PUBBLICO O PRIVATO? NO, COMUNE

di Guido Viale

Il crollo del ponte Morandi ha resuscitato l’eterno dibattito se sia meglio il pubblico o il privato. Difficile schiodare qualcuno da posizioni precostituite, nonostante che sulla questione ci sia ormai un ampio materiale probatorio, in quanto quasi tutti i settori portanti dell’apparato produttivo e infrastrutturale del paese hanno avuto modo di sperimentare entrambi i regimi. Il confronto è impietoso.

Una volta privatizzati, alcuni settori, come l’elettronica e l’elettromeccanica, fatti spezzatino e svenduti, sono quasi completamente scomparsi dall’Italia; altri, come la siderurgia, fortemente ridimensionati, sono a rischio; per tenere in piedi l’Ilva dopo vent’anni di malgoverno è ormai chiaro che bisogna passare come un rullo compressore su vite e salute di decine di migliaia di persone; l’alimentare pubblico è stato tolto di mezzo (a favore di chi?); la privatizzazione di Alitalia è stata una truffa seriale per far rieleggere Berlusconi; quella delle autostrade e di Telecom, - travolta, questa, da una girandola di “capitani d’industria” improvvisati - è servita a D’Alema a trasformare Palazzo Chigi, come era stato detto, nell’unica banca di affari dove non si parla inglese; privatizzare i collegamenti marittimi con le isole ne ha moltiplicato l’isolamento. Quanto alle banche, una volta tutte pubbliche e ora tutte private, il campione del fallimento generale è senz’altro MPS; altre sei sono fallite per aver finanziato speculazioni e progetti strampalati dei soci o dei loro amici. Quanto alle due grandi banche nate da quella svendita, i loro attivi sono in gran parte legati a una speculazione edilizia che ha devastato città e campagne, lasciando edifici vuoti e impianti inutilizzati a garanzia di sempre nuove costruzioni necessarie per tenere in piedi una girandola che rischia di affondare tutti. D’altronde il settore elettrico, il solo a essere stato costruito da privati, aveva dovuto essere nazionalizzato proprio per accompagnare uno sviluppo, in gran parte guidato dall’industria di Stato, che rischiava di soffocare; ed è tornato poi parzialmente privato solo quando si sono create le condizioni per farne un’attività speculativa. Quanto al petrolio di Stato gestito dall’Eni, il suo ruolo-guida della politica interna ed estera del paese era già stato ridimensionato dalle sette sorelle con l’assassinio di Enrico Mattei: una privatizzazione, parziale, a suon di bombe. Mostri come il Tav Torino-Lione, il terzo valico, il Mose, la Tap, la Brebemi e le varie pedemontane, sorti per “impulso” dei privati, sono stati portati avanti con soldi pubblici, a volte spacciati per una finta finanza di progetto. 

Se per i privati arrivati al comando di imprese alla cui costituzione non avevano portato alcun contribuito le privatizzazioni sono state una pacchia, per lo più a spese dello Stato, non altrettanto si può dire per i lavoratori: il loro numero è stato drasticamente ridotto; le loro condizioni e i livelli salariali, fortemente peggiorati; in aziende come l’Ilva, trasformata in un Lager, come documentato da diverse sentenze, la famiglia Riva aveva addirittura creato una struttura di comando parallela a quella ufficiale, fatta di aguzzini posti direttamente ai suoi ordini...Nelle recriminazioni per la debolezza del “sistema Italia” nessun economista ha però finora cercato di verificare il più che probabile nesso tra privatizzazioni e calo della produttività, o tra privatizzazioni ed esplosione di quel debito pubblico che la grande svendita avrebbe dovuto abbattere, ma che non ha fatto che accrescere.

Ma, dicono, l’impresa pubblica era minata da clientelismo, sottogoverno e intrusione dei partiti, perdendo lo slancio che aveva fatto dell’economia mista del paese la protagonista del “miracolo economico”. Vero. Senonché a promuovere e gestire quelle privatizzazioni è stato proprio quel ceto politico che stava mandando in rovina l’industria pubblica, e non poteva essere altrimenti; il quale ha così sostituito alle sue vecchie clientele dei nuovi imprenditori di comodo che gli garantissero gli stessi vantaggi. Con in più l’onere di extraaprofitti garantiti sia dagli utenti che dall’erario (i servizi sono tutti in concessione), cioè da un aumento del debito pubblico. Il vantaggio di quelle privatizzazioni è però evidente: procurarsi appoggi e prebende senza doversi più occupare della gestione di apparati giganteschi e complicati; e poter così dedicare tutto il tempo alle attività tipiche del ceto politico: accordi, intrallazzi, chicchere e comparsate TV: quelle con cui hanno intasato i media per anni. Certo, oggi il ritorno a una gestione pubblica cambierebbe poco; il contesto generale è mutato: a governare ora è la finanza internazionale e un’impresa pubblica di diritto privato (una SpA) non può che avere gli stessi comportamenti di una privata: non fornire servizi migliori, ma fare profitti, o incassare rendite.

C’è un’alternativa? Sì, evitare il falso dilemma pubblico-privato. Servizi, infrastrutture e produzioni di base devono diventare beni comuni, che sono tali solo se sottoposti a un controllo e a una gestione condivisa da parte della collettività. Sembra un’utopia perché, a furia di non essere ascoltati, cittadini, elettori e comunità hanno perso il desiderio e la speranza di partecipare alla vita pubblica. Ma una strada per ricostituire quell’interesse c’è: la trasparenza assoluta dei bilanci, dei piani finanziari, dei contratti, delle tecnologie, delle remunerazioni. Sono cose difficili da analizzare, ma in ogni comitato popolare c’è ormai un fior fiore di esperti in grado di leggere e capire quei documenti e di spiegarli a chi non è in grado di farlo. Così la gente tornerebbe a interessarsi alla cosa pubblica e poi - certo un passo più difficile - a voler dire la sua, e a pretendere di essere ascoltata. Si chiama democrazia partecipata e non ha quasi niente a che fare con la democrazia diretta, e meno che mai con quella telematica, né è alternativa alla democrazia rappresentativa. Ammette la delega, purché su mandato e sempre revocabile; e non chiede a tutti di occuparsi di tutto, per lo meno fino a che un determinato problema non ti tocca sul vivo. Delle cose che non segui direttamente si occupa qualche altro comitato, finché non si arriva a dei nodi che interessano e coinvolgono tutti.

Così, invece della inutile diatriba pubblico (che pubblico non è più) contro privato, la tragedia del ponte Morandi dovrebbe spingere a chiedersi se siano meglio tante nuove Grandi opere inutili e costose, oppure una manutenzione seria, ordinaria e straordinaria, delle infrastrutture (ma anche degli impianti e dei servizi) esistenti. Una manutenzione che a volte può anche voler dire sostituzione, cioè demolizione e ricostruzione. Senza però stressare l’ambiente più di quanto sia indispensabile fare.