Imma Barbarossa

FAE-IFE.pngRiflessione non neutra né neutrale sul piano B per un'altra Europa.

Non crediamo sia possibile immaginare un'altra Europa senza l'apporto del femminismo.

Quando parliamo di femminismo non intendiamo riferirci “solo” alle giuste lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno agito ed agiscono per vedere riconosciuto il diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo e sulla propria vita.

Intendiamo per femminismo un movimento capace di rimettere in discussione le strutture portanti dei sistemi dominanti e quindi di immaginare un modello differente di società e di relazioni sociali. Un femminismo capace cioè di indicare un “nuovo modo di stare al mondo, di pensare alla vita quotidiana, di vivere il proprio corpo e il proprio desiderio” e di introdurre “nelle questioni sociali e politiche una dimensione dimenticata o rimossa : la necessità di abolire la dominazione del genere maschile su quello femminile, perché questa dominazione è il modello su cui si fondano tutte le altre forme di alienazione “ (cfr. Nicole Edith Thevenin “Quel feminisme au coeur de la revolution?”).

Utilizzando questa chiave di lettura si riesce a cogliere ancor meglio come le politiche di austerità che vengono imposte agli Stati non rispondono solo ad una finalità economica ma sono sostenute da una precisa dimensione sociale ed ideologica, cioè quella di ripristinare, in modo autoritario, un ordine antico fondato su una gerarchia di poteri a cui vertice ci stiano il padre, il padrone, il padreterno.

Non rimuovere la dominazione di genere significa per esempio comprendere che la crisi rende i sistemi di potere sono oggi ancora più aggressivi : l’identità collettiva viene ricercata in simboli ad alto tasso emotivo (la fede, il sangue ,l’etnia) mentre riaffiorano fondamentalismi di varia natura a partire da quello religioso, si risvegliano tentazioni autoritarie e si accelera il processo di definitiva decomposizione dei diritti sociali.

E muore inesorabilmente la democrazia, di cui i poteri dominanti possono “tranquillamente” fare a meno come ci insegna la storia, anche quella recente.

Come femministe abbiamo imparato a criticare tutti i fondamentalismi : quello del mercato, della

mercificazione del corpo, delle religioni monoteiste fondate sul rapporto prioritario Dio/Maschio.

Se tutto ciò è vero oggi non si può desiderare nulla di meno di un processo capace di “rivoluzionare” il presente agendo le necessarie rotture di senso, di pratiche, di orizzonti. Non solo nel 'recinto' europeo, sempre più stretto e soffocante perché gravido di muri e di frontiere, ma in una dimensione internazionale.

C’è bisogno di lotta e di azione certo.

Ma il nostro essere femministe ci fa dire che ciò non basterebbe se non fossimo in grado di immaginare un altro modo di produrre e di riprodurre , un altro modello di relazioni sociali , un altro modo di intendere il potere per trasformare le forme sociali e psichiche della nostra esistenza. Insieme alla capacità di re- interrogarci sulle modalità di soggettivazione di un desiderio e di una passione, sulle modalità di riproduzione (anche individuali) della struttura ideologica di dominio,sulla qualità delle relazioni fra donne e uomini.

E se, al contempo, non scoprissimo la dinamica energetica del conflitto e di un “Eros alato” , per citare la Kollontaj, cioè di un amore consapevole verso sé stesse/i ed il mondo, come ci siamo dette nel seminario sull'”amore al tempo del colera” che abbiamo tenuto a Lodi qualche settimana fa.

Per tutto questo noi riteniamo che “un piano B per l'Europa” non possa che essere femminista.

Nel senso però che abbiamo cercato di esplicitare e non come semplice aggiunta o integrazione.

Ci pare che la medesima constatazione sia stata fatta durante il forum di Madrid.

Oggi «è il momento in cui le femministe dovrebbero pensare in grande» , come auspica Nancy Fraser.

Riconoscendo che il femminismo contiene in sé elementi trasformativi, contestatori e emancipatori capaci di sovvertire l'ordine sociale mediante l'agire collettivo.

IFE Italia