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UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Versione stampabile

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UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Athos Gualazzi - 21/03/2016

Il grande meeting di Madrid, del 19-20-21 febbraio scorsi, per la costruzione di un PIANO B contro l'austerità per un'Europa democratica, ha visto la partecipazione di alcune migliaia di persone, tra cui eurodeputatE del GUE, esponenti di Podemos, Izquierda Unida, Anticapitalista, la Piattaforma dell'auditoria cittadina contro il debito, ATTAC, CADTM, economistE e ambientalistE europee, lavoratrici in lotta contro la chiusura delle loro aziende, sindache e amministratrici espressione di movimenti di lotta.

L’esperienza greca, con la capitolazione imposta da Bruxelles e dai creditori, in aperto contrasto alla pronuncia popolare referendaria, ha dimostrato l’impossibilità di un percorso di cambiamento all’interno delle attuali istituzioni e trattati europei, la impossibilità  di un percorso solo nazionale e, sopratutto, il manifestarsi di una vera e propria emergenza democratica.

Un'altra economia ed un’altra democrazia, per un'altra Europa ed un altro mondo è stata l'esigenza che ha attraversato la tre giorni madrilena, a partire dalle proposte al momento avanzate per la lotta contro l'austerità (Manifesto “Un Piano B per l'Europa”, Austerexit, DiEM25), per superare il modello economico neoliberista che subordina la vita, i bisogni delle persone e l’ambiente, al profitto e ai grandi interessi della speculazione finanziaria.

Un modello economico che produce crisi: dalle crisi bancarie non ancora risolte ai nuovi segnali di caduta dei mercati finanziari, con la continua ricerca di sempre più alti tassi di remunerazione del capitale e la completa finanziarizzazione dell’economia. La crescita del debito pubblico e privato con l’imposizione di inaccettabili equilibri di bilancio agli Stati. Nuovi trattati commerciali e di investimento, come il TTIP, il CETA e il TISA che violano diritti e tutele delle cittadine Europee. Le controriforme del lavoro, che disseminano precarietà e indeboliscono lavorattrici e sindacati. Il sistematico taglio allo “Stato sociale”, ad iniziare da Scuola e Sanità pubbliche. Processi di privatizzazione e di “messa a profitto” dei beni comuni. Il continuo ricorso ad un'economia ed a politiche di guerra per garantire il controllo delle risorse, che hanno provocato la crisi democratica delle strutture statali e l’esplosione di conflitti etnici e religiosi.

Questa è l' UE che sta sferrando il colpo definitivo alla democrazia e allo stato di diritto, in particolare allo Stato sociale e ai diritti del mondo del lavoro.

Questa è l'UE che militarizza le frontiere, chiude le rifugiate in campi di detenzione, respinge in paesi terzi non sicuri coloro che fuggono dalle guerre, dalla spoliazione di risorse, dai disastri ambientali e climatici di cui è in larga misura responsabile. Che stipula accordi con la Turchia in aperto contrasto con le convenzioni per i diritti umani.
Ed è la stessa UE che al contempo favorisce gli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie, che attraverso i loro portatori di interesse accreditati a Bruxelles e Strasburgo, costituiscono la fonte di ogni decisione.

Il dibattito madrileno ha posto l'esigenza di un Piano B contro l’austerità e per un Europa democratica per superare tutto ciò. È oggi fondamentale ridiscutere del debito pubblico degli Stati rifiutando di pagarne la quota illegittima; disubbidire ai trattati capestro come il Fiscal Compact; nazionalizzare le banche in crisi anziché salvarle con i soldi pubblici; istituire vincoli e controlli al grande capitale; ripubblicizzare i settori strategici dell'economia (i così detti monopoli naturali: acqua, energia, trasporti pubblici, telecomunicazioni, servizi di rete); aumentare la spesa sociale a favore delle persone e della creazione di posti di lavoro; costruire un processo eco-femminista di decrescita. 

Così come è fondamentale attuare una riconversione ecologica dell’intero sistema economico, per tutelare l’ambiente e la vita, e ripensare profondamente le forme attuali della democrazia, che a tutto hanno portato meno che all’instaurarsi di un effettivo potere del popolo, come è drammaticamente sotto gli occhi di tutti.

L’Assemblea di Madrid ha posto in esplicita relazione la sfida della democratizzazione dell’Europa con la costruzione di un demos europeo nel conflitto contro neoliberismo, debitocrazia e fortezza Europa. Ricostruire una dimensione europea dei conflitti e dei movimenti, con un esplicito richiamo alla esperienza dei forum sociali europei rideclinata nel tempo presente, e la definizione di una agenda di mobilitazione comune. E’ questo il percorso che vogliamo radicare anche nel contesto italiano, che più di altri ha bisogno di una fuoriuscita dalla passivazione, di interpretare la questione dell’unità come riconnessione di sociale e politico, di pratiche  mutualistiche e lotta per l'egemomia: ricostruzione di un blocco sociale, e non unità politicista di sigle. 

Il Piano B deve fondarsi, quindi, sulla riattivazione della mobilitazione popolare nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle Università,  nei quartieri e su forme sempre più diffuse di auto-organizzazione ed auto-rappresentazione popolare, attraverso una partecipazione diretta alla costruzione dell'alternativa alle politiche di austerità, attuale forma dell’oppressione imposta dall’alto; su scala almeno continentale, dato che è impensabile per noi, internazionaliste da sempre, che il ritorno ai sovranismi nazionali possa rappresentare una soluzione.

Per questo è necessario creare uno spazio politico e sociale di connessione di tutte le persone, i movimenti, le organizzazioni che si oppongono al modello attuale di UE, e costruire un'agenda comune di mobilitazioni per rompere col regime dell'austerità e avviare forme di lotta e disubbidienza contro i trattati europei. 

Saremo capaci di costruire un processo costituente in Italia e in tutti paesi europei solo se sapremo rendere possibile nello spazio europeo l’esercizio di un reale potere delle cittadine, attraverso un vasto processo di ripoliticizzazione della società europea e dei conflitti. Potremo riuscire solo se sapremo osare più democrazia a partire da noi stesse per essere poi credibili nella richiesta che di questo si facciano carico anche le Istituzioni.

Portiamo avanti questa proposta, da Madrid a Roma, dove il 7-8 maggio proponiamo a tutte le persone e le realtà interessate di incontrarci per elaborare il nostro contributo alla definizione del Piano B contro l'UE dell'austerità ed in preparazione della manifestazione europea che si svolgerà il 28 maggio. 

Pensiamo ad un incontro - paritario e orizzontale - tra tutte le persone che, singolarmente o dentro movimenti, associazioni, partiti e sindacati, lottano quotidianamente affinché un altro mondo sia possibile. Tutte le interessate possono comunicare la loro disponibilità a partecipare e pensare insieme l'appuntamento all'indirizzo planbitalia@gmail.com . Nell'ambito della due giorni parteciperemo tutte alla manifestazione STOPTTIP che si svolgerà il 7 maggio a Roma.


Per adesioni inviare una mail planbitalia@gmail.com


FIRME…



 



RE: UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Pino Romano - 21/03/2016

Se quella che qui si apre è mettere in discussione tra noi il pluricitato "Piano B", è bene che partiamo dal testo originario di quell'appello. Mi sono andato a cercare l'appello originario e lo riporto qui nel suo testo completo.
Che dire? Lo trovo assolutamente condivisibile specie nella parte che così recita. "Noi democratici abbiamo la responsabilità di reagire a questa minaccia e impedire che i fascisti sfruttino il dolore e lo scontento della gente ... La società si è messa in moto a lavorare per un cambiamento radicale delle politiche dell'UE"
Sappiamo bene, però, tutti che sono davvero pochi quelli che si sono davvero  "messi in moto a lavorare per un cambiamento radicale".
E dopo la tre giorni madrilena, basta andare a scorrere la lettura che ne fa Eleonora Forenza, per rimanere se non allarmati almeno allertati.
Come dire: siamo alle solite!
 "Se la sinistra italiana non vuole rinchiudersi in un partito centrato sullo spazio nazionale e senza una prospettiva chiara sull’Europa, raccogliere la sfida aperta a Madrid è di fondamentale importanza. La costruzione di una soggettività dell’alternativa in Italia non può non assumere la prospettiva europea come fondativa e quindi l’alterità, la rottura con le forze che sostengono l’UE neoliberista, comprese il Pse e il Pd: una sfida questa alla base dell’esperienza dell’Altra Europa." (E. Forenza)(http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2016/2/26/46810-a-madrid-sinistre-e-movimenti-europei-per-il-piano-b-contro/)



Un Piano B per l’Europa
Citazione:Appello per creare uno spazio di convergenza europeo contro l’austerità e per la costruzione di una vera democrazia.
Nel luglio 2015 abbiamo assistito a un colpo di stato finanziario da parte dell’Unione Europea e delle sue Istituzioni contro il governo greco, condannando la popolazione a continuare a subire le politiche di austerità che aveva già respinto in due occasioni attraverso le urne. Questo golpe ha intensificato il dibattito sul potere delle istituzioni dell’Unione Europea, la loro incompatibilità con la democrazia e il loro ruolo di garanti dei diritti fondamentali degli europei.

Sappiamo che esistono già molte alternative all’austerità.
Iniziative come “Per un Piano B in Europa”, “Austerexit” o DiEM25 (Democrazia in Europa – Movimento 2025) denunciano il ricatto del terzo Memorandum d’intesa imposto alla Grecia, la catastrofe che causerà e il carattere antidemocratico dell’UE, riconosciuto dallo stesso Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, che ha dichiarato: “Non ci possono essere decisioni democratiche contro i trattati europei”.
Siamo anche testimoni della risposta priva di solidarietà (e a volte addirittura xenofoba), delle Istituzioni Europee e degli Stati membri all’arrivo dei profughi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa e al loro dramma umano. Sottolineiamo l’ipocrisia dei discorsi dell’UE sui diritti umani, quando essa, in forma indiretta con la vendita di armi o con politiche commerciali, svolge un ruolo chiave nei conflitti che hanno provocato le recenti crisi umanitarie.
Il regime di crisi dell’UE, iniziato otto anni fa e basato sull’austerità, privatizza i beni comuni e distrugge i diritti sociali e lavorativi, invece di affrontare le cause iniziali della crisi: la deregulation del sistema finanziario e la conquista corporativa delle istituzioni dell’UE attraverso le grandi lobbies e il sistema delle porte girevoli. L’UE promuove false soluzioni negoziando senza trasparenza e con un minimo controllo democratico trattati commerciali come il TTIP, il CETA o il TiSA, che eliminano ciò che viene considerato un ostacolo per il commercio: i diritti e le norme che proteggono i cittadini, i lavoratori e l’ambiente. E’ un colpo definitivo alle nostre democrazie e allo Stato di Diritto, specialmente attraverso i meccanismi di protezione degli investitori.
L’attuale UE è governata de facto da una tecnocrazia al servizio degli interessi di una minoranza piccola ma potente di poteri economici e finanziari.
Tutto questo ha provocato la rinascita della retorica di estrema destra e di posizioni xenofobe e nazionaliste in molti paesi europei. Noi democratici abbiamo la responsabilità di reagire a questa minaccia e impedire che i fascisti sfruttino il dolore e lo scontento della gente, che si è comunque dimostrata solidale davanti alla tragedia umanitaria di centinaia di migliaia di rifugiati.
La società si è messa a lavorare per un cambiamento radicale delle politiche dell’Unione Europea.
Mobilitazioni sociali come Blockupy, la campaga NO al TTIP, l’Alter Summit, lo sciopero generale europeo del 2012, le Euromarce, o l’enorme lavoro di numerosi gruppi di cittadini e ONG costituiscono un prezioso capitale umano, intellettuale e ideologico per la difesa dei diritti umani, il rispetto della Terra e la dignità delle persone al di sopra di interessi politici ed economici. Crediamo tuttavia che siano necessari un maggior coordinamento e una maggiore collaborazione pratica per le mobilitazioni a livello europeo.
Esistono già molte proposte contro l’austerità: una politica fiscale giusta e la chiusura dei paradisi fiscali, sistemi di interscambio complementari, la ri-municipalizzazione dei servizi pubblici, la distribuzione a giuste condizioni del lavoro, la ricerca di un modello di produzione basato sulle energie rinnovabili, la riforma o l’abolizione del Fiscal Compact europeo. L’esempio della Grecia ci ha dimostrato che nell’attuale congiuntura dobbiamo unire gli sforzi da tutti gli Stati membri e da tutti gli ambiti – politico, intellettuale e della società civile.
La nostra visione è solidale e internazionalista.
Per questi motivi vogliamo generare uno spazio di confluenza tra tutte le persone, i movimenti e le organizzazioni che si oppongono al modello attuale dell’Unione Europea e arrivare a un’agenda comune con obiettivi, progetti e azioni, con il fine ultimo di rompere con il regime d austerità dell’Unione Europea e democratizzare radicalmente le Istituzioni Europee, mettendole al servizio dei cittadini.
A questo fine convochiamo una conferenza europea il 19, 20 e 21 febbraio a Madrid e lanciamo un pubblico appello a partecipare ai dibattiti, ai gruppi di lavoro e alle discussioni che verranno organizzati.
Per maggiori informazioni: www.planbeuropa.es
Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo


RE: UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Pino Romano - 21/03/2016

 Partendo (ri-Partendo) da una analisi comune, ed essenzialmente condivisa, sembrerebbe scontato che la conseguenza naturale debba essere la nascita di un movimento unitario su scala europea, con le sue naturali connotazioni nei vari stati.


Anche l'articolo che vi segnalo qui:
http://popoffquotidiano.it/2016/02/05/un-movimento-europeo-contro-lausterita-andiamoci/
riassume fatti e circostante che, da sole, ci dovrebbero portare ad essere un'unica anima in unico corpo (più sociale che politico in senso stretto). 


E infatti gli autori titolavano, alla vigilia della 3 giorni di Madrid: "Un movimento europeo contro l'austerità? Andiamoci!"


Oggi, qual'è lo stato dell'arte: Viene confermata la  partecipazione, già decisa da tempo, alla giornata di mobilitazione nazionale contro il TTIP che si terrà a Roma il 7 maggio prossimo (stop-ttip-italia.net/) 



Va bene, anzi benissimo: 


ANDIAMOCI! 


E SOPRATUTTO FACCIAMOCI NOTARE CON I NOSTRI SIMBOLI ED ESSENDO IN TANTI di PRIMALEPERSONE!


Appelli e sottoscrizioni, al momento, li ritengo esiziali. Rischiano di fare più danno che bene

La costruzione avverrà dal basso solo se a Roma, a Maggio, si ritroverà insieme un intero popolo, consapevole di rappresentare il 99% contro quell'1% che al momento detiene tutto. Un popolo "non convocato" ma che si ritrova  insieme, per dare forza agli altri e ricevere forza dagli altri presenti.



Per cui, è questa qui la mia posizione;


NO ad una formale adesione al Piano B, specie se dell'intera PleP


SI a processi di dibattito e mobilitazione, per lotte  di lungo respiro, consapevoli che un nuovo movimento europeo è ancora tutto da costruire e bisogna che a farlo sia una forte partecipazione dal basso, che si autoconvoca. 
SI all'invito a "generare uno spazio di confluenza tra tutte le persone, i movimenti e le organizzazioni che si oppongono al modello attuale dell’Unione Europea e arrivare a un’agenda comune con obiettivi, progetti e azioni, con il fine ultimo di rompere con il regime d austerità dell’Unione Europea e democratizzare radicalmente le Istituzioni Europee, mettendole al servizio dei cittadini."


Un abbraccio

Pino


RE: UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Pino Romano - 21/03/2016

Pregherei Athos di riportare in questa "Discussione" il contributo di Guido Viale che si trova in altra discussione sul forum
Grazie Athos!

Richiamo l'attenzione di tutti noi sul fatto che DIEM25 (la sigla scelta da Varoufakis per il suo movimento) è altra cosa rispetto all'Appello per il "Piano B". Nel senso che DiEM25 è soltanto una delle sigle che, sembrerebbe,  concordano sul "Piano B x l'Europa" e in tale veste Varoufakis era presente, tra altri nomi noti, alla tre giorni di Madrid. Una delle sigle insomma, non l'unica.
Varoufakis sarà a Roma il 27 marzo per presentare il suo DIEM25:
D.: Ora che il movimento sta per essere lanciato in Italia, quali sono i vostri referenti nel nostro paese?
"Un movimento non sceglie i propri membri o attivisti. Sono loro a sceglierlo. Non ci interessa cooptare partiti politici o fazioni degli stessi dentro Diem25. Mi piacerebbe attrarre il maggior numero di democratici di tutti i tipi, arricchendo il movimento con diverse prospettive ideologiche, unite nella lotta comune contro un'Europa che rischia di scivolare in uno scenario postmoderno ma simile per certi versi a quello degli anni '30". (dall'intervista di Varoufakis a La Repubblica)

Gli appellanti del "Piano B", invece, dopo la tre giorni di Madrid, procedono ad attivarsi nella mobilitazione e nell'allargamento della base. Mi auguro che ciò avvenga dal basso!


RE: UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA - Athos Gualazzi - 22/03/2016

osservazioni di Guido Viale:


I limiti maggiori che rilevo sono quelli di mettere al centro del programma il recupero della democrazia in Europa in modo troppo astratto, avulso dal contesto e, quindi, privo di mediazioni e di priorità politiche.



Manca innanzitutto una indicazione precisa di che cosa si intenda per democrazia; una indicazione che va rintracciata passim, lungo  il percorso in cui si articola il ragionamento. Si dice “governo del demos” (giusto. Io preferisco, perché è più chiaro, dire “autogoverno”). Altrove si indica la sua essenza in un Parlamento europeo sovrano “che rispetti il principio di autodeterminazione degli Stati e che condivida il potere con i parlamenti nazionali, con le assemblee regionali e con i consigli regionali”. Giusto anche questo, ma è chiaro che con i partiti che governano oggi, a tutti i livelli istituzionali dell’Europa, la democrazia come “governo del demos” sarebbe ben lungi dall’essere raggiunta. Che cosa manca? Manca il rapporto tra democrazia formale e democrazia sostanziale, tra rappresentanza e partecipazione, tra istituzioni e movimenti. E’ chiaro che la maglia viene tenuta larga per raccogliere intorno al progetto quante più forze possibili, senza impegnarle in progetti troppo radicali. Ma una ragione del perché le istituzioni attuali non sono democratiche va comunque indicata. Il manifesto la individua nel fatto che “un processo altamente politico, opaco e imposto dall’alto viene presentato come apolitico, tecnico, procedurale e neutrale” per “impedire agli europei di detenere il controllo democratico su denaro, finanza, condizioni lavorative e ambiente”. Di qui la sacrosanta rivendicazione della Trasparenza (T maiuscola) come precondizione della riconquista della democrazia. Io penso che questa analisi sia sì giusta, ma non vada alla radice delle cose che, secondo me, è l’affermazione, nella concretezza della vita quotidiana come nel funzionamento delle istituzioni e nell’organizzazione dei processi economici, di quello che viene chiamato “pensiero unico” (io non uso il termine “neoliberismo”, perché non mi piaccio tutti i “neo” che non sanno dare un nome vero alle cose; ma soprattutto perché ciò che viene indicato con quel termine non ha niente di liberista e meno che mai di liberale o di libertario). Il “pensiero unico” che ha eroso completamente le basi della democrazia a tutti i livelli è il principio di una competizione universale come principio informatore della società e come unica forma legittima di cooperazione (o se vuoi, di divisione del lavoro, o dei compiti, o dei ruoli). Non una competizione tra uguali (la cosiddetta “libera concorrenza”) ma quella in cui il più forte ha diritto di sfruttare, opprimere o mangiarsi il più debole; e in cui i diritti sono legati al denaro: si hanno tanti più diritti quanto più denaro si ha, e nessun diritto senza denaro. Di qui la coincidenza tra quello che viene chiamato neoliberismo e quella che è la sua realtà concreta, cioè la privatizzazione universale: dei servizi pubblici, dei beni comuni, della moneta, dell’ambiente, delle nostre vite. Si tratta di un principio radicalmente contrapposto a quello di una cooperazione fondata sulla solidarietà (che non esclude meccanismi di concorrenza o, meglio, di “emulazione”) e che ha fatto piazza pulita, nelle menti e nei cuori, prima ancora che nei rapporti di lavoro, in quelli economici e in quelli istituzionali, di ogni valore attribuito alla solidarietà, alla reciprocità, alla condivisione su basi di parità. Ma la solidarietà è ciò su cui si fondano i movimenti, di qualsiasi genere, che sono il motore del cambiamento e della storia. Per questo se non si mette in discussione la dittatura del principio di competitività viene meno anche la possibilità di affrontare il nodo del rapporto tra movimenti e istituzioni e tra partecipazione e rappresentanza: che è ciò che manca alle istituzioni elettive, a tutti i livelli - dal Parlamento europeo ai consigli municipali - per essere strumenti di un possibile “autogoverno”.
L’astrattezza che io rilevo nel manifesto DiEM25 deriva a mio avviso da ciò. C’è una netta separazione tra l’indicazione dell’obiettivo finale (una Costituente europea entro il 2025) e i compiti dell’oggi. In altri termini, manca la politica. Intanto il testo mi sembra troppo segnato dai riferimenti – non dichiarati – all’esperienza greca, soprattutto là dove si invoca “un Parlamento sovrano che rispetti l’autodeterminazione degli Stati”. Questo mancato rispetto vale per la Grecia, ma non ha nessun riscontro per esempio in Italia, dove è stata l’autodeterminazione dello Stato (del suo Governo, ma anche del suo Presidente della Repubblica) a invocare ripetutamente l’Europa per giustificare scelte prese in sostanziale autonomia (istituzionale, non certo dai condizionamenti del mondo dell’alta finanza).
Ma quello iato è soprattutto evidente in questo passaggio: “una volta stabilizzate le varie crisi europee, il nostro obiettivo a medio termine è la piena trasparenza del processo decisionale” per affrontare realmente “le crisi del debito, banche, investimenti inadeguati, l’aumento della povertà e la migrazione, istituire un’assemblea costituente”, ecc. E’ qui enunciata a chiare lettere una politica dei due tempi: prima si “stabilizzano” le crisi a “breve termine” (quali? E come?). Poi si procede “a medio termine” al perseguimento degli obiettivi di fondo, presentati peraltro in un elenco fatto un po’ a casaccio. Non si vede come quelle varie crisi possano essere “stabilizzate” senza procedere fin da subito, nella misura del possibile, a perseguire gli obiettivi di fondo; o per lo meno ad affrontarne cause, manifestazioni e conseguenze.
Di qui la parte finale del documento, in cui vengono elencati gli obiettivi di fondo – tutti condivisibili – ma al di fuori di qualsiasi ordine, che non può però essere fornito da una logica deduttiva, ma solo dalle urgenze che incombono sul presente. Bene quindi un’Europa Democratica, Trasparente, Unita, Realistica, Decentralizzata, Pluralista, Egualitaria, Colta, Sociale, Produttiva, Sostenibile, Ecologica, Creativa, Tecnologica, con una Visione Storica, Internazionalista, Pacifica, Aperta ed Emancipata (con un certo spreco di maiuscole). Ma con quali priorità? E quali sono i nessi che le connettono?
Nell’ultimo articolo che ho pubblicato sul manifesto ho cercato di indicare le mie priorità, che qui riproduco con alcuni chiarimenti ulteriori (in corsivo; nei miei articoli lo spazio concessomi è sempre tiranno):
Occorre più che mai definire e farsi carico di un’alternativa globale che abbia la sua chiave di volta in un diverso atteggiamento verso i profughi; perché è intorno a questo nodo che si avviluppano tutti gli altri problemi con cui l’Europa e i suoi popoli devono confrontarsi:
Innanzitutto quello della lotta al razzismo, all’autoritarismo, per la democrazia: una democrazia sostanziale e partecipata e non solo formale. E’ evidente che la lotta per la democrazia senza fare i conti con l’ondata di razzismo, nazionalismo e vera e propria fascistizzazione che cavalca il disorientamento della cittadinanza di fronte a un fenomeno che le autorità di governo dell’UE e degli Stati membri dichiarano e mostrano di non saper governare, non ha futuro. Ricondurre tutto alla lotta contro la tecnocrazia e la burocrazia di Bruxelles è non solo riduttivo, ma anche sviante. Certamente la responsabilità di fondo di questa situazione ricade sulle politiche di austerità dell’UE, ma senza mettere in campo una strategia, o per lo mano qualche idea, su come affrontare il problema dei profughi, non si hanno argomenti per affrontare la montata delle forze di destra.
Poi quello delle guerre in cui l’Europa si lascia trascinare passo dopo passo in forme sempre più inestricabili, moltiplicando la spesa a scopo distruttivo, la devastazione di interi paesi e la pressione di nuovi profughi ai suoi confini. Non c’è bisogno di aggiungere molto. Se si va in guerra, in una situazione che avrà sicuramente pesanti ripercussioni in termini di aumento del terrorismo jahadista in Europa, con conseguente rafforzamento dei controlli sociali e istituzionali, l’agibilità politica verrà messa ulteriormente a rischio.
Poi le politiche di austerity che, nonostante che Draghi continui a inondare le banche di quei miliardi che sta negando al welfare e all’occupazione, hanno ormai dimostrato quanti danni stiano infliggendo a tutta la popolazione europea, compresa quella degli Stati che contavano di poterne beneficiare. Questo è il nucleo del pensiero che accomuna oggi tutte le opposizioni reali alle politiche antidemocratiche dell’UE. Resta da dire che anche la crisi dei profughi ha le sue radici in una politica che se non è più in grado di garantire lavoro, reddito e servizi sociali ai propri cittadini, e soprattutto ai giovani, producendo diverse “generazioni perdute”, a maggior ragione non può permettersi di accogliere e integrare, ancorché malamente, un numero di profughi non superiore a quello dei migranti che prima dell’ultima crisi arrivavano in Europa ogni anno cercando e trovando lavoro.
 
Poi quella delle politiche ambientali e, in particolare della lotta ai mutamenti climatici: soltanto un grande piano di conversione ecologica dell’apparato produttivo, a partire da energia, mobilità, agricoltura e alimentazione, edilizia e riassetto dei territori, può garantire sia la difesa degli equilibri ambientali del pianeta che la restituzione di ruolo, lavoro, reddito e dignità ai tanti profughi alla ricerca di un futuro per sé e per il loro paese di origine (molti dei nuovi arrivati vi faranno ritorno se, e non appena se ne presenterà la possibilità), ma anche ai tanti cittadini europei, soprattutto giovani, oggi privati del loro futuro. Questo è il nesso fondamentale tra politiche economiche e salvaguardia dell’ambiente che in vari documenti, compreso questo, viene elencato come dato poco più che accidentale, mentre secondo me la conversione ecologica – che non è green economy, perché richiede processi di coinvolgimento radicale della popolazione nella sua promozione e gestione: cioè è inseparabile dalla democratizzazione non solo delle istituzioni, ma anche dell’organizzazione economica - è il perno intorno a cui deve ruotare qualsiasi proposta strategica.
Non ultimo, il riequilibrio demografico e culturale di un’Europa che ha assoluto bisogno dell’apporto di forze fresche: non solo per compensare il progressivo invecchiamento e la drastica riduzione della sua popolazione, ma anche per risollevarsi, attraverso un incontro autentico con culture e persone diverse, dalla sclerosi in cui l’ha sospinta la dittatura del pensiero unico, che non contempla alternative all’attuale miseria materiale e spirituale. L’arrivo di tanti profughi (meno, comunque, finora, di quelli che fino a pochi anni fa arrivavano in Europa come “migranti economici” e vi trovavano lavoro), viene presentato dalle forze razziste, a cui quelle dell’establishment al governo dell’Unione si sono accodate, come un’invasione. E verrà percepita sempre come tale se tutti gli sforzi saranno concentrati nel respingerli, o nell’isolarli, o nel tenerli inoperosi trattandoli come parassiti. Ma accolti con generosità, aiutati a trovare un ruolo e a difendere la propria dignità, ascoltati con attenzione, con la disponibilità a imparare dalla loro vicenda e dalla loro miseria almeno tanto quanto possiamo essere capaci di insegnare noi a loro, lo “tsunami” dei profughi può rivelarsi invece una corrente favorevole, in grado di trasportare l’Europa verso una nuova solidarietà tra i suoi membri e con i suoi vicini. Sulla dimensione demografica del problema mi sono già espresso: l’Europa ha bisogno di 100 milioni di nuovi abitanti entro i prossimi 35 anni ed ha posto, cioè potrebbe accoglierne, anche il doppio. Tenendo conto del fatto che se il resto del mondo non è condannato a scomparire, ci saranno anche massicci flussi di ritorno ai paesi di origine che possono rendere questo turnover, nell'arco di 35 anni, anche più intenso. Fondamentale è però l’aspetto culturale: non funzionano né i processi di assimilazione (imporre la cultura del paese ospite), né le soluzioni comunitarie (lasciare che ogni comunità etnica o nazionale si rinchiuda in un proprio ghetto). Ci vorrebbe un autentico processo di ibridazione, di meticciato tra le componenti più disponibili e innovative di ciascun apporto culturale. Il lato più importante di questa riconfigurazione culturale è comunque - e ancora in gran parte da definire - l’atteggiamento degli uomini verso le donne, vera posta in gioco della ventata di integralismo in corso sia sul fronte islamico che su quello “giudaico-cristiano” o “occidentale”.


RE: UN PIANO B PER L'EUROPA COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DELLA G - Vincenzo Pellegrino - 13/05/2016

Credo che l'incontro sul Paln B svoltosi a Roma sia stato utile a stabilire dei contatti oltre i confini nazionali, contatti che risulteranno senz'altro utili per gli auspicati sviluppi futuri di un ampio movimento di dimensione europea.

Interessanti le analisi proposte nei vari interventi e le testimonianze dirette sulle lotte che si stanno dando in altri paesi. Anche se non sono riuscito a partecipare, da quanto ho letto e ho sentito da chi è stato a Roma, credo sia stata una bella giornata di reciproca conoscenza.

Credo altrettanto che non vada assolutamente distolta la nostra attenzione dalla questione che ha caratterizzato, sin dal suo nascere, PrimalePersone: mi riferisco alla ricerca di un "metodo", che si tramuti in concreta prassi, volto a restituire la sovranità al Popolo anche attraverso un cambiamento radicale del nostro modo di concepire la Politica.

L'enorme questione della "crisi della democrazia" è intrinsecamente legata alla crisi o, meglio, all'inadeguatezza, del sistema della rappresentanza, basata sulla delega, tanto partitica quanto sindacale. Il sistema rappresentativo costituisce l'ossatura istituzionale di tutti i così detti stati democratici e della nostra stessa Costituzione: di qui l'importanza generale di giungere ad un suo superamento in senso autenticamente democratico.

Dato che la questione dell'individuazione di un metodo valido, in quanto effettivamente democratico e trasparente, è centrale, urgente e cogente (come si desume anche da un passaggio dell'intervento di Ilaria che riporto qui: "La formazione di commissioni organizzative non impedisce, in ogni caso, la presa di decisione che è affidata esclusivamente all'Assemblea generale*, al cospetto di tutti, affinché ogni scelta possa essere la più democratica possibile."), penso sia necessario intavolare un ragionamento/confronto comune, a livello europeo, proprio sulle possibili forme della partecipazione democratica, anche attraverso il virtuoso utilizzo delle tecnologie informatiche disponibili e delle piattaforme decisionali, in particolare.

Personalmente vedrei come estremamente utile un incontro a livello europeo incentrato sulle questioni relative al "metodo - prassi", atteso che quelli basati sulla elencazione e stigmatizzazione dei problemi - come è stato l'incontro i Roma - (i principali dossier sono ormai ben individuati: Clima/Ambiente, Guerra/Migrazioni, Lavoro/Reddito, Diritti/Costituzione, Unione europea/Trattati (TTIP, TISA, ecc.)), non possono che trovarci concordi nel denunciare la gravità della situazione, lasciandoci tuttavia del tutto inermi rispetto alla possibilità di incidervi per porvi rimedio.
 
Darei questa chiara impostazione all'incontro internazionale che si è proposto di organizzare ad ottobre, puntando a svolgere una riunione preparatoria a livello nazionale tra tutti quei soggetti che condivido la centralità e l'ineludibilità della questione metodologica anche per la sua rilevanza strategica.