Momenti d'incontro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incontro 09 e 10 gennaio 2016

DALLA RAPPRESENTANZA POLITICA 
ALL’AUTORAPPRESENTANZA DEL MONDO SOCIALE

PrimalePersone, per l’Assemblea Permanente

Bologna 9 e 10 gennaio   - Centro Costa, Via Azzo Gardino, 44

INVITO ALL'INCONTRO

PROGRAMMA

SINTESI FINALE DELL'INCONTRO e PROPOSTE 

sabato 9 gennaio: Relazioni della mattina

 
    Interventi non programmati:
10. Barbara Spinelli
12. Cristina Quintavalla 
13. ….. 
 

Sabato 9 gennaio: tavoli del World Cafè (qui note sul metodo)

5. scuola
 
Contributi inviati sucessivamente dai partecipanti ai tavoli:
Piero Donati 
 
Domenica 10 gennaio: 
Altri se arrivano….. 
 

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video breve su gruppi

 

video più lungo su gruppi e conclusioni sabato

Sabato: Video 1Video 2Video 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberto Lucarelli: Riforme, la Costituzione secondo Renzi: premierato assoluto e negazione della rappresentanza

Riforme, la Costituzione secondo Renzi: premierato assoluto e negazione della rappresentanza”.

Alberto Lucarelli
Ordinario di Diritto Costituzionale - Università di Napoli Federico II

  1. Dubbi (sic!) sulla legittimità dell’attuale Parlamento a modificare la seconda parte della Costituzione. La sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 nel dichiarare l’incostituzionalità della legge elettorale definita Porcellum affermava che le Camere, elette appunto con una legge dichiarata incostituzionale, in particolare per l’assenza di una soglia minima per l’assegnazione del premio di maggioranza, avrebbero potuto continuare ad esercitare le loro funzioni soltanto sulla base di un principio implicito all’ordinamento giuridico ovvero su il principio fondamentale della continuità dello Stato. Un principio che tuttavia non legittima un esercizio prolungato nel tempo, tra l’altro finalizzato a stravolgere l’impianto costituzionale, ma al massimo, come esemplificato dalla Corte nella medesima sentenza, limitato nel tempo. In questo senso la stessa Corte fa riferimento alla prorogatio prevista negli articoli 61 e 77, comma 2 della Costituzione. Istituto che al massimo può prevedere un’efficacia di tre mesi. Quindi un Parlamento eletto con premi di maggioranza dichiarati incostituzionali e con un potere limitato nel tempo, come affermato dalla Corte, si avvia a mutare forma di governo e forma di Stato.

  2. La crisi della rappresentatività ed il dominio dell’esecutivo. Ai sensi del’art. 55 del progetto di riforma costituzionale Renzi/Boschi il rapporto di fiducia si instaurerà soltanto tra la Camera dei deputati ed il Governo. Soltanto la Camera dei deputati potrà concedere o revocare la fiducia. Questa norma tuttavia va letta unitamente alle disposizioni di cui alla legge n. 52 del 2015 (c.d. Italicum) che, come è noto, assicurano una maggioranza assoluta dei seggi all’unica lista che ottiene il miglior risultato. In sostanza, se un partito supera la soglia del 40% dei voti validamente espressi, al secondo turno al ballottaggio, anche con una soglia bassa di partecipazione, quindi anche in presenza di un’alta astensione, avrà la maggioranza dei seggi. Quindi, un partito anche non altamente rappresentativo sarà in condizione ed abilitato a formare il governo ed ottenere il voto di fiducia da parte della Camera dei deputati; un partito poco rappresentativo del corpo elettorale, espressione di una esigua minoranza di voti, potrà governare da solo il Paese. Il partito di maggioranza relativa anche con il 30% dei voti, ad esempio con il 50% degli astenuti, otterrebbe la maggioranza dei seggi. La funzione di determinazione ed attuazione dell’indirizzo politico si concentra tutta nelle mani dell’Esecutivo, anche in contrasto con quanto sostenuto ed argomentato nella sentenza n. 1 del 2014 della Corte Costituzionale con la quale si dichiarava l’illegittimità del c.d Porcellum. In particolare la Corte affermava che la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata dalla “governabilità”.

  3. Composizione del Senato. Peregrina è la composizione del Senato. 100 senatori di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Tutto incerto per le modalità di elezione di consiglieri e sindaci che, espressione delle autonomie territoriali, non saranno eletti dai cittadini ma le cui modalità di elezione sono rinviate ad una futura legge ordinaria. I 95 personaggi in cerca d’autore (per i cinque di nomina presidenziale l’autore è il Capo dello Stato che formerà un suo partitino) non hanno nulla in comune con la tanto evocata Camera delle regioni del cancellierato tedesco (Bundesrat). Infatti, a differenza del sistema tedesco, nella c.d. Camera delle regioni nostrana, non saranno presenti gli esecutivi regionali, ma 100 senatori part time. Ci troviamo dunque in presenza di un Senato debole, sia di fronte alla Camera che al Governo, ma altresì debole nei confronti degli stessi governatori regionali.

  4. Kafkiano iter legislativo. L’iter di formazione delle leggi è molto complesso. Si contano circa una decina di diverse modalità di approvazione di una legge, al di là delle leggi monocamerali e bicamerali( leggi costituzionali, leggi in materia di elezione del Senato, referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali). E’ evidente che i valori dell’efficienza e dell’efficacia (oltre che della velocità) su cui si basa il mainstream renziano risultano fortemente ridimensionati e soprattutto la farraginosità delle procedure legislative, presumibilmente, determinerà un forte contenzioso davanti alla Corte Costituzionale. In questo marasma legislativo si introduce il controllo preventivo di legittimità costituzionale affidato alla Corte costituzionale sulle leggi elettorali. Molto bene! Tuttavia un piccolo particolare: non è stato definito il rapporto tra sindacato in via preventiva della Corte e sindacato in via successiva. In sostanza, legittimamente ci si domanda: può una legge elettorale essere sindacata anche successivamente e quale sarà il rapporto tra giudizio preventivo e giudizio successivo? Boh! Non è dato saperlo…..con buona pace della certezza del diritto.

  5. Elezione degli organi costituzionali di garanzia. Il Capo dello Stato è eletto dalla Camera e dal Senato. Inutile dire che vista la sproporzione di numeri tra le due Camere sarà la volontà della Camera dei deputati a decidere ed a prevalere. Dal primo al terzo scrutinio occorrerà la maggioranza dei due terzi dell’assemblea, dal quarto al sesto dei tre quinti dell’assemblea, dal settimo scrutinio saranno sufficienti i tre quinti dei votanti. Come si vede dal settimo scrutinio la maggioranza è calcolata sui votanti e non sui componenti. Il che significa che dal settimo scrutinio il presidente potrà essere eletto con maggioranze parlamentari ridotte, qualora una o più forze politiche decidano di non presentarsi al voto. Pertanto, aumenta la forza della Camera nella scelta del Capo dello Stato, in raccordo con l’Italicum e soprattutto il potere del partito che ha la maggioranza grazie al premio elettorale. Strategie di partito sarebbero dunque in grado di far perdere il ruolo di neutralità che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica e la titolarità di quella sua funzione che notoriamente viene definita di indirizzo politico di controllo e garanzia, ovvero estranea all’indirizzo politico governante o di maggioranza.
    Un discorso analogo, ovvero di potenziale prevalenza del partito di governo nell’elezione degli organi di garanzia, è possibile farlo per l’elezione della componente laica del CSM che, come è noto, dalla terza votazione è eletta con i tre quinti dei votanti e non dei componenti l’assemblea, come invece avviene per i primi due scrutini.
    Infine, per quanto attiene all’elezione parlamentare dei cinque giudici costituzionali appare sproporzionato, vista la diversa composizione quantitativa tra le due Camere, che tre siano espressione della Camera e due del Senato, ma a parte questo dato anomalo, risulta quanto meno singolare che nell’ambito di un organo costituzionale non territoriale (quale la Corte costituzionale) l’elezione di due giudici avvenga da parte di un organo, appunto il Senato, che rappresenta nel progetto di riforma le istituzioni territoriali.

  6. Il c.d. Statuto delle opposizioni. Nel nuovo art. 64 del progetto di riforma è introdotta una modifica, ovvero i regolamenti delle Camere garantirebbero i diritti delle minoranze parlamentari ed il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni. I regolamenti parlamentari sono approvati a maggioranza assoluta, ovvero con il 50% per cento dei componenti l’assemblea, il che significa che, ancora una volta, in relazione con l’Italicum, sarà il partito di maggioranza che sostiene il Governo a decidere quando e quali poteri e garanzie concedere all’opposizione. I diritti delle opposizioni ostaggio delle maggioranze (sic!), anche, perché no, di un possibile ostruzionismo della maggioranza.

  7. Democrazia diretta o partecipativa. Per l’iniziativa legislativa popolare l’inganno è evidente: si innalzano le firme richieste da 50.000 a 150.000 con il pretesto che poi i testi dei cittadini avranno un percorso certo. Ancora una volta questo percorso certo, sia per l’esame che per la votazione, è riservato alla competenza dei regolamenti parlamentari, per cui valgono le considerazioni di cui al punto precedente. Al buon cuore del partito di maggioranza decidere sulle sorti della democrazia partecipativa e diretta. In merito all’istituto referendario, si aggiunge, accanto a quella esistente, un’altra procedura con un altro quorum. Infatti in caso di sottoscrizione della proposta da parte di 800 mila elettori sarà sufficiente per la validità del referendum la maggioranza dei votanti all’ultima elezione della Camera dei deputati. Si tratta di una norma che con il secondo quorum intenderebbe, rispetto al testo attuale, a facilitare la validità del referendum. Tuttavia, va ricordato che il vero nodo dell’esito referendario è la sua effettività, è consentire che la volontà referendaria sia poi recepita dall’organo legislativo. Sul punto va ricordata la recente sentenza n. 199 del 2012 della Corte costituzionale con la quale annullava norme tese a negare l’esito dei referendum del 2011 contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. In quell’occasione la Corte nell’annullare tali norme ribadì anche il principio del vincolo referendario ovvero il principio secondo il quale la sovranità popolare (art. 1 cost.) che si esprime anche attraverso gli istituti della democrazia diretta e partecipativa prevale e vincola il legislatore ovvero la sovranità statuale o legislativa. Una reale volontà a valorizzare gli istituti della democrazia partecipativa e diretta avrebbe spinto a valutare ipotesi quali il referendum confermativo e il referendum propositivo sdoganando il referendum soltanto dalla sua forza demolitoria di abrogazione delle leggi.

  8. La democrazia partecipativa oltre il referendum. I referendum del 2011 sui beni comuni e contro il nucleare, caratterizzati da una ampia partecipazione, hanno arrestato il processo di privatizzazione bipartisan lanciato sin dagli anni novanta. Tuttavia, il referendum abrogativo rimane comunque uno strumento di mediazione della sovranità dello Stato; è comunque uno strumento che non si può fare interprete in toto della democrazia partecipativa e/o diretta, in quanto è sempre governato e gestito, nei suoi esiti, dalla sovranità statuale piuttosto che dalla sovranità popolare. E' comunque uno strumento "concesso dall'alto" e proprio "dall'alto" ne può essere depotenziata la sua efficacia, la sua portata. Tende ad essere uno strumento ancellare della democrazia della rappresentanza che lo utilizza per smaltire le sue tossine. La prova ne è l'esito dei referendum del 2011 assolutamente depotenziati nei suoi effetti dalla sovranità statuale. L'abrogazione, quale effetto del referendum come previsto dall'articolo 75 della Costituzione, può assumere caratteri della democrazia partecipativa soltanto se si innesta in un binario democratico più ampio che si articola in analisi, proposta, conflitto, dissenso, lotta. In forme di autogestione e di auto rappresentazione e, come si è detto, in altre forme referendarie più incisive di quella abrogativa sotto il profilo della dimensione partecipativa.

  9. A mò di conclusioni. Si potrebbero porre all’attenzione del dibattito tante altre considerazioni – negative - sulla riforma, come ad esempio che:
    - non è vero che scompaiono le province, ma soltanto che si toglie ad esse la copertura costituzionale e che quindi potrebbero continuare ad esistere fintanto che non lo voglia il governo;
    - sono introdotte con il progetto di riforma disposizioni proprie di un federalismo competitivo che nulla hanno in comune con il nostro impianto di regionalismo collaborativo. Ad esempio la clausola di supremazia statale, che attribuisce sostanzialmente al governo il potere di decidere quando c’è l’interesse nazionale, e che consente allo Stato di legiferare anche in materie di competenza esclusiva delle regioni;
    - la norma che attribuisce al Governo il potere di imporre alla Camera dei deputati di deliberare entro settanta giorni su disegni di legge governativi, dichiarati prioritari, attribuisce all’Esecutivo la possibilità di dettare l’agenda politica: tempi e contenuti, relegando il Parlamento in un angolino.

Queste riflessioni, che meritano ovviamente ulteriori approfondimenti, non vogliono assolutamente apparire come il desiderio di un ritorno al passato o come il rimpianto proporzionale o del Parlamento quale luogo esclusivo della rappresentanza, intendono piuttosto evidenziare la singolarità di un processo di così ampie proporzioni promosso da un Parlamento sul quale pesa una sentenza della Corte costituzionale che sostanzialmente lo delegittima, perlomeno per progetti così ambiziosi, articolati e complessi. Si è voluto evidenziare come il combinato riforma elettorale-riforma Renzi-Boschi configuri un modello fondato sulla tirannia della maggioranza, nel quale gli stessi organi di garanzia non sono messi in condizione di operare come strumenti di pesi e contrappesi.

I cittadini italiani devono essere consapevoli, alla vigilia della campagna referendaria, allorquando in ottobre saranno chiamati alle urne per confermare o meno la riforma, che li si propone un modello del tutto originale per le democrazie occidentali, e comunque ben distante dai principi fondativi della nostra architettura costituzionale quali la partecipazione democratica, la rappresentanza politica, l’equilibrio tra i poteri.

I cittadini devono sapere che:

  1. il rafforzamento dell’esecutivo, la stabilità, la governabilità non richiedono necessariamente la devastazione della nostra forma di governo e dei suoi principi fondativi, anzi esecutivi forti necessitano di opposizioni forti;

  2. b. che l’uscita dal bicameralismo perfetto o paritario non significa mascherarlo con un mocameralismo di fatto accompagnato da una camera di zombie.

Se malauguratamente dovesse passare questa riforma sarà molto più semplice per il partito-governo-maggioranza parlamentare incidere di fatto, con leggi ordinarie, e perché no con buona pace di Kelsen, con regolamenti, anche sulla prima parte della Costituzione

 

Contributo Cima 10/1

Ho pubblicato la mia relazione in anticipo sul mio blog (www.lauracima.it) e dovremmo imparare a fare tutti così, per dar modo di leggere ed arrivare preparati agli incontri, e anche per pubblicizzarli. Tutti noi siamo nodi di reti che dobbiamo attivare rendendo attrattiva la nostra proposta APP (Usiamo l’acronimo che avevamo deciso che ci ricorda anche assemblea permanente). Quanto stiamo sperimentando è un metodo nuovo per stare insieme, è far agire l’intelligenza collettiva. Dal tavolo di ieri è emerso chiaro che prima di Berlusconi era egemone la cultura, anche politica, di sinistra lasciataci dai nostri costituenti. Il ventennio ci ha portati in questo pantano e Renzi ne è figlio. C’è quindi una frattura generazionale che si misura anche con i nostri capelli bianchi. C’è un solo migrante, un solo operaio e un solo giovane. Siamo riuscite a recuperare all’ultimo una forte presenza femminile perché il nostro linguaggio e la nostra proposta hanno fatto breccia tra femministe di Milano, Bologna, Genova. Dobbiamo elaborare una nuova proposta e, visto la debacle della sinistra, la stiamo identificando in una proposta essenzialmente ecologista e femminista? Studiare diceva Cacciari e sperimentare nei territori facciamo in tanti, un livello di collaborazione e cooperazione, un linguaggio coinvolgente, la capacità di ascolto, di fare domande piuttosto che di dare risposte noi. Che tanto sarebbero inascoltate anche perché gravemente insufficienti: giovani e immigrati, e anche le donne,ci insegneranno..

L'organizzazione è comunicazione, è su questo che i gruppi territoriali devono lavorare .I gruppi tematici, ovviamente territoriali, saranno collegati ai referendum, alla difesa del clima e dell’ambiente dall’inquinamento e dalla cementificazione, alla formazione al rispetto e alla nonviolenza.


 

Contributo Cocchi

Vorrei iniziare con una considerazione che a me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica quanto la società è tanto più o meno democratica.

 

In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista.

 

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente” e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la libertà d’insegnamento.

 

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l'eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l'insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

 

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione.

 

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

 

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio. La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra, terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava.

 

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

 

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d'élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro.

 

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” - vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato.

 

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli.

 

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui - dati OCSE - ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.

 

Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti.

 

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

 

Nel 2000, leNorme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione, l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” - il grembiulino, la maestra unica - cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

 

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni. Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola - ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola - non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica, che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti, valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà, risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

 

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube?

 

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi, “oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

 

Una scuola via via più impoverita che Renzi - nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti - ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

 

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.

 

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua “distruzione” del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti.

 

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime - finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori - verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità, ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari.

 

Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà della libertà e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali - Consiglio d’Istituto ed al Collegio docenti - che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.

 

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando, staff, selezione meritocratica e controllo del personale.

 

Quella di Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità.

 

La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

 

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla considerazione della scuola come specchio della società.

 

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

 

E la scuola apparecchiata oggi - con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

 

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione - per cambiare la scuola e renderla davvero democratica dovremmo provare a cambiare la società.

 

La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.

 

Se è così, la risposta alla domanda delle domande - Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.

 

Il 5 settembre, proprio da qui, da Bologna, , da un incontro nazionale della scuola cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, la coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

 

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante.

Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme.

Saremo all’altezza, ne saremo capaci?

 

Contributo Guarrera

UNIAMOCI
Progetto funzionale per coordinare le forze di sinistra e/o comunque antagoniste al neoliberismo e
allo sfruttamento sistematico e distruttivo dell'Ambiente Naturale.
Per la promozione e la realizzazione della visione di un altra possibile forma sociale che operi
esclusivamente per garantire la felicità e il benessere del genere umano senza distinzione di razza,
genere e religione
A seguito dell'occupazione da parte del partitoPD degli spazi prima a disposzione della Sinistra, e
della deriva pro PD di SEL, esistono attualmente varie realtà in condizioni sparse e dispersive, ma
ATTIVE:

  • Ciò che resta di RC
  • Ciò che resta di #primalepersone
  • Ciò che resta di ALTRA EUROPA (varie realtà territoriali ma attualmente non coordinate fra loro
  • Scontenti dispersi da 5stelle
  • Comitati vari per la difesa dei Beni Comuni
  • NO TAV
  • NO TRIV
  • Centri Sociali
  • altre realtà da censire

Ritengo che il modo migliore per tentare di fare sistema fra tutte queste realtà ATTIVE in modo da
ottenere un risultato pratico di lotta e maggiore VISIBILITA' sia di agire come se tutte queste realtà
facessero parte di un SISTEMA DI LIQUIDI contenuti in AMPOLLE con vasi comunicanti.
Ciò significa condividere esperienze, lotte e documenti, ottimizzandone la stesura senza fare
continui doppioni analizzando quelli di ugual argomento e sintetizzando mano a mano quello che di
condivisibile possano avere.
Stabilire e mantenere rapporti fra realtà fra di loro affini per il tipo di attività, in modo che possano
da ciò trarre il massimo vantaggio ed insegnamento, nonché CONCRETA SOLIDARIETA' in caso
di momenti difficili nell'attraversare lo scontro se ciò accadesse.
Quindi il principio dei vasi comunicanti applicato a questa attività potrebbe garantire una continua
omogeneità di informazione (CONTROINFORMAZIONE) ed uguali livelli di conoscenza e di
crescita.
Gradualmente questa attività potrebbe RIGENERARE e ridare fiducia alle realtà che potrebbero
acquisire sempre più la sensazione di fare parte di un progetto e in questo le persone si potrebbero
sentire singolarmente più forti e motivate
AGGIUNGO che dovrebbe essere rilanciata l'attività dei gruppi femministi, ai quali potrebbero
partecipare eventualmente anche gli uomini e/o omosessuali se lo desiderano.
Sono convinta comunque del fatto che alle tastiere non si risolve niente, l'attività informatica può
essere solo uno strumento attraverso il quale lo scopo da raggiungere sia di RIEMPIRE LE PIAZZE.
Inutile aggiungere che ci attendono importanti scadenze, più pressante certamente il
REFERENDUM ma anche TTIP etc e quindi darsi una struttura nazionale è assolutamente
INDISPENSABILE.
PROPONGO QUINDI di effettuare al piu’ presto riunioni per regione alle quali si inviteranno tutte
le realta’ AFFINI dall’elenco qui sopra e/o altre altrettanto consimili e dat tali riunioni si
eleggeranno 2 portavoce per regioni, che resteranno in carica SOLAMENTE fino alla successiva
riunione regionale. I 2 portavoce si recheranno alla successiva riunione nazionale dove verranno
decise linea politica e PRIORITA’ delle lotte da sostenere e diffondere, sempre secondo il principio
ORIZZONTALE ED EQUANIME delle ampolle di vasi comunicanti. E cosi’ via, CAMBIANDO
OGNI VOLTA i portavoce.
Secondo me questo principio dovrebbe garantire l’autenticita’ della rappresenzanza e salvare da
personalismi inutili e dannosi .

 

Contributo Leto

Il dibattito del 10 Gennaio – BOLOGNA

 

Antonella Leto – Sicilia - Forum acqua - Introduzione

Prima le Persone (PLP) è nata il 29 marzo 2014, dopo la decisione di alcuni gruppi di uscire da L’Altra Europa con Tsipras (AET), con l’dea di cercare un percorso alternativo verso la costruzione di una forza che faccia argine ai disastri che abbiamo di fronte attraverso l’autorappresentanza dei movimenti.

Lo statuto di PLP ha una funzione di servizio ed è necessario alla funzionalità di Liquid Feedback (LQF), la piattaforma informatica che abbiamo adottato quale strumento decisionale. Sara da integrare ed è indirizzato alla costruzione di uno spazio entro cui tutti possano portare le proprie idee in maniera creativa, evitando di entrare nel solco disastroso dei tavoli della sinistra.

Il nostro obiettivo è creare uno spazio sociale e politico per rappresentare le istanze che noi stessi portiamo avanti sui territori. La conversione ecologica è al centro dei nostri interessi.

Dobbiamo costruire la controinformazione per riconquistare all’attenzione ed alla passione politica chi si è allontanato, attraverso un lavoro culturale collettivo. La battaglia è epocale e globale ma deve essere combattuta per poter continuare a coltivare e far rinascere la speranza.

L’aderenza al territorio deve restare la nostra caratteristica per far avanzare le lotte e renderle virali declinandole regione per regione. Abbiamo bisogno di una rivoluzione che parta da noi stessi.

Facciamo una sperimentazione, entrando in un campo che nessuno ancora conosce, partendo dall’analisi della fase e delle prospettive.

Noi dobbiamo far si che i movimenti di persone con la loro diversità diventi una ricchezza. Perché Schengen viene messo in discussione, in nome della lotta al terrorismo, mentre la circolazione delle merci resta libera?

Proviamo a mettere davanti gli interessi delle persone e delle generazioni future, facendo nascere qualcosa che vada oltre l’appartenenza di ciascuno.

 

Roberta Radich – Vicenza - ad integrazione

Il vecchio modo di fare politica è ormai irrecuperabile e noi non abbiamo alternativa. Diamo un input diverso con tempi che non sono definibile. Dobbiamo arrivare ad un soggetto politico che nasca dal basso con un percorso che dobbiamo individuare metodologicamente, ma che sia una forma aperta ed in grado di modificarsi adattandosi alle esigenze del momento.

 

Gian Luigi Ago – La Spezia ad integrazione

Puntiamo all’autorappresentanza e riempiamo lo stacco tra elettori e ceto politico attraverso sistemi innovativi senza porci come obiettivo gli appuntamenti elettorali. Arriveremo ad un’organizzazione, ma vogliamo che nasca attraverso un incontro tra pari. Intraprendiamo un cammino lasciando la sicurezza di ciò che è già conosciuto.

 

Simonetta Astigiano – L’Altra Liguria

L’Altra Liguria (AL) è nata come comitato territoriale di AET e si è costituita in associazione a settembre del 2014, quando è risultato evidente che il percorso di AET si sarebbe fermato. Abbiamo partecipato alle elezioni regionali ottenendo un risultato deludente, I motivi sono molti, ma uno di questi è stato certamente la mancanza di un riferimento nazionale. Riferimento che noi dobbiamo costruire ed organizzare a partire da ciò che è presente sui territori, abbiamo necessità di un coordinamento. Dobbiamo far comprendere che siamo in grado di portare avanti battaglie collegate sul territorio nazionale da un filo conduttore che si chiama antineoliberismo, conversione ecologica, Costituzione.

Avere un coordinamento tra gruppi territoriali non significa avere un partito ma semplicemente poterci presentare con un’idea univoca di governo del paese, perché è ormai chiaro a tutti che siamo condizionati da organismi superiori sempre più verticistici. Comuni e Regioni conteranno sempre meno. Abbiamo bisogno di una forza in grado di dare rappresentanza nazionale ed europea, diversamente non saremo credibili in quanto non offriremo alcuna prospettiva.

LQF può essere uno strumento che facilita questo processo di coordinamento, facilitando la comunicazione a distanza, ma perché possa funzionare come spazio di autorappresentanza deve diventare uno strumento di massa. Dobbiamo spingere verso quell’obiettivo, ma se non ci muoviamo verso un’organizzazione con obiettivi ed identità precise resteremo nell’indeterminatezza e nella irriconoscibilità.

Se le elezioni non possono essere l’unico obiettivo non possiamo neanche far finta che non esista o che ci facciano schifo, perché è nelle istituzioni che si muovono le leve del cambiamento, e so vogliamo dare un speranza e consentire l’autorappresentanza dei movimenti dobbiamo essere in grado di muoverle. Per questo però non abbiamo 10 anni, allora sarà troppo tardi, dobbiamo essere in grado di dire qualcosa per le elezioni del 2018.

PROPOSTE (elencate dopo da Carmelita Guarrera).

 

· Teniamo aperti e funzionanti tutti i tavoli di lavoro mettendo in comunicazione i partecipanti attraverso mailing list e LQF, stimoliamo l’operatività.

 

· Organizziamo un coordinamento tra Regioni, alcune lotte sono le stesse ovunque. La sanità si sta privatizzando ovunque.

 

· PLP – Assemblea Permanente si ponga come collettore dei materiali e delle proposte dei gruppi territoriali per costruire un’azione politica coordinata, nazionale ed Europea.

 

· Organizziamo un incontro dei comitati territoriali.

 

...... Nocera - L'Altra Calabria

Il nostro statuto prevede l’articolazione territoriale del nostro movimento da organizzare entro un anno, dobbiamo metterla insieme oggi. Definiamo il funzionamento e gli aspetti politici. La nostra priorità deve essere l’emergenza climatica ed i territori si devono misurare per declinarla scendendo nel concreto delle azioni necessarie.

Per costruire convergenza tra tante realtà partiamo da referendum contro le riforme costituzionali.

 

Marco Deligia – L’Altra Sardegna (documento allegato)

Avanziamo le nostre proposte in continuità con il seminario del 3 dicembre a Genova. L’Associazione PLP che sia di riferimento per una nuova soggettività politica attraverso la realizzazione di una rete che dia gambe ai territori. Dobbiamo mettere le lotte e le azioni a fattore comune.

Abbiamo bisogno di un canale web, con una piattaforma informatica che sia facile da usare ed accattivante.

Bene la proposta di costruire un giornale online.

Il lavoro deve diventare la priorità per la nostra azione politica.

 

Ugo Sturlese – Cuneo

Siamo partiti come Comitato territoriale di AET ed abbiamo aderito all’appello di PLP. Eravamo una ventina, siamo rimasti in tre, tra cui il sindaco di un piccolo Comune.

Il giudizio sulla riunione di ieri è certamente positivo per gli argomenti trattati e la presenza di molte realtà, ma osservo che tra noi c’è un restringimento della forza di coordinamento che alla fine diventa un’oligarchia ristretta che assume le decisioni . E’ importante partire dall’ambito locale, dove si dialoga, si mettono in campo azioni di lotta, si possono fare esperienze amministrative.

I movimenti a cui ci riferiamo sono monotematici, stentano a trovare rappresentazioni politiche della loro lotta e sono soggetti plurali che comprendono partiti, anche lontani tra loro e sono condizionati dai reflussi della politica. Noi dobbiamo:

· darci un’organizzazione che non metta in contrapposizione i gruppi territoriali e l’uso di LQF.

· Farci conoscere e far capire chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo andare.

· Fare un’assemblea che discuta di analisi strutturale ed individui la linea politica che vogliamo assumere.

Dobbiamo attrezzarci per affrontare i due grandi temi della crisi capitalistica e climatica, una crisi di sistema che richiede una proposta di sistema che abbia un’idea complessiva di società e sia alternativa.

 

Giovanni Nuscis – L'Altra Sardegna

L'Art. 69 della Costituzione, stabilendo che tutti i cittadini possono organizzarsi in partito per partecipare alla vita politica del paese stabilisce il principio dell'auto rappresentanza. Noi abbiamo tracciato un solco entro cui muoverci, ma abbiamo bisogno di radici e di identità. Dobbiamo sviluppare il lavoro sui territori, ed ogni territorio deve contribuire a sviluppare i principi in cui ci riconosciamo. Dobbiamo tendere ad entrare nelle istituzioni per poterle cambiare, ma poi dobbiamo trovare il modo affinché chi entra in quelle istituzioni mantenga un rapporto costante con i propri elettori.

Abbiamo bisogno di un coordinamento e di una organizzazione, senza dimenticare la necessità di auto rappresentanza dei movimenti sociali.

 

Riccardo Rossi - L'Altra Puglia

Ci siamo uniti intorno ad un appello in cui ci siamo riconosciuti ed abbiamo visto come è finita. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori, ma non idealizziamo la partecipazione dal basso, che non potrà esserci senza la volontà da parte delle piccole esperienze territoriali di collegarsi in rete. La nostra proposta è quella di collegare un primo coordinamento, dotato di un minimo di organizzazione ed aperto. Lanciamo un'assemblea per la costruzione di questa rete entro due o tre mesi e poi organizziamo una serie di assemblee itineranti su temi specifici. Su queste potremo verificare i punti di convergenza e far nascere idee e programmi capaci di tenerci assieme. Le realtà territoriali potranno formare reti locali senza trascurare le liste di cittadinanza.

 

Thierry Deng - Varese

A Varese per le prossime comunali stiamo costruendo una lista, in cui io sarei candidato sindaco, per contrastare lo strapotere della Lega. Vogliamo condividere questa esperienza con PLP e l'esposizione mediatica che potrà darci. Proponiamo un incontro a Varese di PLP sui temi dell'immigrazione anche per dimostrare che siamo collegati e parte di un insieme nazionale.

 

Marco Memeo - Sardegna

Noi stiamo già usando un metodo vecchio in questa assemblea , se vogliamo essere altro dobbiamo cambiare sistema a partire da noi.

Ho deciso di restare dentro AET pur non sentendomi rappresentato dalla struttura ..................

La parola sinistra può avere significati diversi a seconda di come si interpreta, Renzi dice di essere di sinistra, per noi è di destra, per questo meglio non usarla per definirci.

Le persone devono stare e lavorare nei territori, ma le idee di ciascun territorio devono essere raffrontate tra di loro. Potremmo sviluppare in ciascun gruppo locale 5 o 6 punti su cui confrontarci.

 

Laura Orsucci - L'Altro Piemonte a Sinistra

Siamo stati i primi a presentarci a livello regionale (insieme alle elezioni europee), ma ora è tutto da ricostruire, a livello locale come nazionale. C'è un vuoto enorme, lasciato dalle esperienze passate e tutti i tavoli unitari stanno fallendo. Immaginiamo subito un nuovo incontro da organizzare insieme alle reti ed alle realtà già presenti a livello nazionale per affrontare alcune tematiche importanti, Europa, immigrazione, lavoro e reddito.

Non disperdiamo il patrimonio di questo incontro.

 

Domenico Gattuso - L'Altra Calabria

Quanto siamo visibili? Quante persone conoscono la nostra esistenza al di fuori di qua? Dobbiamo diffondere velocemente i risultati e la sintesi di questo incontro e diffondere tutti i documenti, come quelli delle assemblee già tenute a Genova e Palermo.

Le realtà territoriali sono molto variegate, non abbiamo una omogeneità tale da consentire una federazione immediata dei gruppi territoriali.

 

 

Laura Cima - Torino

Ho pubblicato la mia relazione in anticipo sul mio blog (www.lauracima.it) e dovremmo imparare a fare tutti così per dar modo di leggere ed arrivare preparati agli incontri. Tutti noi siamo nodosi una rete, quanto stiamo sperimentando è un metodo nuovo per stare insieme. Dobbiamo elaborare un livello di collaborazione e cooperazione tagli che ci consentano di portare avanti un discorso culturale capace di coinvolgere anche giovani e dimmigrati, che mancano da questa nostra assemblea.

L'organizzazione deve essere comunicazione, è su questo che i gruppi territoriali devono lavorare.

 

Cristina Quintavalla - L'Altra Emilia Romagna

Sono di sinistra, fieramente di sinistra, perché la sinistra ha una grande storia, ed in quel solco dobbiamo restare. Dobbiamo seguire la sinistra non per ideologia ma perché significa guardare la realtà dalla parte di chi è oppresso, debole, immigrato. Il problema non è solo di metodo, ma anche politico, abbiamo bisogno di una prospettiva politica di interpretazione della realtà. Al momento non abbiamo altra alternativa che costruire una rete lasciando che ciascuno segua il proprio percorso dobbiamo saper valorizzare le differenze.

L'Altra Emilia Romagna è interessata ad un percorso che costruisca una rete.

 

Francesco Campanella - Senatore gruppo misto - AET

Il problema è complicato, dobbiamo riuscire a creare una massa d'urto capace di portarci fuori dal pantano in cui ci troviamo, ma le differenze sono tante e non riusciamo a superarle. Ho molti dubbi sulla reale possibilità di riuscire a creare una sintesi dal basso, l'esperienza del M5S lo dimostra, ma è una bella sfida ed uno stimolo fortissimo per quelle realtà che si misurano istituzionalmente ma mancano della necessità di rappresentare. La sfida è enorme, e tra noi deve esserci una maggiore capacità di accogliere anche chi ha scelto un percorso all'interno di un partito. La mia speranza è che si riesca a creare un soggetto unico della sinistra che assomigli un po’ di più alle persone che sono qua.

 

Fernando Bruno - Milano - Cittadini Liberi

Dobbiamo chiederci e capire perché non ci sono giovani tra noi, non sappiamo raccontare quello di buono che facciamo. I giovani usano gli strumenti in rete ma noi non sappiamo comunicare. Oltre alla rete il contatto umano e sociale è fondamentale ed il lavoro sui territori è importante perché consente un contatto diretto e la presenza nelle piazze e nelle lotte.

 

Felice Besostri - Coordinamento Democrazia Costituzionale

Sui ricorsi avverso l'Italicum dovremmo avere le prime notizie da Genova in una quindicina di giorni. Sono stati inoltrati ricorsi ovunque, ci sono ancora alcune realtà in cui costruire i ricorsi (Cagliari, Trento, Bolzano, Caltanisetta). In questo modo decideranno sui ricorsi giudici diversi. Ora è il momento di far sentire la voce dei cittadini, perché i giudici sono sensibili all'opinione pubblica.

La modifica delle Province e l'istituzione delle Città Metropolitane, con elezioni di secondo grado in cui si sono formati listoni spesso con il numero esatto di persone per cui era disponibile il posto, è passata sotto silenzio perché è mancata l'opinione pubblica.

La legge di modifica costituzionale non è una riforma ma una deforma, non ha alcun aspetto positivo

Il termine sinistra indica dove si sta ma non dove si vuole andare, occorre aggiungere un aggettivo che faccia comprendere ciò che veramente siamo.

I giovani ci sono, seguono leader (Grillo, Civati, Iglesias)

Non contrapponiamo cittadini ed "esperti".

 

Nicolò Lanza - Molise - Rivoluzione Civile

Siamo stati i primi a presentarci alle elezioni, prima di AET, ottenendo un risultato analogo a quello ottenuto da tutte le altre forze simili. Non riusciamo ad intercettare quel 50% di non- voto.

Ora la lotta la facciamo in piazza, facciamo opposizione fuori dalle istituzioni.

Abbiamo bisogno di un coordinamento territoriale per poter crescere, iniziamo a costruire raccordando i tra noi. Ci mettiamo a disposizione di un percorso POLITICO alternativo

 

Vincenzo Pellegrino

Al fine di definire al meglio la “mission” di PleP, è necessario distinguere con chiarezza l’Associazione che porta questo nome da quella che è invece l’Assemblea permanete alla cui realizzazione stiamo lavorando. È opportuno che PleP porti avanti con determinazione l’opera di catalizzatore del processo di ricomposizione dal basso necessario a dar luogo l’A.P. per come l’abbiamo pensata. La sua è una funzione di servizio e transeunte il cui scopo è proprio quello di favorire l’incontro e la condivisione di un processo politico tra i vari attori sociali attivi nelle lotte. Solo a valle della costituzione di un’Assemblea permanete si potrà pensare a dar vita, nelle forme dell’autorappresentanza, ad una forza politica popolare che possa essere maggioritaria nel paese e che lo accompagni, in un contesto di trasformazione che interessi l’intero continente europeo, attraverso il cambio di paradigma in cui siamo già di fatto immersi.

Le reti, di cui molti anche qui hanno parlato, sono forme di relazione troppo labili, non in grado di farsi carico, con la dovuta affidabilità e solidità, del processo di ricomposizione che invece non può più attendere.

Esistono già molti esempi di esperienze virtuose che mostrano concretamente come sia possibile operare, anche in senso economico, nel rispetto dell’ambiente, dei diritti del lavoro e all’insegna di rapporti umani positivi e solidali.

Rispetto alla relazione tra dimensione nazionale e territoriale in PleP, quello di Assemblea permanete è un metodo che può essere riprodotto a tutte le scale e, nel momento in cui sono salvaguardati i principi ispiratori del progetto a iniziare da “una persona, un’idea, un voto”, non si prefigurano problemi di sorta nel far convivere queste due dimensioni.

 

Simone Lorenzoni - Siena

Il prepolitico deve arrivare anche una fase politica. Servono un'identità ed un riferimento nazionale tutti vogliono costruirlo ma manca la partecipazione della base, e questo è il primo motivo del fallimento delle costruzioni dal basso.

Occorre coerenza, è fondamentale, così come serve un radicamento sui territori.

PLP non ha ancora la necessaria partecipazione dei gruppi territoriali al forum e in mailing List. Il decisionale LQF è l'ultimo passaggio, dopo la discussione. Dobbiamo portare i territori dentro ,o spazio comune, non c'è bisogno di un coordinamento diverso nè di una delega.

 

Carmelita Guarrera - L'Altra Liguria

Dobbiamo immaginare i comitati territoriali come vasi comunicanti che si riempiono a vicenda, servono azioni concrete, ci sono scadenze urgenti. Facciamo un censimento delle lotte da portare nel contenitore nazionale. Prepariamo assemblee territoriali a cui invitare vari soggetti.

Lanciamo un appello a chi ha votato AET.

Costruiamo un gruppo di studio sulle guerre per fare contro informazione.

 

Sergio Caserta - L'Altra Emilia Romagna.

Dobbiamo individuare degli obiettivi ravvicinati che siano concreti ed unificanti, la campagna referendaria contro la legge di deforma costituzionale può essere il primo. Ma non dobbiamo tenere un atteggiamento liquidatorio, cerchiamo di usare la critica per fare tutti un passo avanti. La costruzione deve basarsi su analisi, un sistema di regole condivise, principi politici.

 

Pietro Del Zanna - Poggibonsi

Non siamo in grado di fare una federazione, c'è troppa eterogeneità, possiamo solo andare avanti così, ma i gruppi più organizzati possono coordinarsi tra di loro. La modalità di azione è importante quanto i contenuti, ma su questi dobbiamo ancora chiarirci.

 

Maurizio Denaro - La Spezia

Veniamo tutti da esperienze passate fallimentari, dobbiamo analizzare gli errori ed andare avanti senza ripeterli. Sarebbe utile evitare di fare una sommatoria degli interventi perchè molte delle cose dette ci accomunano e sono state ripetute da tanti. Oggi la tendenza è quella di essere identitari e noi dobbiamo capire da ciò che divide per capire se questo può essere superato da una coscienza collettiva. Il linguaggio e la forma sono ciò che ha permesso alla classe dominante di ucciderci, impariamo anche noi ad usarli.

Costruiamo un'organizzazione capace di dare rappresentanza in maniera diversa, perché i movimenti da soli non possono andare avanti. Fondamentale fare contro informazione.

 

GianLuigi Ago - La Spezia

PLP ha uno statuto di servizio per promuovere uno spazio di incontro tra soggetti differenti, questo spazio è l'assemblea permanente. Non c'è bisogno di un coordinamento territoriale, i riferimenti li abbiamo già è PLP non vuole crescere come partito. le elezioni non devono essere un obiettivo perché rappresentano un ostacolo lungo il percorso. L'AP rappresenta la proposta politica di PLP, li devono confluire tutti i gruppi interessati a formare, in futuro, un soggetto politico nuovo.

Abbiamo idee diverse su come portare avanti L'AP. Lanciamo delle assemblee permanenti su ogni territorio.

Contributo Marco Deligia

INTERVENTO E PROPOSTE PER LA “DUE GIORNI” A BOLOGNA DI “PRIMA LE PERSONE” (9-10 GENNAIO 2016)-

di Marco Deligia (L’Altra Sardegna-Sassari)

Richiamo alcune parti dell’intervento esposto da me per “L’Altra Sardegna” al seminario svolto a Genova il 24 ottobre 2015. Passaggi che ritengo tuttora validi e praticabili per la ideazione e la crescita di una rete-movimento che svolga elaborazione ed operi sotto l’egida, in campo nazionale, proprio di “Prima le persone”. Non solo uno slogan ma una concezione significativa di una politica di nuova generazione democratica, di base, dal basso, condivisa su obiettivi comuni. Un politica in rete, che sappia essere davvero accogliente, plurale e identificabile per chi dal basso vuole operare con spirito collettivo e allo stesso tempo vedendo valorizzata una particolare identità individuale, associativa e territoriale. L’elaborazione e la proposta in osmosi saranno favorite dai contenuti e dalle campagne comuni. Un’egida e una concezione: “PRIMA LE PERSONE”. Una visione comune, profonda e alternativa, antiliberista, basata sulla salvaguardia dei diritti e dei valori richiamati dalla COSTITUZIONE; CON UNA PRIORITARIA VISIONE E PROIEZIONE SULLA COSIDDETTA CONVERSIONE ECOLOGICA.

Una concezione politica e sociale di SINISTRA NUOVA per me può essere considerata con convinzione e credibilità solo con il coerente coraggio e con la coerente testimonianza di pratiche sociali e politiche alternative al neoliberismo. PRATICHE SOLIDALI CHE GIA’ OGGI E NEL FUTURO SIGNIFICHEREBBERO UNA SCELTA DI CAMPO PER RIGENERATE LIBERTA’ E UGUAGLIANZA E SOLIDARIETA’ . QUESTO, PER ME, E’ SINISTRA, NUOVA E ALTERNATIVA, DI FATTO E IN RISPOSTA AL LATO OSCURO DELLA GLOBALIZZAZIONE E DEL TOTALITARISMO FINANZIARIO E IN UN CAMPO CHE RIFIORISCA VENENDO LIBERATO DAL TRISTE CONTESTO DI MACERIE E POLVERIZZAZIONE BUROCRATICA DELLA ATTUALE STINTA SINISTRA, CHE HA TRASCINATO CON SE’ IL FALLIMENTO ATTUATIVO DI “L’ALTRA EUROPA”.


 

  1. DALL’INTERVENTO SVOLTO A GENOVA.

UNA RETE E UNA PIATTAFORMA PER CREARE E CONSOLIDARE UNA SOGGETTIVITA’ NUOVA.Immagino una rete e piattaforma come canali di elaborazione, confronto e comunicazione progettuale. Rete e piattaforma incarnate nella soggettività che vogliamo costruire. Tema aperto, ma non angosciante, sull’aspetto della forma del soggetto: movimento, partito, o rete fortemente caratterizzata di associazioni, movimenti, organizzazioni civiche. Sorge spontaneo un richiamo al modello “Podemos”, che dosando e intersecando linee di comunicazione multimediale ha trovato sinora buona strada di ricezione nel popolo spagnolo e nel contesto internazionale. Interessante una osservazione sulla realtà di “Podemos”: un soggetto che si muove con progettualità di governo ma non di finalizzazione e gestione sul e del potere.

…Il punto è non annullare tra di loro o ribaltare i ruoli di queste identità, di questa soggettività da costruire e consolidare in intelligenza collettiva in rete, in elaborazione, in contatto diretto o tramite web. Anche sotto questo fondamentale aspetto, è cosa buona e giusta pensare a una dimensione efficace e nuova, ma non ammiccante o sottoposta a ridondanti “nuovismi”, che affidano lo scettro dei contenuti agli strumenti che invece dovrebbero veicolare gli stessi contenuti e valori da discutere, approfondire, CONDIVIDERE ATTIVAMENTE. Lo strumento, il canale di trasmissione in rete, non deve assolutamente rischiare di diventare il “trionfo” della dispersione. Quella dispersione su cui “L’Altra Sardegna” ha lanciato tempo fa un grido d’allarme.

Per convertire la lamentazione in un propositivo slancio, è significativo un passaggio che traiamo dal verbale dell’assemblea regionale di “L’Altra Puglia” dello scorso 11 ottobre 2015 a Bari: “…E’ necessario costruire una riconoscibilità in positivo della nostra azione, non solo per negazione ma per affermazione; le nostre idee su Europa, lavoro, diritti, ambiente e beni comuni, scuola e democrazia”.

Sviluppiamo un’idea tangibile di rete. Un concetto di rete come modello ampiamente partecipativo e rappresentativo. In cui, attraverso una compiuta ed esauriente integrazione, viaggiano soggetti e idee programmatiche, elaborazioni e deliberazioni in sede diretta e nel web. Anche se-soprattutto in dimensione web-va articolata un’esperienza con numeri democraticamente adeguati, con un coinvolgimento ampio attraverso una piattaforma aperta, agevolmente accessibile, in particolare per le adesioni, e articolata in spazi deputati a diverse funzioni ed espressioni. PIATTAFORMA E RETE DI DEMOCRAZIA DIFFUSA, DI ANIMAZIONE CULTURALE, SOCIALE E POLITICA CHE DEVE SAPER MOVIMENTARE E ORGANIZZARE ORIZZONTALMENTE, CON PORTAVOCE, ANIMATORI (PIU’ CHE GESTORI DEL FLUSSO DI ELABORAZIONE E CONFRONTO, AGGIUNGO IN QUESTO SCRITTO) E PROPOSITORI CHE ACCOMPAGNINO IL CAMMINO PROGRAMMATICO…


 

2) LA SOGGETTIVITA’ IN RETE: UNA SOGGETTIVITA’ DINAMICA

Insisto, a proposito di quello che ho esposto a Genova, sulla questione SOGGETTIVITA’; questione per me essenziale, e con caratterizzazioni di pluralità e di rispetto delle stesse, che possiamo chiamare differenze culturali e di esperienza sociale e politica; questione basilare perché dove si profila un’adesione su basi democratiche e dal basso, tanto piu’ deve essere chiaro e praticabile il riferimento di questa adesione. Che immediatamente deve dare chiarezza di riferimenti essenziali, coordinate minime ma trasparenti su contenuti e obiettivi, su iniziative e , aggiungerei, su campagne di scopo. SI ADERISCE A UNA RETE. MA MEGLIO ANCORA SI ADERISCE A UNA SOGGETTIVITA’ PLURALE , ALLA RETE “PRIMA LE PERSONE”. SE LA NOSTRA ADESIONE E’ SCANDITA IN MODO CHIUSO NEL WEB, SI RISCHIA DI ADERIRE A UN CLUB DI GESTORI DI UN FLUSSO, PER QUANTO PROFONDO E NOBILE, DI MERE COMUNICAZIONI O DI INTERVENTI A CIRCUITO CHIUSO. L’ELEMENTO “SOGGETTIVITA’”, PER ME DA INTENDERE IN MODO DINAMICO, AVREBBE OCCASIONE DI DETERMINARE UN PERCORSO VERAMENTE COSTRUTTIVO TRA TERRITORI, TESSUTI ASSOCIATIVI E MOVIMENTI, PER FARE SQUADRA SOTTO LA TANGIBILE E ATTRENTE EGIDA DI “PRIMA LE PERSONE”.

Tengo a confutare e sottoporre a una critica costruttiva ciò che ha affermato Gudo Viale nel suo intervento al seminario di Genova. Ha scritto Viale: “Nel corso dell’ultimo anno, nell’attività di Primalepersone, si sono intrecciati due diversi approcci: uno teso a promuovere una aggregazione di diverse organizzazioni, dai chiari connotati politici, sulla base di una appurata affinità delle loro impostazioni programmatiche. L’altro impegnato soprattutto nell’aggregazione di organizzazioni di base e comitati di lotta intorno a obiettivi di mobilitazione, per far crescere, a partire da essi, una prospettiva di trasformazione sociale di carattere piu’ generale. Personalmente propendo per la seconda linea di condotta: la prima mi pare troppo simile ai tentativi di aggregazione promossi dalla lista L’Altra Europa, che ci siamo volutamente lasciati alle spalle, e troppo esposta a decomporsi con molta facilità, nonostante la fatica impiegata per promuoverla. La seconda definisce invece in modo chiaro quale può essere il ruolo di un’organizzazione piccola come Primalepersone senza pretendere di essere, o di star costruendo, il fatidico “soggetto” politico nuovo”.

Non voglio soffermarmi sul “dualismo” formulato da Guido Viale, che per certi versi mi vede concorde nelle sue osservazioni critiche e nella sua opzione. Tengo però particolarmente a considerare che il concetto di “soggettività” in rete (materiale e web) che io ritengo vitale, è un concetto che questo dualismo non ricomprende. E’, il concetto di “soggettività” che affermo, all’opposto, qualcosa di dinamico, che tra l’altro non si autolimita in partenza dimensionandosi in “piccola organizzazione politica” o che al contrario non si auto-enfatizza. Per me il concetto di “soggettività” è teso a progredire facendo rete di contenuti attraverso la graduale ma chiara aggregazione di realtà che hanno ed esercitano certamente la loro autonomia, dal basso, dai territori o dalle aggregazioni tematiche e di impegno politico, sociale e civile. Riuscendo comunque, con queste caratterizzazioni , a svolgere un’opera preziosa: ad accompagnare le aspirazioni e le adesioni di chi vuole vedere coltivata un’alternativa antiliberista e per una rigenerata visone democratica, partecipata, dei diritti, delle istituzioni e della società in Italia. Aperta a una visione solidale globale. Declinate in questo ampio contesto, le parole concrete RETE-ORGANIZZAZIONE-COORDINAMENTO-CONDIVISIONE-RAPPRESENTANZA-AUTORAPRESENTANZA SONO VITALI PAROLE-CHIAVE. PAROLE CHIAVE PER DARE RESPIRO A UNA PROPOSTA COLLETTIVA, C0NDIVISA. PAROLE CHIARE PER COINVOLGERE. PAROLE CHIARE PER RAPPRESENTARE UN’ALTERNATIVA CHE ABBIA DIETRO DI SE’ ENERGIE VERE, IN OSMOSI, MOTIVANTI.


 


 

3)PRIVILEGIARE CIO’ CHE PUO’ UNIRE LA RETE DI “PRIMA LE PERSONE” E GUARDARE A UN’INNOVAZIONE VERA E PROFONDA, NELLA COMUNICAZIONE.

Si tratta di rimuovere tendenze davvero vecchie a marcare confini e pregiudizi, retaggio di una scelta che non contempla l’ascolto, l’approfondimento reciproco. Una rete di movimenti, associazioni, persone che è nella possibilità di praticare progetti davvero condivisi in modo pieno, non può cadere in contraddizioni clamorose, come posizioni che tendono sempre e comunque ad avare l’ultima parola, magari con orientamento distruttivo. Invito, con umiltà, ad una riflessione su questa possibile degenerazione. Il rispetto, l’equilibrio, la pazienza nell’ascolto e nel recepire le differenti posizioni sono elementi fondamentali di verifica di coerenze e di reale volontà di costruire concretamente un percorso rispettoso delle nostre dichiarate buone proposizioni. Invito a questa riflessione, comprendendomi per primo in questo impegno anche autocritico, perché talvolta ho colto, nella comunicazione di “Prima le persone”, insofferenze, tendenza al pregiudizio e alla diffidenza e, inoltre, tendenza a volersi attribuire il compito di chiudere un confronto su un certo argomento siglando l’ultima parola: considerata inscalfibile, indiscutibile, inattaccabile. O al contrario, ho colto alcune volte una tendenza alla persuasione ad ogni costo nei confronti dell’interlocutore, per me sterile rispetto a un’auspicabile, paziente approfondimento, per una piena comprensione reciproca delle rispettive posizioni. Imputo questi black-out e queste forzature alla difficoltà registrata nel rendere il piu’ possibile lineari e adeguati i canali di comunicazione.

Una delle sfide costruttive è quella della innovazione della comunicazione, dello stesso linguaggio nell mettere in campo proposte coordinate, dopo che le stesse hanno avuto modo di viaggiare nei territori, dalla base, da un approfondimento largo e partecipato, su canali non gerarchici. Prefigurando una concezione di mondo, di società, che tutte/i noi possiamo spingere con convinzione, in alternativa a questa imperante e iniqua condizione che nega cooperazione solidale. Ma non basta declamare strumenti nuovi, innovazione a parole. C’è un substrato culturale che va rigenerato, che chiede idee alternative. E questo cammino non può essere svincolato da un dialogo tra realtà associative e tra diversi territori. Sospinto da un coordinamento che sia integrazione e azione compatta tra diverse realtà per progetti comuni. E tra i temi irrinunciabili è quello della dignità del lavoro e, alla base, della dignità e liberta delle persone. Non ho preclusioni a coltivare e fare sintesi tra diverse proposte. “L’Altra Sardegna”, nel corso di questi mesi, ha prospettato con realtà generose come “L’Altra Liguria” un’opzione di “federatività” su base regionale. Un’opzione degna di considerazione, che non vedo in contraddizione con quella di rete democratica, innovativa, con concezioni di cambiamento dal basso e fondamenti di auto rappresentanza, di “Prima le persone”.


 


 

4) LA MIA IDEA GENERALE DI CANALE WEB PER ELABORARE, DIFFONDERE E CONDIVIDERE I CONTENUTI, PROGRAMMI E INIZIATIVI DELLA RETE NAZIONALE “PRIMA LE PERSONE” PER UN’ALTERNATIVA “IN “REGIONE”, “IN ITALIA”, “IN EUROPA”.

Di recente, dalla mail-list di “Prima le persone” ho colto una valutazione di Ugo Sturlese (Piemonte), in risposta a un interlocutore. La trascrivo testualmente: “Una ricognizione sullo stato dell’arte a livello territoriale (livello indispensabile per l’iniziativa politica) non significa dotarsi di un coordinamento nazionale: a questo livello funziona (o meglio dovrà funzionare) liquidfeedback. D’altro canto in mancanza di minimi dati di conoscenza, finisce comunque per formarsi, anche se non voluto, un gruppo dirigente informale piu’ capace di comunicare o piu’ disponibile a comunicare per web (o anche piu’ capace tout court). Con i limiti però dell’autorappresentazione non dei movimenti, ma del ristretto gruppo di appartenenza. Questo per me è il limite degli strumenti informatici e nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo. Fare a meno delle riunioni territoriali “in presenza”, certamente nelle forme aperte di “Assemblea permanente”, sarebbe a mio giudizio un errore o comunque una pratica poco coinvolgente, come dimostrano i dati sugli accessi al forum o sulla partecipazione alle votazioni. Naturalmente ci stanno a monte i problemi di proposta politica e di visibilità/comunicazione, che do per scontati in questo contesto.

Parliamone almeno e arriviamo a una conclusione senza esaurirci in un inconcludente ping-pong informatico. D’altro canto cosa sono le assemblee sec World Cafè, Community Lab Party se non un tentativo di rivitalizzare forme di comunità “fisica” e partecipata?”

Ho recepito con estremo interesse queste considerazioni. Si tratta di fare un passo conseguente e decisivo per evitare una strettoia.

Intanto a cosa e come si aderisce? Io la vedo così: si aderisce alla rete nazionale “Primalepersone” . Si aderisce o individualmente o come associazione che a sua volta ha recepito le adesioni nei territori, magari (ma è solo un esempio tra i tanti) in un ambito tematico e di azione su un tema. Quello delle adesioni deve essere un particolare link nella “home page” di “Prima le persone”. Nella stessa home- page ci devono essere link di accesso al forum, da utilizzare a scansione condivisa per i dibattiti e le deliberazioni L’associazione che sceglie di delegare può delegare, nell’esercizio di una piena autonomia organizzativa. Ma poi su quali deliberazioni si andrebbe a un voto “plenario” nella piattaforma? Al forum si aggancia anche lo strumento della videoconferenza. Anche qui, teoricamente, agli appuntamenti che spesso traccerebbero o precorrerebbero vie deliberative, dovrebbero partecipare tutti gli/le aderenti alla rete. E allora anche in questo caso si prospetta l’opportunità, affiancata all’autorappresentanza, di delega. Noi dell’ “Altra Sardegna” partecipiamo alle videoconferenze con la delega a un portavoce, ad esempio. Il liquidfeeback , a parree di alcuni, risolverebbe le questioni, pensando ottimisticamente; ma attualmente l’approccio è ridottissimo in “Prima le persone. Se c’è uno spirito di squadra, di coesione, di apertura, a una soluzione sulle deliberazioni su canale web si arriverà di sicuro. Da parte mia nessuna preclusione sul mezzo. Si deve però decidere chiaramente e nella massima condivisione possibile sulle procedure e sui passi da fare.

Il forum deve rapidamente sostituire l’attuale funzione e attività della mail-list. Di dibattito e animazione su un tema il piu’ possibile diretta, coinvolgente. La mail-list deve servire per comunicazioni e chiarimenti essenziali, senza repliche.

Un link deve essere dedicato a documenti, scritti, tesi in particolare all’approfondimento.

Un link e una voce deve essere riferita all’aggiornamento su “Chi siamo-chi c’è nella rete”, con nomi di associazioni e movimento, rimando ai rispettivi blog e pagine.

Chiudo con una domanda-proposta. Si sta valutando l’interesse all’accesso alla “News” settimanale? Credo che quantomeno, sempre che lo si ritenga passo essenziale, questo lodevole servizio comunicativo-informativo debba essere modificato o quantomeno integrato o rafforzato con un “foglio web” di comunicazione-informazione di “Primalepersone”. E’ un’intrapresa giornalistica. Abbiamo le energie e l’interesse?


 

Marco Deligia

(L’Altra Sardegna)


 

Marco Deligia: tel. 339/ 25 07 267; e-mail: m.deligia@virgilio.it


 


 


 


 


 


 

 


 

 

Contributo Sturlese

BOLOGNA 10 GENNAIO 2016

3 questioni fondamentali: 1) Rapporto territori-assemblea permanente-liquidfeedback/PLP-movimenti Limiti dell’attuale situazione a 8 (Roma)-12 mesi (appello Gattuso)dalla nascita: scarsa consistenza numerica (probabilmente meno di 200 collegati in qualche modo anche labile e di impossibile collocazione territoriale), 80 iscritti a liquifeedback, 60-70 adesioni con versamenti, ambito di discussione di 20-30 persone, ambito decisionale su LF idem. Rischio formazione di un gruppo dirigente informale auto rappresentativo, scollegato dai territori, centrato molto su questioni anche sostanziali di metodo o sull’adesione ad iniziative nazionali pur condivisibili di coordinamenti vari (coalizione clima-NO TRIV, coalizione sociale, costituzione). Il tutto genera scarso appeal e scarsa partecipazione, tutto il contrario di quello che si vuole fare. L’ambito locale non può che essere l’ambito privilegiato perché:A) nei territori si articolano i movimenti con caratteristiche anche solo locali o come premessa e sostegno alle iniziative nazionali, B)nei territori si partecipa alla vita amministrativa, dalla quale non è possibile o almeno conveniente tirarsi fuori, perché fortemente motivante sui cittadini. I movimenti stentano ad autorappresentarsi in modo politico, perché sono monotematici (vedi Forum dell’acqua, migliore esempio di vita associativa e di metodologia di lavoro), a composizione plurale per definizione (anche militanti PD o comunque di partiti), soggetti a riflussi in relazione alle decisioni della politica. QUINDI I NUCLEI TERRITORIALI COMUNALI SONO IMPRESCINDIBILI CON RIUNIONI IN PRESENZA E IN COLLEGAMENTO CON LIQUIDFEEDBACK (anche con delega) a seconda del carattere locale o generale delle decisioni da assumere e secondo la metodologia dell’Assemblea Permanente (una testa,un’idea, un voto -Athos-il maggior “consenso” possibile) Quindi nessuna contrapposizione fra riunioni locali in presenza e decisionale di LF. Il livello regionale non può essere quindi decisionale, ma solo funzionale, di coordinamento operativo o limitato a specifiche problematiche regionali che non abbiano una ricaduta politica nazionale) e non può quindi precostituire un’organizzazione federativa, che presuppone una verticalizzazione e una gerarchizzazione della struttura, che compromette in origine il concetto di Assemblea Permanente e richiede deleghe più o meno stabili. ( Questa parte può essere rivista alla luce di Bologna). Il rapporto coi Movimenti non può essere rozzamente egemonico, ma in primo luogo di presenza qualificata sul campo dei singoli aderenti, di promozione delle iniziative o anche di adesione formale, quando richiesta. 2) Aspetti della comunicazione Lo sviiluppo di strumenti adeguati di comunicazione, che rendano possibile la nostra visibilità (appeal power, dicono gli esperti) è un nodo indiscutibile, quanto di difficile realizzazione per le problemsatiche economiche e professionali, che esso comporta. Per esemplificare, mi rifaccio alla proposta di Domenico di un giornale on line a carattere nazionale e locale ad un tempo. E’ necessaria fin da subito una valutazione di fattibilità. Tenendo sempre conto che nessuna attrazione è possibile senza una proposta politica, costruita collettivamente in maniera processuale, in Assemblea Permanente, ma partendo da alcuni presupposti almeno, che remdano realizzabile tale processo. 3)Elementi di analisi strutturale e di proposta di sistema. Mi rendo conto che tale richiesta è divisiva in sé, ma d’altro canto io penso che le divisioni e il frazionamento della sinisistra non siano frutto del caso o solo della presupponenza e della meschinità di ceti dirigenti, votati all’autoconservazione e quindi portatori di una concezione burocratica e verticale del Partito. Pensiamo ad es. alla spaccatura principale fra RC e SEL, giocata sul tema dello scioglimento dei vecchi Partiti e sull’alternativa al PD, ma in realtà ammiccante ad una idea di società e di rapporti produttivi affatto diversa e non superabile solo proponendo obbiettivi a breve apparentemente praticabili. Non è il caso di addentrarci oggi in questa discussione, per la quale peraltro grandi strumenti di riflessione potrebbero venire dall’ultimo libro di Luciano Gallino, “il denaro, il debito e la doppia crisi” (così come da Naomi Klein o dallo stesso JeremyRifkin) per costruire un momento di riflessione collettiva. In sostanza, si chiede Gallino, come affrontare una fase di transizione a partire da due contraddizioni fondamentali del capitalismo, una (probabile) intrinseca, la stagnazione secolare, legata allo sfruttamento del lavoro e alla caduta della domanda, aggravata un Europa all’adozione di politiche di austerità, l’altra certa e ben visibile nella sua drammaticità, legata allo sfruttamento delle risorse del Pianeta. In sostanza una crisi di sistema alla quale dobbiamo rispondere con una proposta alternativa di sistema, che non può riproporre le vecchie ricette della sinistra storica , ma potrebbe piuttosto rifarsi al modello costituzionale dell’economia socialedi mercato e dei Beni Comuni (tema molto attuale in vista del Referendum sulle modifiche alla Costituzione). Insomma occorre una analisi strutturale (della composizione delle classi, dei rapporti di produzione, ecc. e una proposta di sistema credibile.

Domenico Gattuso: Politiche dei Trasporti. Grandi opere, TAV, Mobilità Equo-Sostenibile, No alle privatizzazioni

Politiche dei Trasporti. Grandi opere, TAV,

Mobilità Equo-Sostenibile, No alle privatizzazioni

Domenico Gattuso – Bologna, 10.01.2015

 

 

Politiche dei Trasporti

Le politiche economiche, in Italia negli ultimi 30 anni, sono state fortemente caratterizzate dall’ideologia neo-liberista, di stampo reaganiano e thatcheriano, diffusa ad arte con un’azione mediatica senza precedenti, declinando parole chiavi come liberalizzazione, privatizzazione, flessibilità del lavoro, crescita economica, grandi opere.

Un’ideologia fortemente dominata da lobbies della finanza, del cemento, della guerra, dell’energia petrolifera, di interessi particolari e spesso criminali, che si è rapidamente estesa anche a formazioni politiche sedicenti progressiste e storicamente impegnate a perseguire il bene pubblico. Da Clinton a Blair ai governi degli Stati europei più recenti, questa ideologia è diventata trasversale e unificante, sfociando in evidenti gravi processi come l’affermazione del “pensiero unico”, lo sfruttamento irrazionale delle risorse del pianeta, la finanziarizzazione speculativa dell’economia, l’estendersi dei fenomeni bellici, i cambiamenti climatici sfocianti in frequenti eventi estremi, l’inquinamento esasperato dell’ambiente, le migrazioni climatiche, l’ingiustizia diffusa.

Questa politica è stata nefasta anche nel settore dei trasporti. In Italia, come nel resto d’Europa, alle dichiarazioni roboanti in sede di programmazione, ipocritamente definite “politiche di coesione” hanno fatto da contraltare le strategie della concentrazione delle risorse, l’affermazione delle grandi opere infrastrutturali (MOSE, TAV, Autostrade, Ponte sullo Stretto, ecc.) e della privatizzazione dei servizi (ferroviari, marittimi, autostradali, aerei, logistici, trasporto pubblico). L’emblema legislativo è stata la Legge Obiettivo di Berlusconi che trova oggi continuità nel Decreto Sblocca Italia di Renzi. I trasporti sono visti in un’ottica puramente aziendale e non come sistema di servizi a vantaggio dell’interesse collettivo; si privatizzano i settori che apportano profitti e si lasciano allo sbando i settori meno remunerativi. Il risultato è un disastro le cui manifestazioni si rivelano attraverso le numerose forme di squilibrio esasperato e nel malessere per ampie componenti della comunità. Si è allargata la forbice tra Nord e Sud Italia, tra province e metropoli, tra pubblico e privato, tra manager e lavoratori, tra mobilità dolce e mobilità motorizzata, tra Enti di governo e cittadini.

 

Una lunga lista di scelte sbagliate

La lista delle scelte politiche “corto-miranti” nel settore dei trasporti è alquanto lunga. Si richiamano qui solo alcune delle vicende che hanno marcato il percorso della Legge Obiettivo e dei governi neo-liberisti degli ultimi 30 anni.

Autostrade. Evidente il divario di dotazione tra Nord e Sud. Ingentissimi gli investimenti pubblici. La gestione è demandata a soggetti privati, con i proventi dei pedaggi che finiscono nelle tasche di privati; a titolo esemplificativo ci si può chiedere perché mai un industriale dell’abbigliamento come Benetton gestisca il passante di Mestre? Non sarebbe più naturale una gestione pubblica con gli utili destinati alle infrastrutture minori (messa in sicurezza, manutenzione, ecc.).

Ferrovie. La realizzazione delle linee TAV è costata circa 130 Miliardi di Euro; nello stesso periodo alle ferrovie ordinarie sono state destinate briciole (meno di 5 Miliardi), i collegamenti interregionali si sono impoveriti con la cancellazione di decine di relazioni su medio-lunga percorrenza e i servizi regionali sono stati ridotti in uno stato vergognoso. Impossibile un viaggio diretto, diurno o notturno, tra Sud e Nord, impossibili viaggi in treno tra Regioni del Sud, impossibili i collegamenti locali; i pendolari del treno che sono 10 volte più numerosi dei viaggiatori dei treni ad alta velocità, alla faccia della logica di mercato per la quale l’offerta dovrebbe seguire la domanda, vivono vessazioni d’ogni sorta. Si smantellano linee ferrate (oltre 500 km nel solo Piemonte in appena 5 anni), si chiudono e si lasciano nel degrado centinaia di stazioni che rappresentavano siti di vita sociale e culturale, si sacrificano raccordi ferroviari, binari di stazione ritenuti inutili, si chiudono impianti, si lascia spazio libero alle lobbies delle autolinee sovvenzionate comunque dagli Enti Locali. Nel frattempo si sono perse decine di migliaia di posti di lavoro (oltre 120 mila nell’arco di un ventennio). La logica dei corridoi e delle concentrazioni ha determinato orrori. Un cittadino di Roma si trova un’offerta di trasporto incredibile: oltre 120 treni ad alta velocità al giorno verso Milano (con un tempo di viaggio di meno di 3 ore), decine di voli aerei, un’autostrada di primo ordine; viceversa decine di città del Sud sono ormai isolate o scarsamente accessibili. Si impiegano oltre 4 ore di tempo per un viaggio di 250 km in Calabria, la linea ferroviaria ionica è sotto attacco, si parla di smantellare 450 km di binari e già hanno tagliato i collegamenti con la Puglia. Non a caso si vanno mobilitando centinaia di associazioni e di sindaci, alle cui battaglie però non viene dato risalto nei media di regime. Di recente hanno deciso di privatizzare anche le Ferrovie; la scelta è stata già determinata, in queste settimane i vertici politici bisticciano solo per definire le modalità di spartizione della torta (naturalmente la parte remunerativa). Non sarebbe più opportuno un bilanciamento secondo i principi di sussidiarietà e solidarietà tra segmenti ricchi e segmenti deboli? Non sarebbe più etico e politicamente corretto abbandonare la logica dominante del privatizzare i profitti e socializzare le perdite?

Trasporto aereo. Alitalia stava affondando, Berlusconi ne risanò i bilanci a carico dei cittadini italiani (2,7 Mdi di Euro) e affidò l’azienda, privatizzandola, ad un gruppo di imprenditori furbastri; dopo qualche anno la crisi si è ripetuta, ma nessuno degli imprenditori ci ha rimesso; il risultato è stato una svendita ad una compagnia araba, la perdita di migliaia di posti di lavoro, l’impoverimento dei servizi.

Trasporto marittimo. I servizi di traghettamento sono ormai quasi del tutto in mano privata; lo Stato rinuncia perfino a fare una seria concorrenza come nello Stretto di Messina in cui quasi tutto il traffico è assorbito ormai da un consorzio di imprese private, in regime di monopolio camuffato, con profitti consistenti e tariffe esose per i viaggiatori (un cittadino di Reggio Calabria che voglia andare in auto a Messina paga 73 Euro per un viaggio di andata e ritorno; immaginate se avvenisse la stessa cosa fra due quartieri di Roma o di Milano). La privatizzazione dei servizi verso la Sardegna ha determinato un raddoppio delle tariffe, in evidente contrasto con le politiche che dovrebbero assicurare continuità territoriale ed accessibilità alle isole ed aree periferiche. E l’assurdo è che anche in questo caso ai privati vengono assicurati aiuti di Stato. L’ultima minaccia in ordine di tempo è la eliminazione dei servizi di traghettamento ferroviario fra Calabria e Sicilia, per isolare ancora più marcatamente una regione con 5 milioni di abitanti e magari riproporre la soluzione ponte che piace tanto ad alcuni grandi gruppi cementificatori.

Su 263 porti censiti in Italia, ben 178 si trovano nel Mezzogiorno e 45 nel Nord, ma in termini di equipaggiamenti e peso economico il rapporto è ribaltato ed il grosso degli investimenti continua ad essere indirizzato solo sulla parte più ricca del paese. Analogo discorso vale per le infrastrutture e i servizi di logistica, con le principali piattaforme di scambio merci situate nel Centro-Nord, mentre a Sud si dismettono sistematicamente le stazioni cargo ad opera di Ferrovie dello Stato; quest’ultimo ente propone, peraltro, la creazione di 9 poli interportuali, localizzati tutti in pianura padana, ad eccezione di uno scalo in Campania.

Trasporto Pubblico Locale. In questo campo la privatizzazione non dovrebbe sussistere dato che quasi sempre e ovunque le aziende sono deficitarie. Impossibile coprire i costi di gestione con i soli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti. In Italia poche aziende superano il 25-30% del rapporto ricavi/costi. Allora perché anche in questo campo si manifesta l’interesse privato? Forse perché si tratta di una falsa privatizzazione; in altri termini la gestione dei servizi passa in mano privata, ma a pagare rimane l’ente pubblico, ovvero i cittadini attraverso le imposte. Si afferma che la logica di razionalizzazione ed efficientamento è più facilmente perseguibile con manager privati che non con una gestione pubblica; laddove si è operato questo tipo di scelta, in realtà, il trasporto pubblico locale ne è uscito a pezzi, con conseguenze disastrose per i cittadini.

Tunnel in Val di Susa e Ponte sullo Stretto. Ormai è stato dimostrato ampiamente l’irrazionalità di queste opere; si è dimostrato che le comunità non ne trarrebbero alcun vantaggio, ma solo oneri a carico diffuso, sia di tipo finanziario che di tipo ambientale. Ma le lobbies perseverano, sostenute da politicanti complici e mazzettari di bassa lega. Le lotte di questi anni (No TAV, No Ponte) hanno dimostrato che se la comunità si ribella e organizza il dissenso, le decisioni sbagliate cessano di essere imposte. Non basta però: occorre un cambio di passo culturale collettivo, occorre assicurare libertà reale di informazione, occorre una responsabilizzazione diffusa dei cittadini.

In generale pare affermarsi una strategia lobbistica mirata a peggiorare la qualità dei servizi pubblici; così facendo si attiva un processo di denuncia manipolato e si prospetta come unica soluzione l’attribuzione del controllo ai privati. Ai quali in definitiva le aziende vengono svendute a detrimento dell’ente pubblico. E’ quanto sostengono da diverse angolazioni personalità come Paolo Barnard, Paul Krugman, Naomi Klein, Noam Chomsky. Il rischio è ormai quello della svendita dell’intera nazione.

 

Nuovi paradigmi

Proponiamo una politica lungimirante anche nel campo dei trasporti, ispirata all’equità economica, sociale ed ambientale, finalizzata al riequilibrio e alla coesione territoriale. Diciamo no ad un approccio di governo che non risponda ai canoni della corretta pianificazione; non ci sta bene che il decisore decida a priori senza proporre alternative comparate e senza coinvolgere la comunità nel processo di valutazione. La buona prassi, in sede comunitaria, suggerisce che prima di decidere su un intervento infrastrutturale occorra disegnare scenari alternativi e porli pubblicamente a confronto. La negazione del processo partecipativo nelle scelte di progetto e nella gestione dell’esercizio sono di per sé deleteri.

Adottiamo pratiche virtuose per il coinvolgimento delle popolazioni che in altri contesti sono ormai consolidate; come, ad esempio, la istituzione di Centri di Tutela degli Utenti dei servizi di trasporto in Germania, presenti a scala locale e finanziati dalle Regioni; gli enti di governo devono rispondere alle comunità ed alle loro esigenze primarie, rispettando principi etici e di equilibrio economico, sociale, territoriale.

Non si può seguitare con la politica neo-liberista degli squilibri. Occorre affermare il diritto alla mobilità per tutti, ad una mobilità sostenibile ed a costo equo. Mobilità che non produca effetti negativi sull’ambiente, che non riverberi ricadute negative sulle future generazioni. Occorre assumere una nuova visione del rapporto fra cittadini e territorio, dell’urbanistica, dell’assetto dei sistemi e delle tecnologie di trasporto, nuovi modelli culturali, l’affermazione di un principio di responsabilità collettiva al fine di limitare le esigenze private quando queste diventano prevaricatrici. Perciò parliamo di Trasporti Equo-Sostenibili (TES).

Trasporto equo è anche quello che non falcidia migliaia di vite umane. Bisogna arrestare la strage che ogni anno si verifica sulla rete stradale italiana a causa degli incidenti. Ma anche azzerare le morti bianche dei lavoratori del trasporto, dai portuali ai ferrovieri, agli operai dei cantieri che rappresentano oltre il 60% delle vittime sul posto di lavoro. Trasporto equo è ancora quello che non lucra secondo le logiche dell’intermediazione parassitaria a scapito dei produttori e dei consumatori finali dei beni. In una società civile, il diritto alla mobilità non può rispondere a logiche finanziarie, deve rappresentare una componente sostanziale del diritto alla libertà.

 

Francesco Baicchi: Il Comitato per il NO: referendum o plebiscito?

Il Comitato per il NO: referendum o plebiscito? 

Francesco Baicchi 

Il 2016 sarà un anno decisivo per la nostra democrazia. Se non riusciremo a impedire l’entrata in vigore della nuova legge elettorale (italicum) e delle modifiche costituzionali verranno messi in discussione i principi fondamentali della democrazia parlamentare: che la ‘sovranità appartiene al popolo’ (art. 1 Cost) e che le decisioni politiche si prendono a maggioranza, ma anche che il potere della maggioranza non è assoluto, come già affermato da Tocqueville.

Per ragioni di tempo dò per scontata (salvo tornarci in seguito) la conoscenza delle reali conseguenze delle modifiche che l’attuale strana maggioranza parlamentare intende apportare alle nostre istituzioni: sostanzialmente la concentrazione di tutto il potere nell’esecutivo, o meglio nel capo del governo, senza controlli né garanzie; con un parlamento di personaggi nominati dai partiti e non eletti dai cittadini, privo di reali poteri e competenze.

Quello che Renzi cerca di far passare per un plebiscito su se stesso, parlando solo di abolizione del CNEL e riduzione del numero dei senatori, è in realtà un ritorno indietro di un secolo, alle origini di un regime autoritario.

Soprattutto è la cristallizzazione della situazione attuale di illegittimità costituzionale. Una situazione resa possibile negli ultimi decenni da troppe connivenze dei vertici dello Stato, che avrebbero invece avuto il compito di difendere la legalità repubblicana.

A questo proposito vorrei ricordare che l’attuale partito di maggioranza (il PD) non è stato il più votato alle ultime politiche del 2013 e rappresenta circa il 25% dei voti espressi, che sono stati grosso modo la metà degli aventi diritto. Ha la maggioranza solo grazie al ‘premio’ previsto dal ‘porcellum’, che deforma la volontà popolare ed è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza n.1/2014 della Corte Costituzionale, che ha ottenuto per l’alleanza col SEL. E grazie a un programma elettorale che Renzi sta clamorosamente tradendo, che prevedeva la difesa della Costituzione ed escludeva alleanze con i berlusconiani.

La situazione di illegalità costituzionale è aggravata dal mancato rispetto proprio della sentenza 1/2014, che non prevedeva lo scioglimento automatico delle Camere per il principio della ‘continuità dello Stato’, ma faceva riferimento al regime di ‘prorogatio’, che può durare non più di 2/3 mesi e non autorizzava certo il completamento della legislatura. Ma chi doveva garantire l’applicazione della sentenza, come supremo tutore della Costituzione, cioè il Presidente della Repubblica, ha scelto di non intervenire.

Quindi un governo che si regge su una maggioranza di trasformisti in un parlamento illegittimo sta cancellando, con disinvoltura e violando la prassi parlamentare, decenni di conquiste sul piano dei diritti, della solidarietà, della equità, della tutela dell’ambiente e del patrimonio, che nemmeno Berlusconi era riuscito a demolire. E lo sta facendo senza aver ricevuto nessun mandato popolare, ma solo l’appoggio di poteri oscuri e, soprattutto, la designazione del Presidente della Repubblica Napolitano.

Questa situazione, che con la Costituzione del 1948 rappresenta una patologia della nostra democrazia e ricorda l’avvento del fascismo; con le cosiddette ‘riforme’ si tenta di farla diventare ordinaria e irreversibile.

Basta pensare che la nuova costituzione conferirebbe al governo il potere di imporre al Parlamento l’approvazione delle sue proposte senza poterle emendare, quindi senza esame nel merito; approvazione sostanzialmente automatica, visto che di fatto è il capo del governo che nomina i parlamentari di maggioranza.

Contro questa deriva autoritaria come Coordinamento per la Democrazia Costituzionale stiamo tentando di utilizzare tutti gli strumenti legali che come cittadini abbiamo a disposizione: abbiamo presentato ricorsi di incostituzionalità contro le leggi elettorali regionali e contro l’italicum; abbiamo depositato due quesiti referendari per l’abrogazione delle parti più incostituzionali dell’italicum; abbiamo costituito il Comitato per il NO e chiederemo ai cittadini di votare NO nel referendum costituzionale, che non può che essere oppositivo e non sarà concesso da Renzi.

Quel referendum possiamo vincerlo, se saremo uniti e riusciremo a superare il muro di silenzio quasi unanime della stampa.

Una delle maggiori difficoltà dipende dalla strategia dell’amo che Renzi sta mettendo sistematicamente in atto, nascondendo i pericoli e le reali conseguenze delle sue ‘riforme’ con concessioni all’egoismo superficiale di una parte dell’opinione pubblica. Così delle modifiche costituzionali si parla solo delle ‘economie’ che deriverebbero dalla abolizione del CNEL e della riduzione del numero dei senatori, non della trasformazione della forma di stato in repubblica presidenziale.

Un altro problema è l’obbligo di votare su un unico quesito SI o NO a temi diversissimi: dalla modifica accentratrice del Titolo V a quella dell’ter legislativo, dal CNEL alla modifica del Senato.

Quindi il nostro primo impegno deve essere informare, chiarire a tutti su cosa realmente si andrà a votare con i referendum.

Se avessimo tempo sarebbe interessante riesaminare come la Costituente è arrivata alla attuale formulazione, partendo dalla proposta Mortati, che prevedeva molti diversi tipi di referendum.

Perché la funzione del referendum è proprio consentire ai cittadini di riprendersi la sovranità che appartiene loro quando, eccezionalmente, non condividono le decisioni dei parlamentari che li rappresentano. Oggi c’è una comprensibile insofferenza verso il sistema democratico, che ha dimostrato i suoi limiti, ma, come diceva Churchill, non ne conosciamo di migliori.

Attualmente molti sono i referendum annunciati o già promossi, ma quelli sui temi istituzionali hanno la caratteristica di non identificarsi con uno specifico schieramento politico perché difendono proprio il diritto al pluralismo delle idee, il diritto di tutti a partecipare alle scelte politiche, a decidere sul proprio futuro.

Dobbiamo lavorare perché questo venga capito, e per realizzare il fronte più ampio possibile, come lo fu la Costituente e la Resistenza al fascismo.

Per far capire che non stiamo difendendo un passato e le sue ombre, ma la possibilità di cambiare in meglio il futuro.

Giovanni Cocchi: Lo stato del movimento contro la “Buona Scuola”

Lo stato del movimento contro la “Buona Scuola” 

Giovanni Cocchi 
Comitato nazionale a sostegno della Lip scuola

Vorrei iniziare con una considerazione che a  me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica  quanto la società è tanto più o meno democratica.

In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola  autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista.

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente”  e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la  libertà d’insegnamento.

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il  compito di rimuovere tutti gli ostacoli che  limitano la libertà e l'eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l'insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente  sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione.

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio.  La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra,  terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava.

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d'élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro.

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società  a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” - vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato.

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli.

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui - dati OCSE - ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia. 

Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti.

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

Nel 2000, leNorme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e  la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione, l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” - il grembiulino,  la maestra unica - cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni.  Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola - ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola - non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica,  che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti,  valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà,  risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube?

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi, “oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi - nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti - ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre  miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni  la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.  

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua  “distruzione”  del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti.

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime - finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori - verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità,  ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari.

Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà  della libertà  e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali - Consiglio d’Istituto ed al Collegio docenti - che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.  

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando,  staff, selezione meritocratica e controllo del personale.

Quella di  Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità.

La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla  considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi - con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione  dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione - per cambiare la scuola e renderla davvero democratica  dovremmo provare a cambiare la società.

La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la  posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica. 

Se è così,  la risposta alla domanda delle domande - Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.  

Il 5 settembre, proprio da qui, da Bologna, , da un incontro nazionale della scuola cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, la coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme  una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante.

Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme.

Saremo all’altezza, ne saremo capaci?

 

Guido Viale: Conversione ecologica dell’economia e della società

Conversione ecologica dell’economia e della società

Guido Viale

 

Evitiamo innanzitutto delle inutili contrapposizione. Conversione ecologica, decrescita, giustizia sociale e ambientale, stato stazionario sono la stessa cosa, declinata in modo differente. Si contrappongono tutte al concetto di crescita, che è il termine con cui attualmente ci si riferisce a quello che Marx chiamava accumulazione del capitale. Molti di noi preferiscono il termine conversione ecologica perché, rifacendosi ad Alex Langer, sottolineano l’aspetto soggettivo della conversione, la necessità di cambiare stile di vita e non solo le strutture della società e della produzione. Per molti di noi la conversione ecologica è l’orizzonte a cui devono riferirsi tutte le nostre scelte politiche, anche quelle insignificanti e tutti i nostri comportamenti. In essa troviamo la convergenza dei grandi problemi che dobbiamo affrontare: clima e ambiente, occupazione e reddito, emarginazione e diseguaglianze, ecc. Ma occorre sostanziarla di contenuti, farla vivere nel nostro agire con l’entusiasmo che nel secolo scorso suscitavano le parole socialismo o comunismo. E’ un orizzonte a cui indirizzarci, non un assetto sociale da realizzare; un processo, sempre contrassegnato da due termini: conflitto e partecipazione da ridefinire ogni volta in termini nuovi, non il sol dell’avvenire o una società senza classi che pone fine alla preistoria dell’umanità.

Attualizziamo il concetto. La COP21 di Parigi è stato un bluff. Nessun impegno vincolante da parte di governi che sappiamo pronti a non rispettare i loro impegni alla prima occasione. Nessuna operatività, mentre uscire dal fossile richiede una articolazione programmatica gigantesca, che nessun governo sa affrontare. Ma soprattutto nessun riferimento alle finti fossili. Ci sono centomila miliardi di dollari in riserve fossili sottoterra e altrettanti in impianti per il loro trattamento. Sono tutti asset quotati in borsa. Azzerarli, anche in un lasso di tempo predefinito, provocherebbe sconvolgimenti che nessuno Stato o governo è pronto ad affrontare.

Andiamo incontro a un periodo molto difficile, sia dal punto di vista climatico (questo inverno ne abbiamo già i primi segnali visibili, ma in altri paesi, come l’Africa, il degrado è molto più avanti e più drammatico) che da quello politico (la stretta verso governi autoritari e a-democratici – nel migliore dei casi – non c’è solo in Italia, ma in tutto il mondo); sia dal punto di vista economico (il “neoliberismo” si è dimostrato fallimentare, il keynesismo, oltre un certo limite, non funziona più, e non c’è nessuna altra prospettiva economica definita in grado di soppiantare il neo-liberismo – che in realtà è solo una corsa alla privatizzazione di tutto l’esistente, non in regime di mercato, ma di monopolio) sia dal punto di vista culturale (nell’establishment il pensiero unico – “non c’è alternativa” – è ancora dominante). Dobbiamo prepararci a un lungo periodo “in trincea” e non a una avanzata delle forze sociali di opposizione. Per questo è molto importante impegnarci in una grande battaglia culturale: preparare, innanzitutto nel modo di pensare, le condizioni di un ribaltamento dei rapporti di forza che ancora non si vede, anche se il tempo stringe.

Due temi sono oggi centrali nel conflitto sociale: quello dei profughi (sono tutti profughi ambientali; anche le guerre che ne producono tanti sono determinate o da un deterioramento del clima e dell’ambiente, o dalla guerra per il petrolio, che è il perno della crisi ambientale) e quello della territorializzazione dei processi economici. Non possiamo pensare che a risolvere le crisi del nostro tempo – clima, guerre, diseguaglianze, emarginazione – sia un governo mondiale che non c’è e non è alle viste, o un accordo tra Stati. Per questo, mano a mano che la situazione si aggraverà – e si aggraverà – a far fronte a queste minacce dobbiamo essere noi: tutti quelli che ne subiscono le conseguenze e che non sono disposti ad accettarle. Per questo anche la conversione ecologica non potrà che procedere “a macchia di leopardo”: là dove l’iniziativa da basso riuscirà ad ottenere qualche risultato, ancorché parziale. Ma solo se queste iniziative avranno come bussola un pensiero globale: agire localmente, ma pensare globalmente. Milioni di altre persone nel mondo stanno lavorando e lottando per gli stessi obiettivi.

Intervento di Antonio Ingroia

TRASCRIZIONE INTERVENTO di ANTONIO INGROIA (Presidente di Azione Civile)

 Il mio contributo di riflessione a questa discussione vuole essere, in poche battute, sulla ragione per la quale siamo qui e per cui in un momento in cui in Italia, e non solo in Italia, la parola “politica” è considerata una parolaccia, noi ancora testardamente vogliamo occuparci di politica. E credo che però questa sia la stessa ragione per cui sempre di più altri non vogliono occuparsi né sentire parlare di politica.

Noi, come ha detto bene Barbara Spinelli, siamo dentro una crisi che non è passeggera ma epocale, una crisi di sistema, una crisi irreversibile che si dispiega su più versanti: c’è una crisi profonda del modello geopolitico che fino ad oggi ha imperato in Europa e nel mondo e di cui il fenomeno dei profughi di massa è un sintomo e una conseguenza; siamo dentro una crisi, anche questa epocale, di sistema e irreversibile del modello economico sociale di cui è un sintomo l’estensione sempre più ampia della fascia dei poveri e che è una crisi del sistema capitalista neoliberista; e siamo dentro una crisi. che fa parte anch’essa della crisi del modello geopolitico ed economico sociale, che è una crisi irreversibile della sinistra.

Di tutto questo sono conseguenze le trasformazioni dei modelli degli Stati democratici costituzionali in Stati autoritari e quindi anche il processo che sta avvenendo in Italia e che Renzi sta portando a compimento, in continuità al progetto che risale a Licio Gelli e poi a Silvio Berlusconi, di manomissione della Costituzione e della forma Stato da democratico ad autoritario.

Di fronte a questa enorme problematica è riduttivo pensare di potere trovare una soluzione con la costruzione del nuovo soggetto politico di turno. E’ un errore pensare che basti unire la sinistra per fare una resistenza rispetto a questo progetto.

Io e Azione Civile che qui rappresento (e di cui alcuni aderenti fanno parte anche di Primalepersone) ci sentiamo vicini e guardiamo con molto interesse e condivisione a questo processo di riflessione sull’auto-rappresentanza del mondo sociale.

La strada è questa ma per costruirla dobbiamo fare battaglie che sono soprattutto di opposizione allo stravolgimento dello stato di diritto e democratico e quindi di sostegno ai vari referendum popolari.

Io ci metto anche la proposta di Azione Civile di una legge, che noi vorremmo di iniziativa popolare, che estenda ai corrotti la confisca dei beni che già è prevista per i mafiosi, in nome del principio della giustizia che è ambientale, economica e sociale ma anche nelle aule di giustizia e che deve vedere tutti i cittadini uguali davanti alla Legge.

Io penso che insieme alla raccolta di firme per i referendum popolari si debbano raccogliere anche le firme per questa proposta di legge che Azione Civile mette a disposizione.

Penso che lo strumento migliore per creare un fronte popolare democratico dal basso, che sia un modo di interpretare l’auto-rappresentanza del mondo sociale mettendo in relazione associazioni, movimenti e tutte le realtà più vive e dinamiche della società, non sia creare un nuovo soggetto politico che rischierebbe di diventare una ripetizione degli errori passati, di cui anch’io mi assumo la responsabilità per l’esperienza di Rivoluzione Civile, e che creerebbe nuovi ceti politici che allontanerebbero ancora di più la gente dalla politica.

Penso invece che la strada sia quella di dar vita a iniziative, referendum, leggi di iniziative popolari.

Dobbiamo essere ambiziosi per fare una rivoluzione in Italia e in Europa, rivoluzione  che significhi cambiamento profondo e radicale.

Se non cambiamo sistema non riusciremo a uscire da questa crisi epocale e irreversibile-

Un’ultima cosa rispetto a quanto detto prima da Barbara Spinelli.

Barbara  ha detto che qualsiasi ipotesi di uscita da questo tipo di sistema, Europa compresa, rischia di essere rinunciataria

Questo io ho sempre pensato

Io oggi sto però cominciando a riflettere più attentamente e l’esperienza di Tsipras in Grecia ci dice che probabilmente questa Europa non è riformabile e non è modificabile.

E allora dobbiamo cominciare a chiederci quali strategie abbiamo a disposizione per cambiare davvero e in modo radicale il sistema

Introduzione SLIDE

Laura Cima: Una politica che cambia il mondo a partire dall’esperienza delle donne

Una politica che cambia il mondo a partire dall’esperienza delle donne

Laura Cima

A Bologna abbiamo provato a confrontarci fuori dagli schemi. A capire cosa significa tentare di autorappresentarci per frenare la barbarie che ci sovrasta da ogni parte. La corruzione e le violenze che ci soffocano. Ci siamo fatti più domande per risvegliare la nostra intelligenza collettiva e liberarci da certezze e ripetizioni frustranti ed imbarazzanti. Per camminare verso l'utopia di un altro mondo possibile qui, ora, sul nostro pianeta, sparigliando i poteri forti che invadono e mercificano, vogliono governare ogni aspetto della nostra vita,  si impossessano di tutte le risorse a partire dal corpo delle donne. " Mai come ora la sfida dell'umanità avviene attorno alla differenza femminile. Luogo e simbolo di ogni conflitto e disuguaglianza" Dossier l'Espresso 7/1/16.

Mai come ora nascita e morte sono le direzioni verso cui viene sospinta dalla politica l'umanità.  Simbolico Obama che piange durante il suo discorso per limitare la vendita delle armi, il cui possesso la costituzione americana, interpretata da una sentenza della Corte suprema del 2008, considera come diritto individuale per preservare libertà, tanto quanto il voto. Simbolica l'annunciatrice in rosa che inneggia alla grande potenza del dittatore nordcoreano pazzo che ha fatto esplodere l'ultima bomba nucleare provocando un terremoto e paura in tutto il mondo. Ma non occorrono bombe nucleari: per diffondere il terrore bastano i coltelli dei tagliagole, i mitra sulla folla inerme, mille mani su cento corpi femminili la notte di capodanno, i picconi che distruggono Palmira,  i barconi che affondano, il filo spinato che blocca il tuo esodo, la banca che ti ruba in una notte i risparmi di una vita, la tua fabbrica che chiude mentre sei in ferie a Natale, cinque donne, incinte come te,che muoiono di parto con i figli, o le centinaia uccise dal compagno di vita, dal figlio, dal padre.

Dove sono sono finiti i simboli di vita, di speranza, di dignità, di civiltà?  Quelli che ti emozionano e ti appassionano?Un seme che germoglia, un fiore che si schiude, la neve che imbianca finalmente il grigio dello smog, una musica nostalgica, un libro che ti scuote, una carezza e un abbraccio, le fusa del tuo gatto, una parola che ti valorizza ed un sorriso, una lotta vinta, un obiettivo raggiunto, il sole che ti scalda in un giorno freddo, tuo nipote che ti da la sua manina, il profumo del cibo che cucini. Le donne custodiscono da sempre la vita mentre gli uomini preparano la guerra. Ora è tempo che insieme facciamo tutto ciò che siamo capaci per ritrovarli questi simboli perché è urgente renderli visibili a tutte e a tutti. Non abbiamo più linguaggi maschili prescrittivi in cui credere, suonano ridicoli e portano distruzione e confusione. Soprattutto il linguaggio politico e  quello religioso. " Il femminile, come la poesia, è essenzialmente contro la religione. Perché la religione è una risposta, mentre la poesia è una domanda e come tale, sta agli antipodi del potere. In questo senso c'è una forte affinità tra poesia e femminilità"  Violenza e Islam, Adonis. Contro gli stupri "Til it happens to you" di lady Gaga e contro i femminicidi " La signora del quinto piano" di Carmen Consoli sono una denuncia più forte, come i dialoghi della vagina e i balli di  Eve Enser e le scarpe al posto delle persone uccise. La pratica femminista nei centri antiviolenza, non considerata dal governo, più rispettosa (blocchiamo qualunque codice rosa che può rappresentare una ulteriore violenza). Mi è stato chiesto espressamente da un relatore di esprimermi sui fatti di Colonia: non ho ancora sufficienti informazioni ma quello che so per certo è che continua in ogni luogo e da sempre la pratica maschile di violare corpi di donne, anche di bambine, fino al femminicidio, nel 90% dei casi per mano di chi è più vicino (compagno, padre, fratello figlio). Questi avvenimenti che sono stati denunciati e assumono una violenza di massa ai danni delle donne, confermano la centralità della questione, la sua attualità e politicità e impone agli uomini innanzitutto di parlarne. Perché lo stupro, i femminicidi, le molestie e le violenze sono un problema maschile che non è più tollerabile da nessuna società e gli uomini, devono contrastarlo in ogni momento, innanzitutto con il pensiero e con l'esempio, con i gesti, gli atteggiamenti e il linguaggio, mettendo in discussione la loro sessualità e i retaggi del patriarcato.

Il contesto in cui ci muoviamo è quello liquido e mercificato, artificiale e virtuale, di cui ho parlato a Genova e in un post di qualche tempo fa riprendendo Zygmunt Bauman. L'ultima frontiera del neo liberismo ha molte armi per annientare chi lo contrasta e molta capacità di presentarsi come un unico blocco di potere.  Per questo è così difficile opporsi costruendo alternative sociali e politiche. Soprattutto per noi  che  cerchiamo un'alternativa di sistema, non solo di governo. Per questo la nostra sfida sta nell'unire tutto quello che vive e si muove, che si indigna e occupa spazi sani, difendendoli dalla cementificazione, dall'inquinamento, dalla distruzione, dalle malattie e dalla morte indotte da chi non vuole smettere di guadagnarci:  la lobby delle armi, i petrolieri,i politici corrotti, gli sfruttatori le mafie che vendono droga, sesso, voti e via di fuga dall'inferno all'inferno ai rifugiati. Quali sono i nostri nemici nel nostro territorio, cosa stiamo facendo per bloccarli, quando e come abbiamo segnato punti a nostro favore? La nostra costituzione, la democrazia, le istituzioni repubblicane sono da applicare e difendere? Il massiccio ricorso al non voto e il populismo, che purtroppo sono entrambi funzionali a chi governa,  possiamo contrastarli solo se si profila un'opposizione e un'alternativa credibile  nelle visioni ed idee, come nei metodi e nell'organizzazione.

Ho scritto qualche tempo fa che una testa un'idea per me è più importante, in questa situazione, di una testa un voto. Lo dicevo partendo dalla mia esperienza politica e femminista. Abbiamo cambiato inventando, facendo i girotondi, riconoscendoci l'una con l'altra e fidandoci reciprocamente, siamo riuscite a distruggere un sistema di potere bloccato come quello del patriarcato mentre gli uomini tentavano di democratizzare il potere tagliandoci fuori. Abbiamo attraversato il nazifascismo e lo stalinismo e due guerre mondiali. Nelle nostre riunioni non abbiamo quasi mai dovuto ricorrere al voto ma ottenerlo ci ha fatte cittadine che iniziavano la più riuscita rivoluzione del novecento senza spargimento di sangue.  Per questo accetto la correzione maschile che mi è stata proposta: una testa, un'idea, un voto. Ma solo se la relazione politica, il rapporto di fiducia, la capacità di contare insieme ci valorizza tutte e tutti. Nessuna e nessuno di noi può disperdere più energie in inutili battaglie contro i mulini a vento e tutte le possibilità sono aperte se ci liberiamo dalle organizzazioni piramidali, dalle deleghe, e innoviamo il concetto di rappresentanza  facendoci tutti protagonisti. La storia delle donne, regolamente cancellata dai tempi delle grandi dee,  ancora rivive nelle organizzazioni matriarcali che sopravvivono in tutti i continenti e le cui tracce Marija Gimbutas ha pazientemente raccolto e interpretato, ci parlano di economia del dono, di portare " la vita con la legge dell'amore"  come ricordano i versi del canto alla dea Ishtar. E rivive nel corpo e nell'esperienza di ogni donna che incontriamo nelle mille associazioni di volontariato che reggono la nostra società, nel lavoro di cura non pagato.

Si sono svolti, come avete letto, http://www.primalepersone.eu/cms/?q=node%2F2 quattro tavoli di confronto nel world cafè su cui hanno ruotato i partecipanti: conversione ecologica dell'economia, democrazia costituzionale e diritti, scuola e formazione, come riformare la politica partendo dal basso. Dalla politica e dall'esperienza delle donne, dalle loro lotte di liberazione si possono trarre molte idee per ogni tavolo, ma è proprio sull'ultimo, quello più difficile e complesso, su cui si gioca la sfida più importante, che non possiamo mancare.

Mario Sommella

Porto qui la voce del Comitato 16 Novembre malati SLA.  il 16 novembre 2010  è  la data del primo presidio tenutosi  sotto al ministero dell'economia, resosi necessario dopo l'azzeramento totale del fondo per la non autosufficienza, tale fondo era stato portato dal precedente ministro Ferrero a circa 1.1 mld di euro, ma il governo Berlusconi ,con l'allora ministro Tremonti, lo azzerarono Del tutto, noncuranti delle conseguenze provocate da tale provvedimento,  sprezzanti verso i malati e le loro  famiglie  costrette a farsi carico di tutta l'assistenza necessaria ,  Ecco allora che un gruppo di malati SLA si unirono per manifestare e chiedere, senza delegare ad alcuno, i propri diritti sanciti dalla nostra costituzione. In questi anni di dure lotte epresidi il Comitato si è battuto strenuamente per rendere stabile e strutturale il fondo per la non autosufficienza, chiedere, inoltre, l'attuazione di vari progetti a favore dei disabili gravi e gravissimi tra i quali quello denominato "ritornare a casa", tale progetto, attuato in Sardegna sempre a seguito delle lotte del comitato, prevede la possibilità del disabile di poter. Scegliere liberamente di essere assistito nella propria abitazione, infatti un malato SLA gravissimo attualmente può essere assistito solo in unaRsa lontano dagli affetti familiari, i governi monti, letta e non da ultimo il governo Renzi, hanno sempre costretto i malati SLA del  C16No ascendere in piazza, in presidi con manifestazioni di lotte estreme senza le quali non avrebbero mai raggiunto   L'aumento e lo sblocco del FNA, in questi momenti di lotta si sono persi tanti compagni, ricordo Raffaele Pennacchio deceduto dopo un presidio nell'ottobre del 2013.
La nostra presidente, Laura Flamini, espone il programma di quest'anno così descritto qui di seguito:«Ci aspetta un altro anno di lotte per i malati di Sla»
«La nostra condizione, pur difficile, non ci ha impedito di portare risultati economicamente importanti anche se ancora insufficienti rispetto all'impegno di spesa che grava sulle nostre famiglie - - Tuttavia, se oggi in tutta Italia si può disporre di un assegno di cura che permetta, almeno in parte, di sostenere le ingenti spese di assistenza, è solo grazie alle fatiche e alle battaglie di tutti noi. Abbiamo perso tanti amici, ma non abbiamo perso la voglia di far valere le nostre ragioni. quali sono gli obiettivi 2016.

 

«Per il nuovo anno le nostre prerogative sono l’aumento del Fna, la redazione del Piano per la non autosufficienza e il progetto “Ritornare a casa” da far partire anche nelle altre regioni d'Italia. Ci siamo impegnati a rappresentare i disabili gravi e gravissimi tutti E continueremo a rivendicare i nostri giusti diritti. infine ho chiesto di  aderire al Comitato 16 Novembre, sostenendolo economicamente esortando, inoltre, tutti ad essere presenti ai prossimi presidi.

Nuove forma della politica

DALLA RAPPRESENTANZA POLITICA
ALL’AUTORAPPRESENTANZA DEL MONDO SOCIALE
Bologna 9 e 10 gennaio 2016
Incontro promosso da PrimalePersone per l’Assemblea permanete
**************
WORLD CAFÈ - pomeriggio di sabato 9 gennaio 2016

RELAZIONE DEL TAVOLO DI LAVORO N° 4/1
Come riformulare in senso partecipativo la politica tradizionale, basata sulla delega come gestione del
potere? Come restituire senso alla politica, partendo dal BASSO e attraverso NUOVE FORME di
partecipazione, confronto, condivisione e co-decisione?

Vincenzo Pellegrino – Facilitatore tematico
Laura Cima - Facilitatore di processo


Premessa: Il tavolo è stato molto partecipato con la presenza di circa 15 persone per ciascuna delle
tre sessioni svolte. Sono quindi complessivamente transitate al tavolo circa 45 – 50 persone.
Si riporta in forma sintetica e per punti quanto emerso nella discussione.


1) Molti interventi hanno evidenziato la forte carenza di partecipazione alla vita politica, in
particolare da parte di giovani e donne, come principale ostacolo ad un suo profondo
rinnovamento; l’operato dei partiti ha allontanato la gente dalla Politica sia per gli esempi
negativi che essi hanno fornito, creando un vero e proprio “rigetto della politica” da parte dei
cittadini, sia per la forte sollecitazione da essi operata a dare deleghe in bianco a politici di
professione attraverso le elezioni. La partecipazione dei cittadini alla vita politica si è ridotta al
votare in occasione delle scadenze elettorali ma anche l’esercizio del voto ha subito una
drammatica caduta, con livelli di astensione che spesso superano il 50% degli aventi diritto. Si
rende quindi necessario rigenerare il significato di Politica riportandolo alla sua origine che
nulla ha a che fare con la “partitica” e ancor meno con la “partitocrazia”.


2) Nel senso suddetto, si è evidenziato come la Politica debba riconquistare la sua dimensione
idealistica e utopica (Politica come “Arte del possibile”) per poter ridare l’entusiasmo che solo
una credibile ricerca della felicità può trasfondere nelle persone e nelle loro azioni.
3) È emersa la necessità di ricercare nuovi rapporti tra i generi e tra le generazioni quale
presupposto per una vasta ricomposizione dal basso del mondo sociale; in tal senso ed in
particolare nel rapporto con le nuove generazioni, native digitali, molti hanno sottolineato la
necessità di trovare “nuovi linguaggi” che possano favorire questa messa in connessione.


4) La rottura del rapporto intergenerazionale ed il generale allentamento dei legami sociali viene
attribuito al gravissimo impoverimento culturale che il ventennio berlusconiano ha operato
grazie al controllo dei mass-media e, attraverso essi, dell’opinione pubblica. In questo senso, i
governi di “larghe intese” che si sono succeduti all’ultimo governo Berlusconi, non hanno
introdotto nessuna discontinuità e si sono perfettamente conformati al modello consumista di
società che domina i processi di globalizzazione.


5) Sempre nell’ambito dei rapporti interumani, più di un intervento ha richiamato il bisogno che
l’attività politica dal basso sia in grado di recuperare la dimensione ludica e ricreativa e di
stimolare la creatività, l’originalità e la sperimentazione di nuove forme del lottare insieme e
del convivere. Oggi la partecipazione alla vita politica è poco attraente anche perché essa è
fatta solo di impegno e sacrificio, senza mai momenti gioiosi. Non ha prospettive una
partecipazione che non si basi su integrazione ed armonia tra la dimensione esistenziale e
quella politica.


6) È emersa in modo unanime la necessità di promuovere l’integrazione delle varie lotte già
esistenti nel paese, ricordandone i principali filoni: Ambiente (No Triv, No Tav, No “Grandi
Opere”, Decrescita, ecc.), Democrazia (Coordinamento per la democrazia costituzionale contro
lo stravolgimento della Costituzione e la nuova legge elettorale denominata ITALICUM); Diritti
e Welfare (difesa della Scuola e della Sanità pubbliche, difesa della dignità del Lavoro dal Job
Act – ma che fine ha fatto la ‘Coalizione sociale’ lanciata da Landini?).


7) Rispetto al punto precedente, si è evidenziato il bisogno di uscire dalla gravissima
autoreferenzialità che colpisce tanto i partiti politici e i sindacati quanto gli stessi movimenti.
Si è evidenziato come serva invece, in particolare da parte di questi ultimi, l’assunzione di una
responsabilità nuova che, uscendo dalla specificità delle singole lotte, si faccia carico del
problema generale della democrazia dal quale, in ultima analisi, dipende anche il successo
delle specifiche vertenze.


8) Si è denunciata la vergognosa azione della “politica” dominante, volta ad affossare,
danneggiare, sabotare tutti i Servizi pubblici (Sanità, Scuola, Trasporti, Opere pubbliche,
Servizi municipali e al cittadino) per favorirne la svendita e la privatizzazione.


9) Tra i vari interventi, alcuni hanno sollecitato un serio approfondimento conoscitivo della realtà
socio-economica attuale nonché una ricognizione delle pratiche virtuose esistenti sia in
termini di lotta che di costruzione concreta dell’alternativa; un vasto mondo positivo e
propositivo fatto sia di pratiche sociali (associazionismo, volontariato) che economiche ed
imprenditoriali, è oggi completamente misconosciuto a causa dell’ostracismo mediatico ed
istituzionale che devono subire. Non solo queste pratiche virtuose non sono aiutate, promosse
e valorizzate dalle istituzioni e dai media ma sono sistematicamente ostacolate e oscurate.


10) Non si è mancato di sottolineare l’infinita serie di “sconfitte” che i movimenti hanno dovuto
subire a partire dalla repressione delle lotte degli anni ’70 (stragi di stato, opposti estremismi,
nascita ed infiltrazione dei gruppi armati, ecc.) e che hanno portato a frustrazione ed
abbandono. Serve, in questo senso, anche un’autocritica storica dell’azione dei movimenti e dei
gruppi politici che spieghi il suo fallimento a partire dai processi di personalizzazione e di
arruolamento/cooptazione nei partiti di molti leader e attivisti.


11) Tanto sul progressivo degrado della vita politica del paese che sull’enorme difficoltà di
sostenere e promuovere processi di affrancamento dalla dottrina imperante del pensiero unico
neoliberista e di edificazione dell’alternativa, campeggia il gravissimo problema del completo
asservimento dei mass-media agli interessi oggi dominanti. Riemerge fortemente quindi la
necessità di tornare a produrre ciò che si definiva “controinformazione” e “controcultura”,
sfruttando al massimo le possibilità di diffusione della comunicazione oggi consentite dal Web.


12) È generalmente emersa un’ampia condivisione dei contenuti delle principali rivendicazioni da
sostenere, mostrando quindi come le divergenze emergano piuttosto sul piano del metodo. Chi
porta avanti lotte giuste con metodi sbagliati, non solo non ha possibilità di riuscita ma sottrae
e dirotta le già scarse energie positive creando continue delusioni e danni a quei processi che
invece avrebbero possibilità di successo.


13) Si è stigmatizzata la lunga sequela di “errori” rappresentata dai tentativi di riunire la Sinistra in
un soggetto politico unitario attraverso accordi tra apparati dirigenti di partitini e altri coaguli
di ceto politico. Come dovrebbe aver ben insegnato la lunga serie fallimenti di tutti i tentativi in
tal senso, ogni tentativo di unione che parta dall’alto non ha possibilità di riuscita.


14) Sul piano della proposta, oltre a quanto detto nei punti precedenti rispetto alla necessità di
studio, analisi e ricognizione dell’esistente (attività più di carattere scientifico-culturale che
prettamente politica), è emerso l’estremo bisogno di avviare un ampio processo di
ricomposizione dal basso del corpo sociale basato su metodi inclusivi, orizzontali, trasparenti e
rigorosamente democratici.


15) Sul piano della concreta realizzazione di un simile processo ricompositivo, considerata la
complessità che caratterizza la società attuale e la difficoltà di raccogliere e rappresentare la
volontà di questa moltitudine attraverso i tradizionali metodi della rappresentanza, si è
riconosciuto come indispensabile il ricorso a nuovi strumenti, anche informatici, che
consentano l’autorappresentanza degli attori sociali. Il virtuoso utilizzo integrato di diversi
strumenti (dagli incontri in presenza ai forum di discussione, dalle mailing list ai social
network, dalle teleconferenze fino alle così dette “piattaforme decisionali”) dovrebbe portare a
costituire una spazio politico neutro, aperto e intellegibile attraverso il quale la variegata
moltitudine che compone oggi il corpo sociale sia in grado di estrarre “l’Intelligenza collettiva”
che essa è in grado di esprimere e che sola pare all’altezza delle enormi sfide che il cambio di
paradigma nel quale siamo già di fatto immersi ci pone difronte.

Conclusioni: Pur registrando una oggettiva difficoltà di molti dei partecipanti al tavolo a dare risposta
alla domanda che lo definiva, l’insieme delle riflessioni e degli spunti emersi nella discussione
evidenziano come ogni possibile alternativa politica all’esistente non possa prescindere dall’avvio di
un ampio e profondo processo di ricomposizione dal basso così come da una vera e propria
reinvenzione della Politica in grado di restituirle il ruolo imprescindibile che ogni società le richiede.
Solo a valle di questo processo di ricomposizione entro lo spazio politico neutro che PrimalePersone
ha proposto di chiamare Assemblea permanente, sarà possibile dar vita ad una ‘forza politica’
autenticamente popolare nella quale la società abbia modo di autorappresentarsi e attraverso la quale
sia in grado di assumere la guida delle Istituzioni.
Data la rapida chiusura degli spazi della democrazia formale (quella sostanziale non è, di fatto, forse
mai esistita in questo paese) che questo governo delle “larghe intese” sta perseguendo con la massima
alacrità, i tempi per avviare questo processo di “riconquista democratica” delle Istituzioni devono
essere necessariamente brevi. L’auspicio è che di tale necessità e urgenza siano consapevoli tutti gli
interlocutori sociali e politici a cui rivolgiamo questo appello-proposta.

 

 

Piero Donati

Prima o poi è capitato a tutti quelli della mia generazione di avere a che fare con giovani di orientamento democratico ai quali mancano però alcune fondamentali chiavi di lettura del recente passato, giovani con i quali non si può dare per scontato, ad esempio, che sappiano che cosa è successo a Milano il 12 dicembre 1969 o che cosa sia stata la Loggia P2.

Il filo della memoria si è interrotto negli anni Ottanta e le conseguenze di questa interruzione, assai più del digital divide, ci pesano addosso come un macigno. Per la prima volta nella storia italiana recente – e contro le stesse leggi della biologia – i giovani non costituiscono l'elemento trainante di quella parte della società che aspira ad un genuino cambiamento. Questo problema, peraltro, non può essere risolto colpevolizzando noi stessi, individuandone la causa nella nostra presunta incapacità di ascolto o nel nostro inguaribile atteggiamento nostalgico da sessantottini incanutiti.

A mio parere, occorre fornire alle diverse generazioni luoghi d'incontro (e di scontro), nei quali le persone possano stabilire relazioni e possano scambiare esperienze. Questi luoghi non possono essere i forum o le piattaforme digitali – di cui nessuno può negare l'importanza ma di cui nessuno, viceversa, può negare i limiti – ma devono essere una versione radicalmente diversa di ciò che furono, in passato, le  Case del Popolo in alcune zone del nostro paese.

Facendo tesoro dell'esperienza, insieme didattica e politica, delle 150 Ore - cioè dei Corsi per Lavoratori, organizzati nelle scuole pubbliche, che erano stati conquistati a partire dal 1973 e che sono anch'essi precipitati nel buco nero degli anni Ottanta - al centro dell'attività di questi luoghi ci saranno le storie personali, poiché dobbiamo ricostruire da qui la nostra identità collettiva.

Piero Donati

 

Roberta Radich: Un nuovo spazio politico di autorappresentanza, in fieri, aperto e orizzontale

Un nuovo spazio politico di autorappresentanza, in fieri, aperto e orizzontale
Introduzione all’incontro di Primalepersone, Bologna 9 gennaio 2016

Roberta Radich

 

Benvenuti a Bologna, grazie di aver accolto l’invito di Primalepersone – Per l’Assemblea Permanente. 
Questo incontro è nato come un semplice momento di confronto e via via è cresciuto nelle aspettative e nel desiderio di produrre un’elaborazione collettiva.
Ringrazio tutti e tutte voi per essere qui oggi da ogni parte d’Italia e grazie per il contributo che porterete.  Grazie anche ai volontari attivisti  e attiviste di Primalepersone che hanno permesso di a tutti noi di essere qui oggi, grazie a Sergio Caserta per l’aiuto e il sostegno, grazie al Centro Costa che ci ospita.
Come abbiamo scritto nell’invito, oggi ci porremo assieme una domanda molto “semplice”:

CHE FARE?

Queste due giornate vogliono essere un momento di confronto e di incontro, per continuare l’elaborazione iniziata a marzo dello scorso anno a Roma. Lo faremo in modo classico nella prima parte della mattinata e con una struttura orizzontale e di gruppo, nel pomeriggio, attraverso un World Cafè. Siamo qui per sperimentare, pensare, ideare, creare assieme. In questa fase c’è bisogno di molto pensiero e di molta creatività. Non vogliamo certamente dar vita a un percorso precostituito: quanto vogliamo proporre è uno spazio politico, una strada di attivazione politica. Negli ultimi anni è stato spesso auspicato la creazione di un percorso politico aperto e inclusivo. Pensiamo di poter dire il contrario, non vogliamo includere: il movimento, metaforicamente, non vuole essere centripeto ma centrifugo, di crescita verso l’esterno, non verso l’interno.  

Siamo di fronte a una grave emergenza democratica, economica, ambientale, sociale, culturale, umana e umanitaria. Le relazioni che seguiranno ne tracceranno i confini e prefigureranno gli obiettivi da perseguire. A fronte di questa epocale emergenza, l’alternativa politica è inesistente, senza  alcuna reale prospettiva: la sinistra a sinistra della “sinistra” di potere, con un triste gioco di parole, è incapace di tratteggiare un qualunque orizzonte di senso e di progetto sociale e politico, il M5S si dimostra sempre più inefficace e affetto degli stessi difetti, riveduti e corretti, dei partiti classici, alla ricerca di consenso più che di proposte capaci di rappresentare davvero i bisogni dei cittadini o di estese fasce sociali. E’ necessario prefigurare un percorso che permetta di uscire dallo stallo della rappresentanza, andando oltre l’idea di sinistra, sostituendo quest’asse, se si vuole ragionare in termini spaziali, con il più esplicativo asse “alto e basso”, vista la sempre più pervasiva e dilagante disuguaglianza sociale globale. Portiamo con noi i valori della sinistra ma apriamoci alle nuove sfide del XXI secolo che si allontanano sempre più dalle visioni ideologiche dell’ottocento e del novecento e pongono al centro la conversione ecologica dell’economia e della società. Personalmente ho partecipato a tre percorsi politici negli ultimi anni: la Costituente Ecologista e Civica, Rivoluzione Civile e Altra Europa. Ho ripreso a far politica meno di una decina di anni fa dopo molti anni di lavoro nel sociale, per la percezione crescente della progressiva degenerazione politica e per l’impotenza vissuta nel mio lavoro. Trade d’union di questi progetti politici, soprattutto degli ultimi due, è stata la massiccia presenza di attivisti e candidati provenienti dal mondo sociale, i quali, di fatto, sono stati spinti ai margini. E’ stato per loro impossibile introdurre una proposta politica diversa: le organizzazioni partitiche, seppur in effettiva minoranza,  hanno creato uno sbarramento insuperabile, sulla scorta di inveterate forme organizzative e logiche verticistiche, autoreferenziali e personalistiche. In particolare in AE si è altresì evidenziato come i candidati provenienti dalla cosiddetta società civile non abbiano potuto prospettare una strada diversa anche per la mancanza di una loro auto-organizzazione, resa altresì impossibile da una campagna elettorale impostata, volutamente,  sulla concorrenza tra singoli candidati. Alla luce di queste esperienze pensiamo sia necessario partire da tutt’altro punto di vista. 

E’ stato più volte ripetuto da molti: “è necessario che i partiti facciano un passo indietro per fare tutti assieme molti passi avanti”. Questa strada è da archiviare definitivamente come un fallimento storico: è necessario che il mondo sociale si faccia avanti, che la cosiddetta “società civile” faccia molti passi avanti, assumendosi una responsabilità nuova e in un modo totalmente diverso dal passato, abbandonando per sempre la speranza che partiti verticistici, leaderistici, affetti da un rigido identitarismo, attratti fatalmente dalla missione impossibile del centro-sinistra (per poter continuare ad esistere politicamente), possano fare dei passi indietro, mettendo al contempo, quel che rimane delle loro organizzazioni al servizio di un mondo sociale alla ricerca di nuova rappresentanza e  fiducia nella politica. Dobbiamo partire da tutt’altra prospettiva e con coraggio credere possibile un’altra strada che riparta dal basso, dai bisogni reali dei cittadini che sappia ridare rappresentanza al mondo sociale, favorendone l’emersione politica, alzando il livello della domanda dalle singole istanze, lotte, proposte, a una comune domanda di trasformazione sociale e politica. 

Quanto proponiamo quindi è uno spazio politico di autorappresentanza, non un soggetto, ma un’arena, un forum, una piazza, una consulta, insomma un’Assemblea Permanente, dove si possono riunire cittadini, organizzazioni, movimenti, ognuno mantenendo la propria identità. Proponiamo uno spazio che sia un BENE COMUNE e che, come tale, non sia proprietà di nessuno ma di tutti. Questo spazio deve essere aperto e continuamente in estensione e dar vita a un paziente processo di confronto collettivo, aprendo luoghi fisici e virtuali di discussione: incontri e momenti di confronto,  condivisione di lotte e di iniziative comuni ( i prossimi referendum sono una importante occasione in tal senso), assemblee nazionali, assemblee permanenti territoriali anche a geometria variabile su obiettivi specifici, forum on-line, mailing list, videoconferenze, la creazione di uno spazi di informazione comune come un sito web, un giornale on-line, ecc.

Ma quanto proponiamo è anche la creazione di uno spazio decisionale quanto più possibile orizzontale: dove le scelte non nascono dall’accordo tra organizzazioni, o meglio tra vertici di organizzazioni (la fallimentare forma additiva rieditata più volte dalla sinistra),  ma dove queste vengono  prese da ogni persona individualmente sulla base delle informazioni scambiate (democrazia informata) e del dibattito intercorso internamente alla propria organizzazione e nello spazio di discussione condiviso. Si tratta, secondo una felice suggestione, non di una testa un voto, ma di una testa – un’idea – un voto. Se non si adottano forme decisionali di questo tipo, si ricade inevitabilmente in logiche additive e nella delega, che si è dimostrata essere il punto nevralgico per l’accentramento del potere in alcune persone e vertici, ma anche della progressiva disaffezione alla partecipazione politica. Stiamo sperimentando uno strumento decisionale on line Liquidfeedback (che è un sistema sicuro, certificato e non manipolabile, molto lontano dal sistema proprietario del M5S) che ha aperto un ampio dibattito all’interno di Primalepersone. E’ uno strumento assolutamente in via di sperimentazione al nostro interno che trova serie resistenze, dovute alla poca familiarità di tante persone con gli strumenti informatici. Non tutti convengono sulla sua praticabilità ma, ad onor del vero, siamo ancora molto distanti dalla sua piena utilizzazione a seguito di una seria formazione e di accostamento formativo nella pratica politica, anche a livello territoriale. C’è molto da fare e da sperimentare, ma possiamo crescere solo formandoci ed elaborando tutti assieme nuove strategie, per non ricadere nella coazione a ripetere di quanto è ormai ampiamento assodato non funziona e non può funzionare.

Lo spazio che vogliamo costruire è uno spazio in fieri, flessibile, in progressivo ampliamento sia rispetto alle comune elaborazione politica, sia rispetto agli obiettivi, sia  rispetto all’azione politica, azione che può andare dal grado 1 a al grado 100. All’inizio l’assemblea potrà discutere e prendere decisioni molto aperte e blande attraverso il sistema decisionale (per fare un esempio, la sede di un  prossimo incontro) per arrivare, con il tempo, al grado più alto: alla composizione del programma politico, a proposte di legge, alla composizione stessa delle liste elettorali. Quanto vogliamo creare è un luogo di incontro che, abbandonate le ideologie novecentesche,  faccia incontrare nuove utopie che sono, con una felice espressione di Nadia Urbinati “la capacità di immaginare il futuro”, un nuovo futuro.

Questo luogo di incontro deve saper mettere al centro le PERSONE e la RELAZIONE tra le PERSONE, imparando dalle esperienze partecipative al femminile. Sogniamo un luogo accogliente, dove donne e uomini, si sentano a loro agio e possano affrontare e gestire efficacemente le differenze e i conflitti, smettendo quindi di rivolgere le energie conflittuali autodistruttivamente all’interno per dirigerle invece all’esterno, sia nel senso dell’inevitabile conflitto politico e sociale, sia nel senso della costruzione di nuove proposte e progetti.
Per far questo non basta affidarsi allo spontaneismo. E’ necessario avvalersi di forme e metodi di facilitazione sociale dei processi che permettano di strutturare la possibilità delle persone di ascoltarsi, di confrontarsi, di essere creativi assieme, di contenere i devastanti protagonismi in politica, di decidere assieme, abbandonando le forme di democrazia interna che creano maggioranze e minoranze (e quindi fazioni che portano a infinite scomposizioni) per avvicinarsi sempre più a decisioni consensuali.

Vogliamo una politica in positivo, che sappia portare all’autorappresentanza i comitati e i movimenti di lotta ma anche l’Italia che sta cambiando di fatto in forma dispersa, pulviscolare e creativamente geniale, una politica che sappia svolgere, in questa fase,  un’importante funzione di interconnessione del disperso mondo sociale, per far crescere una coscienza collettiva,  la coscienza di essere un corpo sociale importante, trasformativo, portatore di valori, bisogni ma soprattutto proposte fondamentali per arginare la deriva democratica italiana e europea e per proporre una nuova visione di convivenza economica, sociale, civile e istituzionale.

 

Sintesi e proposte emerse dall’incontro di Bologna, 9 e 10 gennaio 2016 “Dalla rappresentanza politica all’autorappresentanza del mondo sociale”

PrimalePersone – per l’Assemblea Permanente
Sintesi e proposte emerse dall’incontro di Bologna, 9 e 10 gennaio 2016
“Dalla rappresentanza politica all’autorappresentanza del mondo sociale”

 

Come riportato nella relazione introduttiva, l’incontro di Bologna è stato pensato come un momento di confronto creativo sul come dar vita a un percorso sociale e politico che permetta di uscire dallo stallo della rappresentanza e, di conseguenza, in un drammatico circolo vizioso, dal blocco democratico in cui ci troviamo. 

Ci siamo posti delle domande, che abbiamo deciso di lasciarle aperte nella loro definizione, senza nessuna urgenza di arrivare a risposte ora e subito,  escludendo, soprattutto, risposte preordinate. 

PrimalePersone si è posta, fin dall’inizio,  il problema del metodo, individuando nell’orizzontalità dei processi interni un cambiamento sostanziale dei modi del “far politica”.

La dicitura "per l’Assemblea Permanente", che compare   dopo "PrimalePersone"  indica  la volontà di portare all’attenzione del mondo sociale politicamente attivo una proposta politica nuova  da attuare assieme, con i tempi che saranno necessari e giusti per maturare, se avverrà, un percorso comune. 

La giornata di sabato 9 gennaio ha visto la presenza di circa 110 persone, mentre la giornata di domenica (che proponeva una discussione più di carattere organizzativo interno a PrimalePersone) ha visto la partecipazione di una ottantina di persone. Molte le associazioni, i movimenti e i comitati presenti, tra cui alcune "Altre" Regioni, (Calabria, Liguria, Emilia Romagna, Puglia, Piemonte, Sardegna) che si erano costituite in continuità con l’Altra Europa e ne hanno poi disconosciuto la legittimità. 

Le relazioni introduttive del mattino (Ambiente - Conversione ecologica e Lavoro, Democrazia e Costituzione, Scuola e Cultura) sono state pensate come stimolo per il lavoro del pomeriggio strutturato in un World Cafè, un metodo che favorisce l’orizzontalità della discussione, la creatività e la produzione di un pensiero collettivo che possa porsi come base per un'azione comune. Dalle relazioni introduttive è emerso un quadro politico e sociale del paese estremamente grave, con situazioni di sofferenza in tutti gli ambiti della vita civile presi in esame dalle relazioni stesse, con la conseguente necessità ed urgenza di avviare un processo inverso attraverso il quale, proprio grazie alla partecipazione diretta dei soggetti sociali più attivi, si possa dar luogo ad un'ampia ricomposizione delle istanze di cambiamento e delle azioni necessarie ad attuarlo.

Il World cafè è stato proposto non come strumento di approfondimento tematico ma come una riflessione collettiva sul "che fare?"  relativamente alla promozione di una rinnovata partecipazione politica che permetta di aprire nuove strade di auto-autorappresentanza al mondo sociale. 

I temi sono quindi stati "funzionali" per interrogarci in questo senso e sono stati scelti sulla base di una valutazione di priorità e di occasione per avviare sinergie nel mondo partecipativo. 

Ci si è quindi chiesti come creare sinergie e convergenza politica a partire: 
- dalle priorità in tema di conversione ecologica dell’economia e della società, lavoro, pace e migranti: Tavolo 1 e Tavolo 2;
- dalle priorità in tema di Democrazia costituzionale e diritti: Tavolo 3 e Tavolo 4;
- da quelle in tema di Scuola e Formazione: Tavolo 5. 
Un’ulteriore domanda è stata posta nell'ambito del World Cafè: come riformulare in senso partecipativo la politica tradizionale, basata sulla delega come gestione del potere; come restituire senso alla Politica, partendo dal BASSO e attraverso NUOVE FORME di partecipazione, confronto, condivisione e co-decisione. Tavolo 6 e Tavolo 7.

SINTESI DEI LAVORI

Dai tavoli è emersa una sostanziale convergenza circa le priorità sociali e politiche da affrontare come occasione per avviare un processo partecipativo innovativo che permetta di  maturare una nuova coscienza politica. 

Sono emerse delle proposte di medio e lungo periodo ed altre più di breve periodo. Per una loro disamina puntuale rimandiamo alle relazioni dei singoli tavoli, ma dalla loro analisi sinottica si possono delineare alcuni elementi trasversali e connessi, qui riassunti e successivamente sviluppati:
1) La sostanziale convergenza sulla necessità di costruire una nuova fase politica che vada oltre la sinistra, intesa come sinistra di governo non alternativa alle politiche neo-liberiste (attualmente rappresentata dal PD) e intesa come alleanze partitiche a sinistra del PD che arrivano a una sostanziale convergenza sia negli obiettivi politici che nei metodi e nelle forme  democratiche.

2) Sono emerse dalle discussioni due aree di mobilitazione importanti che possono divenire momenti di forte catalizzazione sociale e politica e che potranno avere una possibilità di sviluppo se sapranno dotarsi di metodi partecipativi e decisionali il più possibile orizzontali e policentrici e di una capacità di coinvolgimento di tutte le realtà sociali, a partire da quelle maggiormente propulsive e innovative:. Da esse si dovrebbe puntare a far nascere:  

  • Una Coalizione per la democrazia e i diritti (Costituzione, Salute, Lavoro, Istruzione, Diritti civili, ecc.) che vede uno stato nascente nelle mobilitazioni per la grave emergenza democratica che si concretizzeranno in un’ampia stagione referendaria per il NO nel referendum contro la "Deforma Costituzionale", come l'ha definita dall’avv. Besostri, e negli altri possibili referendum: Italicum, No Triv , Scuola, Job Act. 
  • Una Coalizione ecologica che ha visto un possibile inizio nella Coalizione per il clima costituitasi in occasione di COP21 e nelle iniziative referendarie in materia ambientale, ad iniziare da quelle promosse dal movimento NO TRIV. Inoltre è stata sottolineata  la necessità di coniugare la progettualità politica all’avvio e alla partecipazione a concreti progetti, esperienze, buone pratiche in ambito eco-sociale.

3) La necessità di una ricostruzione culturale del Paese, attraverso nuove azioni formative e culturali.  

4) Un’ampia riflessione si è svolta sulla necessità di sperimentare nuove forme della Politica, capaci di  allargare la partecipazione attraverso inedite modalità relazionali, di discussione, di confronto e di decisione.

5) Il positivo inizio, a Bologna, della sperimentazione di nuove  forme partecipative orizzontali

6)Lo sviluppo di alcune proposte operative da presentare al più presto a tutti gli attori politici e sociali. 

1)  Oltre la sinistra 

L'ultimo tentativo di aggregare le sinistre e connetterle al mondo sociale compiuto con la lista l'Altra Europa, ben lungi dall’aver "riunificato la sinistra", e al costo di sacrificare le componenti non partitiche o comunque più disposte all’apertura di uno spazio e di una modalità nuova di far politica, ne ha dissipato le potenzialità raccolte intorno all’appello iniziale in un attendismo che non ha prodotto nulla se non scoramento e frustrazione.

È stata manifestata molta perplessità verso le costituenti soggettivizzazioni a sinistra, calate dall'alto da gruppi politici e/o partiti identitari e autoreferenziali, che non sfuggono ai meccanismi di alleanza tra vertici  partitici già sperimentati con esiti fallimentari e che dopo la rottura dei "tavoli unitari" rappresentano solo una parzialità del già piccolo e frammentato mondo a sinistra del  PD.

Da più parti si è manifestata l’esigenza di andare oltre le pratiche politiche già sperimentate ed un forte impulso a fare rete tra gruppi e realtà di territori diversi per mettere in sinergia azioni e percorsi comuni, intrecciandole con le lotte dei movimenti tematici ai quali tutti apparteniamo e che sono le uniche che in questi anni hanno posto con forza ed efficacia le questioni politiche più rilevanti nel Paese. Da questa esperienza dal basso, deve nascere un' identità politica entro cui riconoscersi per  riuscire ad innescare un durevole  percorso di unificazione, inclusivo e partecipativo.

2) Il possibile avvio di nuove coalizioni: la Coalizione democratica e la Coalizione ecologica

Dalle relazioni introduttive e dai tavoli è emerso il sostanziale riconoscimento che la novità politica può emergere dal mondo movimentista, dei comitati di lotta e di cittadinanza attiva, dal mondo delle buone pratiche in campo economico, produttivo sociale e culturale. Si è evidenziato che, mai come ora, protesta e proposta devono viaggiare affiancate in quanto l’una senza l’altra rischiano di non avere futuro, nei tempi e nei modi necessari per innescare un vero cambiamento.  Rispetto a questo è emersa una esigenza di mappatura sia delle lotte che delle proposte di buone pratiche, favorendo la connessione anche a tra ciò che è già esistente in merito. 

Le mobilitazioni a cui si sta dando avvio potrebbero essere occasione per l'attuazione di coalizioni dal basso, una coalizione democratica e per i diritti e una coalizione ecologica, in stretta relazione tra loro, dove il processo di autorappresentanza del sociale crescere. 

Il modello neoliberista in cui tutto è merce, fondato sulla mistificazione della realtà e dell’informazione a servizio dei poteri economici globali, utilizza la riduzione dei diritti e degli spazi democratici come strumenti per allontanare i cittadini dalla politica. Le controriforme costituzionali combinate alla nuova legge elettorale, se confermate dai referendum, sancirebbero un’involuzione del sistema democratico che riporterebbe il Paese ai meccanismi alle condizioni che consentirono la nascita del fascismo (vedi legge Acerbo). 

La riforma della scuola, la corsa alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, la politica energetica che rilancia gli idrocarburi, le "Grandi Opere", la precarizzazione del Lavoro, ecc. vanno tutte nella direzione di un accentramento autoritario dei poteri che taglia democrazia e diritti e che devolve i beni di appartenenza collettiva, a partire dalla democrazia, al mercato come unico regolatore della società. Che queste politiche siano sostenute da governi di destra o di sinistra, come abbiamo visto, non sposta l’orientamento generale.  

Cardine di un cambiamento reale di rotta è la conversione ecologica che regge insieme un modello di riorganizzazione della società e delle relazioni sociali, basato sull' attuazione della democrazia partecipativa e di prossimità, sull’assunzione di responsabilità dei cittadini, sulla difesa e costruzione del lavoro, del reddito e dei diritti per tutti, oggi precarizzati per legge, e che sono totalmente negati ai migranti, che rappresentano la nuova frontiera delle vulgate nazionalistiche e/o di scontro di razze e religioni utilizzato strumentalmente, per continuare nelle politiche di accaparramento delle risorse planetarie attraverso la violazione del diritto alla stessa sopravvivenza sul pianeta. 

Le politiche rivolte alla guerra, in un quadro europeo ed internazionale, divengono indispensabili per preservare gli interessi finanziari, compresi quelli legati agli armamenti, quando è evidente che solo attraverso la pace si può cominciare a ricostruire un rapporto di armonia col pianeta per la sopravvivenza di tutto il genere umano. In questo contesto si registra un drammatico arretramento delle conquiste sociali delle donne. Lo scontro più che di religione appare sempre più uno scontro tra generi, in cui il ruolo delle donne e la loro agibilità sociale e politica viene pesantemente messo in discussione di fatto anche in Europa, quando è evidente che sul corpo e la libertà delle donne si gioca il futuro delle nostre società. È necessario mettere a valore le buone prassi del movimento femminista ed aprire una discussione concreta ed aggiornata sul rapporto tra gestione del potere e società. 

La necessità di riavviare un percorso comune partendo da una visione complessiva ed alternativa necessita di un percorso lungo di ricostruzione dal basso di uno spazio di partecipazione  in grado di riportare l’interesse dei cittadini per la politica come strumento non di gestione del potere ma come agire comune al servizio delle comunità. La salvaguardia del territorio e dei beni di appartenenza collettiva, la loro gestione pubblica e partecipativa divengono prioritarie  si contrappongono a quelle della privatizzazione dell’esistente, così come diviene prioritario costruire un’autorappresentanza delle lotte in cui i temi proposti siano perseguiti con coerenza e senza essere ostaggio di contrattazione politica o partitica. La stagione referendaria che si avvia sui diversi argomenti rappresenta una opportunità straordinaria per porre all’attenzione di un paese narcotizzato dalla di distrazione di massa, le questioni fondamentali che ineriscono democrazia, diritti e beni comuni, e per riprendere parola sul modello di società verso cui si vuole andare. La politica deve poter rappresentare e tutelare gli interessi dei cittadini e delle collettività e non quelli di un sistema di poteri economici, finanziari e criminali costantemente rappresentati attraverso lo spudorato conflitto d’interessi degli attori politici attuali.

La discussione non ha sottaciuto da un canto la necessità di aggregare in modo "riconoscibile" i cittadini sui temi considerati prioritari per costruire massa critica e di opposizione alle politiche del governo, dall’altra la consapevolezza che l’aggregazione di tutte le forze che operano già per il cambiamento, seppure in modo parcellizzato nel Paese, non possono riunirsi magicamente sotto una sigla o un contenitore politico, pena la coazione e ripetere lo stesso errore delle sommatorie, ma che si tratta di avviare un "processo" in cui è necessario sperimentare modalità nuove, orizzontali e realmente partecipative ed al quale tutti devono poter contribuire ed essere protagonisti perché si concretizzi in un cambiamento reale. 

3. La ricostruzione culturale 

In quasi tutti i gruppi sono sorte idee e proposte relative alla necessità di dare un nuovo impulso a un periodo di rinascita culturale e civile, capace di ricreare un senso di comunità, sviluppare nuove competenze, senso critico, capacità di intervento nella realtà sociale nonché strumenti per ricostruire un orizzonte ideale e valoriale con un nuovo entusiasmo nel perseguire questi obiettivi. 

Si è contatta la latitanza del mondo culturale, accademico, intellettuale e artistico. Gli intellettuali possono invece svolgere un ruolo fondamentale in un momento storico come quello attuale che chiama chi  ha più chiavi di analisi del reale ad una netta assunzione di responsabilità. Gli intellettuali, evitando protagonismi e vetrine, dovrebbero mettersi al servizio di un processo di cambiamento sociale e politico, sostenendolo con l'analisi, andando al cuore  dei problemi, rendendo  intellegibili a tutti le dinamiche economiche, sociali, politiche, mettendo a disposizione di tutti e di tutte strumenti di comprensione e nuove possibilità. 

Il gruppo dove sono confluite le proposte su scuola e formazione ha sottolineato la necessità di rimettere al centro il percorso educativo, cercando nel contempo di stimolare l’opinione pubblica perché colga l’urgenza di avere studenti (i futuri cittadini) formati ed "informati".

Collettivizzare il tema della formazione e della gestione dell’informazione per arrivare ad una ricomposizione della conoscenza, cosa che comporta inevitabilmente la necessità di formare le persone in continuità per tutto l’arco della vita. Creare continuità tra mondo sociale e luoghi formativi e, al contempo, far divenire le esperienze di cambiamento sociale, economico, culturale, artistico dei luoghi di formazione, incontro e trasformazione sociale e politica. 

Inoltre, trasversalmente nei gruppo, sono sorte proposte di avvio di vari progetti di informazione e formazione:

  • sensibilizzazione e formazione sulle tematiche costituzionali; 
  • formazione congiunta che favorisca la convivenza sociale tra italiani e migranti; 
  • formazione alle pratiche di conversione ecologica; 
  • formazione sui metodi partecipativi e la facilitazione sociale;
  • formazione sugli strumenti informatici in genere e sulle piattaforme decisionali on line; attività che potrebbe favorire la nascita di nuovi rapporti intergenerazionali oggi particamente assenti tra nativi digitali e non. 

4. Una Nuova Politica 

Ci si è posti assieme la domanda di come riformulare in senso partecipativo la politica tradizionale basata sulla delega come gestione del potere e su come restituire senso alla politica, partendo dal BASSO e attraverso NUOVE FORME di partecipazione, confronto, condivisione e co-decisione.

Dai gruppi è scaturita la necessità di: 

Un nuovo orizzonte ideale, una nuova "utopia" sociale.

Un nuovo linguaggio: diretto, lontano dalle ideologie novecentesche, coinvolgente, aggiornato nei linguaggi negli stimoli visivi e digitali. 

Centralità della relazione tra le persone: ascolto, accoglienza, gestione del conflitto, cooperazione. Creare un "luogo" politico attrattivo in sé, dove le persone ritrovino relazioni positive, incontro, entusiasmo e creatività. 

Centralità della dimensione territoriale come  luoghi aggregativi di varie realtà su temi ed azioni specifici. 

Una nuova cultura del "noi" che superi gli individualismi e i protagonismi e permetta la valorizzazione trasformativa di una vera "intelligenza collettiva". 

Una orizzontalità decisionale che permetta di superare la delega e i verticismi, ad iniziare da dentro i movimenti e i gruppi politici. 

La priorità di una organizzazione territoriale che parta dalle lotte, dalle buone pratiche e dalle molte iniziative propositive che nascono nei singoli territori.

Nel corso dei lavori sono emerse differenze di visione, non sul merito (orizzontalità e territorialità) ma sul metodo, tra chi vede lo strumento di Liquid Feedback (piattaforma decisionale) come unico metodo attraverso il quale l’orizzontalità possa essere realmente tale e chi, pur condividendo il principio dell’orizzontalità, non lo ritiene, da solo, uno strumento attualmente capace di allargare la partecipazione. 

Nella due giorni si è confermata l’idea che non si deve più puntare a costruire un "contenitore" della sinistra ma piuttosto contribuire ad un necessario processo aggregativo nel quale promuovere e sperimentare insieme forme e pratiche inedite di riappropriazione dello spazio sociale e politico. Anche sulla definizione di questo spazio ci si è confrontati; dalla fiera autodefinizione di "sinistra" proposta da alcuni per affermare un sistema di valori forti e condivisi, alla necessità manifestata da altri di superare le categorie novecentesche già erose dal neoliberismo, sposato con forza dalle socialdemocrazie italiane ed europee, in favore di una discussione sui contenuti e sulle proposte concrete di cambiamento che non riguardano in esclusiva il cosiddetto 'popolo della sinistra' ma che, parlando di democrazia diritti e conversione ecologica, devono divenire popolari, desiderabili e praticabili per tutti i cittadini. 

La dimensione territoriale, l’autodeterminazione dei territori, delle lotte e delle proposte per il cambiamento resta fondante di una visione di cambiamento radicale che deve declinare il pensare globale sull’azione locale. Bisogna lavorare a costruire un sistema a rete di interrelazione e moltiplicazione degli esempi positivi tra territori diversi, di scambio continuo di esperienze e mutuo sostegno. 

Pur nella consapevolezza che i tempi per concorre alle elezioni politiche sono di là da venire, non si esclude l’eventuale partecipazione ad esperienze amministrative locali, laddove se ne creino le condizioni, perché soprattutto sul livello locale è importante cominciare a far avanzare proposte concrete di cambiamento sia nelle prassi che negli obiettivi. 

Per avviare un percorso sganciato dalle pulsioni identitarie bisogna muovere dalla consapevolezza che gli esiti di un processo comune non possono essere slegati dall’aderenza agli obiettivi condivisi e non possono essere precostituiti, ma saranno determinati dalla volontà e dal contributo di ognuno e dalla capacità di rimettersi in discussione per porre le basi della fiducia e del  riconoscimento reciproco su un piede di parità. Si tratta quindi di navigare in mare aperto rispetto alle esperienze note, e di operare per la costruzione di una identità debole, in itinere, di scopo, basata sul costante aggiornamento del processo di costruzione del nuovo. 

Sono state avanzate diverse proposte per sperimentare insieme nuove forme di partecipazione; dalla ricerca di un linguaggio e di una comunicazione che metta in comune i contenuti importanti e costruisca controinformazione, alla proposta di tenere discussioni territoriali in contemporanea in ogni regione e territorio, alla condivisione di promuovere  un'assemblea nazionale autoconvocata da tutte le forze attive e propositive del paese. 

L’impegno di tutti i partecipanti, anche se con accenti e con sfumature differenti,  è stato in questo senso concorde sulla necessità di cercare insieme una nuova strada e forma che restituisca alla parola Politica senso e dignità, e la disponibilità a lavorare insieme per costruire relazioni positive che ci consentano di far emergere ed affermare un mondo nuovo. 

Nota sul metodo adottato a Bologna

L’approccio partecipativo circolare, paritario e inclusivo, asseconda e stimola, con gradi di intensità diversi, il potenziale creativo ed espressivo e l’intelligenza collettiva delle persone per co-progettare e co-generare esperienze e processi culturali, sociali, economici, politici, artistici e permette l’avvio di processi cooperativi e la gestione di conflitti notoriamente divisivi. 

Sulla base di questo presupposto, abbiamo proposto il metodo del 'world cafè'. Il consenso ottenuto a riguardo ci incoraggia a proseguire nella sperimentazione di metodi di facilitazione sociale, approfondendo il tema, in futuro, anche attraverso formazioni specifiche rivolte a tutte e tutti. Le pratiche di facilitazione sociale che negli ultimi decenni si stanno diffondendo nel mondo aziendale, sociale e partecipativo in tutto il pianeta, attingono da varie fonti: l’esperienza di culture tradizionali, le pratiche dei movimenti pacifisti, l’esperienza del movimento femminista, le pratiche non violente, di mediazione e risoluzione dei conflitti, il sapere teorico e metodologico della psicologia sociale, dei metodi gruppali utilizzati in psicoterapia familiare o di gruppo, nel mutuo aiuto, nelle analisi organizzative e il team building, ecc. I movimenti sociali, diversamente dai partiti politici, hanno spesso utilizzato metodi di facilitazione spontanei: i movimenti per i diritti civili, i comitati e i movimenti ambientalisti, i gruppi  femminili e femministi, ecc. Dagli anni ’70 in poi si è via via creato un processo di teorizzazione di pratiche maggiormente codificate. Oggi ci sono molte metodologie sperimentate e altre in via di crescita e sperimentazione. Tra queste una forma molto semplice e diffusa è il world cafè. Abbiamo voluto introdurre una prima blanda sperimentazione di questa metodologia, facendola precedere da delle relazioni svolte in senso tradizionale. 

Il metodo di lavoro è stato accolto da alcuni con un po’ di spiazzamento ma con piacere dalla maggior parte dei presenti che hanno partecipato con entusiasmo e generosità.

Abbiamo altresì notato delle resistenze individualistiche e alcuni protagonismi che, amplificati nelle assemblee classiche, qui sono stati comunque gestiti dal metodo e dai facilitatori. Si tratta di creare una nuova cultura partecipativa che non soffochi l’individualità ma la potenzi nell’azione collettiva, evitandone però gli effetti divisivi e conflittuali. 

Il limite principale è stato il tempo circoscritto. Si è trattata di una sperimentazione interessante che merita ulteriori occasioni di approfondimento con tempi più dilatati, tavoli meno numerosi e domande più specifiche.

6) Proposte operative emerse dall’incontro

A seguito della due giorni di Bologna, sono emerse le seguenti proposte operative: 

1) La convocazione di un successivo incontro nazionale, promosso non solo da PrimalePersone ma assieme a tutte le realtà associative e movimentiste presenti a Bologna e con  tutti quelli che vorranno unirsi per far crescere lo SPAZIO POLITICO aperto e orizzontale necessario ad avviare quel processo di autorappresentanza sociale e politica che riteniamo tutti necessario. 

2) Sono emerse due ipotesi di lavoro rispetto ai territori che non è detto non possano trovare una convergenza: 

a) Dare seguito all’incontro di Bologna costruendo una rete delle regioni che coordinino le azioni portate avanti sui territori, partendo dall'organizzazione di assemblee locali monotematiche. Per facilitare questo percorso e individuare i temi su cui lavorare è stato proposto un incontro tra i comitati territoriali da organizzare a breve.

b)  Dare seguito all'incontro di Bologna con incontri territoriali simili a quello di Bologna invitando tutte le realtà del territorio che vogliono convergere. Questo darebbe modo di avviare iniziative in tutte le regioni non solo dove sono presenti  "altre" regioni .

3) Vagliare la possibilità di avviare un giornale on-line come spazio informativo indipendente con tre sezioni: uno spazio di confronto generale, uno spazio per le iniziative territoriali, uno spazio per il mondo movimentista, sociale, associativo, ecc, uno spazio per raccogliere documenti frutto di ricerche e studi fatti sui temi affrontati (per condividere le informazioni fra tutti) che favorisca il processo di coalizione democratica e di coalizione ecologica in fieri. 

 

Tavolo Conversione ecologica 1

World Cafè: Tavolo sulla conversione ecologica

Facilitatore Tematico: Guido Viale

Facilitatore di processo: Martina Camarda


 

I temi affrontati nel primo gruppo sulla conversione ecologica sono stati molti e, ovviamente, in ordine sparso. Qui si cerca di raggrupparli per grandi capitoli al cui interno si troveranno, evidentemente, affermazioni differenti e anche contrastanti.

CONVERGENZA. Una convergenza quasi unanime si è registrata nel rilevare il nesso stretto tra conversione ecologica, lavoro e migranti o profughi. A Forlì hanno più volte affrontato il problema anche in assemblee pubbliche, ma il confronto con la CGIL ha messo in evidenza che nel sindacato la si pensa come in Forza nuova.

Il fatto che tutto sia interconnesso non elimina la difficoltà per noi di connettere i diversi temi, a partire dalla difficoltà di collegare la discussione che avviene nei diversi tavoli del nostro incontro. Connettere tra di loro le diverse forze sociali (per esempio lavoratori e ambientalisti) è ovviamente ancora più difficile. Lavorare su ciò che unisce è inutile, non ne nasce niente. Dobbiamo imparare a lavorare sulle differenze. Di lì nasce la coscienza collettiva.

ORGANIZZAZIONE. Il secondo tema al centro dell’attenzione è stato il rapporto tra movimenti e organizzazione. Lavorare solo a livello locale non basta. Occorre lavorare a riconnettere i vari soggetti e questo si può fare solo mettendo al centro il lavoro e i diritti. La formula ideale era la coalizione sociale di Landini, ma non è stata sviluppata. Un esempio di maggior successo è la coalizione per il clima nata a Cuneo in rapporto al dibattito su COP21 come emanazione della locale coalizione sociale. E’ stato messo a punto un PAES (Piano di azione per l’energia sostenibile) con un percorso che può essere riproposto in altri territori. In entrambi i casi, comunque, il grande assente era il sindacato (Fiom compresa).

Va salvaguardata la distinzione destra-sinistra. Essere di sinistra significa adottare il punto di vista degli ultimi. Garantire diritti al di sotto dei quali non si deve scendere.

ECONOMIA. Mettere l’economia davanti al sociale non è mai di sinistra. Non si può affidare al mercato la risoluzione dei problemi. Ci vuole un agente esterno (lo Stato). Se ci trovassimo in un’isola deserta nessuno penserebbe a fondare per prima cosa una banca.

Ma l’unità delle sinistre è comunque impossibile, perché ce ne sono alcune favorevoli alla crescita e altre per cui la cosa più importante è ridurre consumi, produzione, orario di lavoro, sprechi e ridistribuire reddito.

In realtà non c’è una sola economia e una sola scienza economica: ce ne sono molte e quelle che puntano a una maggiore giustizia sociale e ambientale richiedono una politica industriale che richiede a sua volta l’intervento dello Stato. Ma non per salvare il capitalismo, come è avvenuto con le politiche keynesiane, bensì per decidere che cosa come e per chi produrre. Un’economia diversa in ogni caso è cosa diversa da un’economia controllata dallo Stato.

Va combattuto in ogni forma lo spreco, come è stato fatto in una zona del Lazio dove è a all’opera un mercato contadino che serve 30-40mila abitanti e dove ogni settimana si salvano dai rifiuti due camion di alimenti. Ma è chiaro che un livello di consumo (automobili, ma anche pannelli solari) come quello dell’Occidente è impossibile garantirlo a tutti gli abitanti della Terra. Bisogna ridurre. La decrescita senza uguaglianza è però un’idea folle. L’austerità è una forma di decrescita infelice. Economia sociale e solidale, ovvero imprese del terzo settore: molti le hanno portate ad esempio, ma c’è stato il netto rifiuto di un compagno secondo il quale servono solo a salvare la coscienza di chi le fa.

PROPRIETA’. Occorre mettere in discussione la proprietà privata. Non si dice mai che è necessario superarla, per lo mano le grandi fortune. Ma basta nazionalizzare? No, anche se è necessario per restituire allo Stato un ruolo di regolazione; in particolare per quanto riguarda la finanza e le banche. In realtà, tra proprietà privata e proprietà pubblica (entrambe sotto il controllo di pochi a danno dei molti) esistono i beni comuni la cui caratteristica principale è quella di essere sottoposti al controllo di una comunità: quella che fruisce dei loro servizi, ma che contribuisce anche al loro mantenimento e potenziamento. I cardine dei beni comuni è il concetto di custodia, che ci avvicina a una certa cultura cattolica.


 

FORMAZIONE. Tutti si sono trovati d’accordo sulla centralità della formazione e della cultura. Legando i temi ambiente, guerra e profughi/migranti dobbiamo creare una nuova cultura che susciti entusiasmo, così come facevano i concetti di socialismo e comunismo nel secolo scorso. Per questo vanno anche attualizzate le definizioni dei diritti. Dobbiamo proporci di agire sulle coscienze: la conversione ecologica è anche e soprattutto questo. Sull’entusiasmo è stata però sollevata una riserva: bisogna mettere al primo posto la ragione e non le emozioni.

Dobbiamo far riferimento alla cultura Ubuntu, al passaggio dalla cultura dell’io a quella del noi. In questo migranti e profughi possono aiutarci molto perché l’immigrazione, in paesi come la Francia e il Regno Unito ha già dato tutto quello che poteva dare. Da noi invece è un fenomeno nuovo e dobbiamo ancora scoprire e valorizzare le sua potenzialità dal punto di vista culturale. Senza però farci illusioni. I migranti sono portatori di grandi conoscenze sul modo di valorizzare le risorse, ma sono anche sradicati al punto di aver dimenticato o perso la loro cultura. Molti degli attuali migranti dell’Africa non sono più ”veri” africani, perché non sanno cantare e ballare: tutto quello che costituisce il cuore dell’anima africana. Vengono però in gran parte da ambienti agricoli: sanno lavorare in campagna e questo fatto potrebbe essere valorizzato molto meglio.

La cultura ubuntu significa anche abbandono della proprietà intellettuale, mutuo soccorso, solidarietà. A questo proposito sono stati richiamati il progetto milanese 20 pietre per la realizzazione di una nuova casa del popolo, l’esperienza delle transition town dove si coltivano frutta e ortaggi nelle aiole, a disposizione di tutti. E’ stata anche richiamata l’attenzione sull’economia di comunione dei focolarini, dove il profitto scompare, così come le elaborazioni di Zamagni e Bruni. Attenersi alle regole è però difficilissimo. In Puglia le aziende agricole che cercano di ingaggiare regolarmente i braccianti non reggono la concorrenza con il diffusissimo lavoro nero, di cui tutti sono a conoscenza, ma che nessuno contrasta veramente.


 

MIGRANTI. In Italia ci sono oltre 5 milioni di migranti e 110mila profughi. Si è prestata troppa attenzione ai secondi e nessuna ai primi. Tutti hanno bisogno di molta formazione; soprattutto sul rapporto tra ambiente, guerre e profughi. Un compagno ha sottolineato la pericolosità di una accettazione indiscriminata dei profughi. Nel 2050 l’Africa avrà un miliardo di abitanti e la maggioranza vorranno venire in Europa. Non si può accoglierli tutti. Bisogna trovare il modo di bonificare l’Africa per fermare quei flussi. E ‘ stato sottolineato che il punto di vista degli ultimi è anche quello dei migranti.


 

GIOVANI. Tutti hanno rilevato la mancanza di giovani nelle nostre riunioni. Non è vero che son o indifferenti. Ci tengono molto all’ambiente, risparmiano energia con internet invece di spostarsi, usano il car sharing. Sono molto sensibili come sa chiunque frequenti le scuole. Ricercano una ricchezza della persona e rifuggono da livore diffuso. C’è un grande movimento di ritorno alla terra, ma non son o in condizione di competere con il grande agrobusiness. Spesso parliamo dei giovano come se facessimo del marketing: come appropriarcene invece di pensare a come adeguarci al loro linguaggio, che è completamente diverso dal nostro.


 

MAPPATURA . Da più interventi è stato chiesto che si proceda al più presto verso una mappatura non solo della presenza di Primalepersone sul territorio nazionale, ma anche di tutte le iniziative di base che in qualche modo possono essere di interesse per il nostro lavoro. E’ stato anche proposto di monitorare sistematicamente le attività delle amministrazioni locali – dove si ha la forza per farlo – per verificare lo scarto che esiste tra le loro promesse elettorale e i loro impegni programmatici, da un lato, e il loro operare concreto dall’altro. E di inserirci in questo scarto per far valere le nostre rivendicazioni. Anche questo lavoro, ovviamente, non dovrebbe coinvolgere solo Primalepersone, ma dobbiamo invitare a farlo tutti gli organismi di base con cui siamo in contatto.


 

Tavolo Costituzione 1

Report del tavolo di lavoro dedicato ai temi della Democrazia Costituzionale e dei diritti.

Oltre al ‘facilitatore tematico’ (Baicchi) e al ‘facilitatore del dialogo’ (Gian Luigi Ago), al tavolo ha partecipato l’avv. Felice Besostri.

 

Praticamente tutti i partecipanti ai tre gruppi che si sono succeduti al tavolo sono intervenuti; complessivamente ci sono stati circa 30/40 interventi.

 

Dagli interventi è emersa la preoccupazione per la situazione attuale, che vede procedere un processo di profonda modifica del nostro sistema istituzionale, che rischia di essere trasformato in senso accentrato e autoritario, nella quasi totale indifferenza della opinione pubblica.

C’è una netta consapevolezza che la campagna referendaria che tenta di opporsi alle ‘riforme’ sarà ben più difficile di quella (vittoriosa) del 2005/2006.

Questo non solo per il cambiamento della posizione del PD, allora contrario alla riforma presidenzialista di Berlusconi, che oggi invece tenta di imporre, ma a causa del diffuso scetticismo, della disillusione derivante dalla mancata concretizzazione delle scelte espresse dai cittadini con precedenti referendum (per es. quello sulla ripubblicizzazione dell’acqua). Inoltre le vicende di un passato anche recente hanno fatto perdere credibilità alle stesse istituzioni democratiche e alle forze politiche, anche per la mancata realizzazione del dettato costituzionale.

 

Tutti hanno convenuto che non ci deve essere una difesa pura e semplice del testo costituzionale, ma anche una proposta di aggiornamento (vedi inserimento della definizione di ‘beni comuni’, ecc…) e di effettiva realizzazione dei Principi fondamentali di giustizia, eguaglianza, solidarietà, tutela dell’ambiente e del patrimonio.

 

E’ stato confermato il sostegno alle iniziative in corso (referendum e ricorsi giudiziari di incostituzionalità) e evidenziata l’urgenza di proposte concrete.

 

Un tema più volte ripreso è stato quello della difficoltà a contrastare la disinformazione messa in atto da gran parte dei media, che si limitato a ripetere i proclami del governo.

Su questo piano sono stati rivendicati: un cambiamento del linguaggio, un migliore uso del web, la massima apertura anche a forze politiche che su altri temi hanno posizioni discutibili. E’ stata sollecitata una maggiore presenza nel mondo della scuola. Ha prevalso la richiesta di effettuare la raccolta firme per il referendum costituzionale, anche in caso non fosse indispensabile, per avere un contatto diretto con la cittadinanza.

Sul tema del linguaggio, in particolare Besostri ha insistito sulla necessità di rifiutare formulazioni equivoche; ad esempio: il referendum costituzionale deve essere definito ‘oppositivo’ perché è stato previsto, come i referendum abrogativi, per correggere una scelta del Parlamento non condivisa dagli elettori e dalle elettrici.

 

Non c’è stata unanimità sulla priorità da assegnare al contrasto delle affermazioni di Renzi o alla scelta di argomenti diversi, da lui volutamente nascosti. Si è parlato del tentativo di trasformare il referendum in un plebiscito sulla persona di Renzi, della tendenza al presidenzialismo anche in altri Paesi.

 

In una specie di brain storming (e quindi in forma quasi provocatoria) sono emerse alcune proposte operative da approfondire:

 

  • L’uso di slogan ‘forti’, come ad esempio ‘Torna il fascismo’

  • La denuncia del rischio che la nuova legge elettorale consegni il Paese a forze quasi eversive anche se minoritarie

  • Una massiccia campagna di discredito dei membri del governo sul piano personale

  • La formulazione di una petizione popolare su cui tentare di raccogliere un numero di firme pari alla metà dei voti espressi nelle ultime politiche.

  • La presentazione di più leggi di iniziativa popolare su vari temi.

 

Infine è emersa la necessità di fornire una maggiore informazione e di cercare di far capire cosa cambierebbe nella nostra società e nella nostra vita quotidiana con queste ‘riforme’, a partire dalla perdita del potere di partecipare alle scelte politiche e di incidere su di esse quando non condivise, e con gli altri provvedimenti governativi (scuola, ambiente, lavoro, ecc…).

 

Tavolo Costituzione 2

Resoconto tavolo DOMANDA 2

 

Come creare sinergie e convergenza politica a partire dalle priorità

in tema di Democrazia Costituzionale e diritti

 

Facilitatore tematico: Claudia Bellucci

Facilitatore di dialogo: Massimo Zavattiero

 

La Costituzione italiana è la legge fondamentale che sancisce i nostri diritti e doveri e le forme democratiche di convivenza civile nel nostro paese. Tuttavia, la lungimiranza con cui l’Assemblea Costituente la scrisse è stata poi più volte disattesa nei fatti e oggi le conquiste raggiunte per la sua attuazione sono state distrutte o vengono minacciate dal susseguirsi di governi che seguono logiche ben diverse (ovvero del capitalismo finanziario) di quelle sottese all’assetto politico-economico in cui la C. nacque (liberali, socialiste e repubblicane).

 

Tuttavia, abbiamo proprio per questo un’opportunità eccezionale davanti a noi per il breve e lungo periodo. Come raggi di una ruota, per quanto riguarda la Costituzione occorre agire su 4 fronti:

  1. CONOSCENZA

  2. DIFFUSIONE

  3. DIFESA

  4. ATTUAZIONE

 

Sia studi tra la popolazione che esperienze reali riportate dai partecipanti al tavolo testimoniano infatti la scarsissima conoscenza degli articoli della Costituzione, che sembra aver definitivamente aver perso valore intrinseco tra le persone e soprattutto tra gli studenti. Questo è uno dei principali problemi che abbiamo davanti, a causa anche di un nuovo tipo di analfabetismo, detto funzionale: si stima che il 50% della popolazione adulta non sia in grado di comprendere testi scritti sopra ad un certo grado di complessità.

Una proposta concreta per sviluppare la conoscenza della C. è quella di chiedere di reintrodurre l’educazione civica obbligatoria nelle scuole, a partire dalle secondarie di primo grado, inserendo la C. nel programma. È però un percorso lungo.

Per la sua attuazione, si potrebbero elaborare proposte di legge di iniziativa popolare, ma spesso rimangono nei cassetti o non trovano un’adeguata sponda politica (perdita di relazione tra società e rappresentanti).

 

L’urgenza per il 2016 sarà però quella di difenderla: la battaglia per il No alla controriforma Renzi-Boschi è di capitale importanza, perché condizionerà tutte quelle successive (per il lavoro, la scuola, la legge elettorale…). Occorre quindi arrivare alla convergenza su di essa di tutti i movimenti di scopo e dei sindacati.

Tuttavia, per arrivare ai cittadini la strada è erta: il degrado sociale e i problemi quotidiani occupano infatti tutto lo spazio disponibile e costituiscono le preoccupazioni prioritarie, contro cui si scontrerebbe una richiesta di difesa di norme sentite come lontane ed inattuali.

La generale sfiducia emerge anche in un intervento come “La C. non mi rappresenta”, ad altri secondo i quali rappresenta l’ideale, ma si è rivelata incapace di tutelare quegli stessi diritti che afferma.

Per la diffusione dei principi costituzionali e per richiamarne l’importanza nella mente dei cittadini, i comitati territoriali potrebbero impegnarsi a sviluppare materiali ed eventi pubblici in cui evidenziare come gli articoli della C., se applicati e se non applicati, abbiano ricadute molto concrete sulla vita quotidiana delle persone. Ciò si rivela importante soprattutto nelle occasioni di mobilitazioni informativa sull’impatto della C. su problematiche locali, dei territori (es. legare a problemi territoriali di ecologia o di sanità gli articoli della C. che parlano di ambiente e salute).

 

È stato sottolineato anche il problema del linguaggio: occorre usare frasi chiare e dirette e controbattere puntualmente gli slogan di Renzi, smontandoli.

È stato proposto anche l’uso di metodi nuovi, alternativi, dai flash-mob agli spettacoli teatrali.

 

Sempre a livello locale, occorre coinvolgere e responsabilizzare altri comitati e persone impegnate nel civismo attivo, attraverso incontri fisici e strumenti informatici. È stato fatto l’esempio di un Forum in cui si mantengono le autonomie dei movimenti (ha lo scopo di coordinare azioni congiunte, es. manifestazioni di piazza o sciopero della fame, ad alto impatto mediatico; si è formato un gruppo di lavoro che comunica in mailing list e un coordinatore che ruota ogni 3 mesi; si fanno 2 assemblee annuali), o di incontri in cui si invitano persone di altri comuni virtuosi dal punto di vista delle forme di partecipazione democratica (es. in cui si fa il bilancio partecipativo).

 

Gli strumenti informatici hanno scopi diversi e potenzialità diverse, ma devono essere usati con la consapevolezza dei limiti che hanno.

Es. la Mailing list è ottima per discussioni monotematiche (es. calendarizzare gli eventi), ma favorisce discussioni tra al massimo 10 persone, mentre un forum online è fondamentale per la co-costruzione di contenuti, anche avvalendosi di sistemi decisionali online.

 

Un’altra idea espressa è stata che la convergenza politica su temi trasversali come le problematiche legate al lavoro e alla disoccupazione e alla mancanza di sovranità popolare debba coinvolgere tutti, non solo una parte politica: occorre rivolgersi a tutte le fasce sociali, e a tutte le ideologie politiche, rafforzando le associazioni esistenti e partecipando ai tavoli e alle iniziative che ci sono già. Anche le prossime elezioni amministrative sono un’occasione importante per sviluppare convergenze (es. utilizzando ai banchetti il tricolore).

 

Infine, alcuni interventi hanno sottolineato come la difesa della C. dovrebbe andare di pari passo con una proposta di modifica dell’attuale, di cui si dovrebbe far carico un soggetto politico nazionale e locale con un progetto di società svincolata dalle logiche dell’attuale ordoliberismo. Tale soggetto, è stato sottolineato in un intervento, dovrà rispettare una “sovranità relazionale”, soprattutto se intende fare una politica dei beni comuni: il compito di tutelarli non può più essere demandato allo stato, ma conferito alle comunità che devono ridiventare sovrane nella loro gestione. Una regola dovrà quindi essere l’inclusione di tutti i cittadini che utilizzano quel bene superando la mediazione del mercato, i quali potranno partecipare sia alla fase di costruzione del progetto politico che successivamente, rimanendo in costante relazione con il soggetto a cui hanno dato vita.

Un aspetto importante per migliorare gli strumenti di democrazia in C. sarebbe quello di includere l’istituto del referendum propositivo; per arrivare a questo obiettivo, si potrebbe partire da battaglie per la modifica degli statuti comunali, al fine di introdurre la possibilità di referendum deliberativi vincolanti senza quorum.

 

 

Tavolo SCUOLA

Bologna 9 gennaio 2016 - World Café
Sintesi della discussione del tavolo di lavoro sulla scuola

Facilitatore tematico: Carlo Salmaso
Facilitatotrici di processo: Simonetta Astigiano e Laura Orsucci

TEMA: Come creare sinergie e convergenza politica a partire dalle priorità che ci aspettano in tema di Scuola e Formazione? (alla luce del referendum contro la riforma della Scuola, Università, Ricerca, ecc. ) 

Il tavolo di lavoro sulla scuola è stato sviluppato in due sessioni consecutive; alla prima sessione hanno partecipato cinque persone per una durata complessiva di circa sessanta minuti, alla seconda quindici persone per una durata complessiva di circa quaranta minuti.

Più interventi hanno sottolineato la necessità di mettere al centro il percorso educativo, cercando nel contempo di stimolare l’opinione pubblica perché colga la necessità di avere studenti (futuri cittadini) formati ed “informati”.

Collettivizzare il tema della formazione e della gestione dell’informazione per arrivare ad una ricomposizione della conoscenza: questo comporta inevitabilmente la necessità di formare le persone in continuità per tutto l’arco della vita.

In questo senso si è sottolineata la necessità di ripensare l’intero percorso scolastico, attualmente vissuto come qualcosa di separato e segmentato nei vari ordini, sostituendolo con un iter più unitario: andrebbero probabilmente rivisti i programmi scolastici.

Nella ricomposizione si dovrebbe lavorare cercando di eliminare l’ideologia della competizione, del merito, della disuguaglianza innescata dai più recenti provvedimenti legislativi, cercando di costruire un canale di comunicazione privilegiato con gli studenti e con i genitori, pur nella consapevolezza che questi ultimi risultano attivi e presenti prevalentemente nei segmenti dell’istruzione  più bassa (scuole materne e primarie).

Una seconda necessità molto sentita è quella inerente l’accoglienza del sociale all’interno delle scuole: attualmente pare che la scuola “non insegni” la cittadinanza, che non sia più “al servizio” dei cittadini; all’interno del percorso ricompositivo sarebbe auspicabile vivere l’immigrazione come una ricchezza per implementare la formazione.

Nel breve periodo si ravvisa la necessità di partecipare al percorso referendario a carattere sociale, che accomuni i temi della scuola, del lavoro, dell’ambiente, costruendo quesiti che mirino ad intercettare tutta la popolazione e non solamente gli addetti ai lavori.

In contemporanea sarebbe utile avviare un percorso propositivo, che si concretizzi nella stesura della proposta di una legge di iniziativa popolare da affiancare nella raccolta delle firme al percorso referendario.

Tavolo su Conversione Ecologica N.2

Tavolo su Conversione Ecologica N.2 – Facilitatore: Domenico Gattuso

TEMI

Sono stati affrontati temi variegati; tra gli altri: esperienze locali virtuose, questioni energetiche, problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e dei rifiuti pericolosi (movimenti terra, rifiuti tossici), rischi connessi con l’inquinamento delle falde acquifere ad opera di discariche mal posizionate, questione intrecciata dei migranti e della pace con opportunità per le bonifiche e la cura dell’ambiente (aree interne, boschi, agricoltura), ricorso intelligente a fonti energetiche rinnovabili, cambiamenti climatici preoccupanti.

AZIONI CULTURALI

Sono emerse dai diversi interventi una molteplicità di “Azioni culturali” da promuovere; in particolare:

  • Creare fronti aggregati di lotta, mettendo in relazione i diversi movimenti; costruire vertenzialità condivisa su questioni territoriali;

  • Educare i cittadini alla cura e al rispetto dell’ambiente;

  • Accrescere consapevolezza e sensibilità per le politiche di consumo critico;

  • Diffondere informazione mirata per superare la censura e la disinformazione di regime, in particolare sui danni prodotti dalle politiche attuali sull’ambiente e la vita;

  • Costruire una intelligenza collettiva in grado di incidere sui processi;

  • Dar vita a una nuova cultura che guardi alla conversione ecologica non solo come strumento per creare nuove opportunità di lavoro, ma anche come occasione per una nuova, più elevata, qualità della vita, dando più spazio alle relazioni tra le persone e più tempo alla vita extra-lavorativa;

  • Promuovere le Best Practices in tutti i settori; ad esempio Differenziata e Rifiuti Zero, conversione macchine con motori a combustibili fossili a motori con energie pulite, puntare sul trasporto collettivo e sulla mobilità dolce limitando la motorizzazione privata);

  • Sostenere lo sviluppo dell’Altra Economia, Produzione naturale e di qualità, Codice etico nella produzione, Commercio Equo-Solidale);

  • Costruire una Nuova Visione del mondo (Progetto per il futuro) con il coinvolgimento diretto e pieno dei giovani;

  • Nell’immediato: costituire e/o partecipare a Comitati per il No alle norme contro la Costituzione.

 

PROPOSTE

Sono state avanzate diverse proposte. Si citano:

  • Mappatura territoriale degli orrori ambientali e delle buone pratiche;

  • Assumere linguaggi nuovi e dare forza a concetti significativi; ad es. Sviluppo in contrapposizione a produttivismo/neo-liberismo;

  • Primalepersone avvii l’incontro di tutti i comitati locali; occorre dar vita ad una Rete nazionale, sull’esempio dell’esperienza di Italia che cambia, attraverso il web (contatti on-line) e attraverso incontri dal vivo come quello odierno;

  • Patto sociale che prenda le mosse dall’introduzione del concetto di “sostenibilità ambientale e sociale” nella Costituzione;

  • Attivare strumenti di pressione efficaci sui politici, già occasionalmente sperimentati, quali Blog e Mobbing-mail;

  • Elaborare un Progetto di Conversione Ecologica, mirato su temi specifici come:

  • Energia non inquinante condivisa;

  • Recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio abbandonato;

  • Legare istanze territoriali e difesa della Costituzione, promuovendo una mobilitazione politica forte, in contemporanea sui diversi territori, su temi specifici come la battaglia contro le grandi opere invasive ed inutili, come la battaglia NOTRIV, come la battaglia per la salute delle persone, come la battaglia per la scuola pubblica, come la battaglia per le ferrovie regionali ed il diritto alla mobilità delle persone;

  • Progetto di rilancio per le aree interne (per prevenire fenomeni di dissesto idrogeologico, valorizzare le produzioni agro-forestale sane e responsabili, rilanciare la vita di qualità nei borghi antichi) anche attraverso una riforma agraria adatta ai tempi odierni.

 


 

Tavolo su nuove forme della politica

TAVOLO 4 Domanda: come riformulare in senso partecipativo la politica tradizionale basata sulla delega come gestione del potere; come restituire senso alla politica partendo dal basso e attraverso nuove forme di partecipazione, confronto, condivisione e co-decisione.

Sintesi del lavoro del tavolo, svoltosi in tre sessioni di 50 minuti con rotazione dei partecipanti, (ca. 35 persone) per raggruppamento omogeneo delle analisi, contributi e proposte. Nelle tre sessioni del tavolo l’attenzione si è focalizzata fondamentalmente due piani: quello della possibilità della composizione delle lotte, delle buone pratiche e della cosiddetta sinistra diffusa, e quello di come riportare interesse e credibilità ad un agire politico che possa coinvolgere attivamente la cittadinanza.

Facilitatore tematico e rapporteur: Antonella Leto

Facilitatore del dialogo: Simone Lorenzoni

 

ANALISI

 

In linea di massima è stato unanimemente riconosciuto il fallimento del modo tradizionale di fare politica, in particolare nell'area genericamente definibile come sinistra. Le diverse aggregazioni, scomposizioni, ricomposizioni e poi scissioni che hanno caratterizzato la nostra storia più o meno recente hanno lasciato ferite e cicatrici non ancora rimarginate. Si è creata una spaccatura reale fra persone ed istituzioni che sfocia nell'astensionismo e nel disinteresse, per dirigersi poi verso una vera e propria avversione verso tutto quanto è definito “politica”.

L’ inquinamento malavitoso delle istituzioni e la compromissione del sistema politico con quello economico e finanziario sono parte integrante del problema. I cittadini sono stati progressivamente deprivati degli strumenti democratici della gestione del “potere” politico (vedi referendum e loro attuazione e scarsa e spesso incoerente rappresentatività della rappresentanza).

È stato osservato come accentrare il potere corrisponda ad allontanare i cittadini dalla partecipazione alla vita democratica; in questo senso è stato definito come un errore tragico non aver saputo recepire e mettere a frutto i contenuti e le pratiche orizzontali del movimento femminista, a partire dalla capacità di utilizzare il confronto e la composizione senza utilizzare il meccanismo del voto che inevitabilmente crea maggioranze e minoranze. Altro elemento di forte criticità nell’allontanamento dei cittadini dalla politica è stato individuato nel ruolo dell’informazione, ormai quasi totalmente orientata ed al servizio delle lobby di potere politico ed economico. Mancano ormai luoghi fisici di incontro e confronto. La crisi economica ed istituzionale è utilizzata per imporre politiche antidemocratiche che eludono i veri problemi e le possibili soluzioni.

 

È stato espresso un No alle ideologie ed un No al potere finalizzato alla gestione degli interessi economici. È stata inoltre manifestata l’avversione alla costruzione di nuovi contenitori politici, e riconosciuta la necessità di avviare processi e percorsi comuni a partire dalle lotte e dalle buone pratiche che in maniera parcellizzata attraversano tutto il paese. È stato osservato che manca, da parte della classe politica l’attenzione ed il rispetto verso le buone pratiche già diffuse sui diversi temi e contesti a livello territoriale, e sulle diverse lotte che prefigurano una volontà diffusa, anche se non ancora aggregata, verso un radicale cambio di rotta.

 

CONTRIBUTI E PROPOSTE

 

Al tavolo ci si è interrogati su quale orizzonte comune si possa costruire e su quali basi. È stato osservato che invertire l’ordine delle cose non basta. Non è sufficiente passare dal verticismo all’orizzontalità ma bisogna ricercare l’unità sulle cose concrete; partire dai temi e dalle lotte considerate più urgenti e condivise, e dalla promozione di queste per suscitare un conflitto positivo, cioè non soltanto basato sulla contrapposizione all’esistente ma anche sull’elaborazione e promozione di proposte per il cambiamento attraverso una partecipazione diffusa, e trovando sinergie tra realtà diverse ma affini e contigue.

 

Per questo è dunque necessario uscire dal leaderismo, dall’individualismo e dal narcisismo, ma al contrario favorire l’orizzontalità e la costruzione di un NOI in contrapposizione all’IO.

Ci si è interrogati sulla necessità e sulla modalità per restituire ai cittadini passione per la vita politica, alla quale si deve restituire senso etico e di servizio alle comunità lavorando per ricostruire un nuovo senso civico ed un protagonismo delle persone, un interesse che possa far comprendere che se i cittadini non si occupano della politica, la politica si occuperà di loro; quindi perché “conviene” occuparsi di politica per non restarne vittime; concetto sintetizzato dall’espressione “il cittadino politico”. Gli eventi drammatici che attraversano il nostro tempo, ( ad esempio dai mutamenti climatici causa di crisi idriche e dissesto idrogeologico), possono divenire, se comunicate correttamente, delle opportunità per far aprire gli occhi ai cittadini sulle politiche in atto.

Da qui la necessità di riformare il linguaggio, ragionando sulla maniera di comunicare i contenuti in maniera semplice e concreta, senza scadere nei populismi e nella demagogia ma anche prendendo atto del fatto che i nostri contenuti devono divenire popolari, accessibili e desiderabili affinché si concretizzino in un cambiamento reale. È stato osservato che è necessario sdoganare le parole abusate e restituire senso e idealità nell’agire politico e sociale. È stata evidenziata la necessità di “ricostruire” gli interlocutori e di ricercare un piano di dialogo con le nuove generazioni anche per trasferire la memoria politica, raccontare la storia breve ormai sconosciuta, o occultata, attraverso l’incontro tra le generazioni diverse, trovando e moltiplicando in ogni territorio luoghi fisici di confronto, di scambio, di incontro/scontro per arrivare ad una sintesi comune. È stato osservato che stiamo sperimentando la transizione dalla leadership verticale a quella orizzontale e che in questa fase è utile il tentativo di Primalepersone di ricercare una connessione tra le lotte e tra i movimenti e di lavorare e sperimentare sul piano metodologico nuove forme dell’agire comune.

 

Sono stati fatti diversi richiami e proposte che riguardano le forme della politica, dalla proposta di rifondare i partiti in forma orizzontale, al richiamo alla democrazia ateniese che sceglieva i propri rappresentanti a rotazione per sorteggio impegnando così alla assunzione di responsabilità diffusa, all’immagine della ruota in cui ogni raggio concentrico di volta in volta diviene punto d’appoggio e sostiene tutti gli altri, alla proposta di riformare la costituzione spostando la sovranità dal popolo alle persone ed ipotizzando una confederazione delle comunità locali, alla possibilità di introdurre la revocabilità della delega collegandola ad eventuali garanti per vincolo di mandato.

 

Un altro mondo è possibile? La politica, è stato proposto, deve riformarsi attraverso l’assunzione di una responsabilità collettiva per il cambiamento (a partire dal cambiamento nel costruire lo stare insieme); “uniAMOci nelle lotte comuni”, è stato detto, introducendo l’idea che bisogna trovare modalità che rendano divertente l’agire politico, che gli spazi di confronto siano creativi, accoglienti, che si creino relazioni positive tra le persone, perché se c’è sintonia e amore per quello in cui si crede[,] e che si vuole fare insieme si possono reinventare nuove e più fertili forme di collaborazione. Per questo è necessario uscire “dall’ansia da prestazione” dall’angoscia di raggiungere un risultato o sciogliersi; la politica deve corrispondere ad una nuova educazione e cultura del fare politica di tipo processuale, introducendo il concetto di didattica politica, di amministratore politico, sperimentando nuovi linguaggi per rendere divertente la politica (fun theory).

 

Naturalmente la drammaticità della situazione italiana, europea e globale non è stata sottaciuta nella discussione, evidenziando la necessità di pensare e progettare il futuro ma presidiare con tutte le nostre forze quello che abbiamo, in termini di diritti sociali e civili e di democrazia, che oggi vengono pesantemente messi in discussione con l’obiettivo di cancellarli con un colpo di spugna. Allora diviene necessario fare uno sforzo comune per lavorare sulle mistificazioni dell’informazione che torcono il racconto della realtà, ed agiscono sulla “distrazione di massa” per raccontare una realtà fittizia ed ingannevole. Bisogna crescere nella comunicazione, costruire insieme un sistema di informazione collettiva ed alternativa che possa veicolare, rafforzare e mettere in relazione i contenuti reali delle lotte, delle buone pratiche, delle economie solidali che non sono residuali, come si vorrebbe far credere, ma che incarnano nel loro insieme il seme ed il lievito del cambiamento possibile.

È stato proposto di costruire una mappa dei conflitti, delle dinamiche e delle realtà che operano a livello territoriale, perché dalla reciproca conoscenza e dal mutuo sostegno si possono moltiplicare le sperimentazioni le micro-esperienze positive positive, si possono veicolare i diversi contenuti per costruire una controinformazione efficace.. Sono stati proposti incontri pubblici territoriali anche tematici e l’organizzazione comune alle diverse realtà di una “festa” della nuova politica capace di infondere entusiasmo ed amore per un nuovo mondo che insieme vogliamo costruire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Assemblea 29 marzo 2015

Enzo Di Salvatore: Il Movimento e il Referendum NO TRIV

Vi ringrazio per l’invito e mi scuso di non poter essere con voi.

L’11 settembre 2001, proprio nel momento in cui le torri gemelle cadevano, alcuni politici abruzzesi e lucani si trovavano presso il Ministero delle attività produttive per stringere un accordo con la divisione AGIP dell’ENI. Il contenuto di questo accordo sarebbe poi stato trasfuso nella legge obiettivo dello stesso anno. In base ad esso, si prevedeva di realizzare alcuni progetti petroliferi in Basilicata e in Abruzzo. Da questo punto di vista, i lucani e gli abruzzesi si ritrovarono legali da un comune destino, sebbene poi l’epilogo sia stato molto diverso: mentre in Basilicata, anche per la conformazione geomorfologica propria del territorio, non si è riuscito a impedire la realizzazione dei progetti previsti, in Abruzzo si è riuscito ad impedire la nascita di un centri oli nel territorio di Ortona in provincia di Chieti. Il problema emerge, invero, soltanto nel 2006, quando gli abruzzesi si accorgono che lo Stato ha in serbo di realizzare non già un centro per la raccolta dell’olio di oliva, ma un centro per il primo trattamento del greggio estratto.

Nel 2006, il WWF promuove due ricorsi, che però vengono respinti dal Tar. Ciò nonostante, però, la protesta è ormai divampata e sorgono alcuni comitati che si oppongono alla realizzazione di tale Centro Oli. Nel frattempo la Regione Abruzzo adotta una legge, con la quale si fa divieto di realizzare opere di quel tipo. Così arriviamo al 2009, quando il PD che è all’opposizione mi chiede di scrivere una legge regionale ad hoc che ponga rimedio al problema. La legge non viene approvata ed io colgo l’occasione di raccontare tutto in un piccolo libro dal titolo “Abruzzo color petrolio”.

Nel maggio del 2012 vengo invitato ad un Convegno in Val d’Agri. Accanto a me al tavolo dei relatori siede uno studente universitario. Si chiama Giuseppe Macellaro. Parliamo a lungo e ci convinciamo che sia giunta l’ora di unire le forze. Per due ragioni: anzitutto perché è cresciuta in modo diffuso la consapevolezza che la questione delle estrazioni petrolifere non si traduce soltanto in un problema di carattere ambientale; in secondo luogo perché occorreva considerare il sistema nel suo complesso e non confinare la propria battaglia ad un singolo progetto. In sintesi, si trattava di concepire il problema anche in termini di ricadute economiche e di unire le diverse vertenze. E affinché questo fosse possibile sarebbe stato necessario, appunto, unire le forze.

Così, ad inizi luglio dello stesso anno Giuseppe mi chiama e mi dice: scendi che il 14 e il 15 luglio a Pisticci Scalo proviamo a dar vita ad un Coordinamento Nazionale. E così è stato: a metà luglio scendo e trascorro due giorni in compagnia di circa trecento persone provenienti da Comitati e Associazioni di tutta Italia. Si discute, ci si confronta, ci si suddivide in tre gruppi di lavoro. Il 15 mattina si mette nero su bianco e si stende una road map: una lettera da inviare a tutti i senatori della Repubblica perché non convertano in legge il decreto sviluppo del Governo Monti, con il quale si sbloccano i progetti petroliferi ricadenti entro le 12 miglia marine bloccati nel 2010 dal Governo Berlusconi. Si considera quindi l’eventualità che l’appello cada nel vuoto (ed infatti cade nel vuoto) e, pertanto, non si esclude di intraprendere in futuro la strada referendaria. Contestualmente si dà avvio ad una campagna di sensibilizzazione dal titolo “Energia, Costituzione, Democrazia”, che porta me e gli altri ad un tour serrato in giro per l’Italia: Potenza, Pescara, Benevento, Ascoli Piceno, Cesena, Gibellina, Tortoreto, Silvi Marina, Pineto, Bordolano, Avellino, Taranto, sono soltanto alcuni dei luoghi dove siamo stati a raccontare quali problemi avrebbe posto la revisione costituzionale del Titolo V, secondo le intenzioni del Governo Monti: chiaro era – ed è tutt’oggi – che la revisione costituzionale del riparto delle competenze legislative tra lo Stato e le Regioni avrebbe interessato la questione energetica e, dunque, anche la questione petrolifera. La riconduzione nelle mani dello Stato della materia energetica avrebbe comportato la completa estromissione dalle decisioni sui progetti petroliferi delle Regioni (ed anche degli Enti locali).

Arriviamo quindi al 2014 e alla mia candidatura alle elezioni europee con L’Altra Europa con Tsipras. Di questo devo ringraziare Guido Viale, che mi ha consentito di partecipare alla campagna elettorale: non già perché ambissi ad andare in Europa, ma perché in questo modo, con la garanzia dell’autonomia della candidatura stessa, fosse possibile far crescere il Coordinamento e far sì che la campagna di sensibilizzazione acquisisse massima visibilità. E così è stato: tanto è vero che al Coordinamento hanno poi aderito molti Comitati della Calabria e della Puglia. E questo non ci ha trovato impreparati quando nell’autunno dello stesso anno sarebbe stato adottato il decreto Sblocca Italia. Tra le molte criticità che lo Sblocca Italia ha posto, quella petrolifera è, infatti, assurta rapidamente al centro del dibattito nazionale. Per i comitati è stato piuttosto agevole ritrovarsi e scendere in piazza, partecipare alle audizioni in Parlamento perché gli effetti nefasti della disciplina recata fossero contenuti in fase di conversione in legge del decreto e spingere affinché il provvedimento fosse impugnato dalle Regioni dinanzi alla Corte costituzionale. Un fatto del tutto impensabile soltanto pochi anni prima.

Dopodiché si è arrivati al referendum. A chi accusa oggi il Coordinamento Nazionale No Triv di aver fatto “fughe in avanti” rispondo che la possibilità di ricorrere allo strumento referendario era stata ampiamente discussa proprio a Pisticci Scalo nel 2012. Il punto è un altro: si è deciso di non promuovere la raccolta delle 500.000 firme necessarie per indire il referendum, bensì di chiedere alle Regioni di deliberare la richiesta referendaria. Dato i tempi ristretti imposti dalla legge, non abbiamo avuto altra scelta. Circa 200 associazioni e 100 personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, delle scienze e delle arti hanno, quindi, sottoscritto l’appello lanciato dal Coordinamento Nazionale No Triv affinché almeno cinque Consigli regionali promuovessero un referendum sulle trivellazioni in mare. Alla fine hanno risposto all’appello ben dieci Consigli regionali. A quel punto, la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province Autonome mi ha chiesto di scrivere i quesiti. In ciò ho avuto carta bianca e ne ho scritti sei, mantenendo però distinti il quesito sulle 12 miglia marine dagli altri cinque: tre sull’art. 38 dello Sblocca Italia e aventi ad oggetto il decreto semplificazioni del 2012 e la legge del 2004 di riordino del settore energetico. Questi ultimi due li ho inseriti pensando che potessero far da traino a tutti gli altri, in quanto relativi alla partecipazione delle Regioni ai processi decisionali. Successivamente i sei quesiti hanno ottenuto il via libera da parte dell’Ufficio Centrale per il referendum istituito presso la Corte di Cassazione. Sennonché, lo scorso dicembre un emendamento alla legge di stabilità proposto dal Governo ha apportato alcune modifiche alla normativa oggetto del referendum. E qui sono iniziati i problemi. Nel senso che solo tre modifiche hanno effettivamente soddisfatto nella sostanza la proposta referendaria. Per altri tre quesiti, relativi alle trivellazioni entro le 12 miglia marine, alla durata dei titoli e al piano delle aree, vi è stata una autentica elusione della richiesta referendaria. A quel punto la questione è tornata in Corte di Cassazione, che però, rispetto ai tre quesiti non soddisfatti dalle modifiche della legge di stabilità, ne ha ammesso uno solo uno. Il 19 gennaio scorso la Corte costituzionale si è pronunciata per la legittimità del quesito ammesso dalla Cassazione. Questo vuol dire che gli italiani potranno andare al voto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno di quest’anno. Per quanto riguarda gli altri due quesiti si spera di poterli recuperare attraverso il conflitto di attribuzione promosso il 25 gennaio scorso da sei Regioni.  

Roma 07/08 maggio 2016 Plan B Italia

Aldo Rotolo

Premesso che nell'UE ci sono un bel po' di cose sbagliate:

- trattato di Maastricht

-      "      "  Dublino

-       "      "  Lisbona

- Eurogendarmeria

- procedure di decisione Ademocratiche

-Parlamento che non conta un accidente

...e molte altre...

Però in EU non si fanno trattati contro la povertà o sui rifugiati, che sono i nostri fratelli sfruttati e vittime di guerre e regimi sostenuti se non direttamente creati da NOI OCCIDENTE!

 

Per non parlare dei MURI: da Berlino '89 in poi sono cresciuti in altezza e numero come in Palestina,Spagna/Marocco,Maxico/USA e in UE.

 

E' assolutamente necessario, INDISPENSABILE che anche noi in Italia "ci diamo una mossa", perchè se l'Italia, non solo con la pur "volenterosa" ALTRAEUROPA CON TSIPRAS, volenterosa sì ma fatalmente insufficiente anche a suo tempo...avesse promosso un MOVIMENTO GRANDE E UNITARIO di APPOGGIO al tentativo greco...forse sarebbe andata diversamente, magari riuscendo anche a coinvolgere altri Paesi, e una linea più vicina a quella di J.Varoufakis avrebbe avuto spazio politico e forse avrebbe anche potuto vincere e con essa il popolo Grecoe l'Europa tutta!

In opposizione a quella moderata e rinunciataria che anima il governo Tsipras che si è così trovato, nell'isolamento sostanziale, costretto a cedere al ricatto della troika e dei poteri forti che le stanno dietro, appunto per non aver programmato una linea diversa - pure, almeno, indicata chiaramente dall'OXI.

 

Passiamo a qualche "modesta proposta" anche operativa:

 

- colleghiamoci anche usando i social

- vediamo stavolta di EVITARE la coltivazione degli orticelli dei organizzazione

- lottiamo anche a livello parlamentare EU per far scrivere e approvare un documento ufficiale per RIPUDIARE LA GUERRA - cfr. art 11 Cost. it.

- un programma di investimenti nella società per un nuovo modo di produrre cose e servizi utili a noi tutti popoli EU e non solo a lorsignori

- LA DEMOCRAZIA NON E' SOLO UN METODO MIGLIORE DI MOLTI ALTRI, MA DEVE ESSERE IL NOSTRO FINE!

- bisogna che le burocrazie sindacali si tolgano "dalle balle" , o meglio che ce le togliamo, per lasciare il passo ad un sindacato europeo unitario e di classe. 

- contro l'internazionale dei padroni e banche & C. ci vuole una nuova internazionale per il socialismo. (socialismo o barbarie non è mai più una profezia terribile, ma un presente contro cui dobbiamo lottare uniti,e siamo obbligati a vincere!)

- così anche le organizzazioni politiche sia quelle +/- storiche che quelle di "nuovo tipo" devono cominciare a lavorare insieme nella direzione di una federazione continentale della maggioranza contro i privilegi della minoranza - infima non solo per numero, per un futuro di alternativa, se no non c'è futuro per il pianeta!

 

Se il movimento in Francia, che ora è all'avanguardia - come già lo fu in anni lontani, ma importantissimi non solo per chi li ha vissuti, avesse un momento di "stanca" allora forse toccherà a noi quì, e allora sarà il nostro turno di dare una mano ... ricordiamoci del MAGGIO...

 

Last but not least, sono del tutto d'accordo con quanto dice la compagna A.M.Rivera, sul rapporto equilibrato che è necessario avere con gli animali e con tutto il resto del pianeta di cui occorre ricordare sempre che siamo ospiti tra milioni di altri. E vorrei ricordare anche quanto scoperto da uno scienziato di grande valore anche politico, W. Reich, ai suoi tempi, sul potere dell'amore con la sua teoria orgonica.

 

BUON LAVORO A TUTTI NOI, CHE' NE AVREMO PROPRIO BISOGNO, PERCHE' CI ASPETTA UN LAVORO EPOCALE!

 

Andrea Fioretti

Quale Piano B per l’Italia?

Di Andrea Fioretti per l’assemblea del 7 maggio


Innanzitutto occorre ricostruire il senso del dibattito per capire in che prospettiva muoversi per un “Piano B” anche in Italia. Altrimenti questo rischia di diventare uno slogan politicista generico buono per diverse interpretazioni, magari anche confliggenti tra loro.

In che contesto nasce quindi questa proposta e con quale obiettivo? Il dibattito sul “Piano B in Europa” nasce dopo il fallimento delle trattative tra il governo Tsipras e la cosiddetta Troika (UE-BCE e FMI) che ha messo sotto ricatto i greci minacciandoli di non concedere liquidità alle loro banche se non avessero applicato l’ennesimo “memorandum” fatto di controriforme sociali, privatizzazioni e distruzione del welfare. Nonostante la volontà popolare contraria, espressasi in un referendum che aveva suscitato molte speranze, il governo di Syriza ha ceduto al ricatto e ha firmato il terzo memorandum della recente storia della Grecia con la motivazione che “non c’è alternativa” alle regole imposte dall’eurogruppo.

Ecco che a quel punto, prima in seno alla sinistra greca poi un po’ in tutta la sinistra alternativa europea, si è aperta la riflessione su quale alternativa sia possibile fuori dai rigidi vincoli imposti dai Trattati europei: il “Piano A” della riforma delle istituzioni europee o il “Piano B” della rottura con tutto quello che consegue?

E’ da questo dibattito che è nata la proposta della conferenza di Madrid del febbraio scorso che ha avuto il grande merito, non di esaurire il dibattito, ma di rilanciarlo su un terreno più largo di quello dei convegni tra economisti e politici, ossia lo ha intersecato con le lotte e i movimenti europei (in particolare mediterranei) che si oppongono alle misure di austerità e al ricatto del debito che le istituzioni finanziarie europee elaborano ed i governi nazionali impongono a popoli e classi lavoratrici a seconda delle condizioni specifiche di ciascun paese.

Anche a partire dall’esperienza greca, bisogna prendere atto allora che il Piano A, la riforma in senso anti-liberista delle istituzioni europee, è fallito ed è inattuabile perchè le istituzioni europee o sono liberiste o non sono. I vincoli di Maastricht, Lisbona ecc... lo sanciscono nero su bianco e nella lettera dell'Ottobre scorso, indirizzata alla sinistra italiana, anche Oskar Lafontaine faceva notare che “voler cambiare i trattati [attendendo] la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico”.
Ma come radicare oggi a livello nazionale uno spazio politico e sociale che, in una connessione internazionale di lotte, si ponga in una prospettiva alternativa al modello europeo della UE e della BCE? Non si può che partire dalla domanda se sia possibile oppure no, restando all'interno dei vincoli dell'eurozona, applicare politiche alternative di redistribuzione verso il basso, rilanciare investimenti pubblici e pubblicizzazione dei settorie strategici sotto controllo popolare, sostenere i salari, contrastare precarietà, disoccupazione e disuguaglianze sociali, difendere l’ambiente dalla distruzione della valorizzazione capitalistica del territorio, aprire a politiche di integrazione e solidarietà coi popoli che migrano, chiudere con le politiche di guerra che questi esodi generano.
Il modello a cui fa riferimento la UE e che i suoi Trattati impongono è unicamente quello della competitività internazionale dell’Eurozona basata sulle capacità di traino dell’economia tedesca e delle sue esportazioni. E' un fatto che se il “treno” è quello, alla compressione dei salari e del welfare operati dalla “locomotiva” redesca segua gioco-forza quella ancora più selvaggia degli altri “vagoni”, in primis dei Paesi dell'Europa del Sud, con il risultato che in questo periodo di crisi l’economia dominante tedesca (dati Eurostat) è riuscita grossomodo a tutelare i suoi livelli di produzione industriale mentre l’Italia ha perso una quota del 25%, la Spagna del 30% e la Grecia addirittura del 35%. Inoltre l'indebitamento delle banche viene sempre scaricato sulle spalle degli Stati, costretti a nuovi tagli e privatizzazioni oltreché al rispetto dei “vincoli europei”. Così come è chiaro ormai che la logica monetarista dell’eurozona è finalizzata a costruire una “gabbia” che imponga la compressione dei salari e favorisca le esportazioni tedesche. In qualche dichiarazione stampa lo stesso Renzi ha cercato far vedere che si possono allentare questi vincoli e ricontrattare un po' le “rate” del debito al fine di giocarsela come vittoria di fronte a un elettorato italiano. Alla fine però, col placet di Confindustria, ha applicato le misure di austerity richieste. In questo quadro il cappio dei vincoli europei al collo di popoli e classi lavoratrici può essere in qualche caso allentato, ma non tolto.

D’altronde il continuo, crescente, gigantesco spostamento coatto di ricchezza verso il capitale dal lavoro e dal non lavoro, in tutte le loro forme, necessita di consenso sociale alle politiche di austerity e di fiducia nelle istituzioni italiane ed europee. Il qualunquismo e l'antipolitica sono solo una faccia dell'atomizzazione e della dissoluzione dei legami sociali prodotti da quasi 40 anni di “post-democrazia” (per dirla alla Crouch). L'altra è rappresentata dalla capacità di Renzi di utilizzare sapientemente un populismo “bonapartista” che si alimenta della passività di massa, della sfiducia e della guerra tra poveri e generazioni nei diversi settori del complesso corpo sociale salariato attuale. L'obiettivo è rendere quest'ultimo “informe” e docile alle esigenze del capitalismo. Quindi non ci sarà alcuna alternativa se non verranno superate le diseguaglianze sociali e umane, e per favorire questo processo storico in ogni epoca è necessario individuare il luogo dove ciò possa avvenire.
A questa domanda, infatti, finora nessun processo della sinistra alternativa ha saputo o voluto rispondere. Questo piano sopra esposto non può infatti essere risolto dalla discussione autistica e ossessiva su contenitori, scatole e soggetti politico-elettorali. Non è questa l’unità “utile” a sinistra. Le elezioni sono un passaggio fondamentale, non eludibile, in cui cercare di far irrompere le istanze di classe più avanzate in un progetto per l’alternativa di sistema e non di mera “alternanza” di governo.
Al contrario le “costituenti di sinistra” e i processi tentati finora si sono infranti, e si infrangeranno sempre, sui limiti di una visione meramente elettoralista che rovescia il problema dei rapporti di forza tra le classi subordinandolo alla presenza “isituzionale” e non viceversa. In questa logica non si allontanano dalle “terre di mezzo” a livello europeo, nel rapporto ambiguo col PSE, e a livello nazionale, restando nell’orizzonte governista di un nuovo centrosinistra. Basta discussioni su vuoti contenitori politici e sulla autolegittimazione dei suoi gruppi dirigenti. Non è questo il “vuoto” che c’è nel nostro paese. Se guardiamo ai processi di ribellione ai diktat della Troika in Spagna, Portogallo, Grecia e Francia di questi anni quello che manca nel nostro paese è l’attivazione politica dei soggetti sociali colpiti dalla crisi.

E allora per colmare questo vuoto, più che sperare nel colpo di fortuna alle prossime elezioni, dobbiamo ripartire dal conflitto. E per farlo dobbiamo capirea che anche noi abbiamo qui ed ora il nostro “memorandum” imposto dalla BCE che, usando anche con noi il ricatto del debito, ci chiede le “controriforme” se vogliamo continuare a ricevere liquidità e “fiducia” dagli strozzini del capitalismo internazionale.

Per stabilire una connessione sentimentale con gli altri popoli europei che combattono contro le politiche di austerità e di guerra della UE, dobbiamo organizzare la lotta contro l’agenda politica imposta dal “memorandum” rappresentato dalla lettera di Draghi e Trichet indirizzata nell’agosto 2011 all’allora governo Berlusconi e rivolta anche ai futuri governi. Questa sottolinea infatti apertamente che “il Consiglio direttivo (della BCE, ndr) ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali”. Le misure ritenute “essenziali” nella lettera sono molte e hanno dettato una linea precisa alle misure dei governi da allora a oggi. Riguardano il sostegno alla competitività delle imprese, la piena liberalizzazione dei servizi pubblici con “privatizzazioni su larga scala”, la cancellazione del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa” per legare i salari alla produttività, il sostegno all’accordo del 28 giugno tra Confindustria e sindacati contro la democrazia sindacale, la cancellazione dell’art.18 e delle tutele contrattuali, la privatizzazione degli ammortizzatori sociali, la spending review, l’innalzamento dell’età pensionabile, la mobilità e la riduzione degli stipendi nel pubblico impiego, la cancellazione delle Province, il pareggio di bilancio in Costituzione (il Fiscal Compact), l’aziendalizzazione e l’introduzione dei criteri di produttività privati nei “sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione”...tutto con la richiesta esplicita che tali misure antipopolari e filopadronali “siano prese il prima possibile per decreto legge”! 

Si capisce bene, quindi, da quale filosofia economica sono ispirate tutte le misure di questi anni come la Legge Fornero, il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la “Buona” Scuola e ora il DDL Madia. Gli esecutivi, dal 2011 a oggi stanno ponendo, di fatto, le basi costituenti di una nuova fase, da molti chiamata ormai della “terza repubblica”, in cui molti dei punti eversivi della P2 dettano la linea programmatica per i governi futuri e di cui il PD è uno dei puntelli strutturali e non accidentali. Non è un caso che i più entusiasti sostenitori delle manovre di Renzi sono oggi i rappresentanti di Confindustria, Marchionne e Farinetti. Così come non è un caso che la minoranza attuale del PD sia totalmente ininfluente (se non collaterale) a questo processo di sovversivismo dall’alto delle classi dirigenti. Il suo orizzonte di un “centrosinistra non renziano” (che è nelle prospettive anche di Sinistra Italiana) ha dimostrati di non rappresentare che una variante social-liberista con un po’ di flexsecurity, ma non certo un’alternativa, a questo modello di austerity e di gestione della crisi capitalistica. Se l’attuale crisi capitalistica è una crisi organica, allora l’uscita a sinistra dalla crisi è l’uscita dal capitalismo stesso. E se la UE è liberista o non è, allora dobbiamo prendere atto che un modello alternativo al neo-liberismo o è anticapitalista o non è.

Per radicare nel nostro paese un processo di lotta e di organizzazione del conflitto in questa direzione bisogna individuare quindi a quali soggetti sociali facciamo riferimento, in primis, nel proporre un’alternativa a tutta la società.

Se leggiamo i dati dell’ISTAT sulle vecchie e nuove povertà, quelli dell’osservatorio della CGIL sulle crisi aziendali, licenziamenti e cassintegrazioni e persino quelli delle politiche assistenzialiste della Caritas scopriamo che nel nostro paese la crisi ha 5 facce. Una faccia giovane perchè i più privati di un futuro e di qualsiasi ammortizzatore sociale; una faccia ovviamente precaria perchè tra lavori intermittenti, tutele crescenti e ora il lavoro gratuito questa è la condizione dominante; una faccia di donna perchè a parità di condizioni nella classe sono le prime ad essere licenziate in caso di crisi aziendali e a parità di mansioni percepiscono il 30% in meno del salario; una faccia operaia perchè il nostro paese ha perso in 7 anni, come detto, il 25% della sua capacità produttiva, con aziende chiuse o delocalizzate e perchè la condizione operaia si è estesa fuori dalla fabbrica in molti settori con lavori sottopagati e ricattabili in settori come la logistica, la grande distribuzione, i call center dove la Costituzione, e tra un po’ la contrattazione collettiva, non entrano più; una faccia di migrante perchè quelli che non vengono respinti o lasciati morire nel Mediterraneo servono per lavorare al nero o sottopagati (o magari tutte e due le cose insieme col sistema dei voucher) e utlizzati per tenere alta la tensione della guerra tra poveri col razzismo e la xenofobia...

Non sarà facile ma da questo occorre ripartire anche perchè la frammentazione produttiva e sociale fa sì che solo una ristretta minoranza di attivisti oggi cerchi faticosamente una visione d’insieme dei problemi, mentre per la grande maggioranza l’atomizzazione ha agito in profondità creando, come dice efficacemente Marco Bersani, “senso di isolamento al punto da renderle disponibili alla mobilitazione solo di fronte ad un attacco diretto ed esplicito alle proprie condizioni di vita”.
È per questo che la minoranza attiva non può bearsi di “avere ragione” e inveire contro la passività del “popolo bue”. Bisogna riprendere il tema della autoconvocazione dei soggetti sociali colpiti dalla crisi, rilanciando i temi e le forme di organizzazione della democrazia diretta, non solo quella referendaria, ma quella della partecipazione attiva e decisionale sulle scelte della società, sul cosa produrre e per chi, sull’utilizzo delle risorse pubbliche e ambientali, sulla riduzione di orario a parità di salario per redistribuire il lavoro che c’è e liberare tempo di vita, sul rifiuto del debito illeggitimo.

Infine un passaggio sul tema della guerra e del coinvolgimento della UE nelle aggressioni della NATO. La natura meramente bellicista dell’alleanza atlantica non può essere sottaciuta. Le fandonie sulle “missioni di pace” sono state ormai seppellite sotto le macerie di migliaia di abitazioni civili nella ex-Jugoslavia, in Libia ed in Afghanistan rase al suolo con le bombe a grappolo e con l’uranio impoverito.

Non si va quindi verso la pace, ma al contrario la crisi alimenta la competizione e la militarizzazione delle relazioni internazionali. In questi anni, infatti, il ruolo di questa alleanza militare si è enormemente accresciuto e ha condotto la guerra in tre continenti. Quando è caduto il Muro di Berlino nel 1989, la NATO era un'alleanza di 16 membri con nessun partner. Oggi, con la sua espansione a est in funzione antirussa e in Asia per il contenimento della Cina, tra membri della NATO e partner si raggiunge il numero di almeno 70 nazioni, rappresentando di fatto la maggiore minaccia mondiale alla convivenza pacifica tra i popoli.

In questi mesi si è svolta una delle più grandi esercitazioni NATO della Storia, la “Trident Juncture 2015”, che dal 28 settembre al 6 novembre in Italia, Spagna e Portogallo con unità terrestri, aeree, navali e forze speciali dei paesi alleati e partner, ha coinvolto quasi 40 mila uomini più le industrie militari di 15 paesi per valutare di quali altre armi ha bisogno l'Alleanza.

L’Italia, inoltre, facendo parte della NATO, è obbligata a destinare alla spesa militare cifre enormi. In media 52 milioni di euro al giorno (secondo i dati della NATO stessa), cifra che secondo i nuovi impegni assunti dal governo Renzi potrebbe essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.
E anche dal punto di vista degli impegni militari gli organismi sovranazionali di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte ci vincolano senza possibilità di appello ad un ruolo imperialista e guerrafondaio. L'art. 42 del Trattato sull'Unione Europea stabilisce, infatti, che “la politica dell'Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”. E sono membri della NATO 22 dei 28 paesi della UE (Italia in primis). Ma tale art. 42 sottolinea anche che la NATO “resta il fondamento della difesa collettiva della Ue” e che “un ruolo più forte dell'Unione in materia di sicurezza e di difesa contribuirà alla vitalità di un'Alleanza atlantica rinnovata” cosa che coinvolge quindi anche gli altri paesi non membri.

Ecco perchè la rottura con le politiche di austerity e di guerra non possono che andare di pari passo. Ed ecco perché, nel concreto, la lotta per un’alternativa al sistema capitalistico in crisi non può che passare per la rottura della gabbia dei vincoli che sono stati imposti ai popoli e alle classi lavoratrici europee e non solo. La rottura dei trattati euromonetaristi e quelli euroatlantici (TTIP compreso) sono ormai una pre-condizione per dare credibilità e respiro a qualsiasi strategia per rilanciare un’iniziativa di classe oggi e un modello alternativo al capitalismo in crisi domani.

Annamaria Rivera

Da qualche anno a questa parte, a ogni esordio di una nuova aggregazione politica di sinistra in Italia, mi s’impone l’obbligo di far appello affinché al centro della riflessione e dell’azione politiche sia posta la questione delle migrazioni e degli esodi forzati e, con essa, la battaglia contro ciò che convenzionalmente chiamiamo Europa-fortezza, nonché contro il razzismo e l’islamofobia crescenti. Una battaglia che, a mio parere, a sua volta non è separabile, da quella contro il sessismo e lo specismo, come poi cercherò di argomentare. Che su questo versante la sinistra politica sia arretrata, quantunque si definisca radicale, è mostrato dal fatto, constatabile soprattutto negli anni più recenti, che le sue assemblee siano perlopiù omogeneamente bianche, la nostra compresa. In altri paesi europei tale omogeneità sarebbe considerata un’anomalia o, peggio, un tratto tipico dell’estrema destra. Sebbene ciò tenda a passare inosservato – o irrilevante, quando viene fatto osservare – in realtà noi contribuiamo, sia pur in modo inconsapevole o involontario, al sistema di apartheid che, con qualche eccezione, vige nel nostro paese. Eppure v’è un nesso evidente tra l’aspirazione a un “piano b” per l’Europa e la necessità di contrastare le sue politiche proibizioniste e migranticide (per dirlo con un neologismo) nonché di avversare il razzismo, l’islamofobia, la tendenza a denegare a migranti e rifugiati i diritti più basilari, dal diritto alla vita e alla fuga fino al diritto d’asilo. A tal proposito, basta dire che in Italia in non pochi casi lo si rifiuta perfino a chi si è sottratto a una dittatura feroce qual è quella eritrea o all’orrore di Daech. Quella che è detta “crisi dei rifugiati” è, in realtà, una profonda crisi dell’Europa. Tale da far temere che le spinte centrifughe, i meschini egoismi nazionali, le pulsioni nazionaliste, la crescita progressiva delle formazioni di estrema destra, la tendenza delle élite politiche nazionali a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato non solo conducano alla scomposizione dell’unità europea, ma possano concorrere ad aprire scenari ancor più inquietanti. E’ quasi banale ricordare che la fase attuale di esodi forzati (tali anche nel caso dei migranti detti economici) è effetto secondario del neocolonialismo occidentale e del suo interventismo armato, quindi dell’opera di destabilizzazione di vaste aree, dall’Africa al Medio Oriente, nonché della predazione economica e della devastazione anche ambientale compiute dal capitalismo globale. Di fronte alla “crisi dei rifugiati”, le misure adottate dall’Unione europea e da singoli Stati appaiono tanto ciniche, irrispettose dei diritti umani più basilari, indifferenti verso la sorte dei rifugiati quanto incoerenti, contraddittorie, spesso controproducenti. Altrettanto insensata è la corsa a barricarsi dietro le frontiere nazionali, erigendo muri e barriere di filo spinato, perfino schierando gli eserciti onde limitare la libertà di movimento delle persone (lo hanno fatto la Slovenia e la Bulgaria). La recente trovata austriaca della barriera anti-profughi al Brennero, sebbene poi revocata, sta a mostrare fino a qual punto in Europa dilaghino le pulsioni sovraniste, se non nazionaliste nel senso più deteriore. La stessa Unione europea pratica una sorta di sovra-nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere. E questo, a sua volta, non solo è causa primaria di una strage di migranti e rifugiati di proporzioni mostruose, ma ha anche contribuito indirettamente a incoraggiare i nazionalismi, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Esemplare è l’accordo tra l’Ue e la Turchia, siglato il 18 marzo scorso in palese violazione di convenzioni internazionali, carte e trattati, anche europei: perfino del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Il coté paradossale di questo ignobile baratto è che la Grecia di Tsipras, da taluni eletta a nuovo faro del socialismo, si sia prestata essa stessa a violare il diritto internazionale, praticando espulsioni collettive e altre gravi infrazioni, nonché riconoscendo la Turchia come paese terzo sicuro. Deplorato da tutte le organizzazioni umanitarie e dallo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, questo accordo ha dato avvio alla deportazione di massa dei “migranti irregolari” (in realtà potenziali rifugiati), bambini compresi, che dal 20 marzo sono approdati nelle isole greche partendo dalla Turchia. Cioè da un paese terzo tutt’altro che sicuro, dominato da un regime a dir poco autoritario e repressivo, che primeggia per violazioni del diritto internazionale e della stessa Convenzione europea dei diritti umani, non garantisce alcuna protezione ai richiedenti-asilo e ai rifugiati. Basta dire che, secondo Amnesty International, da metà gennaio fino a marzo Ankara ha rimpatriato in Siria una media di cento siriani al giorno, donne e bambini compresi, vale a dire alcune migliaia di rifugiati. E’ dunque alto il rischio che i profughi barattati con Ankara siano prima o poi ri-deportati nelle stesse zone di guerra da cui erano fuggiti. L’insensatezza di questo accordo è del tutto palese: non servirà affatto, come si pretende, a scoraggiare gli esodi verso l’Europa e a smantellare “il business dei trafficanti”, bensì a costringere le moltitudini in fuga a intraprendere rotte e viaggi sempre più rischiosi. Già oggi e da molti anni l’Europa si configura come l’area più migranticida dell’intero pianeta: nel 2015 il tentativo di raggiungerla è costato la vita al 72,11% del totale delle vittime di esodi e migrazioni su scala planetaria. Forse bisognerebbe cominciare a chiamare questa ecatombe genocidio. Il nostro continente è tale non solo per ovvie ragioni geografiche, per i moltiplicarsi, tutt’intorno, di scenari di conflitti armati, guerre civili, terrorismo, carestie, devastazione ambientale, quindi per l’incremento delle persone in fuga, ma soprattutto perché sono le politiche proibizioniste europee, quindi l’assenza di corridoi umanitari e di percorsi migratori legali, a rendere i viaggi sempre più pericolosi. Ciò detto, lasciatemi spendere due parole su un tema ancor meno considerato dalla sinistra “radicale” italiana: quello della continuità e dell’intreccio fra i processi di dominazione, discriminazione e reificazione (o mercificazione) che chiamiamo sessismo, razzismo e specismo. Come ci hanno insegnato Horkheimer e Adorno –la cui interpretazione del marxismo è uno strumento prezioso per analizzare anche la società attuale –, il disconoscimento dell’animale e la sua riduzione a cosa o a merce, propri della cultura occidentale, sono il paradigma dell’esclusione dell’Altro/a. In buona parte degli ambienti di sinistra si ritiene (anche se non sempre si ha il coraggio di dirlo) che occuparsi della questione animale sia un lusso da privilegiati, indifferenti alla questione di classe. Quando, invece, basterebbe riflettere su quali siano i livelli di sfruttamento e di alienazione (anche mentale) cui sono sottoposti gli operai, in buona parte immigrati, che lavorano negli allevamenti e nei mattatoi industriali. Questi, che potremmo definire le fabbriche fordiste per il montaggio e lo smontaggio dei corpi animali, sono, tra l’altro, un insostenibile sperpero di risorse idriche, di energia fossile, di cibo vegetale. Ricordo che per la produzione intensiva di carne si consuma più della metà dei cereali e della soia prodotti nel mondo, sottratta così a vaste fasce di popolazioni sottoalimentate o ridotte alla fame. A vantaggio delle multinazionali, che dalla coltivazione dei cereali, dalla loro selezione, ibridazione, modificazione genetica traggono profitti di dimensioni mostruose. Per non dire dell’aumento esponenziale della produzione di fertilizzanti, erbicidi, pesticidi, sempre a vantaggio delle multinazionali; della distruzione delle foreste, della desertificazione di aree sempre più vaste. Ammettere che gli animali non umani non sono materie prime o merci, bensì soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, significa anche porsi nella direzione di un progetto economico, sociale e culturale che abbia come cardini la sobrietà, la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l’uguaglianza economica e sociale, in definitiva il superamento dell’ordine capitalistico.

Dino Greco

Intervento all’assemblea di sabato 8 maggio (Dino Greco)

Per mettere sui piedi ciò che cammina sulla testa e promuovere una discussione seria sul “cosa fare” al fine di combattere efficacemente l’iperliberismo europeo e le politiche di austerity, occorre che ci intendiamo su cosa è l’Europa, questa Europa.

Non come vorremmo che fosse in base ad un ideal-tipo. Ma cos’è la concreta costruzione europea, vale a dire la formazione economico-sociale capitalistica nella sua forma attuale.

Partiamo dal cuore del problema.

Per rispondere all’acutizzarsi della sua crisi, cioè della sempre meno contrastabile caduta del saggio di profitto, il capitale e il suo personale politico hanno prodotto una complessiva ristrutturazione del sistema che coinvolge:

la struttura economica (cioè un modello di accumulazione per espropriazione, un capitalismo usurario ormai impegnato a sopravvivere mediante la distruzione delle forze produttive);

l’architettura monetaristica, nel combinato trattati-moneta unica, che di quell’impianto costituisce la spina dorsale e l’apparato strumentale;

la sovrastruttura politica e giuridica, attraverso l’esproprio della sovranità nazionale in favore del board finanziario continentale, il cambiamento della forma di governo, in qualche caso dei modelli elettorali, attraverso la concentrazione del potere negli esecutivi e la riduzione dei parlamenti ad una funzione ornamentale: siamo cioè di fronte al sostanziale, definitivo ripudio della democrazia politica da parte del capitalismo;

i rapporti sociali, con la distruzione del welfare, l’annichilimento delle organizzazioni di classe, la repressione di tutte le manifestazioni di conflitto e di dissenso;

l’ideologia, che spacciando per legge naturale l’ordine di cose esistente tiene insieme tutto l’impasto e persuade che “non c’è alternativa”.

Ecco perché (bisogna metterselo in testa) tutte le tesi variamente camuffate sulla riformabilità dell’Ue descrivono le illusioni, i limiti e, al dunque, la desolante inadeguatezza di un pensiero che ci consegna alla sconfitta.

Sono le illusioni, ad esempio, che hanno travolto Tsipras, la convinzione di potere contrattare con la Troika la fine dell’austerity e l’abbuono del debito.

Per semplificare: la credenza di potere concordare con gli strozzini la fine dell’usura in ragione del manifesto fallimento delle ricette liberiste, trascurando però l’essenziale e cioè che la missione dell’Ue, dell’oligarchia finanziaria europea, non è negoziabile e che all’interno dei vincoli imposti dai trattati il gioco è truccato e la resa inevitabile.

In seguito a quel fallimento, in questi mesi si è cominciato a parlare, sia pure confusamente, di un piano b).

E’ un bene che si faccia strada la convinzione che quello imboccato in Grecia è un vicolo cieco e si cerchino nuove strade.

Tuttavia, credo che la questione del piano b) sia malposta.

Se pensiamo ad un piano b) vuol dire che lo si ritiene un’ipotesi subordinata rispetto ad una principale; ma abbiamo già detto che la riformabilità dell’Ue, vale a dire il rovesciamento consensuale, per comune resipiscenza, dei rapporti sociali di cui è l’incarnazione, non è possibile.

Dobbiamo allora convincerci che c’è una sola vera soggettività politica alternativa da costruire: un piano a) da contrapporre al modello esistente.

Altrimenti è come vivere in attesa che l’Ue imploda per autocombustione, che siano i nostri avversari, le classi dominanti a redigerne il certificato di morte e a tracciare, da destra, la traiettoria d’uscita. Ma così confessiamo solo la nostra subalternità.

Né si può rinviare il problema a quando fra tutti i popoli dell’Europa dei 25 sia maturata la volontà di togliersi il cappio dal collo, perché intanto l’austerity continua a produrre i suoi danni, nelle condizioni materiali come nella testa delle persone.

Bene allora tessere legami sovranazionali, costruire fra i popoli e fra i lavoratori obiettivi di lotta comuni, coordinare momenti di mobilitazione continentale, riscoprire la tensione internazionalista che è un patrimonio e una conquista irrinunciabile della migliore storia del movimento operaio.

Ma bisogna sapere che ogni lotta o si incarna nella dimensione nazionale o non è e si risolve nella pura propaganda, mentre oggi si pone a noi, con assoluta urgenza, la necessità di praticare l’obiettivo e di lavorare, in ogni paese, per rotture unilaterali.

Battersi per la riconquista della sovranità nazionale espropriata deve diventare un obiettivo della sinistra, non una parola d’ordine da abbandonare alla destra e al nazionalismo razzista.

Dobbiamo perciò venire in chiaro anche su un altro punto di analisi che continua ad essere fonte di divisione a sinistra.

Da decenni (non da ieri) il capitale, nella sua massima espressione ha perfettamente compreso che il proprio terreno politico ed economico di elezione, la condizione della propria sopravvivenza ed egemonia è la dimensione mondo.

Friedrich von Hayek e in seguito gli epigoni di Milton Friedman, la scuola di Chicago presa a paradigma da Margareth Tatcher e Ronald Reagan, hanno tracciato limpidamente le coordinate di quella rotta.

Per dirla con le parole di David Rockefeller (il fondatore della Trilateral), “la sovranità sovranazionale di un’elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Da ultimo, è stata la banca J.P. Morgan, in un ormai notissimo documento del 28 maggio 2013, a spiegare l’ubi consistam della modernità capitalista:

I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.

E più precisamente ancora:

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quella esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

Non era possibile dire più chiaramente di così.

In perfetta coerenza con questa limpida indicazione strategica, nel nostro paese, il governo in carica sta procedendo alla definitiva demolizione della Costituzione del ’48, di cui il trattato istitutivo dell’Unione rappresenta dal punto di vista sociale, giuridico, politico, culturale l’esatto opposto.

La liquidazione della Costituzione italiana, della sovranità popolare in essa inscritta, dei suoi principi, delle sue indicazioni prescrittive è essenziale per la realizzazione compiuta della “lex mercatoria”, per la costituzionalizzazione del mercato.

Ora, Dobbiamo liberarci dalla paura che dietro l’istanza di una radicale e definitiva critica a questa nuova forma del dominio del capitale si affermi la cancrena del nazionalismo xenofobo, isolazionista e guerrafondaio, perché proprio in questa Europa esso trova il proprio brodo di coltura.

E’ in questo quadro miserabile che vengono innalzati ovunque i muri, che si alimenta la crociata razzista, che si concepisce l’ignobile deportazione di massa dei migranti che vive nel patto fra Europa e Turchia; o che la competizione fra lavoratori di diversi paesi si accentua proprio in forza dei trattati che autorizzano il dumping di manodopera.

In questo quadro si colloca la vexata quaestio dell’euro che tanto divide (e nei fatti paralizza) la sinistra antagonistica, in Italia e in Europa.

Ora, dire che l’euro – la moneta – sia la causa di tutte le disgrazie e che tolto di mezzo quel peccato originale si sia risolto tutto è un’evidente sciocchezza: capitalismo e politiche liberiste possono tranquillamente esistere con o senza euro.

Ma bisogna anche e finalmente capire che trattati e moneta rappresentano un compatto indivisibile, che l’euro è, per così dire, l’”instrumentum regni”, il catenaccio che lega le sbarre della gabbia di ferro, che impone le politiche di austerity, che legittima il dominio del capitale sul lavoro, che sospinge verso l’estrazione di plusvalore assoluto da un lavoro ridotto in condizioni schiavili, che annienta il welfare e privatizza tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, che istituzionalizza il dominio degli stati forti su quelli deboli, dei creditori sui debitori. E nel cui guscio si assiste, da dieci anni, al miracolo dei ricchi salvati dai poveri.

L’avere convinto che la moneta è un elemento neutrale dell’assetto capitalistico europeo è il capolavoro, il più clamoroso successo ideologico dei poteri dominanti.

Uscire dall’euro non significa dunque escogitare soluzioni taumaturgiche, ma togliere di mano al nuovo potere autocratico, privo di qualsiasi legittimazione democratica, la clava chiodata, schiudere la possibilità – e la fiducia nella possibilità – di cambiare le cose, di aprire uno spazio d’azione.

Questo nodo non può essere eluso, deve essere sciolto. E rapidamente.

Il prossimo 26 giugno la prima grande occasione si presenterà ai compagni e alle compagne spagnoli impegnati nella consultazione elettorale più importante dopo la caduta del franchismo. Se essi, forti di una ricostruita unità a sinistra, ce la faranno, come è nelle speranze di tutti noi, la questione del rapporto con l’Ue si riproporrà, esattamente nei termini in cui si è presentata a Syriza. Ma questa volta non può – non deve! – finire come in Grecia.

 

 

 

Guido Viale

Parlerò di profughi, in questo facilitato dal fatto che Anna Maria Rivera, con cui concordo pienamente, ha già detto diverse delle cose che avrei detto io, per cui non le ripeterò. Parlerò della valenza che ha oggi la questione dei profughi per l'Europa e per tutti noi; ma prima, anche perché sono membro di un'associazione che si chiama Prima le persone, voglio dire con forza che c'è una questione prepolitica che riguarda i profughi e che attiene alla dignità umana; che negando ai profughi la dignità che spetta agli esseri umani la neghiamo anche a noi stessi, o, come ha scritto il premio nobel Elfriede Jellinek, trattando i profughi come feccia diventiamo feccia noi stessi. Questo è un principio inderogabile per qualsiasi altra considerazione: un discrimine tra chi la pensa come noi e chi no. Da molti degli interventi che mi hanno preceduto appare evidente che oggi la questione dei profughi è al centro del conflitto politico e sociale in Europa e le conclusioni che verranno tratte da questo incontro dovranno prenderne atto. È al centro del conflitto per tre ragioni:

Primo: la contrapposizione tra chi vuole respingerli e chi vuole accoglierli attraversa tutta l'Europa e divide partiti, forze politiche, ma anche le classi sociali, lungo confini che non son quelli tradizionali. Siamo alla vigilia di una ricomposizione degli schieramenti politici e sociali radicale, che apre degli spazi immensi all'iniziativa di chi saprà cogliere il senso di questa spaccatura. Facendo leva su una politica incondizionata di respingimento, le destre estreme e anche fasciste avanzano in tutta Europa. In alcuni paesi sono già al governo. In altri ci andranno tra breve. Nella maggioranza dei casi condizionano le politiche dei governi centristi o di centro sinistra, che ne adottano le misure anche più estreme nel tentativo - vano - di non farsi portare via una parte consistente dell'elettorato. L'accordo con la Turchia, le barriere al Brennero, Ventimglia, Idumeni, Calais ne sono una prova. Ma ricordiamoci che fare dell'Europa una fortezza verso l'esterno, si riesca o no a realizzarla, finisce inevitabilmente per trasformarla in una caserma e in una prigione verso l'interno: cioè nei nostri confronti. Le recenti misure adottate in Francia in tema di lavoro, che riflettono quelle già attuate in Italia, ma soprattutto le svolte costituzionali promosse in Francia e in Italia sono funzionali a questa trasformazione. Di fronte a questa offensiva il fronte dell'accoglienza è oggi sicuramente minoritario sulla scena politica. Per questo dobbiamo impegnarci a promuovere una politica di resistenza, cercando soprattutto di individuare le gambe su cui questa politica può camminare. Quelle gambe ci sono: sono le decine di migliaia di volontari, di organizzazioni, e soprattutto di giovani - quelli che mancano quasi sempre nelle nostre riunioni - impegnate in attività di assistenza a chi sta cercando di raggiungere il suolo europeo o vi è già arrivato senza trovare niente di ciò che andava cercando. Sono un'avanguardia, attiva e numerosa, ma in gran parte senza voce, di uno schieramento potenzialmente immenso, soprattutto se saremo in grado di mettere pubblicamente in chiaro qual è la posta di questa contrapposizione. Promuovere una convergenza delle lotte significa innanzitutto far capire a tutti che se si esce sconfitti su questo terreno, si perde irrevocabilmente che su tutti gli altri.

Secondo: la questione dei profughi sta dissolvendo l'Unione europea. Se le politiche di austerità, anche nelle forme estreme assunte con l'attacco alla Grecia, avevano tenuto unito e in molti casi rafforzato il fronte dei governi europei, l'atteggiamento verso i profughi li divide in modo irrevocabile: ciascuno cerca di scaricare sui vicini il peso di un flusso che ritiene insostenibile. Ma quali siano i terminali europei di questo scaricabarile è chiaro: Grecia e Italia; gli unici paesi membri che con i loro 18mila chilometri di costa non hanno la possibilità di elevare muri e barriere fisiche (e amministrative) contro chi cerca rifugio in Europa. Coloro che vedono nel recupero di una sovranità a livello nazionale la strada di una emancipazione dai vincoli imposti dalla governance europea non tengono probabilmente conto di questo dato. La lotta per l'accoglienza è un conflitto di livello europeo, per un'Europa diversa, da progettare e costruire insieme a quei milioni di profughi che cercano e cercheranno una via di salvezza in Europa, a quei milioni di migranti che sono già qui da tempo, e a tutte quelle comunità dell'Africa e del Medioriente che quei profughi hanno lasciato e a cui molti di loro vorrebbero far ritorno. È una lotta che si vince o si perde insieme. Condotta a livello nazionale è già persa in partenza.

Terzo: coloro che cercano una via di scampo in Europa stanno rivendicando il più elementare dei diritti umani: il diritto di vivere. Gli Stati che cercano in ogni modo di respingerli stanno negandoglielo. Questo è e sarà sempre più il principale conflitto con cui ci dovremo confrontare nei prossimi decenni (chi di noi ci sarà). Oggi cercano di negarlo con la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere perché lo impongono convenzioni internazionali sempre più disattese, e migranti economici, da respingere, perché non hanno diritto a una protezione internazionale, non sono in pericolo, provengono da Stati "sicuri". Niente di più falso. Provengono tutti da paesi attraversati da guerre e dittature, per lo più generate da crisi ambientali provocate dallo sfruttamento sfrenato delle loro risorse da parte delle multinazionali occidentali o cinesi, o da cambiamenti climatici già pesantemente in corso, o dove l'ambiente è stato completamente devastato dalla guerra. Sono tutti profughi ambientali: una figura non prevista dalle convenzioni internazionali, ma destinata a dominare il nostro futuro. L'Europa ha le risorse per accoglierli e per dar loro un futuro, sia tra di noi che nei loro paesi di provenienza, quando e se torneranno a essere vivibili. A condizione di cambiare completamente politica, abbandonando per sempre l'austerità, la subalternità alla finanza, la schiavitù del debito al suo interno e la complicità con gli attori delle guerre in corso, quando non addirittura il suo impegno diretto in esse, ai suoi confini. Finendo una volta per sempre i vendere loro armi direttamente attraverso le più infami triangolazioni. L'Europa ha bisogno di questi nuovi arrivati perché sta andando incontro a una crisi demografica devastante; ma soprattutto perché ha urgente bisogno di abbandonare una cultura della competitività universale che rende ciascuno di noi nemico di tutti gli altri. Solo un vero incontro con le culture e con le sofferenze di chi cerca la propria salvezza da noi può aiutarci a intraprendere questa svolta.

 

Imma Barbarossa

FAE-IFE.pngRiflessione non neutra né neutrale sul piano B per un'altra Europa.

Non crediamo sia possibile immaginare un'altra Europa senza l'apporto del femminismo.

Quando parliamo di femminismo non intendiamo riferirci “solo” alle giuste lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno agito ed agiscono per vedere riconosciuto il diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo e sulla propria vita.

Intendiamo per femminismo un movimento capace di rimettere in discussione le strutture portanti dei sistemi dominanti e quindi di immaginare un modello differente di società e di relazioni sociali. Un femminismo capace cioè di indicare un “nuovo modo di stare al mondo, di pensare alla vita quotidiana, di vivere il proprio corpo e il proprio desiderio” e di introdurre “nelle questioni sociali e politiche una dimensione dimenticata o rimossa : la necessità di abolire la dominazione del genere maschile su quello femminile, perché questa dominazione è il modello su cui si fondano tutte le altre forme di alienazione “ (cfr. Nicole Edith Thevenin “Quel feminisme au coeur de la revolution?”).

Utilizzando questa chiave di lettura si riesce a cogliere ancor meglio come le politiche di austerità che vengono imposte agli Stati non rispondono solo ad una finalità economica ma sono sostenute da una precisa dimensione sociale ed ideologica, cioè quella di ripristinare, in modo autoritario, un ordine antico fondato su una gerarchia di poteri a cui vertice ci stiano il padre, il padrone, il padreterno.

Non rimuovere la dominazione di genere significa per esempio comprendere che la crisi rende i sistemi di potere sono oggi ancora più aggressivi : l’identità collettiva viene ricercata in simboli ad alto tasso emotivo (la fede, il sangue ,l’etnia) mentre riaffiorano fondamentalismi di varia natura a partire da quello religioso, si risvegliano tentazioni autoritarie e si accelera il processo di definitiva decomposizione dei diritti sociali.

E muore inesorabilmente la democrazia, di cui i poteri dominanti possono “tranquillamente” fare a meno come ci insegna la storia, anche quella recente.

Come femministe abbiamo imparato a criticare tutti i fondamentalismi : quello del mercato, della

mercificazione del corpo, delle religioni monoteiste fondate sul rapporto prioritario Dio/Maschio.

Se tutto ciò è vero oggi non si può desiderare nulla di meno di un processo capace di “rivoluzionare” il presente agendo le necessarie rotture di senso, di pratiche, di orizzonti. Non solo nel 'recinto' europeo, sempre più stretto e soffocante perché gravido di muri e di frontiere, ma in una dimensione internazionale.

C’è bisogno di lotta e di azione certo.

Ma il nostro essere femministe ci fa dire che ciò non basterebbe se non fossimo in grado di immaginare un altro modo di produrre e di riprodurre , un altro modello di relazioni sociali , un altro modo di intendere il potere per trasformare le forme sociali e psichiche della nostra esistenza. Insieme alla capacità di re- interrogarci sulle modalità di soggettivazione di un desiderio e di una passione, sulle modalità di riproduzione (anche individuali) della struttura ideologica di dominio,sulla qualità delle relazioni fra donne e uomini.

E se, al contempo, non scoprissimo la dinamica energetica del conflitto e di un “Eros alato” , per citare la Kollontaj, cioè di un amore consapevole verso sé stesse/i ed il mondo, come ci siamo dette nel seminario sull'”amore al tempo del colera” che abbiamo tenuto a Lodi qualche settimana fa.

Per tutto questo noi riteniamo che “un piano B per l'Europa” non possa che essere femminista.

Nel senso però che abbiamo cercato di esplicitare e non come semplice aggiunta o integrazione.

Ci pare che la medesima constatazione sia stata fatta durante il forum di Madrid.

Oggi «è il momento in cui le femministe dovrebbero pensare in grande» , come auspica Nancy Fraser.

Riconoscendo che il femminismo contiene in sé elementi trasformativi, contestatori e emancipatori capaci di sovvertire l'ordine sociale mediante l'agire collettivo.

IFE Italia

Miguel Urban

L'Europa ha bisogno di un piano B

Miguel Urban, Deputato di Podemos, Parlamento europeo

I miti sono serviti storicamente per spiegare concetti complessi o per costruire realtà edulcorate. L'Unione europea è piena di miti dalla sua fondazione. Uno ci dice che sessanta anni fa l'Europa aveva un piano: unirsi per non ripetere gli errori del passato: esclusione, xenofobia, guerra. A questo piano si aggiunsero gradualmente nuovi stati membri (sei, nove, dodici, quindici, e così via, fino ai ventotto attuali), così come nuove competenze; vennero aperte le frontiere interne per beni, servizi, persone e capitali. Tutto il progetto fu costruito su solidi principi di democrazia, solidarietà e difesa dei diritti umani da parte dei cosiddetti "padri fondatori" (perché di "madri fondatori" non ce n'era una, come se il progetto europeo fosse nato da una costola).

Monnet, Schuman, Churchill o Adenauer di solito sono i più citati. Alcuni, senza ombra di dubbio, hanno sempre preferito Altiero Spinelli, militante antifascista imprigionato da Benito Mussolini durante la Seconda Guerra Mondiale, che scommise su un movimento federalista europeo che servisse da antidoto alla distruzione e all'orrore generato dalle guerre imperialiste.

Ma un po' per volta quei miti fondanti cadono: basta guardare come, ogni giorno, in Europa i confini si macchino di sangue e germoglino le recinzioni. E' che l'Unione europea sta rispondendo alla più grande crisi dei rifugiati della sua storia (e forse è la sfida più grande degli ultimi decenni) con la costruzione di muri, l'installazione di centri di internamento di massa e restringendo diritti e libertà di nativi e migranti. Muri costruiti non solo con il filo spinato, ma sulla paura dell'altro, dell'ignoto, e che allargano la distanza tra “noi” e “loro”. Muri dietro i quali si rafforzano i ritorni alle identità e ai nazionalismi escludenti. Muri che resuscitano di nuovo vecchi fantasmi che oggi attraversano l'Europa. Gli stessi fantasmi contro cui presumibilmente si levò quel sogno europeo decine di anni fa.

Oggi la UE accoglie i paradisi fiscali, sponsorizza golpe finanziari contro i propri Stati membri e negozia a porte chiuse accordi di libero scambio, come il Tisa o il TTIP, alle spalle e contro gli interessi dei propri cittadini. Di fronte alle sfide del cambiamento climatico, la crescente scarsità di risorse e la concorrenza di altre potenze emergenti, l'UE riduce i diritti del lavoro e delle politiche sociali per competere al ribasso nel mercato globale, mentre si intensifica la sua aggressiva politica estera commerciale. E per il bene della sicurezza e della lotta contro il terrorismo, gli stessi diritti e le libertà, che questo terrore cerca di distruggere, vengono tagliati.

Quando avremmo bisogno di più Europa, stiamo trovando più confini, interni ed esterni. Quando sarebbe più urgente tradurre in politiche concrete i valori della pace, della prosperità e della democrazia di cui parlano i nostri miti fondatori, vediamo crescere in tutto il continente guerre, tagli e xenofobia. Sappiamo già il risultato che si ottiene unendo impoverimento, capitalismo selvaggio, intolleranza e nazionalismo. La UE si presenta come figlia di quel vaccino contro quegli stessi fantasmi del passato. Figlia di un piano che è iniziato come un sogno, ma che, quando ci si allontana dalle discussioni di corridoio e dalle dichiarazioni veementi in parlamento, si rivela un incubo crescente. Quando l'austerità diventa l'unica opzione politica ed economica di un'istituzione lontana dagli interessi dei cittadini, questa UE, di fatto, diventa un problema per la maggioranza sociale; costruire un'Europa diversa emerge come l'unica soluzione alla deriva che viviamo.

Ad oggi l'UE ha un progetto che poco o nulla assomiglia nella pratica a quei sogni fondanti. Un progetto che genera mostri e ravviva vecchi fantasmi. Sappiamo già come quella storia si è conclusa. Pertanto un cambiamento di rotta non solo è possibile o desiderabile, ma è urgente e necessario. L'Europa non può continuare a vivere di miti, è necessaria una rottura democratica. L'Europa ha bisogno di un piano B. Questo fine settimana a Roma abbiamo posto le prime pietre per fondare un internazionalismo solidario e militante, che trasformi l'Europa dei mercanti e della guerra nell'Europa della democrazia e dei diritti.

Traduzione libertaria a cura di Simone Lorenzoni - Primalepersone

Nuit Debout

Quello che sta avvenendo in Francia, nel silenzio dei media, è qualcosa che al governo demagogico di Renzi si adatta ben poco: l'invito al non voto per il referendum sulle trivelle è l'ennesimo esempio che ci ha mostrato come Renzi, in verità, alla democrazia non ci è abituato. Il Job's Act e la sua politica antisociale avevano già reso chiaro questo scenario.

Se vogliamo parlare in termini di terrorismo il Job's Act non è stato poi così diverso da un attentato e non è stato diverso dalle innumerevoli manovre di austerità che l'Unione Europea continua a perpetrare al fine di promuovere la crescita economica rivelandosi poi, al contrario, fonte di disparità e di concentrazione sempre più ristretta delle ricchezze nelle mani di pochi.

La Francia, con la Legge Lavoro del ministro El Khomri e del governo Hollande-Valls, un invito alla precarietà, al licenziamento abusivo e un affronto nei confronti del Codice del Lavoro francese, non è stata risparmiata dal potere oligarchico della UE e dal tentativo spudorato di amplificazione dei privilegi del patronato da parte di un Partito Socialista che, di socialista, ha ben poco.

La legge Macron, con l'estensione del tempo lavorativo domenicale, aveva già innescato la scintilla, ma chiedere ai giovani flessibilità e precarietà a vita costituisce una proposta indicibile, perversa, tutt'altro che dignitosa.

Grazie all'iniziativa dei sindacati che hanno chiamato allo sciopero generale nella giornata del 9 marzo scorso, 300.000 manifestanti sono scesi in strada, seguiti da blocchi stradali, soppressione di voli, sciopero dei trasporti ferroviari. Altre giornate si sono susseguite: il 17, il 24, il 31 marzo, il 5 , il 9 e il 28 aprile. E non sono state solo le mobilitazioni e gli appelli dei sindacati a proliferare, ma anche le assemblee generali studentesche, le occupazioni, cortei di giovani contro il progetto El Khomri.

Noi studenti di Poitiers, per due giorni, abbiamo occupato la Facoltà di Lettere affinché la comunità studentesca potesse convergere verso un comune spazio di organizzazione: abbiamo parlato, discusso, organizzato, stimolato una cultura militante con la proiezione di film politicamente impegnati e costruito angoli di dibattito.

Per una legge che indebolisce i salariati oggi e i giovani domani la convergenza è sorta come una necessità spontanea.

La stessa necessità che il 31 marzo ha riunito un gruppo di giovani, in Piazza della Repubblica, a Parigi, con l'intento di organizzare

una serata dal titolo “Fargli paura”. Non è stata fine a se stessa, questo è certo, perché è così che il movimento Nuit Debout è nato.

L'iniziativa di pochi che hanno colto l'occasione per porre sulla scena una collera generale contro il governo, senza avere la benché minima consapevolezza che tutto ciò si sarebbe trasformato in un evento di enorme portata.

Devo dire che un tale movimento non me lo sarei mai aspettato, perché l'unione è forse l'obiettivo più complesso da realizzare, perché la convergenza è il luogo nel quale gli interessi personali non hanno il diritto di esistere e la vita di lotta è una vita in comunità.

La comunione nella diversità è già di per sé un atto rivoluzionario. Non vivo a Parigi, ma ho seguito il movimento attraverso la stampa

ufficiale e la stampa alternativa e vivo l'esperienza della Nuit Debout a Poitiers, luogo nel quale attualmente abito e studio, partecipando alle sue attività come militante e membro della commissione femminista e della commissione artistica.

Una grande occupazione delle piazze si è diffusa a macchia d'olio.

Lo scambio di parola, di idee, di proposte è importante di questi tempi ed è proprio l'occupazione di luoghi pubblici che concede la possibilità a coloro che sono meno politicamente impegnati di prendere parte a questo grande tentativo di cambiamento sociale radicale.

La Nuit Debout è l'occasione per la convergenza delle lotte, per comprendere il significato dell'autogestione, della solidarietà, del collettivismo.

Gli spazi adibiti nei luoghi occupati non sono unicamente spazi di discussione, ma spazi di vita e crescita contro-culturale e umanitaria.

Sono adibite biblioteche ambulanti e solidali, cinema gratuiti all'aria aperta, mense popolari a prezzo libero, animazione e musica per ricrearsi, la realizzazione di un giornale di stampa non-tradizionale, una radio ed una tv che diano voce al movimento e che rivolga la sua attenzione a tutte le problematiche sociali attualmente esistenti.

La formazione di commissioni organizzative non impedisce, in ogni caso, la presa di decisione che è affidata esclusivamente all'Assemblea generale, al cospetto di tutti, affinché ogni scelta possa essere la più democratica possibile.

Reagire ed esigere il ritiro totale della Loi Travail è il primo passo, ma si parla già di altro.

Di blocco economico, autogestione, risoluzione della problematica dei migranti, abolizione dello stato d'urgenza.

Ci si schiera contro la violenza arbitraria che la polizia, al servizio dello Stato, mette in atto contro i manifestanti.

Gas lacrimogeni, flashball, manganelli: queste sono le armi che colpiscono il movimento e la cui brutalità è giustificata dallo stato d'urgenza vigente contro il terrorismo (o forse è meglio dire contro i diritti umani).

La repressione è il mezzo anti-democratico per eccellenza di un governo che ha paura della democrazia, che ha paura di un popolo

che si schiera contro una politica antisociale al servizio del profitto personale.

I recenti avvenimenti dello scandalo dei Panama Papers ci hanno dimostrato come in Islanda sia proprio il popolo ad aver vinto contro il primo ministro Johannsson, costretto alle dimissioni.

Un'altra vittoria è vedere come il movimento Nuit Debout a Parigi abbia sostenuto l'occupazione di un liceo inoccupato dando una dimora ai

rifugiati o come a Poitiers abbia sostenuto una famiglia rumena alla quale il comune aveva tolto la casa, organizzando collette di abiti e cibo.

Si parla inoltre di allestire tende in piazza per i senzatetto, di distribuire la merce non vendibile dei supermercati ai più poveri.

A Parigi precari ed intermittenti dello spettacolo hanno occupato per giorni il teatro dell'Odéon e gli spazi della Comédie Française con l'aiuto e il sostegno di Nuit Debout.

Questa è una lotta comune, una lotta che riunisce tutte le genti.

Una lotta che è anticapitalista, antifascista, ecologista, femminista.

Come commissione femminista poitevina di Nuit Debout, ad esempio, abbiamo portato avanti delle azioni contro le molestie di strada, così come contro il noto collettivo studentesco locale e secolare dei Bitards, di ordine gerarchico e dichiaratamente sessista, sovvenzionato in linea diretta dal comune di Poitiers.

Per quanto riguarda la struttura del gruppo è importante dire che, così come a Parigi, è stato deciso di svolgere dei raduni misti e non misti a giorni alterni, affinché si possa discutere liberamente tra donne di questioni non necessariamente accessibili agli uomini, senza tuttavia negare loro l'accesso al dibattito femminista.

Una scelta simile è stata adoperata per le prese di parola durante le assemblee generali che a Parigi prevedono un rapporto equo tra il numero di donne e uomini che desiderano apportare i loro interventi. Ma non è solo il femminismo che funge come colonna portante del movimento.

Una commissione LGBT contro le discriminazioni sessuali è stata allestita, una commissione per l'agricoltura biologica, per il diritto all'alloggio e tante altre.

Il movimento cerca dunque di toccare tutti, abbraccia tutti coloro che hanno qualcosa da dire contro il sistema, che subiscono disuguaglianze e violenze sociali.

Ognuno contribuisce al dibattito nella sua diversità individuale e senza alcuna logica di competitività al contrario stimolata dal nostro sistema neoliberista.

Nuit Debout è per tutti, è la convergenza delle lotte: è una lotta per gli zadisti di Notre-Dame-des-Landes che si schierano contro la costruzione dell'aeroporto e per la difesa del territorio e durante le cui mobilitazioni un giovane di 21 anni, Rémi Fraisse, ha perso la vita in seguito al lancio di una granata da parte della polizia.

È una lotta per i No Tav, una lotta contro il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (anche detto TTIP) a favore dell'agricoltura locale e contro il capitalismo delle grandi multinazionali, per la salvaguardia del pianeta e contro il nucleare, per l'abbattimento delle frontiere, l'accoglienza dei migranti e contro l'austerità, per una una ridefinizione del concetto di lavoro e contro il suo sfruttamento, una lotta per la democrazia, per la requisizione e la socializzazione delle banche, per una società libertaria e contro il fascismo.

Quest'ultima penso sia la caratteristica che ha condotto il movimento a negare l'accesso alle Nuit Debout a negazionisti, rappresentati di

estrema destra (come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen), islamofobi o neo-fascisti, com'è accaduto a Parigi con il caso del filosofo Alain Finkielkraut.

Non si tratta di negazione della libertà di parola, ma dell'impossibilità di conciliazione con un'ideologia che negherebbe il movimento stesso, che si muoverebbe sul versante opposto, che rappresenterebbe per noi un potere morale da demolire e agirebbe con un intento divisorio.

Un esponente di estrema destra del Front National di Poitiers ha dichiarato di volere la fine del movimento Nuit Debout, esigendo lo sgombero delle piazze contro una gioventù da lui definita “violenta ed intransigente”.

Non dimentichiamo però, che in molteplici manifestazioni, poliziotti in borghese hanno assunto il ruolo di “casseurs”, di “manifestanti violenti” con il solo fine di dividere il movimento e favorirne la sua repressione.

A Rennes un ragazzo ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma lanciato dalle CRS.

L'applicazione di una simile strategia, che potremmo anche definirla “del terrore”, è un vero attentato contro l'unità del movimento.

Un'unità che riscontra le sue difficoltà anche nelle divisioni che intercorrono tra alcuni sindacati, ma che tuttavia cerca e continua a cercare un punto di convergenza.

Un accordo del 2014 che prevedeva l'aggravamento delle condizioni di lavoro per i ferrovieri a favore di una maggiore produttività ha fatto scendere in piazza una nuova fascia di lavoratori.

E sebbene molti sindacati non vogliano riconoscere il legame con la legge lavoro, Nuit Debout non ha negato l'appoggio ai ferrovieri impegnati in questa rivendicazione.

Non possiamo perdere la nostra unità, che costituisce il motore del movimento, spingendolo verso una prospettiva non soltanto nazionale, ma internazionale.

Il movimento si dichiara apolitico e senza etichetta.

Partecipare alle Nuit Debout sapendo di militare all'interno di un'organizzazione alle volte non è facile, perché i giovani hanno perso fiducia nella politica che fino ad oggi li ha sfruttati e li ha traditi, ma questo non nega di parteciparvi e di esprimersi, non in qualità di un partito, ma in qualità di individualità, di essere umano.

Inoltre voglio ricordare che nel silenzio più totale dei media dall'altra parte del mondo, nel Mayotte, dove la povertà supera la soglia dell'80%, vi è stato uno sciopero generale che si è prolungato per più di 10 giorni contro una legge lavoro coloniale (che prevede un aumento delle tasse per i più poveri) e a favore dell'applicazione del Codice del Lavoro francese; ma sappiamo bene che il colonialismo non è mai uguaglianza tra le genti, se non sfruttamento economico di popoli ai quali non viene concessa né la libertà, né la dignità.

Penso che Nuit Debout sia qui per questo: per dire no ai nostri governi, per la creazione di una società eco-sostenibile, egualitaria, che rispetti la differenza e sia solidale, per le energie rinnovabili, per impedire l'accumulo di ricchezze a favore dei grandi capitalisti, per definire un lavoro che sia equo, giusto, socialmente utile e non alienante.

Penso sia la stessa lotta degli indignati spagnoli per la democrazia partecipativa o del movimento Occupy Wall Street contro il capitalismo finanziario negli Stati Uniti.

È una lotta che unisce tutte le lotte e ci tengo a dire che lo sciopero generale è un'arma estremamente potente in nostro possesso, che il blocco dell'economia ha un potere estremante determinante per la rivendicazione e per la costruzione di un'alternativa.

Credo che il ritiro della Loi Travail (così come di tutte le leggi che stanno inasprendo il mondo del lavoro) sia attualmente l'obiettivo che ora

necessita più attenzioni, quello che ci permette di vedere giovani e salariati lottare insieme.

E quando l'obiettivo sarà raggiunto spero che questa vittoria possa essere la scintilla che scatena la mobilitazione di una grande voce anticapitalista anche in Italia e in Europa.

La Spagna, il Belgio, il Portogallo, i Paesi Bassi e la Germania hanno seguito l'iniziativa francese delle Nuit Debout e mi auguro che questa voce possa diffondersi anche in Italia; che l'Italia abbia le sue Nuit Debout, i suoi luoghi di incontro, le sue assemblee popolari e i suoi nuovi esempi di democrazia partecipativa.

Philippe Poutou

Francia, un movimento che non ha ancora detto l’ultima parola

diPhilippe Poutou(intervento svolto alla Assemblea per un Piano B di Roma 8 maggio)

Queste ultime settimane in Francia sono caratterizzate da un movimento sociale mai visto in questi anni dominati da un clima di grande rassegnazione. Con l’arrivo di Hollande e del PS al potere nel 2012, con i suoi immediati attacchi antisociali, questo clima si era rafforzato. Sono la destra ed i reazionari che assumono un ruolo, per esempio con la “Manif pour tous” contro il matrimonio per tutti, oppure un padronato onnipresente ed offensivo che si fa valere.

Certo, durante questo periodo, ci sono state lotte lunghe e determinate contro i cosiddetti progetti “inutili”, nefasti, distruttori dell’ambiente naturale, con le mobilitazioni contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o contro la diga di Sivens. Giovani, precari, persone non organizzate ma anche degli ambienti militanti sindacali hanno messo in campo azioni di resistenza contro le decisioni anti-democratiche, mostrando che era possibile opporsi alle scelte capitaliste.

Ci sono state anche, in differenti settori, lotte di lavoratori del commercio per il salario o contro il lavoro di domenica, nel settore della salute anche qui per le condizioni di lavoro, contro le carenze di personale, e nelle catene alberghiere lotte di addette alle pulizie fortemente precarie.

Di lotte ce ne sono state e ce ne sono ma sono sparse, non coordinate. Ciò che non permette di cambiare il rapporto di forza. Insomma, dal movimento contro la riforma delle pensioni nel 2010 non c’era stata mobilitazione a scala territoriale. La disfatta allora era costata cara al movimento sociale, aveva contribuito a demoralizzare i militanti.

A questa situazione sociale difficile si aggiunge la brutalità della crisi che colpisce milioni di persone. La disoccupazione, la precarietà, la povertà si generalizzano. Le persone subiscono le abitazioni inadeguate, la difficoltà di curarsi. Devono subire anche l’intensificazione del lavoro, quelle e quelli che hanno la fortuna di avere un impiego, le malattie professionali esplodono. Violenza sociale quotidiana è anche lo smantellamento dei servizi pubblici, con meno ospedali, scuole…

Di conseguenza i legami sociali più saldi, le solidarietà si rompono, gli oppressi sono divisi da pregiudizi razzisti ma anche sessisti, omofobi, che si rinforzano. C’è una perdita della coscienza di classe, perdita del sentimento di appartenere al campo degli sfruttati e degli oppressi. C’è, dunque, una perdita di riferimento, allora la collera sbaglia spesso a individuare l’avversario, l’immigrato o il disoccupato diventano a torto il responsabile della crisi. Tutto ciò largamente incoraggiato dai politici reazionari della destra, dell’estrema destra. Un’estrema destra, come in parecchi paesi di Europa, che diventa una forza elettorale molto influente negli ambienti popolari.

È in questo contesto che ci sono stati gli attentati nel 2015 (gennaio e novembre) e che il governo ha deciso di istituire lo stato di emergenza, presunta risposta al terrorismo. Un risposta securitaria, con più poliziotti, più esercito nelle strade, davanti agli edifici pubblici. Ma questa risposta si è poi rivelata per ciò che era. La conseguenza è che, in nome della sicurezza di tutti, le manifestazioni contro la COP21 sono state vietate, alcune manifestazioni di sostegno ai migranti sono state represse. Alcuni militanti ecologisti sono stati sottoposti all’obbligo di residenza, dei militanti collocati in custodia cautelare. Le libertà di manifestare, di contestare la politica del governo sono state ridotte. Una volontà chiara di imbavagliare il movimento sociale, nel momento in cui la collera cominciare ad esprimersi di nuovo.

Perché le settimane precedenti sono state contrassegnate dalla collera dei lavoratori di Air France che denunciavano un nuovo piano di tagli occupazionali, un’azione conclusa con la fuga dei dirigenti, cacciati, le camicie stracciate … cosa che aveva colpito profondamente il padronato e le élite. Per molti giorni avevamo avuto una campagna di denigrazione dei lavoratori violenti, da parte di ministri, di padroni che davano del teppista ai salariati. Ironia della storia, Valls ha denunciato la “violenza” dei lavoratori da Riad in occasione di un accordo commerciale col regime saudita ultrareazionario.

Il contesto di repressione del movimento sociale è stato lo stesso del processo dei lavoratori di Goodyear che avevano sequestrato per alcune ore la loro direzione durante la lotta nel 2013 contro la chiusura della loro fabbrica (1.300 licenziamenti). La direzione di Goodyear aveva ritirato la denuncia ma il potere ha voluto il processo, che ha condannato 8 militanti sindacalisti a 6 mesi di prigione! I militanti indubbiamente hanno fatto appello, ma questo serve a dire qual è l’ambiente. Gli esempi di militanti sindacali o del movimento sociale nel suo insieme condotti in tribunale o convocati dalla polizia si moltiplicano.

In queste condizioni, il movimento contro laloi travailche viviamo da 2 mesi, è una gran buona notizia, è anche quasi una sorpresa. Quasi solamente, perché in realtà la collera è là da molto tempo. Si è parlato delle lotte a Notre Dame des Landes, degli scioperi relativamente numerosi nelle imprese. Si può parlare anche del sostegno ai migranti, delle mobilitazioni a Calais, dove controcorrente si è espressa la solidarietà ai migranti, per l’accoglienza di emergenza ma anche contro il razzismo, per la libertà di circolazione e l’apertura delle frontiere. Il 23 gennaio c’è stata una manifestazione riuscita, dinamica, dove c’era la fierezza della solidarietà internazionale e della lotta antirazzista.

Il movimento è, dunque, esploso in queste ultime settimane. È partito da un nuovo attacco del governo contro i diritti dei lavoratori, un attacco diretto contro il codice del lavoro. Una legge che facilita ancora di più i licenziamenti, che dà libertà supplementari al padronato, che rimette in causa diritti concernenti la salute sul lavoro… Una legge che sarebbe potuta passare come le leggi precedenti, per quanto antisociale. Ebbene, no. Dapprima c’è una petizione messa on line in febbraio, che denuncia il progetto di legge, ne esige il ritiro, sono più di un milione di persone che la firmano, ciò va a sensibilizzare l’opinione pubblica, la contestazione si esprime largamente.

Le confederazioni sindacali restano prive di iniziativa. Il loro primo comunicato intersindacale è incredibilmente al di sotto della necessità, non è questione di mobilitazione, solamente di discussione col governo. Ah, questo sacro dialogo sociale al quale solo le burocrazie sindacali sembrano credere. I responsabili sindacali si scuotono, rapidamente propongono un’azione… tra più di un mese!

È infine la gioventù precaria o studentesca che prende l’iniziativa di lanciare la mobilitazione. Ciò parte dalle reti sociali, “noi valiamo” èripreso dai sindacati degli studenti e dai liceali, dai sindacati dei lavoratori, è fissata la data del 9 marzo che è un successo, dà uno slancio considerevole. La mobilitazione si costruisce velocemente grazie alle date conosciute in anticipo. Le confederazioni sindacali si uniscono a queste azioni, più o meno apertamente secondo le date.

Le manifestazioni sono entusiaste, dinamiche, ciò suona come un risveglio. Finalmente si è là, nella strada, tutte e tutti insieme, mescolati, giovani, meno giovani, sindacalizzati,zadistes(attivisti che si oppongono ad una ZAD, zona di rinnovo urbano n.d.t.), precari, lavoratori, interinali, militanti della sinistra politica, molta gente in un clima quasi di festa. Per la prima volta da molto tempo, la contestazione sociale contro l’austerità, contro il padronato, per i diritti di tutte e di tutti, si fa sentire e riprende il cammino. Per la prima volta, è un confronto diretto con il governo di “sinistra”.

Al ritmo delle manifestazioni, non necessariamente molto massicce ma sufficientemente dinamiche per costruire una vera mobilitazione. L’opinione pubblica, del resto, è al 75% dalla parte dei manifestanti e contro la loi travail. Accade qualche cosa di enorme. La mobilitazione senza dubbio è tanto più una risposta all’insieme delle politiche di indietreggiamento sociale quanto più le subiamo da anni. La loi travail e la difesa del codice del lavoro sono certamente nel mirino, ma c’è molto più, il rigetto di questo governo detestato, di un padronato arrogante ed offensivo, il rigetto di un società diseguale, ingiusta e violenta.

Questo movimento è una risposta ad una società soffocante. È perciò che accanto alle manifestazioni appare un fenomeno nuovo, le Nuits Debout. Place de la République a Parigi sarà occupata le sere, le notti, le giornate da migliaia di persone, militanti o no, che organizzano delle assemblee generali per dibattere della legge, della collera delle persone, dello sfruttamento capitalista, della società, della democrazia… Una piazza dove si ritrovano diverse battaglie, quella contro la crisi climatica e per la difesa dell’ambiente naturale, quella della solidarietà con i migranti e contro i razzismi, quella contro i licenziamenti, per la difesa dei servizi pubblici, per la ripartizione delle ricchezze. Tutto ciò con una chiara coscienza della convergenza necessaria delle lotte. Questa piazza diventa un incrocio di lotte, di resistenze, di persone che aspirano ad un’altra cosa. La Nuit Debout parigina ne genera altre in numerose altre città dove centinaia, decine di migliaia di persone ugualmente si ritrovano nello stesso clima con gli stessi obiettivi.

Questo bisogno profondo di agire, di prendere queste cose nelle mani ha permesso che il movimento si rafforzasse rapidamente, malgrado i freni importanti che l’inerzia delle direzioni sindacali e la debolezza delle organizzazioni della sinistra radicale ed anticapitalista in particolare costituiscono. Le manifestazioni e le Nuits Debout hanno assunto un ruolo nei due ultimi mesi, hanno rimesso in campo l’idea della lotta. Ma adesso siamo in una situazione delicata. La mobilitazione fa fatica a ritrovare lo slancio dopo la “pausa” delle vacanze scolastiche, durata quasi 3 settimane. Per la prima volta dall’inizio, non abbiamo appuntamenti in calendario. C’è il rischio importante che il movimento si esaurisca. I dubbi ritornano. Tuttavia, la volontà, la determinazione e le possibilità ci sono sempre.

Manca l’avvio di un movimento di sciopero che si diffonderebbe, manca un settore per scatenare questa nuova tappa del movimento. Sappiamo tutti che la nostra forza risiede nel blocco dell’economia, nella generalizzazione del movimento. Cerchiamo il modo di superare questo passaggio. Ci sono, certo, nel contempo i ferrovieri in lotta contro una riforma che li riguarda, che potrebbero intraprendere uno sciopero ad oltranza che le direzioni sindacali non auspicano veramente. Ci sono i camionisti, che si mettono in sciopero il 16 maggio. In ogni caso, qualunque cosa sia, non è questione di mollare, dei collettivi militanti interprofessionali convergenti si sono costituiti e le prospettive d’azione sono sempre là.

Il movimento è di fronte ad una repressione brutale. È la risposta di un governo dapprima sorpreso dall’ampiezza della contestazione e che ora sembra volersi dare tutti i mezzi per fermare una mobilitazione che è durata fin troppo, giusto nel momento in cui il progetto di legge è in discussione al parlamento.

Le violenze poliziesche sono notevoli, toccano l’insieme dei manifestanti anche se prendono di mira particolarmente la gioventù, liceali e studenti, particolarmente quelle e quelli che rispondono alle aggressioni delle forze dell’ordine, che vogliono schiacciare fisicamente. I poliziotti in divisa o in borghese, usano i lagrimogeni, colpiscono, tirano a vista proiettili di gomma, che feriscono gravemente decine, addirittura centinaia di manifestanti. La polizia è onnipresente nella maggior parte delle manifestazioni, super-armata, super-attrezzata mentre il movimento era completamente pacifico, senza nessuno “scantonamento”. E’ proprio la volontà repressiva del governo che provoca le tensioni e le baruffe. Essa mira a far degenerare la mobilitazione, ad indebolirla con l’intimidazione.

In questi ultimi giorni, c’è una grossa campagna del governo, ripresa dalla destra e dall’estrema destra contro i “teppisti” ed i rompitori “, per l’interdizione delle manifestazioni e delle Nuits Debout. L’offensiva è tale che i sindacati di polizia manifesteranno il 18 maggio contro le violenze “anti-flics!” Questa campagna è logicamente orchestrata dai media, al servizio del potere. Fortunatamente sulle reti sociali circolano dei video, un lavoro importante di alcuni media denuncia il falso e mostra la realtà delle violenze.

La questione della repressione diventa cruciale per il futuro del movimento, diventa necessario discutere di come proteggere le manifestazioni, di quali risposte dare per difendere i diritti di manifestare e di contestare la politica del potere.

I militanti del NPA partecipano attivamente al movimento, allo stesso tempo stesso svolgono militanza quotidiana per costruire il movimento e per difendere le nostre idee anti-capitaliste, la prospettiva della convergenza delle lotte e dello sciopero generale, l’importanza di prendere i propri interessi nelle mani. Il movimento non ha detto la sua ultima parola.

 

Sintesi conclusiva

Riflessioni e proposte dell'assemblea dell’8 maggio a Roma per un Plan B contro l'austerità e la guerra.

L’attuale fase neoliberista del capitalismo europeo e mondiale ha prodotto la più grave crisi economica e sociale del dopoguerra.
I suoi tratti caratteristici sono: la compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, la distruzione dello stato sociale e dei servizi pubblici, il saccheggio e la devastazione dell’ambiente, responsabile anche di quel cambiamento del clima che sta già causando disastri, siccità e morti, l’annientamento o la mercificazione dei viventi, la privatizzazione dei beni comuni e di tutto ciò che può produrre profitto.

Per gestire queste politiche, tese a trasferire immense risorse dalle popolazionial capitale finanziario e multinazionale, vengono attaccate e stravoltele stesse costituzioni nate nel Dopoguerra in Europa.

Si vanno costruendo istituzioni europee e internazionali, a-democratiche e private, che espropriano dalle decisioni reali i parlamenti e i governi democraticamente eletti, quando questi non siano fedeli esecutori dei loro progetti.

Il neoliberismo ha accresciuto la povertà e la miseria in ogni parte del mondo, ha provocato guerre e incrementato migrazioni ed esodi forzati, che coinvolgono decine di milioni di esseri umani, ha aumentato lediseguaglianze di cui i più deboli sono le principali vittime.
Le donne che subiscono una differenza salariale del 30% a parità di mansioni e costrette ad un lavoro domestico e di cura sempre più pesante per la distruzione dei servizi sociali, i giovani sempre più precari o disoccupati, gli anziani con pensioni da fame e spesso derubati dei risparmi di una vita da banche sempre più “libere”.
L’infame persecuzione che l’Ue e i paesi membri stanno infliggendo alle popolazioni migranti rischia di trasformarsi in una condanna senza appello, in un segno di irreversibile decadenza sociale politica e morale dell’Europa.

Lungi dal risolvere la crisi economica e sociale, queste politiche la perpetuano e la aggravano, producendo reazioni opposte.
Da una parte, si profila la reazione conservatrice che punta alla chiusura delle frontiere, a politiche autoritarie e sicuritarie, sorretta da pulsioni nazionaliste impregnate di razzismo e xenofobia che, nel corso della storia contemporanea, hanno prodotto dittature, guerre, stermini.
Trasformare l’Europa in una fortezza chiusa all’esterno, significa trasformarla in una caserma e in una prigione all’interno.
Ma in tutta Europa stanno prendendo nuova forza anche movimenti e forze politico-sociali, che cercano di costruire un’alternativa di società, basata su principi e regole che non siano quelli del profitto e dello sfruttamento selvaggio degli esseri viventi e dell’ambiente.

La Grecia, la Spagna, la Francia e altri paesi europei conoscono oggi lo sviluppo di movimenti sociali e forze politiche che pongono al centro la solidarietà, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la gestione razionale ed equa dei rapporti con l’ambiente e tra gli esseri viventi.

L’esperienza della Grecia ha mostrato quanto sia rovinosa l'illusione di poter trattare con la Troika, per strappare migliori condizioni, rinunciandoalla dimensione del conflitto, nell’illusione di poter governare l'uscita dalla drammatica crisi economica all'interno delle attuali politiche economiche e di queste istituzioni europee.
In questo senso occorre prendere atto della irriformabilità della UE e delle istituzioni finanziarie antidemocratiche e non elette (come la BCE) che ne dettano le linee.
E’ dunque necessaria un’alternativa complessiva, europea e internazionale a queste politiche e istituzioni, un’alternativa che deve essere capace di articolarsi in ogni paese.
E’ necessario ricostruire rapporti di forza favorevoli alla classe lavoratrice, coinvolgendola nella costruzione di un progetto radicalmente diverso di società, è necessario elaborare una politica che si proponga di rovesciare l’architettura monetarista forgiata dall’oligarchia capitalistica dominante.

Un piano B che imponga una fase costituente europea capace di ridisegnare totalmente in senso democratico l’assetto istituzionale ed economico.

E’ quanto è stato proposto dall’incontro internazionale di Madrid.
L’avvio di un progetto di connessione tra movimenti, forze sociali e politiche, che sappia elaborare proposte generali e articolate, attorno ai cardini della giustizia sociale, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori sui posti di lavoro, delle relazioni solidali, della conversione ecologica, del femminismo, del rispetto dei viventi; coordinare le azioni di mobilitazione e accumulare forze per il rovesciamento dell’attuale disordine europeo.

Abbiamo partecipato alla grande manifestazione contro il TTIP: è una lotta che possiamo vincere, cominciando ad invertire la tendenza alla privatizzazione di tutta la vita.

Dobbiamo cogliere l’occasione della mobilitazione per i referendum istituzionali e sociali per reagire alla modifica autoritaria delle costituzioni e all’imbarbarimento delle condizioni di lavoro e dello stato sociale.

L’assemblea per il Plan B di Roma dell’8 maggio assume questo compito, partecipa e promuove la scadenza di mobilitazione Global-Debout del 15 maggio.
Per il 28 maggio organizzerà, con tutte le soggettività disponibili incontri e iniziative diffuse nelle città e territori, coordinati nazionalmente e a livello europeo.
Per articolare il Piano B in Italia a ottobre organizzeremo un convegno internazionale di più giorni.

Sotiris Martalis

 

«Ecco perché in Grecia si lotta contro il governo Tsipras»

 

L’intervento di Sotiris Martalis (sindacato ADEDY e direzione Unità Popolare) all’assemblea di Roma del Plan B.

Le “imprese” di Tsipras e le lotte del movimento operaio

Da venerdì scorso fino ad oggi in Grecia è in corso uno sciopero generale, con concentrazioni quotidiane in tutte le principali città contro le misure imposte dal terzo memorandum, misure che il governo vuole votare questa sera. Un voto che si svolgerà in un parlamento chiuso ai manifestanti di piazza Syntagma.

Le nuove misure prevedono 5,4 miliardi di tagli concordati da governo e creditori. Tali misure probabilmente includeranno un meccanismo di taglio automatico di più di 3,6 miliardi di euro richiesto dal FMI.
Per attuare queste misure il governo vuole votare due leggi, una sui tagli alle pensioni e la seconda sull’aumento delle tasse e l’introduzione di nuove imposte.

Il dato nuovo è che queste misure sono prese da un governo che almeno nominalmente è di sinistra. Questo governo taglia per la tredicesima volta le pensioni di povertà. È significativo il caso del taglio dell’assegno chiamato EKAS, che viene erogato ai pensionati con le pensioni più basse e che permette loro di vivere. Si tratta di circa 190.000 persone che vedranno la loro pensione ridotta di 193 euro al mese. La pensione minima scenderà a 345 euro. Coloro che andranno in pensione dopo la promulgazione della legge vedranno le loro pensioni ridotte di circa il 30%, mentre coloro che sono già in pensione saranno soggetti alle stesse riduzioni dal luglio 2018.

L’altra legge che riguarda le tasse aumenta del 24% l’IVA su tutti i generi di largo consumo: cibo, vestiti, scarpe ed altri, e prevede aumenti su carburante, tassa di circolazione, sigarette, bevande alcoliche, ecc. Allo stesso tempo taglia il diritto al reddito esentasse per chi ha un reddito annuo di 8.000 euro. Perciò verrà tassato chiunque guadagni più di 650 euro al mese.

Se vogliamo una risposta al perché vengono prese queste misure, possiamo trovarla in uno studio pubblicato giovedì scorso dal quotidiano tedesco Handelsblatt su chi sta intascando i crediti dovuti dai greci. Questo studio è stato condotto dalla Scuola Europea di Management e Tecnologia di Berlino, un’università privata che fa capo a Siemens, Deutsche Bank, Daimler, Bosch, BMW, Allianz e ad altre venti grandi aziende tedesche. In sintesi, lo studio mostra che il 95% dei prestiti di 220 miliardi di euro dei primi cinque anni dei memoranda è andato al salvataggio delle banche europee, e solo il 5% al bilancio greco. La stessa struttura hanno i prestiti del terzo memorandum per il 2015-2018.

Credo sia chiaro che, al di là delle proteste dei ministri di SYRIZA che dicono di non volere le misure, al di là delle lacrime per la privatizzazione di porti, aeroporti, treni, ecc, essi stanno continuando le stesse politiche dei precedenti governi, mantenendo al centro delle loro azioni l’argomento del TINA (There Is No Alternative).

Non so se il governo riuscirà a votare queste nuove misure nonostante la pressione delle proteste, ma anche se si riuscirà sarà molto difficile attuarle, e credo che la crisi politica in Grecia continuerà.

Oltre alle misure economiche, il governo SYRIZA -ANEL vanta altre imprese. È il governo che ha invitato Frontex e la NATO a sigillare il confine marittimo orientale con la Turchia. Ciò ha costretto i rifugiati a scegliere strade ancora più difficili e pericolose, con il risultato che numerosissime persone sono morte annegate, molte delle quali erano bambini.

Prima di procedere vorrei sottolineare che il movimento operaio non ha cessato di opporsi e di resistere a queste politiche. Appena due mesi dopo le elezioni di settembre c’è stato il primo sciopero generale, seguito da altri due. Da dicembre a marzo i contadini sono scesi nelle strade e hanno occupato le autostrade per protestare contro le misure. Da dicembre ad oggi sono in sciopero ad oltranza gli avvocati e gli ingegneri, e ci sono molti altri scioperi, ad esempio quello dei portuali.

Ma, prima di tutto, ciò che ci dobbiamo chiedere oggi è come e perché la speranza creata da SYRIZA si è spenta.
Prima di rispondere a questa domanda dovremmo tenere presente quanto segue:
SYRIZA è stata l’espressione politica delle grandi lotte del movimento greco dal 2010 fino a metà del 2013. Essa ha spostato lo scenario politico a sinistra, ha sollevato speranze e aspettative tra di noi, e paura tra la classe dominante e i suoi esponenti politici.
Questo stato d’animo ha determinato non solo i risultati delle elezioni, ma anche il risultato del referendum di luglio 2015. In questo referendum, con tutti i partiti della classe dominante che appoggiavano il SÌ alle misure, il KKE che chiedeva di votare scheda bianca; con la chiesa, tutti i media e il GSEE[i] che sostenevano anch’essi il SÌ; con le banche chiuse e un vero e proprio terrorismo psicologico sui disastri a venire in caso di vittoria del NO, questo ha vinto. Il NO alle misure e all’accordo con i creditori ha raggiunto il 62,5%, e ha mostrato il nostro stato d’animo.

Vi ricordo inoltre le proteste in tutta Europa a sostegno di SYRIZA in quei giorni. SYRIZA avrebbe dovuto andare al confronto con la leadership dell’UE e attuare il suo programma. Ma non lo ha fatto, e quindi torniamo ancora una volta alla nostra domanda sul come e perché la speranza creata da SYRIZA si è spenta.

Credo che, tenendo in mente le caratteristiche di formazioni come SYRIZA, possiamo concentrarsi su tre questioni.
La prima è che la leadership e la maggioranza di SYRIZA, dall’estate del 2014 e oltre, hanno iniziato a spostarsi dalle posizioni decise in origine, a quello che essi stessi hanno chiamato “un adattamento realistico”. In realtà avevano un progetto politico sbagliato. Il Piano A ha avuto difficoltà; la leadership ha dimenticato le posizioni decise, come quella del «nessun sacrificio per l’euro», e ha proclamato che avrebbe fermato l’austerità all’interno dell’Eurozona, e che avrebbe costretto la Troika ad accettare un compromesso onorevole.
Nonostante l’esperienza di Cipro e nonostante l’opposizione portata avanti dalla Piattaforma di Sinistra di SYRIZA, il partito ha continuato con questo piano sbagliato, e quando ha affrontato il ricatto da parte del quartetto del Brussels Group, ha ceduto e accettato tutto.

Il secondo punto è che, per imporre questa linea, la leadership di SYRIZA ha proceduto con la maggioranza dei parlamentari a sostituire completamente gli organi del partito. Così nell’estate del 2015, quando 109 dei 201 membri del Comitato centrale hanno richiesto ufficialmente una riunione del Comitato, e che non venisse firmato il terzo protocollo, Tsipras e la sua squadra sono andati avanti senza interpellare il partito.

Il terzo punto è la decisione della direzione di ampliare l’area di SYRIZA cercando di alleanze politiche con partiti che dovrebbero rappresentare piccoli commercianti, agricoltori, ecc. Perciò ha cercato alleanze con pezzi di socialdemocrazia. Questo era chiaro già nella prima composizione del governo SYRIZA, in cui Tsipras ha dato tutti i ministeri più importanti ad ex socialdemocratici.

Dovremmo notare tuttavia che la presenza costante di un’opposizione di sinistra all’interno di SYRIZA, la “Piattaforma di Sinistra”, ha permesso non solo la resistenza strutturata alla trasformazione del partito, ma anche creazione di Unità Popolare. Quest’ultima, con il 2,85% alle elezioni, per poco (soglia del 3%) non è riuscita ad entrare in parlamento.
Unità Popolare andrà al congresso di fondazione a fine giugno. Le procedure svoltesi fino ad ora (fase precongressuale di dicembre) hanno coinvolto più di 5.500 militanti della sinistra. Questi dati parlano di una forza strutturata e organizzata con la quale siamo in grado di continuare la battaglia.
Nell’ultimo periodo Unità Popolare ha organizzato più di 130 eventi pubblici contro le misure del governo. Ha inoltre una significativa presenza nei sindacati.

Sulla base dell’esperienza di SYRIZA, Unità Popolare ha tratto le seguenti conclusioni, che sono chiaramente espresse nelle sue posizioni:
- La lotta per rompere l’austerità può essere fatta solo uscendo dall’euro e attraverso il conflitto con le leadership europee.
- Molto importante è anche la questione delle alleanze. Queste devono basarsi sugli interessi della classe lavoratrice e non sul criterio della creazione di un’economia nazionale competitiva per il bene del Paese.
- Altro elemento decisivo è come si intende il ruolo del governo della sinistra. Cioè se lo intendiamo come un governo che attuerà un programma di transizione verso il socialismo. Un programma quindi che libererà le forze del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori nella lotta per portare avanti questo processo.

Credo che iniziative come quella di oggi offrano l’opportunità di scambiare esperienze e coordinare le nostre lotte a livello europeo per rovesciare le politiche di austerità.

(Traduzione dal greco di Giovanna Tinè)

 

Yago Alvarez Barba

INTERVENTO YAGO ALVAREZ BARBA 08 MAGGIO 2016 – PIANO B - ROMA

Buongiorno a tutti e grazie per averci invitato.

Analizzando l’attuale Europa dal punto di vista della lotta contro il debito, vediamo un’Europa costruita come un progetto neoliberale, che non solo non é stato capace di risolvere il problema del debito, ma lo ha anche usato per giustificare politiche di austerity.

Il debito é stato usato come strumento di dominazione sui popoli per decadi, quello che sembrava un problema dei Paesi del Sud del mondo, adesso ci tiene con l’acqua alla gola, ci asfissia.  Ha asfissiato i Greci, schiacciati dalle misure di austerity, e lo sta facendo con voi Italiani e con noi Spagnoli.

Quest’Europa ha bisogno di un movimento unito contro la tirannia del debito. Un movimento che nasca dal basso e che in maniera solidaria possa articolare una risposta congiunta ogni qualvolta le antidemocratiche istituzioni europee tenteranno di schiacciare un popolo,come é successo in Grecia.

La PACD (Piattaforma per l’Audit Cittadino del Debito, http://auditoriaciudadana.net/ ) é un movimento nato nelle piazze, le piazze degli Indignati del 15 Maggio 2011. Un gruppo di persone alcune delle quali giá si occupavano del debito del Sud del mondo, e che purtroppo si son rese conto che il debito é diventato un problema anche per l’Europa del Sud.

Lavoriamo soprattutto sú due concetti chiave: 1) IL DEBITO ILLEGITTIMO, inteso come quel debito che gli stati hanno creato alle spalle dei cittadini,  senza chiedere la loro opinione rispetto alle spese pubbliche, e solo per favorire le élites; 2) AUDIT DEL DEBITO ORGANIZZATI DAI CITTADINI, intesi come uno strumento di rafforzamento della cittadinanza, che ci aiutino a capire come é stato creato questo debito, soprattutto per poter decidere insieme “che fare” con questo debito, che pagare o non pagare.

Come PACD organizziamo giornate di lavoro, dibattiti, tavole rotonde, corsi di formazione affinché i cittadini possano capire e essere piú coscienti sú questo tema. Abbiamo fatto un’indagine sui “processi salva banche”, sui processi di privatizzazione del sistema sanitario e sul debito militare.

Nel lavoro fatto in questi anni ci siamo resi conto che il tema del debito municipale é piú facile da capire ed assimilare per la gente, rispetto al concetto del debito esterno. Perché coinvolge i cittadini piú da vicino, perché entra nelle loro realtá e perché tutti noi sappiamo “chi ruba o non ruba” nei nostri quartieri, cittá o dove si sprecano i soldi.

L’anno scorso, a maggio, ci sono state varie elezioni municipali in Spagna e molti liberi cittadini si sono presentati in liste civiche o similari, e tantissimi sono riusciti a inserire la tematica dell’audit cittadino dentro i programmi elettorali.

Attualmente  ci sono circa 30/40 gruppi che in vari comuni hanno iniziato un audit cittadino del debito, e abbiamo anche creato una piattaforma in software libero per gestire le consulte e domande dei cittadini interessati nel processo. (http://ocmunicipal.net/que-es-un-ocm/ ).

In questo momento cittá comeMadrid, Cadice, Saragozza  per esempio stanno iniziando a realizzare processi di audit con la partecipazione dei cittadini. E queste stesse persone, sensibilizzate, esigono al governo centrale un audit cittadino del debito statale.

Come PACD cerchiamo di appoggiare questi processi, guidandoli, dando consulenze e soprattutto facilitando l’interscambio di informazioni ed esperienze fra i vari gruppi.

Abbiam bisogno che anche in Italia inizino a muoversi gruppi di questo tipo, che possano seguire la nostra esperienza spagnola e crearne una nuova in base alla realtá italiana. É importante che questi gruppi si creino dal basso, con e per la gente, che parlino del debito in maniera trasversale, in collaborazione agli altri movimenti sociali e politici. 

In questo modo la cittadinanza inizierá a sensibilizzarsi sú questo tema e potrá esigere ai partiti che si posizionino contro il debito, un debito dei mercati finanziari, e di questa Unione Europea tanto antidemocratica.

Affinché quello che é successo in Grecia non torni a ripetersi, e per costruire una nuova Europa, é fondamentale riconoscere il diritto dei popoli a decidere sul loro futuro. Recuperare la sovranitá popolare significa riappropiarsi del diritto di DECIDERE, decidere per esempio come e  quando pagare il debito. Recuperando cosí la nostra sovranitá economica, per costruire insieme le basi di un’Europa democratica nella quale si rispettino i diritti economici, sociali, e culturali di tutti i popoli.

Un’Europa che dica NO al pago del debito, un’ Europa al servizio delle persone e non dei mercati.

Per questo abbiamo bisogno di un piano B per l’Europa.

NON DOBBIAMO, NON PAGHIAMO!!!

 

Sintetica introduzione alla metodologia del World Cafè

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manuale disponibile on line

Il caffè è storicamente un luogo in cui si parla e si comunica. Il World Café è una metodologia che si ispira ai vecchi caffè, creando un ambiente di lavoro che ispiri i partecipanti e li inviti ad una discussione libera ed appassionata. La sua particolarità è quella di lasciare che le discussioni siano tendenzialmente autogestite dai partecipanti all'interno di un quadro comune, senza o con una forma molto light di facilitazione e  la guida di alcune domande di riferimento. 
L'idea alla base del World Cafè è tanto semplice quanto rivoluzionaria. E' quella di lavorare per creare conversazioni importanti, capaci di cambiare le persone ed aprire prospettive di cambiamento non convenzionali.

Fare un World Cafè nei fatti significa organizzare consapevolmente delle conversazioni importanti. Per farlo bisogna lavorare sulle domande, avendo la capacità di formulare domande che invitino le persone a lavorare in modo positivo, indagando il significato profondo delle cose.



Le persone siedono attorno a piccoli tavoli circolari e discutono delle domande lanciate dal facilitatore dell’incontro. Come in ogni caffè possono scrivere e disegnare sulla tovaglia (di carta), bere e mangiar qualcosa durante l’incontro, ecc.

Com’è organizzato:

I metodi di facilitazione sono una proposta metodologica aperta non un protocollo di lavoro. Funzionano su un principio guida ma poi sono lasciati alla fantasia del facilitatore che è tanto più produttiva, quanto più è capace di connettersi con il gruppo di riferimento. Il facilitatore quanto più fa meno fa: struttura tempi, spazi e metodi e lascia la responsabilità al gruppo.

La seguente è una delle possibili formulazioni per un seminario breve:

  • Viene lanciato dal facilitatore l’argomento-domanda e come si è arrivati a formularla
  • Breve presentazioni dei partecipanti (in termini generali non uno a uno)
  • Descrizione della struttura della giornata e dei lavori
  • Ogni Tavolo rappresenta un argomento (delle sessioni previste): ad ogni tavolo rimane fisso un facilitatore mentre i partecipanti passano da un tavolo all’altro a ogni cambio di sessione . Quindi tutti potranno discutere  tutti gli argomenti.
  • Nella parte finale plenaria si riportano le conclusioni dei tavoli da parte dei facilitatori con aggiunte integrative e si traggono le conclusioni.
  • Si raccolgono eventuali proposte di come proseguire i lavori

I sette principi guida:

  1. Chiarire il contesto
  2. Creare un ambiente di lavoro piacevole
  3. Formulare domande importanti
  4. Incoraggiare il contributo di tutti
  5. Collegare i diversi punti di vista
  6. Ascoltare per coglier le intuizioni e riflessioni profonde (non ancora elaborate)
  7. Raccogliere e condividere i risultati

E’ importante:

  • Creare un titolo-domanda attraente (cioè: semplice e chiara, stimolante, energetica, invita all’approfondimento, evocativa e capace di aprire  nuove prospettive)
  • Piacevolezza spazio fisico
  • I tavoli hanno un facilitatore che controlla SOLO i tempi, avvia il discorso, scrive quanto emerso e quanto avviene in termini di collegamenti, scoperte, intuizioni,  e lo riassume nella sessione successiva e nella plenaria conclusiva.
  • Invitare alla curiosità reciproca più che all’usuale dover dire e affermare il proprio pensiero (che uscirà lo stesso ma in modo diverso). Invito costante all’ascolto da parte facilitatori (per imparare, per cambiare punto di vista, per aiutare, per collegare, per riflettere….)
  • Punto fondamentale: non interessa la critica ma il contributo di tutti evocato dalla curiosità reciproca in funzione del dare una risposta collettiva a una domanda ritenuta importante per tutti.

UN’ALTERNATIVA POLITICA È POSSIBILE

www.primalepersone.eu

Carissima/o,
Vogliamo invitarti all’appuntamento:

UN’ALTERNATIVA POLITICA È POSSIBILE
A PARTIRE DAI TERRITORI, DAI MOVIMENTI E DAI CITTADINI

domenica 29 Marzo - 9:30 - 17:30
SCUP - via Nola 5 - ROMA

In questi giorni si parla diffusamente di coalizione sociale: da tempo molti di noi credono che sia necessario mettere in rete le esperienze dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, le iniziative di lotta sui territori, le iniziative di cittadinanza attiva per dare vita ad una coalizione dal basso che sappia darsi un’organizzazione inedita e aperta, con forme di democrazia partecipativa.

Ti chiediamo di portare un contributo a questo importante momento di discussione e confronto perché è arrivato il momento di fare dei concreti passi avanti per dar vita a un soggetto politico nuovo, capace di catalizzare, dal basso,  le tante energie positive e attive presenti nel paese.

Il progetto politico de l'Altra Europa, nato con queste finalità, ha avuto l'indubbio merito di riattivare processi aggregativi sui territori e portare tre suoi rappresentanti al Parlamento europeo. Ciò nonostante esso ha evidenziato fin dall'inizio la difficoltà di tenere insieme sullo stesso piano politico persone e partiti.

Purtroppo le contraddizioni interne e i limiti di guida politica di chi finora si è assunto tale ruolo hanno rallentato fuor di misura la spinta propulsiva iniziale per dare invece priorità alle esigenze strategiche dei partiti coinvolti, a tutto danno della trasparenza, democraticità e inclusività dell'intero processo.

È indispensabile uscire da questa impasse. Perciò abbiamo ritenuto necessario proporre un momento di incontro e confronto comune a tutte quelle realtà che in questi anni si sono solo appena sfiorate pur avendo condiviso, anche se non in modo organico e sinergico, importanti lotte contro gli effetti nefasti del capitalismo nella sua devastante versione neoliberista. Abbiamo organizzato un incontro nazionale al quale ti/vi invitiamo a partecipare attivamente, portando il tuo/vostro contributo di idee e proposte.

Questo incontro è rivolto al vasto e variegato mondo delle lotte per il lavoro, l'ambiente, la casa, la scuola e la sanità pubbliche, per lo stato sociale, contro ogni ingiustizia e discriminazione, contro le mafie e la corruzione dilagante, per la democrazia e a favore di una società che sappia creare vera e fattiva accoglienza e convivenza sociale. È questo un mondo attivo e propositivo che attende di poter essere messo al servizio di un paese allo sfascio non solo economico, ma anche ambientale, sociale, culturale e umano. 

Non saranno invitate rappresentanze di partiti in quanto tali ma auspichiamo una larga presenza dei singoli attivisti ai quali chiediamo una attiva e libera partecipazione individuale. Vuole essere uno spazio dove l’ampio mondo della partecipazione sociale e politica si confronta per dotarsi di strumenti di discussione e di decisione condivisa attraverso la costituzione di un’Assemblea decisionale permanente, che operi sia a livello fisico che attraverso gli strumenti che internet ci può offrire, per facilitare la costruzione di un nuovo movimento politico in Italia; un movimento in grado di farsi carico di rappresentare politicamente, anche nelle istituzioni, quell'ampia coalizione sociale che da più parti ormai viene invocata.

Le discriminanti che riteniamo imprescindibili sono i valori democratici ed egualitari sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza, la pace, un orizzonte anti-liberista europeo e mondiale, laico e ambientalista. Rispetto a quest'ultimo fondamentale elemento, riteniamo che solo promuovendo una decisa conversione ecologica dell'economia sia possa dar seguito al necessario, profondo rinnovamento delle condizioni e delle finalità stesse del Lavoro nel rispetto dell'ambiente, delle persone e di tutti gli esseri viventi.

In tempi in cui assistiamo a derive autoritarie, a partire da quella sostenuta da Renzi in Italia, e la democrazia sembra diventata un optional, riteniamo sia necessario rilanciare fortemente la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica anche utilizzando gli strumenti tecnologici che la rete internet ed i sistemi informatici ci possono offrire, nella direzione di una democrazia più inclusiva e autentica.

Vi aspettiamo a Roma il 29 Marzo. Scegliete di essere protagoniste/i del vostro futuro!

Un cordiale saluto

#PRIMALEPERSONE

Riferimenti: 
AntonellaLeto tel. 333 6599512  - a.leto@sicilia.cgil.it 
RobertaRadich tel. 348 9138529  - roberta.radich@centrocapta.it

Evento FB: https://www.facebook.com/events/697599500349063/

domenica 10 gennaio

Il dibattito del 10 Gennaio – BOLOGNA
Dalla rappresentanza politica all’auto-rappresentanza del mondo sociale 9­10 gennaio 2016

 

Antonella Leto – Sicilia ­ Forum acqua ­ Introduzione

Prima le Persone (PLP) è nata il 29 marzo 2014, dopo la decisione di alcuni gruppi di uscire da L’Altra Europa con Tsipras (AET), con l’dea di cercare un percorso alternativo verso la costruzione di una forza che faccia argine ai disastri che abbiamo di fronte attraverso l’autorappresentanza dei movimenti.
Lo statuto di PLP ha una funzione di servizio ed è necessario alla funzionalità di Liquid Feedback (LQF), la piattaforma informatica che abbiamo adottato quale strumento decisionale. Sara da integrare ed è indirizzato alla costruzione di uno spazio entro cui tutti possano portare le proprie idee in maniera creativa, evitando di entrare nel solco disastroso dei tavoli della sinistra.
Il nostro obiettivo è creare uno spazio sociale e politico per rappresentare le istanze che noi stessi portiamo avanti sui territori. La conversione ecologica è al centro dei nostri interessi. Dobbiamo costruire la controinformazione per riconquistare all’attenzione ed alla passione politica chi si è allontanato, attraverso un lavoro culturale collettivo. La battaglia è epocale e globale ma deve essere combattuta per poter continuare a coltivare e far rinascere la speranza.
L’aderenza al territorio deve restare la nostra caratteristica per far avanzare le lotte e renderle virali declinandole regione per regione. Abbiamo bisogno di una rivoluzione che parta da noi stessi.
Facciamo una sperimentazione, entrando in un campo che nessuno ancora conosce, partendo dall’analisi della fase e delle prospettive.
Noi dobbiamo far si che i movimenti di persone con la loro diversità diventi una ricchezza. Perché Schengen viene messo in discussione, in nome della lotta al terrorismo, mentre la circolazione delle merci resta libera?
Proviamo a mettere davanti gli interessi delle persone e delle generazioni future, facendo nascere qualcosa che vada oltre l’appartenenza di ciascuno.

Roberta Radich – Vicenza ­ ad integrazione

Il vecchio modo di fare politica è ormai irrecuperabile e noi non abbiamo alternativa. Diamo un input diverso con tempi che non sono definibili. Dobbiamo arrivare ad un soggetto politico che nasca dal basso con un percorso che dobbiamo individuare metodologicamente, ma che sia una forma aperta ed in grado di modificarsi adattandosi alle esigenze del momento, capace di catalizzare azione politica e non di proporsi come ulteriore sigla e bandiera.

Gian Luigi Ago – La Spezia ad integrazione

Puntiamo all’autorappresentanza e ad eliminare lo stacco tra elettori e ceto politico anche attraverso sistemi innovativi senza porci come obiettivo primario gli appuntamenti elettorali. Arriveremo ad un’organizzazione, ma vogliamo che nasca alla fine di un percorso attraverso un incontro tra pari. Intraprendiamo un cammino lasciando la rassicurazione che ci dà ciò che è già conosciuto.

Simonetta Astigiano – L’Altra Liguria

L’Altra Liguria (AL) è nata come comitato territoriale di AET e si è costituita in associazione a

settembre del 2014, quando è risultato evidente che il percorso di AET si sarebbe fermato. Abbiamo partecipato alle elezioni regionali ottenendo un risultato deludente, I motivi sono molti, ma uno di questi è stato certamente la mancanza di un riferimento nazionale. Riferimento che noi dobbiamo costruire ed organizzare a partire da ciò che è presente sui territori, abbiamo necessità di un coordinamento. Dobbiamo far comprendere che siamo in grado di portare avanti battaglie collegate sul territorio nazionale da un filo conduttore che si chiama antineoliberismo, conversione ecologica, Costituzione.

Avere un coordinamento tra gruppi territoriali non significa avere un partito ma semplicemente poterci presentare con un’idea univoca di governo del paese, perché è ormai chiaro a tutti che siamo condizionati da organismi superiori sempre più verticistici. Comuni e Regioni conteranno sempre meno. Abbiamo bisogno di una forza in grado di dare rappresentanza nazionale ed europea, diversamente non saremo credibili in quanto non offriremo alcuna prospettiva.

LQF può essere uno strumento che facilita questo processo di coordinamento, facilitando la comunicazione a distanza, ma perché possa funzionare come spazio di autorappresentanza deve diventare uno strumento di massa. Dobbiamo spingere verso quell’obiettivo, ma se non ci muoviamo verso un’organizzazione con obiettivi ed identità precise resteremo nell’indeterminatezza e nella irriconoscibilità.

Se le elezioni non possono essere l’unico obiettivo non possiamo neanche far finta che non esista o che ci facciano schifo, perché è nelle istituzioni che si muovono le leve del cambiamento, e so vogliamo dare un speranza e consentire l’autorappresentanza dei movimenti dobbiamo essere in grado di muoverle. Per questo però non abbiamo 10 anni, allora sarà troppo tardi, dobbiamo essere in grado di dire qualcosa per le elezioni del 2018. PROPOSTE (elencate dopo da Carmelita Guarrera).

· Teniamo aperti e funzionanti tutti i tavoli di lavoro mettendo in comunicazione i partecipanti attraverso mailing list e LQF, stimoliamo l’operatività.

· Organizziamo un coordinamento tra Regioni, alcune lotte sono le stesse ovunque. La sanità si sta privatizzando ovunque.

· PLP – Assemblea Permanente si ponga come collettore dei materiali e delle proposte dei gruppi territoriali per costruire un’azione politica coordinata, nazionale ed Europea.

· Organizziamo un incontro dei comitati territoriali.

Carmelo Nucera ­ L'Altra Calabria

Il nostro statuto prevede l’articolazione territoriale del nostro movimento da organizzare entro un anno, dobbiamo metterla insieme oggi. Definiamo il funzionamento e gli aspetti politici. La nostra priorità deve essere l’emergenza climatica ed i territori si devono misurare per declinarla scendendo nel concreto delle azioni necessarie.
Per costruire convergenza tra tante realtà partiamo da referendum contro le riforme costituzionali.

Marco Deligia – L’Altra Sardegna (Testo allegato)

Avanziamo le nostre proposte in continuità con il seminario del 3 dicembre a Genova. L’Associazione PLP che sia di riferimento per una nuova soggettività politica attraverso la

realizzazione di una rete che dia gambe ai territori. Dobbiamo mettere le lotte e le azioni a fattore comune.
Abbiamo bisogno di un canale web, con una piattaforma informatica che sia facile da usare ed accattivante.

Bene la proposta di costruire un giornale online.
Il lavoro deve diventare la priorità per la nostra azione politica.

Ugo Sturlese – Cuneo ­Testo allegato

Siamo partiti come Comitato territoriale di AET ed abbiamo aderito all’appello di PLP. Eravamo una ventina, siamo rimasti in tre, tra cui il sindaco di un piccolo Comune.
Il giudizio sulla riunione di ieri è certamente positivo per gli argomenti trattati e la presenza di molte realtà, ma osservo che tra noi c’è un restringimento della forza di coordinamento che alla fine diventa un’oligarchia ristretta che assume le decisioni . E’ importante partire dall’ambito locale, dove si dialoga, si mettono in campo azioni di lotta, si possono fare esperienze amministrative.

I movimenti a cui ci riferiamo sono monotematici, stentano a trovare rappresentazioni politiche della loro lotta e sono soggetti plurali che comprendono partiti, anche lontani tra loro e sono condizionati dai reflussi della politica. Noi dobbiamo:
· darci un’organizzazione che non metta in contrapposizione i gruppi territoriali e l’uso di LQF.

· Farci conoscere e far capire chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo andare.
· Fare un’assemblea che discuta di analisi strutturale ed individui la linea politica che vogliamo assumere.
Dobbiamo attrezzarci per affrontare i due grandi temi della crisi capitalistica e climatica, una crisi di sistema che richiede una proposta di sistema che abbia un’idea complessiva di società e sia alternativa.

Giovanni Nuscis – L'Altra Sardegna

L'Art. 69 della Costituzione, stabilendo che tutti i cittadini possono organizzarsi in partito per partecipare alla vita politica del paese stabilisce il principio dell'auto rappresentanza. Noi abbiamo tracciato un solco entro cui muoverci, ma abbiamo bisogno di radici e di identità. Dobbiamo sviluppare il lavoro sui territori, ed ogni territorio deve contribuire a sviluppare i principi in cui ci riconosciamo. Dobbiamo tendere ad entrare nelle istituzioni per poterle cambiare, ma poi dobbiamo trovare il modo affinché chi entra in quelle istituzioni mantenga un rapporto costante con i propri elettori.
Abbiamo bisogno di un coordinamento e di una organizzazione, senza dimenticare la necessità di auto rappresentanza dei movimenti sociali.

Riccardo Rossi ­ L'Altra Puglia

Ci siamo uniti intorno ad un appello in cui ci siamo riconosciuti ed abbiamo visto come è finita. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori, ma non idealizziamo la partecipazione dal basso, che non potrà esserci senza la volontà da parte delle piccole esperienze territoriali di collegarsi in rete. La nostra proposta è quella di collegare un primo coordinamento, dotato di un minimo di organizzazione ed aperto. Lanciamo un'assemblea per la costruzione di questa rete entro due o tre mesi e poi organizziamo una serie di assemblee itineranti su temi specifici. Su queste potremo verificare i punti di convergenza e far nascere idee e programmi capaci di tenerci assieme. Le realtà territoriali potranno formare reti locali senza trascurare le liste di cittadinanza.

Thierry Deng ­ Varese

A Varese per le prossime comunali stiamo costruendo una lista, in cui io sarei candidato sindaco, per contrastare lo strapotere della Lega. Vogliamo condividere questa esperienza con PLP e l'esposizione mediatica che potrà darci. Proponiamo un incontro a Varese di PLP sui temi dell'immigrazione anche per dimostrare che siamo collegati e parte di un insieme nazionale.

Marco Memeo ­ Sardegna

Noi stiamo già usando un metodo vecchio in questa assemblea , se vogliamo essere altro dobbiamo cambiare sistema a partire da noi.
Ho deciso di restare dentro AET pur non sentendomi rappresentato dalla struttura ..................
La parola sinistra può avere significati diversi a seconda di come si interpreta, Renzi dice di essere di sinistra, per noi è di destra, per questo meglio non usarla per definirci.
Le persone devono stare e lavorare nei territori, ma le idee di ciascun territorio devono essere raffrontate tra di loro. Potremmo sviluppare in ciascun gruppo locale 5 o 6 punti su cui confrontarci.

Laura Orsucci ­ L'Altro Piemonte a Sinistra

Siamo stati i primi a presentarci a livello regionale (insieme alle elezioni europee), ma ora è tutto da ricostruire, a livello locale come nazionale. C'è un vuoto enorme, lasciato dalle esperienze passate e tutti i tavoli unitari stanno fallendo. Immaginiamo subito un nuovo incontro da organizzare insieme alle reti ed alle realtà già presenti a livello nazionale per affrontare alcune tematiche importanti, Europa, immigrazione, lavoro e reddito.
Non disperdiamo il patrimonio di questo incontro.

Domenico Gattuso ­ L'Altra Calabria

Quanto siamo visibili? Quante persone conoscono la nostra esistenza al di fuori di qua? Dobbiamo diffondere velocemente i risultati e la sintesi di questo incontro e diffondere tutti i documenti, come quelli delle assemblee già tenute a Genova e Palermo.
Le realtà territoriali sono molto variegate, non abbiamo una omogeneità tale da consentire una federazione immediata dei gruppi territoriali.

Laura Cima ­ Torino

Ho pubblicato la mia relazione in anticipo sul mio blog (www.lauracima.it) e dovremmo imparare a fare tutti così, per dar modo di leggere ed arrivare preparati agli incontri, e anche per pubblicizzarli.
Tutti noi siamo nodi di reti che dobbiamo attivare rendendo attrattiva la nostra proposta APP (Usiamo l’acronimo che avevamo deciso che ci ricorda anche assemblea permanente). Quanto stiamo sperimentando è un metodo nuovo per stare insieme, è far agire l’intelligenza collettiva. Dal tavolo di ieri è emerso chiaro che prima di Berlusconi era egemone la cultura, anche politica, di sinistra lasciataci dai nostri costituenti. Il ventennio ci ha portati in questo pantano e Renzi ne è figlio. C’è quindi una frattura generazionale che si misura anche con i nostri capelli bianchi. C’è un solo migrante, un solo operaio e un solo giovane. Siamo riuscite a recuperare all’ultimo una forte presenza femminile perché il nostro linguaggio e la nostra proposta hanno fatto breccia tra femministe di Milano, Bologna, Genova. Dobbiamo

elaborare una nuova proposta e, visto la debacle della sinistra, la stiamo identificando in una proposta essenzialmente ecologista e femminista? Studiare diceva Cacciari e sperimentare nei territori facciamo in tanti, un livello di collaborazione e cooperazione, un linguaggio coinvolgente, la capacità di ascolto, di fare domande piuttosto che di dare risposte noi. Che tanto sarebbero inascoltate anche perché gravemente insufficienti: giovani e immigrati, e anche le donne,ci insegneranno..

L'organizzazione è comunicazione, è su questo che i gruppi territoriali devono lavorare .I gruppi tematici, ovviamente territoriali, saranno collegati ai referendum, alla difesa del clima e dell’ambiente dall’inquinamento e dalla cementificazione, alla formazione al rispetto e alla nonviolenza.

Cristina Quintavalla ­ L'Altra Emilia Romagna

Sono di sinistra, fieramente di sinistra, perché la sinistra ha una grande storia, ed in quel solco dobbiamo restare. Dobbiamo seguire la sinistra non per ideologia ma perché significa guardare la realtà dalla parte di chi è oppresso, debole, immigrato. Il problema non è solo di metodo, ma anche politico, abbiamo bisogno di una prospettiva politica di interpretazione della realtà. Al momento non abbiamo altra alternativa che costruire una rete lasciando che ciascuno segua il proprio percorso dobbiamo saper valorizzare le differenze.
L'Altra Emilia Romagna è interessata ad un percorso che costruisca una rete.

Francesco Campanella ­ Senatore gruppo misto ­ AET

Il problema è complicato, dobbiamo riuscire a creare una massa d'urto capace di portarci fuori dal pantano in cui ci troviamo, ma le differenze sono tante e non riusciamo a superarle. Ho molti dubbi sulla reale possibilità di riuscire a creare una sintesi dal basso, l'esperienza del M5S lo dimostra, ma è una bella sfida ed uno stimolo fortissimo per quelle realtà che si misurano istituzionalmente ma mancano della necessità di rappresentare. La sfida è enorme, e tra noi deve esserci una maggiore capacità di accogliere anche chi ha scelto un percorso all'interno di un partito. La mia speranza è che si riesca a creare un soggetto unico della sinistra che assomigli un po’ di più alle persone che sono qua.

Fernando Bruno ­ Milano ­ Cittadini Liberi

Dobbiamo chiederci e capire perché non ci sono giovani tra noi, non sappiamo raccontare quello di buono che facciamo. I giovani usano gli strumenti in rete ma noi non sappiamo comunicare. Oltre alla rete il contatto umano e sociale è fondamentale ed il lavoro sui territori è importante perché consente un contatto diretto e la presenza nelle piazze e nelle lotte.

Felice Besostri ­ Coordinamento Democrazia Costituzionale

Sui ricorsi avverso l'Italicum dovremmo avere le prime notizie da Genova in una quindicina di giorni. Sono stati inoltrati ricorsi ovunque, ci sono ancora alcune realtà in cui costruire i ricorsi (Cagliari, Trento, Bolzano, Caltanisetta). In questo modo decideranno sui ricorsi giudici diversi. Ora è il momento di far sentire la voce dei cittadini, perché i giudici sono sensibili all'opinione pubblica.
La modifica delle Province e l'istituzione delle Città Metropolitane, con elezioni di secondo grado in cui si sono formati listoni spesso con il numero esatto di persone per cui era disponibile il posto, è passata sotto silenzio perché è mancata l'opinione pubblica.
La legge di modifica costituzionale non è una riforma ma una deforma, non ha alcun aspetto positivo

Il termine sinistra indica dove si sta ma non dove si vuole andare, occorre aggiungere un aggettivo che faccia comprendere ciò che veramente siamo.
I giovani ci sono, seguono leader (Grillo, Civati, Iglesias)
Non contrapponiamo cittadini ed "esperti".

Nicolò Lanza ­ Molise

Siamo stati i primi a presentarci alle elezioni, prima di AET, ottenendo un risultato analogo a quello ottenuto da tutte le altre forze simili. Non riusciamo ad intercettare quel 50% di non­ voto.
Ora la lotta la facciamo in piazza, facciamo opposizione fuori dalle istituzioni.
Abbiamo bisogno di un coordinamento territoriale per poter crescere, iniziamo a costruire raccordando i tra noi. Ci mettiamo a disposizione di un percorso POLITICO alternativo

Vincenzo Pellegrino  - Rovigo

Al fine di definire al meglio la “mission” di PleP, è necessario distinguere con chiarezza l’Associazione che porta questo nome da quella che è invece l’Assemblea permanete alla cui realizzazione stiamo lavorando. È opportuno che PleP porti avanti con determinazione l’opera di catalizzatore del processo di ricomposizione dal basso necessario a dar luogo l’A.P. per come l’abbiamo pensata. La sua è una funzione di servizio e transeunte il cui scopo è proprio quello di favorire l’incontro e la condivisione di un processo politico tra i vari attori sociali attivi nelle lotte. Solo a valle della costituzione di un’Assemblea permanete si potrà pensare a dar vita, nelle forme dell’autorappresentanza, ad una forza politica popolare che possa essere maggioritaria nel paese e che lo accompagni, in un contesto di trasformazione che interessi l’intero continente europeo, attraverso il cambio di paradigma in cui siamo già di fatto immersi.

Le reti, di cui molti anche qui hanno parlato, sono forme di relazione troppo labili, non in grado di farsi carico, con la dovuta affidabilità e solidità, del processo di ricomposizione che invece non può più attendere.
Esistono già molti esempi di esperienze virtuose che mostrano concretamente come sia possibile operare, anche in senso economico, nel rispetto dell’ambiente, dei diritti del lavoro e all’insegna di rapporti umani positivi e solidali.

Rispetto alla relazione tra dimensione nazionale e territoriale in PleP, quello di Assemblea permanete è un metodo che può essere riprodotto a tutte le scale e, nel momento in cui sono salvaguardati i principi ispiratori del progetto a iniziare da “una persona, un’idea, un voto”, non si prefigurano problemi di sorta nel far convivere queste due dimensioni.

Simone Lorenzoni ­ Siena

Il prepolitico deve arrivare anche una fase politica. Servono un'identità ed un riferimento nazionale tutti vogliono costruirlo ma manca la partecipazione della base, e questo è il primo motivo del fallimento delle costruzioni dal basso.
Occorre coerenza, è fondamentale, così come serve un radicamento sui territori.
PLP non ha ancora la necessaria partecipazione dei gruppi territoriali al forum e in mailing List. Il decisionale LQF è l'ultimo passaggio, dopo la discussione. Dobbiamo portare i territori dentro ,o spazio comune, non c'è bisogno di un coordinamento diverso nè di una delega.

Carmelita Guarrera ­ L'Altra Liguria ­Testo allegato

Dobbiamo immaginare i comitati territoriali come vasi comunicanti che si riempiono a vicenda, servono azioni concrete, ci sono scadenze urgenti. Facciamo un censimento delle

lotte da portare nel contenitore nazionale. Prepariamo assemblee territoriali a cui invitare vari soggetti.
Lanciamo un appello a chi ha votato AET.
Costruiamo un gruppo di studio sulle guerre per fare contro informazione.

Sergio Caserta ­ L'Altra Emilia Romagna

Dobbiamo individuare degli obiettivi ravvicinati che siano concreti ed unificanti, la campagna referendaria contro la legge di deforma costituzionale può essere il primo. Ma non dobbiamo tenere un atteggiamento liquidatorio, cerchiamo di usare la critica per fare tutti un passo avanti. La costruzione deve basarsi su analisi, un sistema di regole condivise, principi politici.

Pietro Del Zanna ­ Poggibonsi

Non siamo in grado di fare una federazione, c'è troppa eterogeneità, possiamo solo andare avanti così, ma i gruppi più organizzati possono coordinarsi tra di loro. La modalità di azione è importante quanto i contenuti, ma su questi dobbiamo ancora chiarirci.

Maurizio Denaro ­ La Spezia

Veniamo tutti da esperienze passate fallimentari, dobbiamo analizzare gli errori ed andare avanti senza ripeterli. Sarebbe utile evitare di fare una sommatoria degli interventi perchè molte delle cose dette ci accomunano e sono state ripetute da tanti. Oggi la tendenza è quella di essere identitari e noi dobbiamo capire da ciò che divide per capire se questo può essere superato da una coscienza collettiva. Il linguaggio e la forma sono ciò che ha permesso alla classe dominante di ucciderci, impariamo anche noi ad usarli.
Costruiamo un'organizzazione capace di dare rappresentanza in maniera diversa, perché i movimenti da soli non possono andare avanti. Fondamentale fare contro informazione.

GianLuigi Ago ­ La Spezia

PLP ha uno statuto di servizio per promuovere uno spazio di incontro tra soggetti differenti, questo spazio è l'assemblea permanente. Non c'è bisogno di creare un coordinamento territoriale, i riferimenti sui territori li abbiamo già è PLP non ambisce a crescere come partito. le elezioni non devono essere l'obiettivo primario perché renderlo tale potrebbe condizionare il percorso. L'AP rappresenta la proposta politica di PLP, li devono confluire tutti i gruppi interessati a formare, in futuro, un soggetto politico nuovo.

Abbiamo idee diverse su come portare avanti L'AP. Lanciamo delle assemblee permanenti su ogni territorio.

Roberta Radich

Sintetizzando e cercando mettere assieme le proposte emerse: si potrebbero organizzare incontri come questo a livello territoriale, per cercare di dare avvio a delle Assemblee Permanenti territoriali, che cerchino di mettere assieme le due istanze che sono emerse qui: territorialità e orizzontalità delle decisioni.
Questa proposta si aggiunge alla proposta fatta ieri: una prossima Assemblea nazionale convocata, non solo da PrimalePersone, ma alla pari con tutte le associazioni, movimenti, associazioni, che erano qui oggi e che vorranno aggiungersi.

Manifesto aperto

Manifesto PRIMALEPERSONE

Vogliamo realizzare un sogno: costruire insieme il soggetto politico che in Italia non c’è, di cui abbiamo bisogno come il pane, ma che non siamo stati ancora capaci di realizzare.

Vogliamo anche noi promuovere quella “coalizione sociale” che catalizzi dal basso le tante energie positive e attive nel Paese; che ci ridia speranza e passione; che metta in rete le esperienze dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, le iniziative di lotta sui territori e di cittadinanza attiva.
Che costruisca, anziché limitarsi a promettere; che risponda ai bisogni e agli interessi di tutti coloro che si vedono calpestati; e anche di coloro che non credono più che la politica possa migliorare il mondo e la loro condizione, perché ne vedono solo la degenerazione quotidiana e quindi hanno scelto di non votare più.

PRIMALEPERSONE, ”è ora il tempo di osare”, nasce all’interno de L’Altra Europa con Tsipras, richiamandosi all’appello di alcune personalità guidate da barbara Spinelli, in cui si dichiarava la volontà di dar vita a una lista per le elezioni europee che partisse“da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici” e che potesse divenire “una risposta radicale alla debolezza italiana”.
Con la candidatura di Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione Europea era stato fin da allora individuato nella Grecia il punto di contrasto frontale nei confronti delle politiche di austerità promosse dall’Unione Europea.
Uno straordinario processo partecipativo, avviato in tutti i territori, aveva poi permesso l’elezione di tre eurodeputati. Quel processo ha avuto fin dall’inizio l’obiettivo di contrastare le politiche delle “Grandi intese” (tra partiti di centro e partiti socialisti) e i tanti populismi, da quello grillino, privo di una visione politica chiara (che lo ha visto perdere consensi e confluire con la destra di Farage), a quello di Salvini che prende a modello Marine Le Pen ed è basato sul razzismo e sul progetto demagogico dell’uscita dall’Euro, ma che sta purtroppo allargandosi anche con l’apporto di formazioni fasciste, proprio a causa del vuoto politico che gli viene lasciato in Italia.
Un vuoto creato dalla mancanza di una svolta politica radicale. Le piccole formazioni della cosiddetta sinistra radicale italiana sono logorate da continue divisioni e dalle loro frequenti alleanze con il PD; ma, soprattutto, non sono state capaci di fare quel “passo indietro” necessario per permettere agli esponenti della cosiddetta società civile, dei movimenti, dei cittadini impegnati a vario titolo nelle lotte sociali, ambientali e democratiche presenti nelle liste de L’Altra Europa di rappresentare in modo più chiaro un progetto politico radicalmente alternativo alle larghe intese italiane ed europee.

Quel progetto era chiaramente indicato, nel programma di Tsipras e de L’Altra Europa, da tre priorità e dieci punti. In sintesi, lotta contro l’austerità imposta con il ricatto del debito; conversione ecologica dell’apparato produttivo anche per creare un’occupazione nuova e sana; inclusione dei migranti e di tutte le minoranze nel pieno rispetto dei diritti civili e sociali di tutti. Quest’ultimo punto sarà sempre più importante in un’Europa ormai circondata da guerre e da profughi che cercano nei nostri paesi una via di salvezza. Dobbiamo accogliere coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e miseria anche perché è su di loro che possiamo contare per promuovere una politica che faccia cessare il massacro nel Mediterraneo.

Lavoriamo insieme a un’organizzazione politica inedita e aperta, con forme sia di rappresentanza che di democrazia partecipata e di democrazia diretta, per incidere realmente sulla vita sociale e contrastare il potere dell’alta finanza, sorretto dalle “larghe intese”; e per combattere le politiche gregarie, arroganti e patriarcali di governi nazionali e locali compromessi con la corruzione endemica e con le organizzazioni criminali.

Vogliamo coinvolgere coloro che sono rimasti finora ai margini del nostro percorso, perché non si fidano dei primi e faticosi passi fatti con le elezioni europee; e vogliamo recuperare anche un rapporto con coloro che dopo un primo avvicinamento si sono allontanati.

Non tolleriamo più un potere e un sistema politico che stanno impoverendoci a vantaggio di pochi privilegiati insaziabili che negano il futuro ai giovani e che tolgono libertà alle donne mentre le strumentalizzano politicamente e usano il loro lavoro di cura in famiglia e nella società per svuotare lo stato sociale e i servizi.

Vogliamo una svolta radicale, contro ogni forma di ineguaglianza, razzismo, fascismo, corruzione, vilipendio dei diritti umani, contro le lobby del cemento, delle grandi opere inutili e del potere finanziario, per la difesa e l’ampliamento dell’occupazione, per la salvaguardia e la messa in sicurezza del territorio, per la casa, per la scuola, per la ricerca, per un cibo sano, per il diritto alla salute, per trasporti eco-sostenibili e il diritto alla mobilità per tutti.

Vogliamo un reddito minimo garantito insieme al rispetto dei diritti di tutti.

Di fronte al disastro sociale e ambientale a cui assistiamo quotidianamente, vogliamo promuovere la conversione ecologica dell’economia e della politica, fermare inquinamenti e avvelenamenti come quelli dell’Ilva, della terra dei fuochi, dei mari e delle falde acquifere, dell’amianto che uccide ancora migliaia di lavoratori e di cittadini e che viene fatto respirare agli studenti in scuole dove crollano i soffitti.

Vogliamo che vengano investite risorse nella manutenzione del territorio e degli edifici, nelle tante piccole opere che possono rinnovare e rilanciare anche l’attività produttiva e l’occupazione. Vogliamo fermare la cementificazione che trascina sempre con sé la corruzione. Vogliamo salvaguardare le nostre bellezze naturali e culturali, la sicurezza del nostro territorio e la qualità della vita di tutti gli esseri viventi.

Abbiamo una grande responsabilità. Farci promotori in tutti i territori, in tutte le città, in tutto il paese di una mobilitazione che scongiuri l’attuale scippo della Costituzione spacciato per modernizzazione. Obiettivi e valori in cui crediamo ci pongono chiaramente al di fuori, contro e in alternativa alle “larghe intese” italiane e europee e alla forze che le sostengono. E’ quindi ovvio che con quelle forze che stanno portando avanti le politiche liberiste di saccheggio del territorio e di privatizzazione dei beni comuni e che stanno smantellando la nostra Costituzione non ci sono accordi possibili, a partire dalle prossime elezioni regionali. Non vogliamo più tollerare alcuna ambiguità e compromissione con chi prende provvedimenti legislativi e amministrativi contrari alla trasparenza e alla partecipazione. Non ci basiamo su princìpi astratti o su ideologie; vogliamo far emergere idee e buone pratiche dalle lotta reali in corso, sapendo che una vera democrazia partecipativa è orizzontale e inclusiva; e che sui territori come in rete possiamo sperimentare nuove forme di aggregazione e di processi decisionali condivisi. C’è bisogno che tante e tanti credano ancora che tutto ciò “si può fare”.

Questo manifesto, che oggi lanciamo nella forma più aperta, sarà emendabile e integrabile utilizzando gli incontri che proporremo, a partire da un’assemblea il e 29 marzo a Roma, ma anche utilizzando tutti i siti, i forum e gli strumenti informatici di co-decisione come liquidfeedback e wiki. Costruiamo insieme il nostro futuro.

Programma 29 marzo

PRIMALEPERSONE
PER UN’ALTRA POLITICA

L’ALTERNATIVA E’ POSSIBILE
A PARTIRE DAI TERRITORI, DAI MOVIMENTI E DAI CITTADINI

Domenica 29 Marzo 9:30 – 17:30
Mercato equo solidale palestra popolare SCUP - via Nola, 5 - ROMA

DOMENICA 29 MARZO – ORE 9:30 – 13:00

Lo spirito dell'incontro vuole essere l'avvio della costruzione di una piattaforma sociale e politica partecipata e condivisa. Vi invitiamo quindi ad intendere il presente programma come una proposta di massima di svolgimento dei lavori che si concretizzerà con la vostra presenza ed il vostro contributo. Sono previsti interventi in collegamento video in plenaria. I partecipanti sono invitati a portare contributi di approfondimento rispetto al tema proposto per la costruzione di un'assemblea permanente che permetta l'articolazione orizzontale di un progetto collettivo e partecipativo.

Ore 9.30 Apertura dei lavori:

ORE 10.00 13:00 - L’ITALIA IN MOVIMENTO
La parola ai protagonisti delle battaglie sociali, ambientali, civiche e partecipative

10.30 – 11.30 PLENARIA: presentazione dei movimenti e dei partecipanti e definizione dei gruppi di lavoro

11.00 - 13.00 GRUPPI DI LAVORO TEMATICI PARALLELI :

1. Conversione ecologica dell’economia, della società, delle relazioni e del lavoro per un modello alternativo di convivenza sociale.

Dalla privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali previste dalla legge di stabilità e sblocca Italia, alle grandi opere, la cementificazione, il consumo di suolo, l'illegalità diffusa e sistemica, la precarizzazione del lavoro come strumento di riduzione dei diritti previsti dalla Costituzione ad un nuovo modello economico e sociale sostenibile.

La conversione energetica per l'affrancamento dal fossile con le rinnovabili, la democratizzazione e l'uso sociale delle risorse e dei beni di appartenenza collettiva, un piano di investimenti pubblici per il risanamento e la messa in sicurezza del territorio, la promozione dell'economia e dell'agricoltura di prossimità, la tutela dell'ecosistema naturale e animale, nuovi stili di vita, l'autodeterminazione dei territori, promuovono una visione alternativa e radicale del sistema-paese, oggi governato dall'intreccio di interesssi tra mala vita e mala politica, non più sostenibili.

2. Le Controriforme istituzionali

Quello che si sta tentando di realizzare in Italia è il piano eversivo di "rinascita democratica" di Licio Gelli con i dovuti correttivi in senso peggiorativo. Che sia un Governo teoricamente di sinistra ad incassare quanto lo stesso Berlusconi non era riuscito in vent'anni a realizzare, la demolizione dei presidi di democrazia del paese disegnati dalla Costituzione, da il polso dell'emergenza democratica che viviamo ed alla quale è necessario reagire in maniera forte e coesa. Un parlamento ed un governo eletti attraverso una legge non costituzionale stanno, a colpi di maggioranza, snaturando i pilastri del bilanciamento dei poteri e disgregando ogni garanzia costituzionale, riducendo i presidi democratici ed accentrando i poteri attraverso la demolizione dei corpi intermedi.

3. Diritti civili e sociali della persona

La nostra Costituzione assegna ad ogni individuo parità di condizioni di accesso alla vita sociale e la rimozione di ogni ostacolo al godimento dei diritti sanciti. Dalle libertà individuali a quelle collettive, dal welfare all'istruzione, dalla sanità al diritto d'abitare, dal riconoscimento della dignità delle persone LGBT attraverso la tutela delle relazioni affettive e delle famiglie arcobaleno, dai diritti dei migranti, alle nuove migrazioni quasi imposte ai nostri giovani, dai diritti dei disabili a quelli dei bambini e ragazzi, ogni diritto viene oggi violato ed umiliato, per disegnare un modello sociale in cui solo chi ha può esercitare dei diritti, mentre chi è più debole non ne detiene alcuno. Non è un modello che possiamo avallare, la laicità dello stato e le garanzie dei diritti costituzionali assegnate ad ogni individuo, devono essere agite anziché progressivamente cancellate.

4. Le nuove forme della democrazia e della partecipazione sociale e politica

Dall’esperienza dei comitati territoriali de L’Altra Europa, a quella del movimento 5 stelle, dai movimenti di lotta sui territori alla proposta di coalizione sociale di Maurizio Landini, emerge con forza l'esigenza di costruire nuove ed inedite forme di partecipazione alla vita democratica del paese che la forma partito non è più in grado di rappresentare. Si darà avvio ad una discussione sulle forme partecipative, organizzative, statutarie, informatiche.

14:00 – 17:30 DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA E COSTRUZIONE DI NUOVE SOGGETTIVITA’ POLITICHE

Relazioni dei gruppi di lavoro

Interventi individuali

Sintesi e conclusioni dei lavori condivisione delle tappe future

17.30 Chiusura dei lavori