UN BUCO NEL CERVELLO

 

buco-vervello.pngdi Guido Viale

C’è, in tutti gli articoli, i commenti, le interviste e le analisi economiche pubblicate da giornali, riviste o reti, qualcosa che lascia una sensazione di estraneità, come se parlassero di un mondo chiuso in un comparto stagno che lo separa da tutto ciò che ci succede intorno; quasi che nel cervello degli economisti si fosse aperto un buco che impedisce loro di “guardar fuori”. Le cose che gli economisti non vedono sono tante, ma la principale è senz’altro il cambiamento climatico, ormai palesemente in corso. Alcuni economisti hanno inserito un po’ di ”ambiente” tra le variabili delle loro analisi, ma del riscaldamento globale non parla nessuno. E come si può pretendere che ne prenda coscienza il vasto pubblico se i sacerdoti del mondo contemporaneo, cioè del dio denaro, non ne parlano mai? E i politici, allora?

Uno scenario di riconversione ecologica dell’ecconomia

di Guido Viale

La sfida che la specie umana, ciascuno di noi, sia come singolo che come nodo di una rete di relazioni sociali, e la Terra tutta, si trovano ad affrontare – ciò che connota radicalmente la nostra era come antropocene (Crutznet, 2005 (1)), l’era geologica in cui la conformazione del pianeta, la sua meteorologia e il futuro del vivente che lo abita dipendono in via prioritaria dall’agire umano – è la conversione ecologica (Langer, 2003 (2)). Conversione ecologica non è solo abbandono delle fonti energetiche fossili e passaggio a quelle rinnovabili, anche se questa transizione ne è una componente ineludibile.

Non è un treno

TRENO-storico.pngdi Guido Viale 

“Ma è solo un treno!” aveva esclamato Luigi Bersani, già segretario del PD, non riuscendo a capire come intorno alla lotta contro quel “treno” sia cresciuta per trent’anni la più forte, duratura, combattiva, democratica ed ecologica comunità del paese, contrastando il modo sciagurato in cui esso viene governato. E questo, proprio mentre il partito di Bersani (“la ditta”), che in altri tempi era stato un baluardo della democrazia, si stava dissolvendo tra le grinfie di Renzi. In realtà, quello non è “un treno”, ma solo un pezzo di treno. Un binario di 57 chilometri lungo cui merci e passeggeri, che non ci sono e non ci saranno mai, potranno viaggiare ad “alta velocità” dentro una galleria scavata in una montagna piena di uranio e amianto, mentre prima e dopo quella galleria, se è quando sarà stata fatta, quel treno dovrà percorrere le attuali tratte intasate che lo congiungono all’alta velocità Parigi-Lione e Torino-Milano, che non saranno raddoppiate. Perché la realizzazione di quelle tratte, per far credere che il Tav costi meno, è stata rimandata al “dopo”. Quale dopo? Il dopo l’apocalisse, quando tutto il pianeta avrà altro a cui pensare perché i cambiamenti climatici provocati da tante grandi opere come quella saranno diventati irreversibili.

Abbiamo bisogno dell'Europa?

eu.pngdi Guido Viale

Sì. Abbiamo bisogno dell’Europa. E anche dell’Unione Europea: del suo Parlamento imbelle e perciò impotente; della sua Commissione dai culi di pietra; del suo Consiglio che la dilania inseguendo non “l’interesse nazionale” (che cos’è?) di ogni Stato membro, ma il tornaconto elettorale dei rispettivi governi; della sua Banca Centrale che coordina attività e interessi della finanza mondiale che ci governa tutti; e persino dei banditi che si annidano nell’Eurogruppo.

Non saranno queste istituzioni a cambiare le politiche dell’Unione, ma è necessario averla come controparte unica per creare un movimento di respiro continentale capace di imporle, con lotte, mobilitazioni e le più diverse iniziative locali, ma anche con un programma unitario, radicali cambi di rotta. E’ quello che avrebbe potuto fare Tsipras, proponendo il governo greco come motore e riferimento di una mobilitazione generale contro l’austerità in tutti i paesi europei: una scelta rischiosa, che ha voluto evitare, imponendo però al suo paese rischi anche maggiori. Una scelta che Podemos non sembra voler fare con decisione, e che è l’esatto opposto di quelle adottate dal nostro governo, che finge di combattere l’austerità cercando alleanze tra governi reazionari, razzisti e complici degli assetti costituiti. Costruire un movimento di respiro europeo contro l’austerità è l’unica strada per affrontare su scala adeguata le due questioni – clima e migranti – che definiranno tutte le scelte politiche dei prossimi anni. Sostenere che quei due problemi possano essere affrontati, o addirittura “risolti”, recuperando una “sovranità nazionale” peraltro dissolta da tempo è un inganno: sono questioni di dimensioni per lo meno europee, tanto che sui migranti – accogliere o respingere – si sono dissolti e ridefiniti tutti gli schieramenti politici del continente; e sul clima è ridicolo anche solo pensare che una politica nazionale possa incidere in qualche modo. Sono incontestabili l’importanza e le connessioni – desertificazione, uragani, fame e guerre – di queste due “questioni”; ma dal modo in cui vengono affrontate dipendono anche quasi tutti gli altri problemi in agenda: l’austerity (e il nesso tra indebitamento e spesa pubblica), l’occupazione, il diritto al reddito, il welfare, la pace, la democrazia.

DUE MANIFESTAZIONI A CONFRONTO

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale.

A Roma, l’autocandidatura di Salvini a “Uomo della provvidenza” (“dio e popolo!” All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre - anzi, papà - e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

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