Tavolo Conversione ecologica 1

World Cafè: Tavolo sulla conversione ecologica

Facilitatore Tematico: Guido Viale

Facilitatore di processo: Martina Camarda


 

I temi affrontati nel primo gruppo sulla conversione ecologica sono stati molti e, ovviamente, in ordine sparso. Qui si cerca di raggrupparli per grandi capitoli al cui interno si troveranno, evidentemente, affermazioni differenti e anche contrastanti.

CONVERGENZA. Una convergenza quasi unanime si è registrata nel rilevare il nesso stretto tra conversione ecologica, lavoro e migranti o profughi. A Forlì hanno più volte affrontato il problema anche in assemblee pubbliche, ma il confronto con la CGIL ha messo in evidenza che nel sindacato la si pensa come in Forza nuova.

Il fatto che tutto sia interconnesso non elimina la difficoltà per noi di connettere i diversi temi, a partire dalla difficoltà di collegare la discussione che avviene nei diversi tavoli del nostro incontro. Connettere tra di loro le diverse forze sociali (per esempio lavoratori e ambientalisti) è ovviamente ancora più difficile. Lavorare su ciò che unisce è inutile, non ne nasce niente. Dobbiamo imparare a lavorare sulle differenze. Di lì nasce la coscienza collettiva.

ORGANIZZAZIONE. Il secondo tema al centro dell’attenzione è stato il rapporto tra movimenti e organizzazione. Lavorare solo a livello locale non basta. Occorre lavorare a riconnettere i vari soggetti e questo si può fare solo mettendo al centro il lavoro e i diritti. La formula ideale era la coalizione sociale di Landini, ma non è stata sviluppata. Un esempio di maggior successo è la coalizione per il clima nata a Cuneo in rapporto al dibattito su COP21 come emanazione della locale coalizione sociale. E’ stato messo a punto un PAES (Piano di azione per l’energia sostenibile) con un percorso che può essere riproposto in altri territori. In entrambi i casi, comunque, il grande assente era il sindacato (Fiom compresa).

Va salvaguardata la distinzione destra-sinistra. Essere di sinistra significa adottare il punto di vista degli ultimi. Garantire diritti al di sotto dei quali non si deve scendere.

ECONOMIA. Mettere l’economia davanti al sociale non è mai di sinistra. Non si può affidare al mercato la risoluzione dei problemi. Ci vuole un agente esterno (lo Stato). Se ci trovassimo in un’isola deserta nessuno penserebbe a fondare per prima cosa una banca.

Ma l’unità delle sinistre è comunque impossibile, perché ce ne sono alcune favorevoli alla crescita e altre per cui la cosa più importante è ridurre consumi, produzione, orario di lavoro, sprechi e ridistribuire reddito.

In realtà non c’è una sola economia e una sola scienza economica: ce ne sono molte e quelle che puntano a una maggiore giustizia sociale e ambientale richiedono una politica industriale che richiede a sua volta l’intervento dello Stato. Ma non per salvare il capitalismo, come è avvenuto con le politiche keynesiane, bensì per decidere che cosa come e per chi produrre. Un’economia diversa in ogni caso è cosa diversa da un’economia controllata dallo Stato.

Va combattuto in ogni forma lo spreco, come è stato fatto in una zona del Lazio dove è a all’opera un mercato contadino che serve 30-40mila abitanti e dove ogni settimana si salvano dai rifiuti due camion di alimenti. Ma è chiaro che un livello di consumo (automobili, ma anche pannelli solari) come quello dell’Occidente è impossibile garantirlo a tutti gli abitanti della Terra. Bisogna ridurre. La decrescita senza uguaglianza è però un’idea folle. L’austerità è una forma di decrescita infelice. Economia sociale e solidale, ovvero imprese del terzo settore: molti le hanno portate ad esempio, ma c’è stato il netto rifiuto di un compagno secondo il quale servono solo a salvare la coscienza di chi le fa.

PROPRIETA’. Occorre mettere in discussione la proprietà privata. Non si dice mai che è necessario superarla, per lo mano le grandi fortune. Ma basta nazionalizzare? No, anche se è necessario per restituire allo Stato un ruolo di regolazione; in particolare per quanto riguarda la finanza e le banche. In realtà, tra proprietà privata e proprietà pubblica (entrambe sotto il controllo di pochi a danno dei molti) esistono i beni comuni la cui caratteristica principale è quella di essere sottoposti al controllo di una comunità: quella che fruisce dei loro servizi, ma che contribuisce anche al loro mantenimento e potenziamento. I cardine dei beni comuni è il concetto di custodia, che ci avvicina a una certa cultura cattolica.


 

FORMAZIONE. Tutti si sono trovati d’accordo sulla centralità della formazione e della cultura. Legando i temi ambiente, guerra e profughi/migranti dobbiamo creare una nuova cultura che susciti entusiasmo, così come facevano i concetti di socialismo e comunismo nel secolo scorso. Per questo vanno anche attualizzate le definizioni dei diritti. Dobbiamo proporci di agire sulle coscienze: la conversione ecologica è anche e soprattutto questo. Sull’entusiasmo è stata però sollevata una riserva: bisogna mettere al primo posto la ragione e non le emozioni.

Dobbiamo far riferimento alla cultura Ubuntu, al passaggio dalla cultura dell’io a quella del noi. In questo migranti e profughi possono aiutarci molto perché l’immigrazione, in paesi come la Francia e il Regno Unito ha già dato tutto quello che poteva dare. Da noi invece è un fenomeno nuovo e dobbiamo ancora scoprire e valorizzare le sua potenzialità dal punto di vista culturale. Senza però farci illusioni. I migranti sono portatori di grandi conoscenze sul modo di valorizzare le risorse, ma sono anche sradicati al punto di aver dimenticato o perso la loro cultura. Molti degli attuali migranti dell’Africa non sono più ”veri” africani, perché non sanno cantare e ballare: tutto quello che costituisce il cuore dell’anima africana. Vengono però in gran parte da ambienti agricoli: sanno lavorare in campagna e questo fatto potrebbe essere valorizzato molto meglio.

La cultura ubuntu significa anche abbandono della proprietà intellettuale, mutuo soccorso, solidarietà. A questo proposito sono stati richiamati il progetto milanese 20 pietre per la realizzazione di una nuova casa del popolo, l’esperienza delle transition town dove si coltivano frutta e ortaggi nelle aiole, a disposizione di tutti. E’ stata anche richiamata l’attenzione sull’economia di comunione dei focolarini, dove il profitto scompare, così come le elaborazioni di Zamagni e Bruni. Attenersi alle regole è però difficilissimo. In Puglia le aziende agricole che cercano di ingaggiare regolarmente i braccianti non reggono la concorrenza con il diffusissimo lavoro nero, di cui tutti sono a conoscenza, ma che nessuno contrasta veramente.


 

MIGRANTI. In Italia ci sono oltre 5 milioni di migranti e 110mila profughi. Si è prestata troppa attenzione ai secondi e nessuna ai primi. Tutti hanno bisogno di molta formazione; soprattutto sul rapporto tra ambiente, guerre e profughi. Un compagno ha sottolineato la pericolosità di una accettazione indiscriminata dei profughi. Nel 2050 l’Africa avrà un miliardo di abitanti e la maggioranza vorranno venire in Europa. Non si può accoglierli tutti. Bisogna trovare il modo di bonificare l’Africa per fermare quei flussi. E ‘ stato sottolineato che il punto di vista degli ultimi è anche quello dei migranti.


 

GIOVANI. Tutti hanno rilevato la mancanza di giovani nelle nostre riunioni. Non è vero che son o indifferenti. Ci tengono molto all’ambiente, risparmiano energia con internet invece di spostarsi, usano il car sharing. Sono molto sensibili come sa chiunque frequenti le scuole. Ricercano una ricchezza della persona e rifuggono da livore diffuso. C’è un grande movimento di ritorno alla terra, ma non son o in condizione di competere con il grande agrobusiness. Spesso parliamo dei giovano come se facessimo del marketing: come appropriarcene invece di pensare a come adeguarci al loro linguaggio, che è completamente diverso dal nostro.


 

MAPPATURA . Da più interventi è stato chiesto che si proceda al più presto verso una mappatura non solo della presenza di Primalepersone sul territorio nazionale, ma anche di tutte le iniziative di base che in qualche modo possono essere di interesse per il nostro lavoro. E’ stato anche proposto di monitorare sistematicamente le attività delle amministrazioni locali – dove si ha la forza per farlo – per verificare lo scarto che esiste tra le loro promesse elettorale e i loro impegni programmatici, da un lato, e il loro operare concreto dall’altro. E di inserirci in questo scarto per far valere le nostre rivendicazioni. Anche questo lavoro, ovviamente, non dovrebbe coinvolgere solo Primalepersone, ma dobbiamo invitare a farlo tutti gli organismi di base con cui siamo in contatto.