di cui il nuovo soggetto è bisognoso e incuranti delle esperienze di Siryza e Podemos a cui si fregiano di appartenere ma lontani mille miglia dall'appartenenza alla realtà sociale di Siryza e alla democrazia dal basso di Podemos. Noi L'altra Europa nasce dall'esperienza delle elezioni regionali per dall'abbandono di Sel ormai satellite del PD e dei dirigenti autonominatesi che sono con un piede dentro L'Altra Europa e l'altro dentro Human Factor, cercando di vedere la convenienza di posizione. Un gruppo nel gruppo o un'ala di partito dove LE REGOLE DEMOCRATICHE vengono al primo posto e si vuole che queste siano aperte includenti le realtà locali sia individuali che collettivi. Mi chiedo: siamo sicuri che il gruppo sia partito con il piede giusto, ovvero si è sicuri che le regole democratiche che stiamo chiedendo ci siano in questo gruppo oppure si è già creata un leaderismo, un dirigentismo seminascosto che renderebbe sterile la lotta per cui ci stiamo impegnando?
Cosimo Antonio Gervasi
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#3
Cosimo, ormai è chiaro che, non potendoci fidare della stampa meanstream tipo Huffington Posto che mistificano la realtà delle cose, dobbiamo sempre risalire alla fonte per capirci qualcosa. L'intervista di Rodotà che tu citi è stata rilasciata a Marco Damilano per L'Espresso.
Ti giro il testo. Poi spiegami perchè Huff Post (che peraltro fa parte del gruppo L'Espresso) abbia rappresentato lucciole per lanterne.

Stefano Rodotà: "L'Italia? Non è un paese 
per Tsipras"
Asfittica. Chiusa. Oligarchica. Il trionfo di Syriza mette in luce i difetti della sinistra nostrana. Che deve cambiare leader 
e linguaggio. Parla un grande vecchio
di Marco Damilano


 Stefano Rodotà La speranza. La forza della democrazia, alternativa alla destra del rifiuto, rappresentata da Syriza, in Grecia. E «le chiusure oligarchie, l’asfissia» della sinistra, in Italia. Dopo il trionfo di Alexis Tsipras cambierà la politica europea, prevede Stefano Rodotà, con il recupero dell’idea di solidarietà, «utopia necessaria», come la definisce nel suo ultimo libro pubblicato da Laterza. Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono i partiti della crisi, nati e cresciuti nella grande crisi economica, guidati da leader lontani dalla vecchia sinistra europea per cultura e generazione. E in Italia? «La metto giù brutale», risponde Rodotà che nei sondaggi della rete resta il nome più votato per il Quirinale dopo la candidatura del 2013. «Assistiamo alla strada già fallimentare, la sommatoria di dirigenti di partito. E nessuno risponde alla domanda: siamo capaci in Italia di radicare una coalizione sociale come Syriza?».

Stefano Rodotà, Syriza ha vinto annunciando che le politiche di austerity sono finite, in Grecia e in Europa. Ma è proprio così?
«Conosco personalmente Alexis Tsipras, è un politico realista, non farà saltare tutto, proverà ad aprire un negoziato con Bruxelles sul debito. Sarebbe un gravissimo errore politico per le istituzioni europee pensare di liquidarlo. Anche perché in Grecia Alba Dorata ha conquistato il terzo posto. Se non ci fosse stata una forza democratica come Syriza che ha intercettato il disagio si sarebbe ingrandita ancora di più l’estrema destra del rifiuto, come successo in Francia con il Front National. Anche in Spagna Podemos intercetta il malessere, lo traduce in una richiesta democratica e non nel rifiuto. Ma questo ruolo non può essere lasciato solo a Syriza e a Podemos, deve diventare un compito comune. Il resto della sinistra europea è sfidata dal risultato greco. Per chi governa è un’opportunità. Tsipras aiuterà chi vuole rimettere in discussione gli equilibri in Europa».

È un possibile alleato per Matteo Renzi?
«Certamente. Io non sono stupito che Tsipras guardi a Renzi. I principali interlocutori che si devono sentire sfidati dal nuovo governo greco sono quei partiti e quei leader che appartengono alla sinistra socialista o si fregiano di questa etichetta. Se resteranno in silenzio, perderanno una grande occasione».

Quale sarà l’effetto di Syriza sull’Europa?
«Il più importante è l’inevitabile riapertura del processo costituente in Europa. Per mettere al centro le politiche di austerità è stato azzerato il processo costituente aperto nel 1999, la Costituzione europea affossata con il referendum francese, il Trattato di Lisbona, che pure era insufficiente. L’Europa in questi anni è stata amputata dei diritti, è passata l’identificazione tra Bruxelles e i sacrifici, l’Europa è avvertita come burocrazia e riduzione dei diritti, in primo luogo quelli sociali. Oggi c’è l’occasione di riconquistare fiducia nella costruzione europea con un ripensamento delle sue istituzioni. Jurgen Habermas, convinto apologeta dell’Europa, ha scritto che solo la solidarietà può far venir meno l’odio reciproco tra Paesi debitori e Paesi creditori che sta alla radice della crisi».

Lei nel suo libro ha scritto che la solidarietà è diventata «una parola proscritta».
«Ora però la solidarietà ritorna. L’Europa ha perduto i suoi cittadini, la vittoria di Syriza può essere il primo passo per ricostruire un’unità vera e mettere in difficoltà chi vuole distruggere la costruzione europea rappresentandone solo i problemi. Uno stimolo rivolto soprattutto ai partiti della sinistra socialista».

In Grecia, però, i socialisti del Pasok sopravvivono a stento dopo aver sostenuto i governi di grande coalizione. In Spagna Podemos supera nei sondaggi il Psoe, lo storico partito socialista. Vincono i movimenti nuovi che superano la sinistra del Novecento.
«È vero. I partiti socialisti europei, a partire dal Pasok greco, non sono caduti per un attacco esterno, si sono auto-consumati perché non sono stati in grado di dare una risposta nuova alle esigenze e alle urgenze nate negli ultimi anni di crisi. E il vuoto che si è aperto a sinistra non è stato colmato da quello che c’era prima. In Grecia, per esempio, il Kke, il partito comunista ellenico, è rimasto sulle percentuali di sempre. L’elettorato perso dai socialisti si sposta verso proposte politiche nuove. La crisi della socialdemocrazia, il suo logoramento, la sua dissoluzione, è stata determinata dalla sua timidezza e inadeguatezza politica. La risposta nuova è caratterizzata dalla radicalità. Podemos è un movimento più radicale e ideologizzato. Syriza è una storia sociale, con un lavoro quotidiano di vicinanza alle persone in difficoltà, drammaticamente impoverite dalle ricette della Trojka, è un partito socialmente insediato. Ora la sfida è uscire dal mondo delle ipotesi, la radicalità sarà messa alla prova. Vinte le elezioni, questo insediamento sociale sarà rafforzato?».

Si poteva fare qualcosa di simile in Italia? Nel 2011 27 milioni di italiani votarono per l’acqua pubblica e contro il nucleare, lei scrisse che si stava formando un movimento di “altra politica” e non di anti-politica: «Le donne, le ragazze e i ragazzi, i precari, i lavoratori, la scuola, la cultura». Dove sono finiti? Chi li rappresenta in politica? Nichi Vendola? Pippo Civati? La lista Tsipras?
«Io la metto giù in termini brutali. Una lista messa su con il nome di Tsipras alle ultime elezioni europee ha consentito di superare la soglia di sbarramento e di evitare la débâcle di precedenti esperienze, la Sinistra arcobaleno e Rivoluzione Civile. Ma è una risposta assolutamente inadeguata. Syriza non è un modello teorico, astratto, Syriza è una coalizione sociale. Quello che manca qui da noi. Siamo capaci in Italia di radicare un movimento come Syriza? Non mi pare che questi temi siano sfiorati. Sento parlare di fuoriusciti del Pd che dovrebbero sommarsi con un pezzo di Sel. E mi sembra che sia la strada di sempre, la sommatoria di dirigenti di partito, all’origine di tutte le sconfitte degli ultimi anni. Si avverte un gioco di oligarchie. Un’asfissia».

Nell’ultimo incontro di Sel a Milano “Human Factor” con Vendola e Civati si è parlato di adesioni trasversali, di doppie tessere...
«Per carità, rimettere insieme i cocci è sempre un esercizio utile! Ma non può bastare. Non c’è a sinistra del Pd una lettura adeguata della situazione. Si ripercorrono strade già sperimentate, con risultati modesti. I radicali con la doppia tessera si sono ridotti a percentuali irrilevanti. E la doppia tessera per chi non ha ancora maturato l’idea di lasciare il Pd può diventare un alibi, un modo per non guardare in faccia la realtà, la scorciatoia per continuare con la sommatoria tra dirigenti di partito mentre in Europa c’è ben altro slancio...».

Tsipras e Iglesias sono due leader giovani, espressione di una generazione della crisi, coetanei di Renzi. In Italia molti leader che vorrebbero imitarli erano già in Parlamento quando loro andavano a scuola. Ci vorrebbe, anche a sinistra del Pd, una rottamazione?
«Il termine non mi piace. Ma guardiamo i fatti: la rottamazione di Renzi nel Pd è stata la reazione a un blocco impressionante che durava da anni. In tutti i campi, non solo in politica. Guardi all’università quanti sono i docenti con meno di quarant’anni. Non è possibile andare avanti con un Paese che taglia fuori la generazione più giovane in cui c’è un potenziale innovativo. La rottamazione è stata una parola d’ordine che ha avuto fortuna perché è sembrata l’unico modo di chiudere con le pesanti blindature oligarchiche dei partiti. In passato il sistema politico aveva dimostrato di saper trovare le energie al suo interno per rinnovarsi, dal 2013 in poi la reazione è stata: fateli fuori tutti. Renzi nelle seconde primarie, quelle del 2013, ha vinto senza combattere, aveva davanti a sé un’autostrada. Enrico Letta aveva il consenso di Giorgio Napolitano ma non aveva nessuna possibilità di resistere».

C’è un problema di leadership? Chi è lo Tsipras italiano?
«Io dico che il credito che Maurizio Landini si è saputo conquistare è dato dall’immediato senso di vicinanza che lui sollecita quando interviene in prima persona nei tavoli delle crisi aziendali, nei cortei di piazza o sulla riforma della politica. È lontano dall’idea di riaggregare vecchie sigle, ma anche da personalità come Sergio Cofferati o da Susanna Camusso, anche se con la segretaria della Cgil c’è stato un riavvicinamento. Quando il peso dell’opposizione politica in Parlamento si è assottigliato, per esempio sul Jobs Act, è cresciuto il peso dell’opposizione sociale. In questo Paese si è teorizzata l’irrilevanza dei corpi intermedi, ma negli ultimi mesi i sindacati si sono dimostrati più capaci e vitali dei partiti. Ma raccogliere consenso soltanto attorno a una soggettività sindacale non basta. Costruire una coalizione sociale non significa mettere alla sua testa Landini e la Fiom. In Italia ci sono altri soggetti sociali importanti. C’è don Luigi Ciotti di Libera che guarda con occhi limpidi alla politica. C’è Emergency, ci sono i comitati che seguono la destinazione dei beni confiscati alla mafia. Mondi che non possono essere rinchiusi in uno schema pre-costituito».

E il Movimento 5 Stelle? I milioni di elettori, i parlamentari, i sindaci, sono interlocutori di questo progetto?
«Sì, ma non nel senso che allora si deve aggiungere un posto per i rappresentanti di 5 Stelle. Nel M5S ci sono persone nuove che hanno un riferimento sociale, anche se il dialogo è faticoso e possono arrivare a farti arrabbiare. Ricordo l’interesse di chi ha votato per il movimento e di tanti parlamentari quando abbiamo presentato le proposte al Teatro Valle su acqua pubblica, reddito minimo garantito, fine vita, beni comuni, democrazia diretta. È ancora una base di partenza».

E lei che ruolo immagina per sé?
«Ormai sono vecchiotto... Ricordo che nei giorni del referendum sull’acqua ho lavorato e mi sono sentito a mio agio con giovani coetanei di Tsipras e Iglesias che hanno quarantacinque anni meno di me, fuori dai vincoli delle sigle tradizionali. Potrei farle un lungo elenco di nomi rimasti ai margini. C’è bisogno di recuperare queste persone, di un rinnovamento che ridia slancio a quel che di vitale è rimasto. Per costruire, anche in Italia, una coalizione sociale».
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#4
Grazie Pino, l'intervista reale dice un'altra cosa, giornalai e non giornalisti.
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