Annamaria Rivera

Da qualche anno a questa parte, a ogni esordio di una nuova aggregazione politica di sinistra in Italia, mi s’impone l’obbligo di far appello affinché al centro della riflessione e dell’azione politiche sia posta la questione delle migrazioni e degli esodi forzati e, con essa, la battaglia contro ciò che convenzionalmente chiamiamo Europa-fortezza, nonché contro il razzismo e l’islamofobia crescenti. Una battaglia che, a mio parere, a sua volta non è separabile, da quella contro il sessismo e lo specismo, come poi cercherò di argomentare. Che su questo versante la sinistra politica sia arretrata, quantunque si definisca radicale, è mostrato dal fatto, constatabile soprattutto negli anni più recenti, che le sue assemblee siano perlopiù omogeneamente bianche, la nostra compresa. In altri paesi europei tale omogeneità sarebbe considerata un’anomalia o, peggio, un tratto tipico dell’estrema destra. Sebbene ciò tenda a passare inosservato – o irrilevante, quando viene fatto osservare – in realtà noi contribuiamo, sia pur in modo inconsapevole o involontario, al sistema di apartheid che, con qualche eccezione, vige nel nostro paese. Eppure v’è un nesso evidente tra l’aspirazione a un “piano b” per l’Europa e la necessità di contrastare le sue politiche proibizioniste e migranticide (per dirlo con un neologismo) nonché di avversare il razzismo, l’islamofobia, la tendenza a denegare a migranti e rifugiati i diritti più basilari, dal diritto alla vita e alla fuga fino al diritto d’asilo. A tal proposito, basta dire che in Italia in non pochi casi lo si rifiuta perfino a chi si è sottratto a una dittatura feroce qual è quella eritrea o all’orrore di Daech. Quella che è detta “crisi dei rifugiati” è, in realtà, una profonda crisi dell’Europa. Tale da far temere che le spinte centrifughe, i meschini egoismi nazionali, le pulsioni nazionaliste, la crescita progressiva delle formazioni di estrema destra, la tendenza delle élite politiche nazionali a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato non solo conducano alla scomposizione dell’unità europea, ma possano concorrere ad aprire scenari ancor più inquietanti. E’ quasi banale ricordare che la fase attuale di esodi forzati (tali anche nel caso dei migranti detti economici) è effetto secondario del neocolonialismo occidentale e del suo interventismo armato, quindi dell’opera di destabilizzazione di vaste aree, dall’Africa al Medio Oriente, nonché della predazione economica e della devastazione anche ambientale compiute dal capitalismo globale. Di fronte alla “crisi dei rifugiati”, le misure adottate dall’Unione europea e da singoli Stati appaiono tanto ciniche, irrispettose dei diritti umani più basilari, indifferenti verso la sorte dei rifugiati quanto incoerenti, contraddittorie, spesso controproducenti. Altrettanto insensata è la corsa a barricarsi dietro le frontiere nazionali, erigendo muri e barriere di filo spinato, perfino schierando gli eserciti onde limitare la libertà di movimento delle persone (lo hanno fatto la Slovenia e la Bulgaria). La recente trovata austriaca della barriera anti-profughi al Brennero, sebbene poi revocata, sta a mostrare fino a qual punto in Europa dilaghino le pulsioni sovraniste, se non nazionaliste nel senso più deteriore. La stessa Unione europea pratica una sorta di sovra-nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere. E questo, a sua volta, non solo è causa primaria di una strage di migranti e rifugiati di proporzioni mostruose, ma ha anche contribuito indirettamente a incoraggiare i nazionalismi, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Esemplare è l’accordo tra l’Ue e la Turchia, siglato il 18 marzo scorso in palese violazione di convenzioni internazionali, carte e trattati, anche europei: perfino del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Il coté paradossale di questo ignobile baratto è che la Grecia di Tsipras, da taluni eletta a nuovo faro del socialismo, si sia prestata essa stessa a violare il diritto internazionale, praticando espulsioni collettive e altre gravi infrazioni, nonché riconoscendo la Turchia come paese terzo sicuro. Deplorato da tutte le organizzazioni umanitarie e dallo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, questo accordo ha dato avvio alla deportazione di massa dei “migranti irregolari” (in realtà potenziali rifugiati), bambini compresi, che dal 20 marzo sono approdati nelle isole greche partendo dalla Turchia. Cioè da un paese terzo tutt’altro che sicuro, dominato da un regime a dir poco autoritario e repressivo, che primeggia per violazioni del diritto internazionale e della stessa Convenzione europea dei diritti umani, non garantisce alcuna protezione ai richiedenti-asilo e ai rifugiati. Basta dire che, secondo Amnesty International, da metà gennaio fino a marzo Ankara ha rimpatriato in Siria una media di cento siriani al giorno, donne e bambini compresi, vale a dire alcune migliaia di rifugiati. E’ dunque alto il rischio che i profughi barattati con Ankara siano prima o poi ri-deportati nelle stesse zone di guerra da cui erano fuggiti. L’insensatezza di questo accordo è del tutto palese: non servirà affatto, come si pretende, a scoraggiare gli esodi verso l’Europa e a smantellare “il business dei trafficanti”, bensì a costringere le moltitudini in fuga a intraprendere rotte e viaggi sempre più rischiosi. Già oggi e da molti anni l’Europa si configura come l’area più migranticida dell’intero pianeta: nel 2015 il tentativo di raggiungerla è costato la vita al 72,11% del totale delle vittime di esodi e migrazioni su scala planetaria. Forse bisognerebbe cominciare a chiamare questa ecatombe genocidio. Il nostro continente è tale non solo per ovvie ragioni geografiche, per i moltiplicarsi, tutt’intorno, di scenari di conflitti armati, guerre civili, terrorismo, carestie, devastazione ambientale, quindi per l’incremento delle persone in fuga, ma soprattutto perché sono le politiche proibizioniste europee, quindi l’assenza di corridoi umanitari e di percorsi migratori legali, a rendere i viaggi sempre più pericolosi. Ciò detto, lasciatemi spendere due parole su un tema ancor meno considerato dalla sinistra “radicale” italiana: quello della continuità e dell’intreccio fra i processi di dominazione, discriminazione e reificazione (o mercificazione) che chiamiamo sessismo, razzismo e specismo. Come ci hanno insegnato Horkheimer e Adorno –la cui interpretazione del marxismo è uno strumento prezioso per analizzare anche la società attuale –, il disconoscimento dell’animale e la sua riduzione a cosa o a merce, propri della cultura occidentale, sono il paradigma dell’esclusione dell’Altro/a. In buona parte degli ambienti di sinistra si ritiene (anche se non sempre si ha il coraggio di dirlo) che occuparsi della questione animale sia un lusso da privilegiati, indifferenti alla questione di classe. Quando, invece, basterebbe riflettere su quali siano i livelli di sfruttamento e di alienazione (anche mentale) cui sono sottoposti gli operai, in buona parte immigrati, che lavorano negli allevamenti e nei mattatoi industriali. Questi, che potremmo definire le fabbriche fordiste per il montaggio e lo smontaggio dei corpi animali, sono, tra l’altro, un insostenibile sperpero di risorse idriche, di energia fossile, di cibo vegetale. Ricordo che per la produzione intensiva di carne si consuma più della metà dei cereali e della soia prodotti nel mondo, sottratta così a vaste fasce di popolazioni sottoalimentate o ridotte alla fame. A vantaggio delle multinazionali, che dalla coltivazione dei cereali, dalla loro selezione, ibridazione, modificazione genetica traggono profitti di dimensioni mostruose. Per non dire dell’aumento esponenziale della produzione di fertilizzanti, erbicidi, pesticidi, sempre a vantaggio delle multinazionali; della distruzione delle foreste, della desertificazione di aree sempre più vaste. Ammettere che gli animali non umani non sono materie prime o merci, bensì soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, significa anche porsi nella direzione di un progetto economico, sociale e culturale che abbia come cardini la sobrietà, la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l’uguaglianza economica e sociale, in definitiva il superamento dell’ordine capitalistico.